74.

Ore 11,15

“Le ripeto, signor Sinders, non so niente di nessun cablo, di Arthur, dei dossier, dell’americano, e non conosco nessun maggiore Yuri Bakyan… quell’uomo era Igor Voranskij, marinaio di prima classe.” Suslev si controllava con grande decisione. Sinders sedeva di fronte a lui, dietro la scrivania, nel grigio ufficio degli interrogatori, al comando della polizia. Suslev si aspettava che ci fosse Roger Crosse, per aiutarlo. Ma non l’aveva visto, da quando era arrivato.

Sii prudente, si rammentò: sei abbandonato a te stesso. Non avrai aiuto da Roger. Giustamente. La spia deve essere protetta. In quanto a Boradinov, neppure lui è di aiuto. Diede un’occhiata al suo primo ufficiale che gli sedeva accanto, irrigidito sulla sedia e molto a disagio.

“E continua a sostenere che il nome della spia, Dimitri Metkin, non era Leonov… Nikolai Leonov, anche lui maggiore del KGB?”

“È assurdo, è tutto assurdo, riferirò al mio governo e…”

“Le riparazioni sono state ultimate?”

“Sì, o almeno saranno completate entro mezzanotte. Noi portiamo valuta pregiata a Hong Kong e paghiamo profumatam…”

“Sì, e non create altro che strani guai. Come il maggiore Leonov, come Bakyan.”

“Vuol dire Metkin?” Suslev lanciò un’occhiataccia a Boradinov, per sfogarsi un po’. “Lei conosceva un certo Leonov?”

“No, compagno comandante” balbettò Boradinov. “Noi non sappiamo niente.”

“Che branco di bugiardi” sospirò Sinders. “Per fortuna, Leonov ci ha detto parecchie cose su di voi e sull’Ivanov, prima che lo faceste assassinare. Sì, il vostro maggiore Leonov ha collaborato.” All’improvviso, la sua voce divenne sferzante. “Primo ufficiale Boradinov, per favore aspetti fuori!”

Il giovane si alzò prima di rendersene conto, pallidissimo. Aprì la porta. Fuori, un agente cinese dell’SI, con la faccia ostile, gli indicò una sedia e richiuse la porta.

Sinders posò la pipa, tirò fuori un pacchetto di sigarette e ne accese una, senza fretta. La pioggia martellava le finestre. Suslev attendeva, con il cuore stretto. Sorvegliava il suo avversario sotto le sopracciglia ispide, chiedendosi che cosa avesse di tanto urgente per lui Roger Crosse. Quella mattina, quando il telefono segreto aveva squillato, Arthur gli aveva chiesto di incontrarsi con Roger Crosse verso le otto di sera, alle Sinclair Towers. “Cosa c’è di tanto urgente? Dovrei essere sulla mia nave a…”

“Non so. Roger ha detto che è urgente. Non abbiamo avuto il tempo di parlarne. Hai visto Koronski?”

“Sì. È tutto sistemato. Puoi farmi la consegna?”

“Oh, sì. Molto prima di mezzanotte.”

“Non mancare, il Centro conta su di te, adesso” aveva soggiunto Suslev, mentendo. “Di’ al nostro amico che è tutto pronto.”

“Benissimo. Non falliremo.”

Suslev aveva sentito il tono eccitato, e un po’ della paura lo aveva abbandonato. Ma adesso stava ritornando. Non gli andava di essere lì, di correre il rischio di restarci. La fama di Sinders era ben nota, negli ambienti del KGB: deciso, abile, capace di grosse intuizioni. “Sono stanco di queste domande, signor Sinders” disse, meravigliandosi che il capo dell’MI-6 fosse venuto personalmente a Hong Kong e avesse un’aria così poco importante. Si alzò, per metterlo alla prova. “Io me ne vado.”

“Mi parli del Sevrin.”

“Severin? Che cos’è il Severin? Non sono obbligato a restare e a rispondere alle sue domande. Non sono te…”

“Sono d’accordo, comandante, normalmente sarebbe così, ma uno dei suoi uomini è stato colto in flagrante reato di spionaggio, e i nostri amici americani ci tengono moltissimo a mettere le mani su di lei.”

“Eh?”

“Oh, sì, e temo che non siano pazienti quanto noi.”

Suslev si sentì riprendere dalla paura. “Ancora minacce! Perché lo fa?” balbettò. “Noi rispettiamo la legge. Non sono responsabile di nessun guaio! Chiedo di poter ritornare subito alla mia nave! Subito!”

Sinders si limitò a guardarlo. “D’accordo. Se ne vada” disse tranquillamente.

“Posso andare?”

“Sì. Sì, certo. Buongiorno.”

Sbalordito, Suslev lo fissò per un momento, poi si voltò e si avviò verso la porta.

“Naturalmente, faremo sapere per Vic traverse ai suoi superiori che ci ha consegnato Leonov.”

Suslev si fermò, cinereo. “Cosa… cosa ha detto?”

“Leonov ci ha riferito, fra le altre cose, che lei lo aveva incoraggiato a effettuare l’intercettazione. E poi lei ha segnalato la consegna.”

“Menzogne… tutte menzogne” disse Suslev, improvvisamente atterrito all’idea che Crosse fosse stato colto sul fatto, come Metkin.

“E non aveva segnalato anche Bakyan agli agenti nordcoreani?”

“No, non è vero” balbettò Suslev, enormemente sollevato nello scoprire che Sinders sparava alla cieca, e probabilmente non disponeva di informazioni autentiche. Ritrovò in parte la sua sicurezza. “È un’altra assurdità. Io non conosco nessun nordcoreano.”

“Io le credo, ma sono sicuro che la Prima Direzione non le crederà. Buongiorno.”

“Cosa intende dire?”

“Mi parli del cablo.”

“Non ne so niente. Il suo sovrintendente si è sbagliato: non l’ho fatto cadere io.”

“Oh, ma l’ha fatto cadere lei. Chi è l’americano?”

“Non so niente di un americano.”

“Mi parli del Sevrin.”

“Non so niente di questo Sevrin. Che cos’è? Chi è?”

“Sono certo che lei sa che i suoi superiori del KGB non amano le fughe di notizie e sono molto diffidenti. Se riuscirà a ripartire, consiglio a lei, al suo primo ufficiale, alla sua nave e a tutto il suo equipaggio di non tornare più in queste acque…”

“Mi sta minacciando ancora? Diventerà un incidente internazionale. Informerò il mio governo e il suo e…”

“Sì, e lo faremo anche noi, ufficialmente e in via riservata. Molto riservata.” Gli occhi di Sinders erano gelidi, sebbene le sue labbra sorridessero.

“Posso… posso andare, adesso?”

“Sì. In cambio di un’informazione.”

“Cosa?”

“Chi è l’americano, e chi è ‘Arthur’?”

“Non conosco nessun Arthur. Arthur chi?”

“Aspetterò fino a mezzanotte. Se partirà senza avermelo detto, quando rientrerò a Londra farò in modo che certe informazioni arrivino all’orecchio dell’attaché navale della sua ambasciata: gli farò sapere che ha tradito Leonov, che lui chiama Matkin, e che ha tradito Bakyan, che lei chiama Voranskij, in cambio di certi favori da parte dell’SI.”

“Sono menzogne, tutte menzogne, e lei lo sa.”

“Cinquecento persone l’hanno vista all’ippodromo insieme al sovrintendente Crosse. È stato allora che gli ha detto di Metkin.”

“Tutte menzogne.” Suslev cercò di nascondere il terrore.

Sinders ridacchiò. “Vedremo, no? Il vostro nuovo attaché navale a Londra sarà dispostissimo ad aggrapparsi alle pagliuzze per mettersi in buona luce con i superiori. Eh?”

“Non capisco” disse Suslev, che aveva capito perfettamente. Era in trappola.

Sinders si sporse per svuotare la pipa. “Mi ascolti attentamente” disse in tono deciso. “Sono pronto a scambiare la sua vita con l’americano e Arthur.”

“Non conosco nessun Arthur.”

“Resterà un segreto tra lei e me. Non lo dirò a nessuno. Le do la mia parola.”

“Non conosco nessun Arthur.”

“Me lo indichi, e sarà salvo. Lei e io siamo professionisti, comprendiamo la filosofia del baratto e della salvezza, e di qualche accordo privato, segretissimo. Questa volta è in trappola, quindi le conviene cedere. Se partirà senza avermi detto chi è Arthur, sicuro come Dio ha creato il mondo ed esiste il KGB, la liquiderò.” Gli occhi di Sinders lo fissavano, acutissimi. “Buongiorno, comandante.”

Suslev si alzò e uscì. Quando lui e Boradinov furono di nuovo all’aria aperta, nella realtà di Hong Kong, ripresero entrambi a respirare. In silenzio, Suslev precedette il suo primo ufficiale verso il bar più vicino, dall’altra parte della strada. Ordinò due vodke doppie.

Suslev era sconvolto. Kristos, avrebbe voluto urlare, sono morto se cedo, e sono morto se non cedo. Quello stramaledetto cablo! Se denuncio Banastasio e Arthur, ammetto di conoscere il Sevrin, e allora sarò per sempre in loro potere. E se non lo faccio, sono sicuramente finito. In un modo o nell’altro, adesso sarà pericoloso tornare a casa, e altrettanto pericoloso venire di nuovo qui. In un modo o nell’altro, adesso ho bisogno dei rapporti di Grant o di Dunross, o di tutti e due, per proteggermi. In un modo o nell’al…”

“Compagno comand…”

Suslev si voltò di scatto verso Boradinov e inveì in russo. L’altro impallidì e tacque, impietrito.

“Vodka! Altre due” ordinò. “Per favore.”

La barista le portò. “Mio nome Sally, tuo quale è, heya?”

“Pussa via” ringhiò Boradinov.

Dew neh loh moh al tuo pussavia, heya? Tu signor Pussavia? Io non piace tua faccia, signor Pussavia, dunque pussavia senza parolacce.” La ragazza prese la bottiglia di vodka e si accinse a continuare la battaglia.

“Le chieda scusa” scattò Suslev. Non voleva altri guai, non era sicuro che la ragazza non fosse un’informatrice: il bar era troppo vicino al comando della polizia.

Boradinov era molto scosso. “Cosa?”

“Le chieda scusa, stronzo senza madre!”

“Mi scusi” borbottò Boradinov, rosso in viso.

La ragazza rise: “Ehi, grosso uomo, tu vuoi jig-jig?”

“No” rispose Suslev. “Ancora vodka.”

Crosse scese dall’auto della polizia e, sotto la pioggia leggera, entrò di corsa nel palazzo della Struan. Dietro di lui, le Vic erano affollate di ombrelli e ingorgate dal traffico, i marciapiedi erano stipati, la gente andava e veniva dal lavoro: domenica non era vacanza per tutti. Uscì dall’ascensore al ventesimo piano.

“Buongiorno, sovrintendente Crosse. Io sono Sandra Yi, la segretaria del signor Dunross. Di qua, prego.”

Crosse la seguì lungo il corridoio, notando il chong-sam e il didietro della ragazza. Lei gli aprì una porta. Crosse entrò.

“Salve, Edward” disse a Sinders.

“Anche lei è in anticipo come al solito.” Sinders stava bevendo una birra. “La vecchia abitudine dell’esercito, eh? Cinque minuti d’anticipo.” Dietro di lui, nella lussuosa sala del consiglio d’amministrazione, c’era un bar ben fornito. E il caffè.

“Gradisce qualcosa, signore? I Bloody Mary sono pronti” disse Sandra Yi.

“Grazie, un caffè. Senza panna.”

La ragazza lo servì e uscì.

“Com’è andata?” chiese Crosse.

“Il nostro visitatore? Bene, molto bene. Direi che adesso ha lo sfintere fuori posto.” Sinders sorrise. “Ho registrato il colloquio. Potrà ascoltarselo dopo pranzo. Ah, sì, il pranzo. Roger, è possibile trovare pesce e patatine fritte a Hong Kong?”

“Certamente. Vada per il pesce con patatine fritte.” Crosse soffocò uno sbadiglio. Era rimasto alzato quasi tutta la notte, per sviluppare e stampare il rullino delle foto che aveva scattato nel sotterraneo. Quella mattina aveva letto e riletto le pagine dei rapporti autentici di Grant con enorme interesse, riconoscendo che Dunross aveva avuto ragione di agire con tanta circospezione. Grant aveva dato un buon servizio per il denaro che aveva ricevuto, qualunque cosa fosse costato, pensò. Non c’è dubbio: questi rapporti valgono un patrimonio.

L’orologio suonò le ore, armoniosamente. Mezzogiorno. La porta si aprì ed entrò Dunross. “Buongiorno. Grazie di essere venuti.”

Educatamente, gli altri due si alzarono e gli strinsero la mano.

“Un altro caffè?”

“No, grazie, signor Dunross.”

Mentre Crosse lo osservava attento, Dunross estrasse dalla tasca una busta sigillata e la porse a Sinders. Il capo dell’MI-6 la prese, la soppesò. Crosse notò che gli tremavano un po’ le dita. “Naturalmente lei ha letto il contenuto, signor Dunross.”

“Sì, signor Sinders.”

“E?”

“E niente. Guardi lei stesso.”

Sinders aprì la busta. Fissò la prima pagina, poi sfogliò le altre. Dal punto dove stava, Crosse non poteva vedere cosa ci fosse, sui pezzi di carta. In silenzio, Sinders gli porse il primo. Le lettere, i numeri e i simboli del codice erano incomprensibili. “Sembra che siano stati ritagliati.” Crosse guardò Dunross.

“Eh?”

“E Brian?”

“Dove li ha presi, Ian?” Crosse vide l’espressione degli occhi di Dunross cambiare leggermente.

“Io ho mantenuto il mio impegno; siete disposti a mantenere il vostro?”

Sinders sedette. “Non ho acconsentito a uno scambio, signor Dunross. Ho solo dichiarato che era possibile accogliere la sua richiesta.”

“Allora non rilascerà Brian Kwok?”

“È possibile che si troverà dove lei vuole, quando lo vuole.”

“Le cose devono restare così?”

“Mi dispiace, sì.”

Vi fu un lungo silenzio. Il ticchettio dell’orologio riempiva la sala. Poi c’era la pioggia. Un altro scroscio venne e passò. Pioveva sporadicamente fin dalla mattina. I bollettini meteorologici prevedevano che il temporale sarebbe passato presto; ma le cisterne, nonostante tutta la pioggia, non si erano riempite.

Dunross chiese: “Vuol darmi le probabilità? Con precisione. La prego.”

“Prima tre domande. Questi fogli li ha ritagliati lei stesso?”

“Sì.”

“Da che cosa, e come?”

“Grant aveva scritto le istruzioni. Dovevo usare un accendino sotto il quadrante inferiore destro di certe pagine che mi aveva inviato… era un innocuo rapporto dattiloscritto. Quando ho scaldato i fogli, la scrittura a macchina è sparita, ed è rimasto quello che vede. Dopo aver terminato, sempre seguendo le istruzioni, ho ritagliato i pezzi pertinenti e ho distrutto il resto. E la lettera.”

“Ha tenuto una copia?”

“Degli undici pezzi? Sì.”

“Devo chiederle di consegnarmele.”

“Potrà averle quando avrà mantenuto l’impegno” disse Dunross, in tono gentile. “Dunque, quali sono le probabilità?”

“La prego di consegnarmi le copie.”

“Lo farò, non appena avrà mantenuto l’impegno. Lunedì al tramonto.”

Gli occhi di Sinders diventarono ancora più freddi. “Le copie, subito, per favore.”

“Quando avrà mantenuto l’impegno. È deciso. E adesso, le probabilità, la prego.”

“Cinquanta e cinquanta” disse Sinders, per metterlo alla prova.

“Bene. Grazie. Ho dato disposizioni perché martedì mattina tutti gli undici pezzi vengano pubblicati sul China Guardian e su due quotidiani cinesi, uno nazionalista e uno comunista.”

“Lo farà a suo rischio e pericolo. Il governo di Sua Maestà non gradisce le coercizioni.”

“L’ho minacciata? No, affatto. Quelle lettere e quei numeri non hanno significato, se non forse… forse per qualche esperto di cifrari. Forse. Forse è soltanto lo scherzo di un morto.”

“Posso impedirlo ai sensi della Legge sui Segreti di Stato.”

“Certo, può tentare di farlo.” Dunross annuì. “Ma, Legge sui Segreti di Stato o no, se io voglio, quelle pagine verranno pubblicate in qualche angolo della terra entro questa settimana. Anche questo è deciso. La cosa è stata lasciata da Grant alla mia discrezione. C’era altro, signor Sinders?”

Sinders esitò. “No. No, la ringrazio, signor Dunross.”

Con la stessa cortesia, Dunross si voltò e aprì la porta. “Mi scusi, ma devo tornare al lavoro. Grazie della visita.”

Crosse lasciò passare per primo Sinders e lo seguì all’ascensore. Sandra Yi, al banco della reception, aveva già premuto il pulsante per chiamarlo.

“Oh, mi scusi, signore”, disse a Crosse, “sa quando tornerà nella colonia il sovrintendente Kwok?”

Crosse la fissò. “Non ne sono sicuro. Potrei informarmi, se lo desidera. Perché?”

“Dovevamo cenare insieme venerdì sera, e la sua governante e il suo ufficio non ne sanno niente.”

“M’informerò.”

Il cicalino del telefono squillò. “Oh, grazie, signore. Pronto, Struan” disse lei, all’apparecchio. “Un momento, prego.” Stabilì il contatto. Crosse offrì una sigaretta a Sinders mentre attendevano, guardando i numeri dell’ascensore che si illuminavano. “La sua chiamata per il signor Alastair, tai-pan” disse Sandra Yi al telefono. Il cicalino squillò di nuovo.

“Pronto” disse Sandra Yi. “Un momento, signora, ora vedo.” Consultò un elenco degli appuntamenti mentre le porte dell’ascensore si aprivano. Sinders entrò e Crosse fece per seguirlo.

“È per la una, signora Gresserhoff.”

Crosse si fermò di colpo e si chinò come per allacciarsi la scarpa e Sinders, con altrettanta efficienza disinvolta, tenne aperte le porte.

“Oh, tutto a posto, signora, è facile sbagliare l’ora. Il tavolo è prenotato a nome del tai-pan. Lo Skyline al Mandarin, per la una.”

Crosse si rialzò.

“Tutto bene?” chiese Sinders.

“Oh, sì.” Le porte si chiusero. Entrambi sorrisero.

“Tutto arriva ai piedi di colui che sa attendere” disse Crosse.

“Sì. Vorrà dire che rimanderemo il pesce e le patatine alla cena.”

“No. Può averli a pranzo. Non dovremmo mangiare al Mandarin. Consiglio di bloccarla segretamente. Nel frattempo, la farò sorvegliare per scoprire dove alloggia, eh?”

“Benissimo.” Il volto di Sinders s’indurì. “Gresserhoff, eh? Hans Gresserhoff era il nome di copertura di una spia tedesco-orientale che per anni abbiamo cercato di prendere.”

“Oh?” Crosse nascose il suo interesse.

“Sì. Lavorava in combutta con un altro maledetto bastardo, un sicario. Uno dei suoi nomi era Viktor Grunwald, un altro Simeon Tzerak. Gresserhoff, eh?” Sinders tacque un momento. “Roger, quella storia della pubblicazione, la minaccia di Dunross. Potrebbe essere molto rischioso.”

“Lei sa leggere il codice?”

“Buon Dio, no.”

“Cosa potrebbe essere?”

“Qualunque cosa. Le pagine sono destinate a me o al primo ministro, quindi probabilmente sono nomi e indirizzi di contatti.” Sinders soggiunse, molto serio: “Non mi fido a trasmetterli per cablo, anche se sono in codice. Credo sia meglio che io ritorni a Londra immediatamente.”

“Oggi?”

“Domani. Prima dovrei concludere questa faccenda, e ci terrei moltissimo a identificare questa signora Gresserhoff. Dunross farà quello che ha detto?”

“Assolutamente.”

Sinders si tormentò le sopracciglia; gli occhi celesti, slavati, erano più incolori che mai. “E Kwok?”

“Io direi…” La porta dell’ascensore si aprì. Uscirono e attraversarono l’atrio. Il portiere in uniforme aprì la macchina di Crosse.

Crosse si inserì nel traffico congestionato; il porto era velato dalla nebbia, e la pioggia era cessata per un momento. “Direi ancora una seduta, poi Armstrong potrà incominciare a ricostruire. Lunedì al tramonto è troppo presto, ma…” Alzò le spalle. “Consiglierei di smetterla con la Camera Rossa.”

“Sì. Sono d’accordo, Roger. Grazie a Dio, quel tipo ha una costituzione robusta.”

“Sì.”

“Credo che Armstrong stia per crollare, poveraccio.”

“Può effettuare un altro interrogatorio. Senza pericoli.”

“Lo spero. Mio Dio, siamo stati molto fortunati. Incredibile!” La seduta, alle sei di quella mattina, non aveva rivelato nulla. Mentre stavano per desistere, i sondaggi di Armstrong avevano dato un risultato prezioso: finalmente, i dati sul professor Joseph Yu. Cal Tech, Princeton, Stanford. Esperto di missilistica per eccellenza, e consulente della NASA.

“Quando deve arrivare a Hong Kong, Brian?” aveva chiesto Armstrong, mentre lo stato maggiore dell’SI, nella sala controllo, tratteneva il respiro.

“Non… non so… lasciami pensare, lasciami pensare… ah, non ricordo… ah, sì, sì, è, è tra una set… alla fine del… di questo mese… che mese è? Non riesco a ric… ricordare che giorno è. Deve arrivare e ripartire.”

“Da dove arriva e dove va?”

“Oh, non lo so, oh, no, non me l’hanno detto… solo… solo, qualcuno ha detto che lui… andava a Guam in vacanza dalle Hawaii e doveva arrivare qui dieci giorni… mi pare dieci giorni dopo… dopo le corse.”

E quando Crosse aveva chiamato Rosemont e glielo aveva detto – pur non rivelando da dove proveniva l’informazione – l’americano era rimasto senza parola per il panico. Subito aveva ordinato di battere l’area di Guam per impedire la defezione.

“Chissà se lo prenderanno” mormorò Crosse.

“Chi?”

“Joseph Yu.”

“Lo spero proprio” disse Sinders. “Perché diavolo scappano, quegli scienziati? È un guaio! L’unica cosa buona è che lancerà la missilistica cinese e farà scorrere brividi d’orrore lungo la schiena dei sovietici. Se vuole il mio parere, è una fortuna. Se quei due paesi si azzuffano tra loro, per noi sarà un grosso vantaggio.” Si assestò più comodamente, con la schiena indolenzita. “Roger, non posso correre il rischio che Dunross pubblichi quei cifrari o si tenga una copia.”

“Sì.”

“Il suo tai-pan è troppo furbo. Se si viene a sapere che Grant ci ha inviato un messaggio cifrato e se Dunross ha la memoria che gli attribuiscono, è un uomo segnato. Eh?”

“Sì.”

Arrivarono in anticipo al ristorante Skyline, all’attico del Mandarin. Crosse fu subito riconosciuto, e un tavolo si liberò vicino al bar. Mentre Sinders ordinava un liquore e un altro caffè, Crosse telefonò per chiamare due agenti, uno britannico e uno cinese. Arrivarono prestissimo.

Pochi minuti prima della una, Dunross entrò; lo guardarono dirigersi al tavolo migliore, preceduto dal maître, seguito da un codazzo di camerieri. Lo champagne era già in ghiaccio nel secchiello d’argento.

“Quel tizio fa filare tutti, eh?”

“Lei non lo farebbe, al suo posto?” disse Crosse. Il suo sguardo scrutò la sala, e si arrestò. “Ecco Rosemont! È una coincidenza?”

“Lei cosa ne pensa?”

“Oh, guardi laggiù. Nell’angolo in fondo. Quello è Vincenzo Banastasio. Il cinese che è con lui è Vee Cee Ng. Forse sta sorvegliando quei due.”

“Può darsi.”

“Rosemont è abile” disse Crosse. “Bartlett è andato anche da lui. Può darsi che sorveglino Banastasio.” Armstrong aveva riferito il colloquio che aveva avuto con Bartlett a proposito di Banastasio. La sorveglianza era stata intensificata. “A proposito, ho saputo che ha noleggiato un elicottero per Macao, per lunedì.”

“Dovremmo farlo disdire.”

“Già fatto. Noie al motore.”

“Bene. Immagino che Bartlett, segnalando Banastasio, si sia liberato dai sospetti, no?”

“Può darsi.”

“Credo ancora che farò bene a ripartire lunedì. Sì. Interessante, ah, la segretaria di Dunross aveva un appuntamento con Kwok. Buon Dio, guardi che splendore!” disse Sinders.

La giovane donna stava seguendo il maître. I due uomini restarono sorpresi quando si fermò al tavolo del tai-pan, sorrise, s’inchinò e sedette. “Cristo! La signora Gresserhoff è cinese?” mormorò Sinders.

Crosse stava fissando le labbra di Dunross e della donna. “No, una cinese non s’inchinerebbe così. È giapponese.”

“E cosa diavolo c’entra?”

“Forse c’è più di un’invitata. For… oh, Cristo!”

“Cosa?”

“Non parlano inglese. Dev’essere giapponese.”

“Dunross parla il giap?”

Crosse lo guardò. “Sì, il giapponese. E il tedesco, il francese, tre dialetti cinesi e un discreto italiano.”

Sinders ricambiò l’occhiata. “Non c’è bisogno di assumere quel tono di disapprovazione, Roger. Ho perduto un figlio sulla Prime of Wales, mio fratello è morto di fame sulla ferrovia birmana, quindi non mi faccia prediche santimoniose, anche se continuo a pensare che quella donna è uno splendore.”

“Almeno questo dimostra una certa tolleranza.” Crosse si voltò di nuovo a studiare Dunross e la giovane donna.

“Lei ha fatto la guerra in Europa, eh?”

“La mia guerra, Edward, non è mai finita.” Crosse sorrise, apprezzando il suono di quelle parole. “La Seconda guerra mondiale è storia antica. Mi dispiace per i suoi, ma adesso i giapponesi non sono nemici, sono i nostri alleati, i soli veri alleati che abbiamo in Asia.”

Attesero per mezz’ora. Crosse non riusciva a leggere il movimento delle labbra dei due.

“Dev’essere lei, la Gresserhoff” disse Sinders.

Crosse annuì. “Allora dobbiamo andare? È inutile attendere. Andiamo a mangiare pesce e patatine?”

Uscirono. I due agenti dell’SI rimasero, attendendo con pazienza, incapaci di ascoltare quel che veniva detto, invidiando Dunross, come tanti altri in quella sala… perché lui era il tai-pan e perché era in compagnia di quella donna bellissima.

Gehen Sie?” chiese Riko in tedesco. Allora va?

“In Giappone, Riko-san? Oh, sì” rispose Dunross nella stessa lingua. “Tra una settimana. Prenderemo in consegna un nuovo supermercantile dalla Toda Shipping. Ha parlato con Hiro Toda, ieri?”

“Sì. Sì, ho avuto questo onore. La famiglia Toda è famosa, in Giappone. Prima della Restaurazione e dell’abolizione della classe dei samurai, la mia famiglia era al servizio dei Toda.”

“I suoi antenati erano samurai?”

“Sì, ma di ordine inferiore. Non… non gli ho parlato della mia famiglia. Erano altri tempi. Non vorrei che lo sapesse.”

“Come preferisce” disse Dunross, incuriosito. “Hiro Toda è un uomo interessante” continuò, per farla parlare.

“Toda-sama è molto saggio, molto forte, molto famoso.” Il cameriere portò l’insalata. Quando si fu allontanato, Riko disse: “Anche la Struan è famosa in Giappone.”

“Non proprio.”

“Oh, sì. Ricordiamo ancora il principe Yoshi.”

“Ah. Non immaginavo che lo sapesse.”

Nel 1854, quando Perry aveva costretto lo Shogun Yoshimitsu Toranaga ad aprire il Giappone al commercio, Hag Struan era partita da Hong Kong con una nave, inseguita da suo padre, il suo nemico Tyler Brock. Grazie a lei, la Struan era stata la prima compagnia a entrare in Giappone, la prima ad acquistare terreni per un centro di scambio, la prima a commerciare. Nel corso di molti anni e di molti viaggi, Hag Struan aveva fatto del Giappone una delle pietre di volta della politica della Struan.

Nei primi anni aveva conosciuto un giovane principe, Yoshi, parente dell’imperatore e cugino dello shogun… senza il cui consenso in Giappone non accadeva mai nulla. Su sua proposta e con il suo aiuto, il principe era andato in Inghilterra con un clipper della Struan, per scoprire la potenza dell’Impero Britannico. Qualche anno dopo era rientrato in patria a bordo di un’altra nave della Struan, e quell’anno alcuni baroni feudali, i daimyo, che odiavano la penetrazione straniera, si erano ribellati allo shogun Toranaga, la cui famiglia aveva governato il Giappone per due secoli e mezzo in una successione ininterrotta che risaliva al grande generale Yoshi Toranaga. La rivolta dei daimyo era riuscita, e il potere era stato reso all’imperatore, ma il paese era diviso. “Senza il principe Yoshi, che divenne uno dei ministri più importanti dell’imperatore” disse Riko, passando inavvertitamente all’inglese, “il Giappone sarebbe ancora dilaniato dalla guerra civile.”

“Perché?” chiese Dunross. Voleva che continuasse a parlare; il suo accento cantilenante era delizioso.

“Senza il suo aiuto, l’imperatore non sarebbe riuscito nell’intento, non avrebbe potuto abolire lo shogunato, la legge feudale, i daimyo, l’intera classe dei samurai, costringendoli ad accettare una costituzione moderna. Fu il principe Yoshi a negoziare la pace tra i daimyo, e poi invitò in Giappone gli esperti inglesi per creare la nostra marina, le banche e il servizio statale, e ci aiutò a entrare nel mondo moderno.” Una lieve ombra passò sul volto di Riko. “Mio padre mi parlava spesso di quei tempi, tai-pan. Non sono trascorsi ancora cento anni. La transizione dal dominio dei samurai alla democrazia fu spesso sanguinosa. Ma l’imperatore aveva decretato che finisse, e quindi finì, e tutti i daimyo e i samurai dovettero inserirsi faticosamente in una vita nuova.” Giocherellò con il bicchiere, osservando le bollicine. “I Toda erano signori di Izu e Segami, dove si trova Yokohama. Avevano là da secoli i loro cantieri. Per loro e i loro alleati, i Kasigi, fu facile entrare nell’era moderna. Per noi…” S’interruppe. “Oh, ma questo lo sa già, mi scusi.”

“Sapevo solo del principe Yoshi. Cosa fu della sua famiglia?”

“Il mio bisnonno divenne un modestissimo funzionario dello staff del principe Yoshi, funzionario civile. Venne mandato a Nagasaki, e da allora la mia famiglia ha vissuto là. Era difficile, per lui, non portare più le due spade. Anche mio nonno era funzionario statale, come mio padre, ma poco importante.” Riko alzò gli occhi e sorrise. “Questo vino è troppo buono. Mi scioglie la lingua.”

“No, affatto” disse lui. Poi, consapevole degli occhi che li fissavano, aggiunse: “Parliamo un po’ in giapponese.”

“È un onore, tai-pan-san.”

Più tardi, al caffè, Dunross chiese: “Dove debbo depositare il denaro che le è dovuto, Riko-san?”

“Se potesse darmi un assegno circolare o un certificato di accredito…” Riko usò le parole inglesi, perché non avevano equivalenti in giapponese. “Se potesse darmelo prima che io riparta, andrebbe benissimo.”

“Glielo farò portare lunedì mattina. Sono 10.625 sterline, più altre 8500 pagabili in gennaio, e la stessa somma l’anno seguente” le disse lui, sapendo che l’educazione le avrebbe impedito di chiederlo. Vide l’espressione di sollievo, e si rallegrò di aver deciso di pagarle altri due anni di stipendio… le informazioni di Grant sul petrolio del Mare del Nord bastavano da sole a giustificare quella somma. “Alle undici le andrebbe bene, per l’assegno circolare?” Anche Dunross usò il termine inglese.

“Come preferisce. Non voglio causarle altro disturbo.”

Dunross notò che lei parlava lentamente e chiaramente, per aiutarlo. “Dove intende recarsi?”

“Lunedì andrò in Giappone, credo, poi… poi non so. Forse tornerò in Svizzera, anche se non ho un vero motivo per farlo. Non ho parenti, là, la casa era in affitto e il giardino non era mio. La mia vita come signora Gresserhoff è finita con la morte di mio marito. Ora credo che dovrei tornare a essere Riko Anjin.”

“Sì” disse lui, “il karma è il karma.” Si frugò in tasca ed estrasse un pacchetto. “È un dono della Nobil Casa, un grazie per tutto il disturbo che si è presa per noi, per questo viaggio faticoso.”

“Oh, la ringrazio, ma è stato un onore e un piacere.” Riko s’inchinò. “Grazie. Posso aprirlo subito?”

“È meglio più tardi. È solo un ciondolo di giada, ma l’astuccio contiene anche una busta riservata, che suo marito voleva venisse consegnata a lei. È solo per i suoi occhi, non per gli occhi che ci osservano.”

“Ah. Capisco. Certo. La prego di scusare la mia stupidità.”

Dunross le sorrise. “Lei non è stupida, mai: è soltanto bella.”

Riko arrossì, e sorseggiò il caffè, per mascherare il rossore. “La busta è sigillata, tai-pan-san?”

“Sì, come aveva stabilito suo marito. Sa cosa contiene?”

“No. Soltanto… il signor Gresserhoff mi aveva detto che lei mi avrebbe consegnato una busta sigillata.”

“Le aveva detto perché? O cosa doveva farne?”

“Un giorno qualcuno sarebbe venuto a chiedermela.”

“Lo ha indicato per nome?”

“Sì, ma mio marito mi ha raccomandato di non dirlo a nessuno, neppure a lei. Mai. Potevo dirle tutto il resto, ma non… non il nome.”

Dunross aggrottò la fronte. “E lei dovrà darla a quell’uomo, semplicemente?”

“O a quella donna.” Riko sorrise, gentilmente. “Sì, quando mi verrà chiesta, non prima. Dopo che la lettera sarà stata esaminata, mi ha detto il signor Gresserhoff, quella persona pagherà un debito. La ringrazio del dono.”

Il cameriere venne a versare lo champagne che restava, poi se ne andò di nuovo. “Come potrò mettermi in contatto con lei in futuro, Riko-san?”

“Le darò tre indirizzi e tre numeri telefonici dove potrà cercarmi: uno in Svizzera, due in Giappone.”

Dopo una pausa, Dunross chiese: “Sarà in Giappone, tra una settimana?”

Riko alzò gli occhi, e lui si sentì colpito da quella bellezza. “Sì. Se lo desidera” disse lei.

“Lo desidero.”