71.

Ore 6,30

Koronski uscì dall’atrio del Nine Dragons Hotel e chiamò un tassì, dando istruzioni al guidatore in un passabile cantonese. Accese una sigaretta e si assestò comodamente sul sedile, guardandosi intorno per scrupolo professionale, nell’eventualità improbabile che qualcuno lo seguisse. Non c’erano veri rischi. I documenti che lo qualificavano come Hans Meikker erano impeccabili, la sua copertura come collaboratore saltuario di una catena di riviste della Germania Occidentale era autentica, e si recava piuttosto spesso a Hong Kong. Rassicurato, si voltò a osservare la folla, chiedendosi chi dovesse venire interrogato col pentothal, e dove. Era un uomo anonimo, basso, ben pasciuto, con un paio di occhiali dalla montatura a giorno.

Più indietro di una cinquantina di metri, c’era una Mini malconcia che guizzava dentro e fuori dal traffico. Tom Connochie, l’agente della CIA, era seduto dietro, e al volante c’era uno dei suoi assistenti, Roy Wong.

“È andato a sinistra.”

“Lo vedo anch’io. Calmati, Tom, mi stai innervosendo, santo cielo.” Roy Wong era americano da tre generazioni, laureato in lettere e nella CIA da quattro anni, assegnato a Hong Kong. Guidava abilmente, mentre Connochie, stanco e in disordine, osservava attento. Era stato alzato quasi tutta la notte, insieme a Rosemont, cercando di setacciare la marea di istruzioni segretissime, di richieste e di ordini cui avevano dato origine le lettere intercettate di Thomas K.K. Lim. Poco dopo mezzanotte, uno dei loro informatori dell’albergo aveva segnalato che Hans Meikker era appena arrivato da Bangkok, per trattenersi due giorni. Da anni era nel loro elenco come possibile rischio per la sicurezza.

“Figlio di puttana!” esclamò Roy Wong, mentre un ingorgo si formava nella stretta via chiassosa, presso l’affollatissimo incrocio con Mong Kok.

Connochie si sporse dal finestrino. “È bloccato anche lui, Roy. Una ventina di macchine più avanti.”

Dopo un momento l’ingorgo cominciò a districarsi, poi si chiuse di nuovo quando un camion sovraccarico si arrestò. Prima che si fosse rimesso in moto, la loro preda era sparita.

“Merda!”

“Continua a girare. Forse avremo fortuna e lo ritroveremo.”

Due isolati più avanti, Koronski scese dal tassì e si avviò in un vicolo affollato, dirigendosi verso un’altra strada e un altro vicolo e il caseggiato dove abitava Ginny Fu. Salì le scale luride, fino all’ultimo piano. Bussò tre volte a una porta squallida. Suslev gli fece cenno di entrare e chiuse la porta a chiave. “Benvenuto” disse sottovoce in russo. “Fatto buon viaggio?”

“Sì, compagno comandante, ottimo” rispose Koronski. Anche lui, per abitudine, parlava a voce bassa.

“Venga a sedersi.” Suslev indicò il caffè e le due tazze sul tavolo. La stanza era scialba, con pochi mobili. Le tapparelle sporche coprivano le finestre.

“È un ottimo caffè” disse educatamente Koronski, che lo trovava atroce, niente di paragonabile al caffè francese di Bangkok, Saigon e Phnom Penh.

“È il whisky” disse Suslev, con aria dura.

“Il Centro mi ha detto di mettermi a sua disposizione, compagno comandante. Cosa vuole che faccia?”

“Qui c’è un uomo dalla memoria fotografica. Abbiamo bisogno di sapere cosa c’è dentro.”

“Dove dovrà essere interrogato? Qui?”

Suslev scrollò la testa. “A bordo della mia nave.”

“Quanto tempo abbiamo?”

“Tutto il tempo che le servirà. Lo porteremo con noi a Vladivostok.”

“È molto importante ottenere informazioni di qualità?”

“Sì.”

“In tal caso, preferirei effettuare l’interrogatorio a Vladivostok… posso darle sedativi speciali e istruzioni per mantenere docile il cliente durante il viaggio e cominciare ad ammorbidirlo.”

Suslev riconsiderò il problema. Aveva bisogno delle informazioni di Dunross, prima di arrivare a Vladivostok. “Non può venire con me sulla mia nave? Partiamo a mezzanotte, con la marea.”

Koronski esitò. “Il Centro mi ha ordinato di aiutarla, purché questo non metta in pericolo la mia copertura. Se salissi sulla sua nave lo farei sicuramente… la nave dev’essere sotto sorveglianza. Se io sparissi dall’albergo, eh?”

Suslev annuì. “Sono d’accordo.” Non importa, pensò. Anch’io sono esperto quanto Koronski in quanto a interrogatori, anche se non ne ho mai fatto uno con mezzi chimici. “Come effettua un interrogatorio del genere?”

“È molto semplice. Iniezioni endovenose di una sostanza che chiamiamo Pentothal-V6, due volte al giorno a intervalli di dodici ore, per dieci giorni… quando il soggetto è abbastanza spaventato e disorientato, con il solito metodo veglia-sonno, seguito da quattro giorni d’insonnia.”

“Abbiamo un medico a bordo. Potrebbe far lui le iniezioni?”

“Oh, sì. Sì, certo. Potrei scriverle la procedura e fornirle le sostanze chimiche necessarie. Farà lei l’interrogatorio?”

“Sì.”

“Se si attiene alla procedura non dovrebbe avere difficoltà. L’unica cosa importante da ricordare è che quando viene somministrato il Pentothal-V6, la mente del soggetto diventa come una spugna bagnata. Occorre una grande delicatezza e una cura ancora più grande per estrarre la giusta quantità d’acqua… d’informazioni, con il ritmo esatto, altrimenti la mente rimane danneggiata per sempre, e tutte le altre informazioni vanno perdute.” Koronski trasse una boccata di fumo dalla sigaretta. “È facile perdere un soggetto.”

“È sempre facile perdere un soggetto” disse Suslev. “Questo Pentothal-V6 è molto efficace?”

“Abbiamo ottenuto grandi successi e qualche insuccesso, compagno comandante” rispose con prudenza Koronski. “Se il soggetto è ben preparato e sano, sono sicuro che andrà tutto bene.”

Suslev non rispose; riesaminò tra sé il piano presentato con tanto entusiasmo da Plumm la sera prima e accettato con riluttanza da Crosse. “È fatta, Gregor, tutto sta andando a posto. Adesso che Dunross non va a Taipei, verrà alla mia festa. Gli darò da bere qualcosa che lo farà star male come un cane… sarà facile convincerlo a sdraiarsi in una delle camere da letto. E la stessa droga lo farà addormentare. Quando gli altri se ne saranno andati – la festa sarà breve, dalle sei alle otto – lo metterò in un baule e lo farò portare alla macchina, dall’uscita secondaria. Quando scopriranno che è scomparso, dirò che l’ho lasciato lì addormentato e che non so quando se ne è andato. Ora, come porteremo a bordo il baule?”

“Non sarà difficile” aveva detto lui. “Fallo consegnare al molo sette, al cantiere di Kowloon. Stiamo caricando a bordo provviste e materiale d’ogni genere, dato che la partenza è stata anticipata, e in uscita non ci saranno controlli.” Suslev aveva aggiunto, con macabra allegria: “C’è persino una bara, se ne avremo bisogno. Il cadavere di Voranskij arriverà dall’obitorio alle undici di sera, consegna speciale. Bastardi! Perché il nostro amico non ha pescato i bastardi che l’hanno assassinato?”

“Sta facendo quello che può. Davvero, Gregor, te lo assicuro. Li prenderà presto… ma, cosa ancora più importante, questo piano funzionerà!”

Suslev annuì tra sé. Sì, è fattibile. E se scoprissero il tai-pan? Io non so niente, Boradinov non sa niente, anche se è responsabile, e io me ne andrò tranquillamente, lasciando che Boradinov si prenda la colpa, se sarà necessario. Roger coprirà tutto. Oh, sì, si disse, deciso, questa volta la testa di Roger finisce sul piatto dei britannici, se io non sono coperto. Plumm ha ragione. Il sequestro del tai-pan da parte dei Lupi Mannari contribuirà a creare un caos completo per qualche tempo, certamente con poco rischio… il tempo necessario per coprire il disastro Metkin e la scoperta dei fucili.

Aveva chiamato Banastasio, quella sera, per assicurarsi che la faccenda della Par-Con procedesse, ed era rimasto male nel sentire la reazione di Bartlett. “Ma, signor Banastasio, lei ci aveva assicurato che avrebbe avuto il controllo. Cosa intende fare?”

“Pressioni, signor Marshall” aveva risposto Banastasio in tono propiziatorio, usando il falso nome sotto il quale conosceva l’americano. “Pressioni, fino in fondo. Io farò la mia parte, lei faccia la sua.”

“Bene. Allora proceda con la sua riunione a Macao. Garantisco che un’altra spedizione sostitutiva arriverà a Saigon entro una settimana.”

“Ma quelli hanno già detto che non tratteranno senza avere in mano una spedizione.”

“Verrà consegnata direttamente ai nostri amici vietcong a Saigon. Lei dia le disposizioni che vuole per il pagamento.”

“Sicuro, signor Marshall. Dove si fermerà a Macao? Dove potrò mettermi in contatto?”

“Sarò allo stesso albergo” aveva risposto Suslev, che non aveva nessuna intenzione di prendere contatto. A Macao un altro controllore con lo stesso nome falso avrebbe seguito quella parte dell’operazione.

Sorrise tra sé. Poco prima che lasciasse Vladivostok, il Centro gli aveva dato l’incarico di fungere da controllore di quell’operazione indipendente, nome in codice King Kong, organizzata da una delle cellule del KGB a Washington. Lui sapeva soltanto che stavano inviando i programmi segretissimi delle consegne di armi ai vietcong di Saigon, per mezzo della valigia diplomatica. Come pagamento per le informazioni, un quantitativo d’oppio sarebbe stato consegnato franco di porto a Hong Kong… il quantitativo sarebbe dipeso dal numero delle armi che sarebbero state fatte sparire. “Chi ha ideato questo piano merita una promozione immediata” aveva detto Suslev al Centro, soddisfattissimo, e aveva scelto il nome di Marshall, dal generale che con il suo piano aveva impedito la totale e immediata occupazione sovietica dell’Europa verso la fine degli anni quaranta. Questa è la vendetta, pensò: il nostro Piano Marshall a rovescio.

Scoppiò a ridere all’improvviso. Koronski aspettava, attento, troppo esperto per chiedergli cosa ci fosse di tanto divertente. Ma senza riflettere aveva analizzato la risata. Sapeva di paura. La paura era contagiosa. Gli individui spaventati commettono errori. Gli errori inguaiano gli innocenti.

Sì, pensò, irrequieto, quest’uomo puzza di vigliaccheria. Dovrò dirlo nel mio prossimo rapporto, ma con delicatezza, nell’eventualità che lui sia importante.

Alzò la testa, vide che Suslev l’osservava e si chiese, preoccupato, se avesse letto nei suoi pensieri. “Sì, compagno comandante?”

“Quanto tempo impiegherà a scrivere le istruzioni?”

“Pochi minuti. Posso farlo anche adesso, se vuole; ma dovrò tornare in albergo per prendere le sostanze chimiche.”

“Quante sostanze si devono usare?”

“Tre: una per addormentare il cliente, l’altra per svegliarlo e infine il Pentothal-V6. A proposito, va tenuto in fresco fino al momento di usarlo.”

“È l’unico che va iniettato per via endovenosa?”

“Sì.”

“Bene, allora scriva tutto. Adesso. Ha la carta?”

Koronski annuì ed estrasse dalla tasca un taccuino. “Preferisce che scriva in russo, in inglese o in stenografia?”

“In russo. Non è necessario descrivere il ritmo veglia-sonno-veglia, l’ho usato molte volte. Solo l’ultima fase, e non nomini il Pentothal-V6, lo chiami medicina. Chiaro?”

“Chiarissimo.”

“Bene. Quando l’avrà scritto, lo metta lì.” Suslev indicò un mucchietto di giornali vecchi sul divano tarlato. “Lo metta dentro il secondo. Verrò a prenderlo più tardi. In quanto alle sostanze chimiche, c’è una toelette per uomini al pianterreno del Nine Dragons Hotel. Le fissi con un nastro adesivo sotto l’asse, l’ultimo gabinetto a destra… e per favore, si trovi in camera sua questa sera alle nove, caso mai avessi bisogno di qualche precisazione. Tutto chiaro?”

“Certamente.”

Suslev si alzò. Subito Koronski lo imitò e gli tese la mano. “Buona fortuna, compagno comandante.”

Suslev gli rivolse un cenno educato, come a un inferiore, e uscì. Andò in fondo al corridoio, passò una porta e salì una scala che portava al tetto. Si sentì meglio, all’aria libera. La stanza puzzava, e l’odore di Koronski gli aveva dato fastidio. Il mare lo chiamava, il grande oceano pulito dal profumo di salmastro. Sarà bello essere di nuovo in mare, lontano dalla terraferma. Il mare e la nave ti aiutano a conservare la ragione.

Come molti altri tetti di Hong Kong, anche quello era invaso da una quantità di abitazioni improvvisate e date in affitto… l’unica alternativa ai pendii fangosi e affollati degli abusivi, nei Nuovi Territori o sulle colline di Kowloon e di Hong Kong. Ogni spanna di spazio libero, in città, era stata invasa ormai da tempo dall’enorme afflusso di immigranti. Molte zone abitate erano abusive, come tutte le costruzioni sui tetti, e per quanto le autorità lo vietassero e lo deplorassero, ignoravano saggiamente le trasgressioni, perché altrimenti dove sarebbero andati a vivere, quei disgraziati? Non c’erano impianti igienici e neppure acqua, ma era sempre meglio della strada. Sui tetti, il metodo per liberarsi dei rifiuti consisteva nel buttarli di sotto. Gli yan di Hong Kong camminavano sempre al centro delle Vic, mai sui marciapiedi, anche quando c’erano.

Suslev passò sotto le corde del bucato, scavalcò i relitti di molte vite, ignorando le oscenità che l’accompagnavano, divertito nel vedere i ragazzini che lo precedevano strillando “Quai loh… quai loh!” e ridevano insieme e tendevano le mani. Lui ormai si sentiva troppo yan di Hong Kong per dar loro un po’ di denaro, anche se era commosso dalla loro miseria e dalla loro allegria; perciò si accontentò di imprecare bonariamente e spettinò qualche testolina dai capelli cortissimi.

In fondo al tetto, l’entrata del caseggiato di Ginny Fu sporgeva come un antico fumaiolo. La porta era socchiusa. Suslev scese.

“Ciao, Gregor,” disse Ginny Fu, aprendogli la porta. Si era vestita come le aveva ordinato lui, uno squallido abito da coolie con un grande cappello di paglia appeso sulle spalle. Si era sporcata la faccia e le mani. “Come sembrare? Come diva di cinema, heya?”

“Greta Garbo in persona” disse Suslev ridendo, mentre lei gli correva tra le braccia.

“Vuoi ancora jig-jig prima che andare, heya?”

Nyet. Avremo tutto il tempo le prossime settimane. Tutto il tempo, heya?” Suslev la posò a terra. Era stato a letto con lei all’alba, più per provare la sua virilità che per desiderio. Questo è il guaio, pensò. Niente desiderio. È noiosa. “Allora, hai capito il piano, heya?”

“Oh, sì” disse lei, con aria d’importanza. “Io trovo molo sette e vado con coolie, porto balle a nave. Quando su nave, io vado porta di fronte scala, entro e do carta.” La tirò fuori dalla tasca per mostrare che l’aveva ancora. Sul foglio c’era scritto in russo “Cabina 3”. Boradinov l’avrebbe aspettata. “In tre cabina, posso usare bagno, mettere vestiti che tu comprato e attendere.” Un altro grande sorriso. “Heya?

“Benissimo.” Gli abiti erano costati poco, e l’acquisto aveva risparmiato la necessità di portare bagagli. Sarebbe stato molto più semplice, senza. I bagagli sarebbero stati notati. E lei non doveva essere notata.

“Sicuro non bisogna portare niente, Gregy?” chiese lei, ansiosa.

“No, soltanto il necessario per il trucco, la roba da donna. Tutto in tasca, capito?”

“Certo” disse Ginny, altezzosa. “Io sono sciocca?”

“Bene. Allora vai.”

Lei lo abbracciò di nuovo. “Oh, grazie per vacanza, Gregy… io sarò sempre meglio.” E se ne andò.

L’incontro con Koronski gli aveva fatto venir fame. Suslev andò al vecchio frigorifero e trovò le tavolette di cioccolata che cercava. Ne mangiucchiò una, poi accese il fornello a gas per friggere un paio di uova. L’ansia lo riassalì. Non preoccuparti, s’impose. Il piano funzionerà, ti impadronirai del tai-pan, e al comando di polizia sarà una cosa d’ordinaria amministrazione.

Accantona tutto quanto. Pensa a Ginny. Forse in mare non sarà noiosa. Terrà occupate le mie notti, alcune notti, e il tai-pan terrà occupati i giorni, finché attraccheremo. Poi lui resterà svuotato, e lei sparirà, comincerà una nuova vita, e il pericolo sarà finito per sempre, e io me ne andrò nella mia dacia dove mi starà aspettando quella gatta infernale della Zergeyev, e litigheremo, e lei mi lancerà contro tutte le oscenità fino a quando perderò la testa e le strapperò i vestiti e magari userò ancora la frusta, e lei si ribellerà e si ribellerà, fino a quando entrerò in lei con forza ed esploderò, esploderò portandola con me, qualche volta, Kristos, come vorrei che fosse ogni volta. E poi dormire, senza sapere mai quando lei si deciderà a uccidermi nel sonno. Ma è stata avvertita. Se mi succede qualcosa, i miei uomini la consegneranno ai lebbrosi della parte est di Vladivostok insieme al resto della sua famiglia.

La radio annunciò il notiziario delle sette, in inglese. “Buongiorno. Qui radio Hong Kong. Previste altre piogge intense. La Victoria Bank ha confermato ufficialmente che si assumerà tutti i debiti della Ho-Pak e invita i correntisti a fare tranquillamente la fila, se vogliono ritirare lunedì il loro denaro.

“Durante la notte vi sono stati numerosi smottamenti in tutta la colonia. Le zone più colpite sono state l’area degli insediamenti abusivi sopra Aberdeen, Sau Ming Ping, e la Sui Fai Terrace a Wanchai, dove sei grosse frane hanno investito numerosi edifici. Risulta che trentatré persone hanno perso la vita, e si teme che molte altre siano tuttora sepolte.

“Non vi sono nuovi sviluppi nelle indagini sul sequestro e l’assassinio del signor John Chen a opera della banda dei Lupi Mannari. È stata offerta una ricompensa di 100.000 dollari per informazioni che portino alla loro cattura.

“Notizie da Londra confermano che il raccolto, anche quest’anno, è stato disastroso nell’Unione Sovietica…”

Suslev non ascoltò il resto della trasmissione. Sapeva che la notizia arrivata da Londra era vera. Le previsioni segretissime del KGB avevano predetto che ancora una volta il raccolto sarebbe stato inferiore al livello necessario per la sussistenza.

Kristos, perché diavolo non ce la facciamo a sfamarci da soli? avrebbe voluto gridare. Conosceva la carestia e la fame e le sofferenze della sua vita, oltre ai racconti spaventosi di suo padre e di sua madre.

Dunque ci sarà un’altra carestia, si dovrà stringere di nuovo la cinghia, e comprare grano all’estero, usando la valuta straniera guadagnata così duramente, e il nostro futuro sarà in pericolo, in terribile pericolo, i generi alimentari sono il nostro punto debole. Non ce n’è mai abbastanza. Non c’è mai abbastanza competenza o trattori o fertilizzanti o ricchezza, tutta la vera ricchezza se ne va per le armi e gli eserciti e gli aerei e le navi, è molto più importante diventare abbastanza forti per difenderci dai porci capitalisti e dai revisionisti cinesi e fargli guerra e distruggerli prima che loro distruggano noi, ma non c’è mai abbastanza da mangiare per noi e per i nostri stati-cuscinetto… i Balcani, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Germania Est, i paesi baltici. Perché quei bastardi riescono a sfamarsi, tante volte? Perché falsificano i dati dei loro raccolti e ci imbrogliano, ci mentono e ci derubano? Noi li proteggiamo, e loro cosa fanno? Si lamentano e ci odiano, eppure senza i nostri eserciti e il KGB che tengono a bada la sporca feccia dei dissidenti, fomenterebbero la ribellione – come la Germania Est e l’Ungheria – e scatenerebbero le stupide masse contro di noi.

Ma la carestia causa le rivoluzioni. Sempre. La carestia farà sempre insorgere le masse contro il governo. E allora, cosa possiamo fare? Tenerli alla catena – tutti – fino a quando annienteremo l’America e il Canada e prenderemo per noi i loro campi di grano. Allora il nostro sistema raddoppierà i raccolti.

Non illuderti, pensò, angosciato. Il nostro sistema agricolo non funziona. Non ha mai funzionato. Un giorno funzionerà. Intanto, non siamo in grado di sfamarci da soli. Quegli stronzi senza madre dei contadini dovrebbero…

“Basta” borbottò Suslev. “Non sei responsabile tu, non è un problema che ti riguarda. Occupati dei tuoi problemi, abbi fede nel partito e nel marxismo-leninismo!”

Le uova erano pronte, e Suslev preparò il toast. La pioggia entrava a spruzzi dalle finestre aperte. Un’ora prima, l’acquazzone che era caduto per tutta la notte era cessato, ma sopra il caseggiato di fronte c’erano i nuvoloni neri. Altra pioggia in arrivo, pensò. Altra pioggia. In questo cesso di posto, o c’è la maledetta siccità o c’è il maledetto diluvio! Una raffica investì uno dei tuguri raffazzonati di cartone fradicio, sul tetto, e lo fece crollare. Subito incominciarono a ripararlo, stoicamente; persino i bimbetti che avevano imparato da poco a camminare davano il loro aiuto.

Con gesti esperti, Suslev si apparecchiò un posto a tavola, canticchiando il ritmo della musica trasmessa dalla radio. Va tutto bene, si disse. Dunross andrà alla festa, Koronski fornirà i mezzi, Plumm il cliente, Roger la protezione, e tutto quello che dovrò far io sarà andare alla centrale di polizia per un’oretta, e poi salire tranquillamente a bordo della mia nave. A mezzanotte dirò addio a Hong Kong, lasciando ai Lupi Mannari il compito di seppellire i morti…

Si sentì drizzare i capelli sulla nuca, quando sentì l’ululato di una sirena della polizia che si avvicinava. Restò immobile, paralizzato. Ma la sirena passò oltre. Stoicamente, Suslev sedette e cominciò a mangiare. Poi squillò il telefono segreto.