76.

Ore 17,10

Orlanda guidava la sua macchinetta, con Bartlett a fianco che le cingeva le spalle con un braccio. Erano appena arrivati da Aberdeen attraverso il passo, ancora immerso nelle nubi, e scendevano la montagna, verso i Mid Levels e l’appartamento di lei a Rose Court. Erano felici insieme, e vibranti nell’attesa. Dopo il pranzo, erano andati a Hong Kong, e lei lo aveva condotto in macchina a Shek-O, sulla punta sudest dell’isola, per mostrargli dove alcuni dei tai-pan avevano le case per i weekend. La campagna era ondulata e poco popolata: colline, burroni, il mare sempre vicino, con gli strapiombi e le scogliere.

Da Shek-O, avevano proseguito lungo la strada meridionale, tutta curve e tornanti, fino a quando erano arrivati a Repulse Bay, e Orlanda si era fermata al meraviglioso albergo, e avevano preso il tè con i pasticcini sulla veranda, guardando il mare, e poi via di nuovo, oltre il Deepwater Cove fino a Discovery Bay, dove lei s’era fermata di nuovo, a una piazzola. “Guarda là, Linc, quello è Castle Tok!” Castle Tok era un’enorme casa assurda che somigliava a un castello normanno, appollaiata in cima allo strapiombo, sopra l’acqua. “Durante la guerra i soldati canadesi, che difendevano questa parte dell’isola contro gli invasori giapponesi, ripiegarono tutti a Castle Tok, per tentare l’ultima resistenza. Quando furono sopraffatti e si arresero, erano rimasti in duecentocinquanta. I giapponesi li radunarono tutti sulla terrazza di Castle Tok e a colpi di baionetta li costrinsero a buttarsi sulle rocce, laggiù.”

“Gesù.” Il salto era di una trentina di metri.

“Tutti. I feriti, gli… altri, tutti.” Bartlett l’aveva vista rabbrividire e aveva teso la mano per toccarla.

“Non fare così, Orlanda. È passato tanto tempo.”

“No, non è vero. Ho paura che la storia e la guerra siano ancora con noi, Linc. Sarà sempre così. Di notte, ci sono spettri che si aggirano su quelle terrazze.”

“Tu ci credi?”

“Sì. Oh, sì.”

Bartlett s’era voltato a guardare quella casa tetra, mentre i frangenti battevano sulle rocce sottostanti, e il profumo di Orlanda lo avvolgeva, mentre si appoggiava a lui, e lui sentiva il suo calore, era felice di essere vivo, di non essere stato uno di quei soldati. “Il tuo Castle Tok sembra uscito da un film. Sei mai stata lì dentro?”

“No. Ma dicono che ci sono armature e segrete, che è una copia di un castello vero, in Francia. Il proprietario era il vecchio Sir Cha-sen Tok, Tok il costruttore. Era un multimilionario, che aveva fatto fortuna con lo stagno. Dicono che, quando aveva cinquant’anni, un indovino gli disse che doveva incominciare a costruire una ‘grande dimora’, altrimenti sarebbe morto. Perciò lui cominciò a costruire, e costruì una dozzina di grandi dimore, tre a Hong Kong, una presso Sha Tin, e molte in Malesia. Castle Tok fu l’ultimo che costruì. Aveva ottantanove anni, ma era sano e vegeto, e sembrava un uomo di mezza età. Ma dopo Castle Tok, si dice, ne ebbe abbastanza, e smise di costruire. Un mese dopo morì, e la profezia dell’indovino si avverò.”

“Stai inventando tutto, Orlanda!”

“Oh, no, Linc, non l’invento. Ma che cosa è vero e che cosa non lo è? Chi lo sa veramente, eh, tesoro?”

“Io so di essere pazzo di te.”

Avevano proseguito oltre Aberdeen, insieme, e lui le teneva la mano sulla spalla, e i capelli di lei gli sfioravano la mano. Di tanto in tanto, Orlanda indicava una casa, un luogo, e le ore passavano impercettibilmente, deliziosamente per entrambi. Adesso, mentre scendevano dal passo e uscivano dalle nubi, potevano vedere qusi tutta la città, sotto di loro. Le luci non erano ancora accese, anche se qua e là cominciavano a risplendere le enormi insegne al neon, lungo l’acqua.

Il traffico era intenso, e sulle ripide strade della montagna l’acqua scorreva ancora nei fossi, e c’erano mucchi di fango fresco e pietre e ciuffi di vegetazione. Orlanda guidava abilmente, senza correre rischi, e Bartlett si sentiva sicuro con lei, anche se viaggiare sul lato sinistro della strada gli faceva rizzare i capelli, nelle curve.

“Ma siamo sul lato giusto” disse lei. “Siete voialtri che viaggiate sul lato sbagliato!”

“Un accidente. Sono soltanto gli inglesi a viaggiare sulla sinistra. Tu sei americana come me, Orlanda.”

“Vorrei esserlo, Linc. Oh, come lo vorrei.”

“Lo sei. Parli come un’americana e ti vesti come un’americana.”

“Ah, ma so che cosa sono, tesoro.”

Bartlett si accontentava di guardarla. Non mi è mai piaciuto tanto guardare qualcuno, pensò. Né Casey, né nessun’altra in tutta la mia vita. Poi rammentò Biltzmann, e si augurò di poter strozzare quell’uomo.

Non ci pensare, vecchio mio, accantonalo con tutta la merda di questo mondo. Ecco che cos’è, Biltzmann… lui e Banastasio. Bartlett sentì un’altra fitta di disagio. Aveva ricevuto una telefonata, poco prima di pranzo, e frasi di scusa che in realtà erano un’altra minaccia.

“Spezziamo il pane insieme, eh, amico? Diavolo, Linc, è roba da matti che litighiamo, tu e io. Cosa ne diresti di mangiare una bistecca insieme, stasera. C’è un posto magnifico vicino a Nathan Road, il San Francisco.”

“No, grazie. Ho un appuntamento” aveva risposto freddamente lui. “Comunque, ieri hai detto quello che dovevi dire. Lasciamo stare, d’accordo? Ci vedremo all’assemblea annuale del consiglio d’amministrazione, se ci verrai.”

“Ehi, Linc, io sono il tuo vecchio amico. Ricordi che ti abbiamo aiutato, quando avevi bisogno di contanti. Non te li abbiamo dati, forse?”

“Certo, in cambio di azioni che sono state l’investimento migliore… l’investimento regolare migliore che abbiate mai fatto. Avete raddoppiato il vostro denaro in cinque anni.”

“Sicuro. Adesso vogliamo un po’ di potere decisionale, ed è soltanto giusto, non ti pare?”

“No. Dopo ieri, no. E i fucili?” aveva chiesto Bartlett, con un’ispirazione improvvisa.

C’era stato un breve silenzio. “Quali fucili?”

“Quelli a bordo del mio aereo. Gli M14 e le bombe a mano.”

“Questa per me è una novità, piccolo.”

“Io mi chiamo Linc, piccolo. Capito?”

Un altro silenzio. La voce aveva assunto un tono gracchiante. “Ho capito. A proposito del nostro accordo. Cambierai idea?”

“No. Assolutamente.”

“Né adesso né mai?”

“No.”

C’era stato un altro silenzio, e poi uno scatto, e il ronzio interminabile del telefono. Bartlett aveva chiamato subito Rosemont.

“Non si preoccupi, Linc. Banastasio è per noi un bersaglio privilegiato, e da queste parti l’aiuto non ci manca.”

“Si sa niente dei fucili?”

“Lei è scagionato. Le autorità di Hong Kong hanno revocato il sequestro. Domani verrà informato ufficialmente.”

“Hanno scoperto qualcosa?”

“No. L’abbiamo scoperto noi. Abbiamo controllato il suo hangar a Los Angeles. Uno dei guardiani notturni ricordava di aver visto due tizi che armeggiavano nel carrello del suo aereo. Non ci aveva fatto caso, prima che lo interrogassimo.”

“Gesù. Avete preso qualcuno?”

“No. Forse non li prenderemo mai. Non importa. Per quanto riguarda Banastasio, presto glielo toglieremo di torno. Non si preoccupi.”

Ora, ripensandoci, Bartlett si sentì di nuovo agghiacciare.

“Che hai, tesoro?” chiese Orlanda. “Cosa c’è?”

“Niente.”

“Dimmelo.”

“Stavo solo pensando che la paura è tremenda, e può distruggerti, se non stai attento.”

“Oh, sì, lo so, lo so benissimo.” Orlanda distolse gli occhi dalla strada per un secondo, sorrise esitante e gli posò la mano sul ginocchio. “Ma tu sei forte, tesoro. Tu non hai paura di niente.”

Lui rise. “Vorrei che fosse vero.”

“Oh, è vero. Lo so.” Lei rallentò per aggirare un mucchio di fanghiglia; in quel tratto la strada era più ripida, e l’acqua usciva ed entrava turbinando dai fossi. La macchina procedeva rasente al muraglione, quando lei svoltò in Kotewall Road e girò l’angolo per raggiungere Rose Court. Quando fu vicina, Bartlett trattenne il respiro mentre lei esitava un momento e poi superava con fermezza l’ingresso e svoltava nella rampa che portava al garage. “È l’ora del cocktail” disse Orlanda.

“Magnifico” disse lui con voce gutturale. Non la guardò. Quando la macchina si fermò, lui scese e andò ad aprirle la portiera. Lei chiuse a chiave la macchina e si diresse verso l’ascensore. Bartlett sentiva il sangue pulsargli alla gola.

Due fornitori cinesi che portavano vassoi carichi di canapés entrarono con loro e chiesero dell’appartamento dell’Asian Properties. “È al quinto piano” disse Orlanda, e quando i due furono usciti, Bartlett chiese: “Il palazzo è dell’Asian Properties?”

“Sì” disse lei. “E l’ha anche costruito.” Esitò. “Jason Plumm e Quillan sono buoni amici. Quillan è ancora proprietario dell’attico, anche se l’ha affittato, quando abbiamo rotto.”

Bartlett la cinse con un braccio. “Sono contento che l’abbiate fatto.”

“Anch’io.” Il sorriso di lei era tenero, i suoi occhi innocenti, commoventi. “Adesso sono contenta.”

Arrivarono all’ottavo piano, e Bartlett notò che le tremavano lievemente le dita, mentre infilava la chiave nella serratura. “Entra, Linc. Tè, caffè, birra o cocktail?” Orlanda si sfilò le scarpe e alzò il viso verso di lui. Il cuore gli batteva, i suoi sensi si tesero per scoprire se l’appartamento era vuoto. “Siamo soli” disse lei, semplicemente.

“Come sai quello che sto pensando?”

Lei scrollò leggermente le spalle. “Solo per certe cose.”

Bartlett le posò le mani sulla vita. “Orlanda…”

“Lo so, tesoro.”

La voce di lei era rauca e gli diede un brivido. Quando la baciò, le sue labbra risposero al bacio, e l’inguine era morbido, arrendevole. Passò le mani su di lei. Sentì i capezzoli irrigidirsi, il battito del cuore intenso quanto il suo. E poi le mani di lei gli lasciarono il collo, e il bacio divenne più intenso. Le mani di Orlanda non lo respinsero più, e ancora una volta gli cinsero il collo; il suo inguine era più vicino, adesso. Si staccarono, dopo il bacio, ma continuarono a tenersi stretti l’un l’altra.

“Ti amo, Linc.”

“Ti amo, Orlanda” rispose lui, e quell’improvvisa verità lo divorò. Si baciarono ancora, le mani di lei erano tenere ma forti, le mani di lui vagavano, lasciando una scia di fuoco. Per lui e per lei. Orlanda gli si appoggiò contro, come se le ginocchia le mancassero, e lui la sollevò agevolmente e la portò nella camera da letto. Le tende di velo che scendevano dal soffitto e circondavano il letto si muovevano dolcemente nella brezza fresca che entrava dalle finestre aperte.

La trapunta era soffice, imbottita di piumino.

“Sii gentile con me, tesoro” sussurrò lei con voce rauca. “Oh, come ti amo.”

Dalla poppa del Sea Witch, Casey salutò con un gesto Dunstan Barre, Plumm e Pugmire che erano scesi sul molo, a Hong Kong. Era pomeriggio inoltrato, e il cielo era ancora coperto. Il cruiser stava riattraversando il porto: le ragazze e Peter Marlowe erano già scesi a Kowloon, e Gornt aveva convinto Casey a restare a bordo per il resto del viaggio. “Devo tornare a Kowloon” aveva detto. “Ho un appuntamento al Nine Dragons. Mi tenga compagnia. Le dispiace?”

“Perché no?” aveva accettato allegramente lei. Non aveva fretta, c’era ancora tempo per cambiarsi per il cocktail al quale Plumm l’aveva invitata quel pomeriggio. Aveva deciso di rimandare la cena con Lando Mata alla settimana prossima.

Mentre ritornavano da Sha Tin, quel pomeriggio, lei aveva dormicchiato un po’, avvolta nei plaid per proteggersi dalla brezza, raggomitolata sui grandi, comodi cuscini che cingevano la poppa, mentre gli altri ospiti erano un po’ qui e un po’ là, e qualche volta Gornt era al timone, alto e forte, al comando della sua nave, e Peter Marlowe, solo su una sdraio, sonnecchiava a prua. Più tardi avevano preso il tè con i pasticcini, lui e Casey e Barre. E durante il tè erano comparsi Pugmire e Plumm, spettinati e soddisfatti, con le loro ragazze a rimorchio.

“Dormito bene?” aveva chiesto Gornt con un sorriso.

“Benissimo” aveva risposto Plumm.

Ci scommetto, aveva pensato Casey, guardando Plumm e la sua ragazza: era simpatica, con i grandi occhi scuri, snella, allegra, si chiamava Wei-wei e stava dietro a Plumm come la sua ombra.

Prima, quando lei e Gornt erano rimasti soli sul ponte, lui le aveva spiegato che nessuna era un’amichetta occasionale: erano tutte speciali.

“Qui tutti hanno l’amante?”

“Buon Dio, no. Ma, ecco, mi scusi, gli uomini e le donne invecchiano in modo diverso e dopo una certa età è difficile. Per essere franco, il sesso, l’amore e il matrimonio non sono la stessa cosa.”

“La fedeltà non esiste?”

“Certo. Assolutamente. Per una donna significa una cosa, per un uomo un’altra.”

Casey aveva sospirato. “È terribile. Terribile e ingiusto.”

“Sì. Ma soltanto se vuole che lo sia.”

“Non è giusto! Pensi ai milioni di donne che lavorano e sgobbano per tutta la vita, e si prendono cura del loro uomo, e puliscono e lustrano e oggi contribuiscono anche a mantenere i figli, e vengono messe in disparte solo perché sono vecchie.”

“Non può dare la colpa agli uomini. La società è fatta così.”

“E chi dirige la società? Gli uomini! Gesù, Quillan, deve ammettere che gli uomini sono i responsabili!”

“Ho già ammesso che è ingiusto, ma è ingiusto anche per gli uomini. E i milioni di uomini che si ammazzano di fatica per provvedere – che bella parola! – per provvedere il denaro che spendono gli altri, soprattutto le donne? Se ne renda conto, Ciranoush, gli uomini devono lavorare fino alla morte, per mantenere gli altri, e molto spesso, alla fine della loro vita, si ritrovano con una moglie bisbetica, insopportabile… pensi alla moglie di Pug, santo cielo! Potrei indicargliene cinquanta che sono grasse, brutte, e puzzano… letteralmente. Poi c’è l’altro grazioso trucco femminile delle donne che usano il sesso per intrappolare un uomo, si fanno mettere incinte per catturarlo, poi urlano e strillano per ottenere un divorzio redditizio. E Linc Bartlett, per esempio? Che razza di torchiata gli ha dato quella sua meravigliosa moglie, eh?”

“Sa anche questo?”

“Certo. Voi avete raccolto informazioni su di me, e io ho fatto altrettanto con voi. Le vostre leggi sul divorzio sono giuste? Il 50 per cento di tutto, e quel povero maschio americano deve andare in tribunale per decidere quale percentuale del suo 50 per cento può tenersi.”

“È vero che la moglie di Linc e il suo avvocato per poco non lo hanno mandato in miseria. Ma non tutte le mogli sono così. Per Dio, non siamo bestiame, e molte donne hanno bisogno di protezione. In tutto il mondo, le donne se la passano ancora molto male.”

“Non ho mai conosciuto una vera donna che se la passasse male” aveva detto Gornt. “Voglio dire una donna come lei o come Orlanda, che capisce il significato della femminilità.”

Le rivolse un gran sorriso. “Certo, deve dare a noi poveri diavoli quello che ci occorre per restare in buona salute.”

Lei aveva riso con lui, e aveva cercato di cambiare argomento… era troppo difficile da risolvere, adesso.

“Ah, Quillan, lei è uno di quelli cattivi, davvero.”

“Oh?”

“Sì.”

Gornt s’era voltato per scrutare il cielo, poi avanti. Casey l’aveva osservato: le era parso magnifico, mentre ondeggiava leggermente e il vento gli scompigliava il pelo sulle braccia forti, e il berretto da comandante era piantato saldamente sulla testa. Sono contenta che si fidi di me e mi consideri una donna, aveva pensato, cullata dal vino e dal pranzo e dal desiderio di lui. Da quando era salita a bordo l’aveva sentito, con intensità, e s’era chiesta ancora una volta come avrebbe dovuto comportarsi quando si sarebbe manifestato, inevitabilmente. Sara un sì o un no? O un forse? O magari la settimana prossima?

Ci sarà una settimana prossima?

“Cosa succederà domani, Quillan? In Borsa?”

“Domani sarà quel che sarà” aveva detto lui, investito dal vento.

“No. Sul serio.”

“Vincerò o non vincerò.” Gornt aveva alzato le spalle. “In ogni caso, sono coperto. Domani comprerò. Con un po’ di fortuna, lo avrò in pugno.”

“E poi?”

Lui aveva riso. “Ha qualche dubbio? Mi prenderò tutto quello che ha, compreso il palco all’ippodromo.”

“Ah, a quello ci tiene parecchio, no?”

“Oh, sì. Oh, sì, rappresenta la vittoria. Lui e i suoi antenati hanno sempre escluso me e i miei. Naturalmente lo voglio.”

Chissà se potrei concludere un accordo con Ian, aveva pensato lei, distrattamente. Chissà se potrei convincere il tai-pan a concedere a Quillan un palco, un palco suo, e ad aiutarlo a diventare commissario di gara. È assurdo che questi due si comportino come due tori in un negozio di porcellane… c’è spazio più che sufficiente per entrambi. Ian mi dovrà un favore, se Murtagh concluderà.

Il cuore le batté più forte; si chiese come fosse andata con Murtagh e la banca, e che cosa avrebbe fatto Quillan, se la risposta fosse stata affermativa.

E dov’è Linc? È con Orlanda, tra le sue braccia, a trascorrere il pomeriggio sognando?

Casey si raggomitolò a poppa e chiuse gli occhi. L’aria salmastra, il rombo dei motori e il movimento del cruiser sul mare la fecero addormentare. Fu un sonno senza sogni, come nel grembo materno, e pochi minuti dopo si svegliò ristorata. Gornt era seduto di fronte a lei, adesso, e la guardava. Erano di nuovo soli; il capitano cantonese era al timone.

“È carina quando dorme” disse Gornt.

“Grazie.” Casey si mosse, si appoggiò su un gomito. “È un uomo strano, Quillan. Un po’ diavolo e un po’ principe, compassionevole per un minuto, e un momento dopo spietato. Quel che ha fatto per Peter è stato meraviglioso.”

Gornt si limitò a sorridere e ad attendere, con una strana, piacevole sfida negli occhi.

“Linc è… credo che Linc sia cotto di Orlanda” disse Casey senza riflettere, e vide un’ombra passare sul volto di Gornt.

“Oh?”

“Sì.” Lei attese, ma lui non disse nulla, continuò a osservarla. Spinta dal silenzio, Casey soggiunse involontariamente: “Credo che Orlanda sia cotta di lui.” Di nuovo un lungo silenzio. “Quillan, fa parte di un piano?”

Lui rise sommessamente, e Casey sentì la sua forza. “Ah, Ciranoush, com’è strana. Io non…”

“Le dispiace chiamarmi Casey? Per favore. Ciranoush non va bene.”

“Ma Casey non mi piace. Posso chiamarla Kamalian?”

“Casey.”

“E se facessimo Ciranoush oggi, Casey domani, Kamalian per la cena di martedì. Quando concluderemo l’accordo. Eh?”

Le difese di Casey scattarono istintivamente. “Questo spetta a Linc deciderlo.”

“Non è lei il tai-pan della Par-Con?”

“No. Non lo sarò mai.”

Gornt rise, poi disse: “Allora facciamo Ciranoush oggi, Casey domani e al diavolo martedì?”

“D’accordo” disse lei, con calore.

“Bene. Ora, in quanto a Orlanda e Linc” disse Gornt, in tono gentile, “è una faccenda che riguarda loro, e io non discuto mai gli affari degli altri con terze persone, neppure con una signora. Mai. Non rientra nelle regole del gioco. Se mi sta chiedendo se ho tramato un complotto subdolo, se ho usato Orlanda contro Linc o contro di lei e la Par-Con, è ridicolo.” Gornt sorrise di nuovo. “Ho sempre notato che sono le donne a manovrare gli uomini, non viceversa.”

“Illuso!”

“Una domanda ne merita un’altra: lei e Linc siete amanti?”

“No. Non nel senso tradizionale. Ma sì, io lo amo.”

“Ah, allora vi sposerete?”

“Forse.” Casey si mosse di nuovo e vide gli occhi di Gornt che la scrutavano. Si strinse addosso il plaid, e il cuore le batteva forte: sentiva Gornt come sapeva che lui la sentiva. “Ma io non discuto i miei affari sentimentali con un altro uomo” disse con un sorriso. “Neppure questo rientra nelle regole del gioco.”

Gornt tese la mano e la toccò, leggermente. “Sono d’accordo, Ciranoush.”

Il Sea Witch entrò nel porto: Kowloon era davanti a loro. Casey si sollevò a sedere e si voltò a guardare l’isola e il Peak, quasi completamente avvolto dalle nubi. “È bellissimo.”

“La costa meridionale di Hong Kong è magnifica, a Shek-O, Repulse Bay. Ho una casa a Shek-O. Vuole visitare la barca, adesso?”

“Sì, con piacere.”

Prima Gornt la condusse a prua. Le cabine erano in ordine, non c’era segno che fossero state usate. Ognuna aveva la doccia e la toeletta. C’era una saletta in comune per tutte. “Al momento godiamo di grande popolarità presso le signore, perché possono far la doccia quanto vogliono. La penuria d’acqua ha i suoi vantaggi.”

“Non lo metto in dubbio” disse Casey, trascinata dalla giovialità di Gornt.

A poppa, separata dal resto del cruiser, c’era la cabina padronale. Un grande letto matrimoniale. Lindo, in ordine, invitante.

Il cuore le martellava forte, e quando Gornt chiuse con disinvoltura la porta della cabina e le mise una mano sulla vita, lei non indietreggiò. Lui si fece più vicino. Casey non aveva mai baciato un uomo con la barba. Il corpo di Gornt era duro, contro il suo, piacevole, e sentiva il proprio respiro accelerare, le labbra di lui decise, odorose di sigaro. Qualcosa dentro di lei mormorava: lasciati andare; e qualcosa mormorava: no, non farlo. Ma tutto il suo essere si sentiva sensuale tra le braccia di Gornt, ed era troppo piacevole.

E Linc?

L’interrogativo le saettò nella mente come non era mai avvenuto; e all’improvviso i suoi pensieri si schiarirono e, trascinata dalla sensualità di Gornt, Casey comprese per la prima volta, con lucidità assoluta, che era Linc che voleva, e non la Par-Con o il potere, se la scelta doveva essere quella. Sì, è Linc, è soltanto Linc, e questa notte annullerò il nostro patto. Questa notte mi offrirò di annullarlo.

“Non è il momento” mormorò, con voce gutturale.

“Cosa?”

“No, non adesso. Non possiamo, mi dispiace.” Si alzò in punta di piedi e lo baciò lievemente sulle labbra, parlando tra un bacio e l’altro. “Adesso no, mio caro, mi dispiace ma non possiamo. Non adesso. Martedì, forse martedì.”

Gornt la scostò, e Casey vide gli occhi scuri che la scrutavano. Sostenne quello sguardo finché poté, e poi gli nascose la testa contro il petto e lo tenne stretto teneramente, godendosi ancora quella vicinanza, certa di essere al sicuro, ormai, certa che lui fosse convinto. C’è mancato poco, pensò stancamente. Si sentiva le ginocchia deboli, e tutto il suo essere palpitava. Stavo per lasciarmi andare, e non sarebbe stato un bene, per me, per Linc e per lui.

Per lui sarebbe stato un bene, pensò, stranamente.

Il cuore le batteva forte mentre restava appoggiata a Gornt, attendendo, riprendendosi, sicura che tra un momento – con il calore e la gentilezza e la promessa per la settimana prossima – lui avrebbe detto: “Torniamo sul ponte.”

Poi all’improvviso sentì le braccia stringersi intorno a lei e, prima di rendersi conto di quel che succedeva, si trovò sul letto, e i baci di lui erano pressanti, le mani ansiose. Cominciò a resistere, ma lui le afferrò le mani, da esperto, la tenne distesa, sdraiato sopra di lei, inchiodandola, bloccandola. La baciò a lungo, e la sua passione si mescolò alla furia e alla paura e al bisogno di Casey. Per quanto lottasse, lei non riusciva a muoversi.

Il calore dell’abbraccio divenne più intenso. Dopo un momento, Gornt cambiò la presa. Immediatamente, lei passò all’attacco, decisa a lottare seriamente anche se avrebbe voluto che continuasse così. Di nuovo, la stretta sulle sue mani si contrasse. Casey si sentiva sommersa, e avrebbe voluto essere sopraffatta e non l’avrebbe voluto, e la passione di lui era forte, l’inguine duro, il letto soffice. E poi, improvvisamente come aveva incominciato, Gornt la lasciò andare e rotolò via, ridendo.

“Beviamo qualcosa!” disse, senza rancore.

Casey ansimava, cercando di riprendere fiato. “Bastardo!”

“Per la verità non lo sono. Sono figlio legittimo.” Gornt si puntellò su un gomito, socchiudendo gli occhi. “Ma tu, Ciranoush, sei una bugiarda.”

“Vai all’inferno!”

La voce di Gornt era tranquilla, gioviale. “Ci andrò, abbastanza presto. Lungi da me l’idea di chiedere a una signora di provarmelo.”

Casey si avventò, cercando di graffiargli la faccia, furiosa perché lui era così controllato quando lei non lo era. Lui le prese le mani, senza fatica, la tenne stretta. “Buona, buona” disse, ancora più giovialmente. “Calmati, Ciranoush. Ricordati, siamo maggiorenni tutti e due. Ti ho già vista seminuda, e se davvero avessi voluto violentarti, credo che non avrei avuto molte difficoltà. Potresti urlare quanto vuoi, e il mio equipaggio non sentirebbe niente.”

“Sei uno schifos…”

“Basta!” Gornt continuò a sorridere, ma lei tacque, intuendo il pericolo. “Non l’ho fatto per spaventarti, soltanto per divertirti” disse lui, gentilmente. “Uno scherzo, nient’altro. Davvero.” La lasciò, e lei balzò dal letto, ansimando ancora.

Incollerita, andò allo specchio e si riassestò i capelli, poi vide l’immagine riflessa di lui, ancora sdraiato tranquillamente sul letto a guardarla, e si voltò di scatto. “Sei un bastardo!”

Gornt proruppe in una risata fragorosa, contagiosa, e di colpo, rendendosi conto dell’assurdità, anche lei scoppiò a ridere. Dopo un momento, ridevano entrambi, lui disteso sul letto, Casey appoggiata al cassettone.

Sul ponte, da buoni amici, bevvero un po’ dello champagne già stappato nel secchiello d’argento: lo steward taciturno e ossequioso li servì e poi se ne andò.

Al molo di Kowloon, Casey lo baciò di nuovo. “Grazie per la gita. Martedì, se non prima!” Scese a riva e salutò a lungo con la mano, poi tornò in fretta all’albergo.

Anche Wu dagli Occhiali stava tornando in fretta a casa. Era stanco, ansioso e preoccupato. La strada che saliva nel labirinto di catapecchie e di tuguri nell’area di reinsediamento, sopra Aberdeen, era difficile, sdrucciolevole e pericolosa; c’erano fango e caos dovunque, e lui ansimava per la salita. L’acqua, nello scolmatore di cemento, era straripata molte volte in diversi punti, e aveva spazzato via le costruzioni, causando altri disastri. Il fumo aleggiava su molti edifici sfasciati; alcuni bruciavano ancora, per gli incendi che si erano diffusi in fretta, fin da quando erano cominciati gli smottamenti. Wu dagli Occhiali girò intorno alla frana profonda dove due giorni prima la quinta nipote aveva rischiato di morire; cento e più tuguri erano stati sfasciati da altri smottamenti nella stessa zona.

La botteguccia dei dolciumi era scomparsa, insieme alla vecchia. “Dov’è?” chiese.

L’uomo che frugava alzò le spalle e continuò a cercare fra i rottami, in cerca di un buon pezzo di legno, di un cartone, d’una lamiera ondulata.

“Com’è, più in alto?” chiese Wu dagli Occhiali.

“Come più in basso” rispose l’uomo, in cantonese faticoso. “Un po’ bene, un po’ male.”

Wu lo ringraziò. Era scalzo; portava le scarpe in mano per non rovinarle; lasciò lo scolmatore e passò sopra le macerie per ritrovare il sentiero che saliva tortuosamente. Da quel punto non poteva vedere la sua zona, anche se sembrava che non ci fossero frane. Armstrong lo aveva autorizzato ad andare a casa per accertarsi, quando il giornale radio aveva segnalato altre grosse frane in quella parte dell’area di reinsediamento. “Ma torna al più presto possibile. C’è un altro interrogatorio in programma per le sette.”

“Oh, sì, tornerò” aveva mormorato Wu.

Le sedute erano state faticose, ma per lui erano andate bene; aveva ricevuto molti elogi da Armstrong e dal capo dell’SI, e adesso il suo posto nell’SI era assicurato, e il trasferimento e l’inizio dell’addestramento erano fissati per la settimana prossima. Lui aveva dormito poco, un po’ perché gli orari delle sedute non avevano alcun rapporto con il giorno e la notte, un po’ perché era ossessionato dal desiderio di farcela. Il soggetto passava dall’inglese al dialetto di Ning-tok al cantonese e poi ricominciava, ed era difficile seguire tutte quelle divagazioni. Solo quando le sue dita toccavano il meraviglioso rotolo di banconote che aveva in tasca, le vincite alle corse, un senso di leggerezza lo pervadeva e lo aiutava a superare le ore difficili. Lo toccò di nuovo, per rassicurarsi, benedicendo la sua sorte, mentre saliva lo stretto sentiero, che a volte diventava un ponticello malfermo su piccoli baratri e continuava a salire. C’era gente che scendeva, e altra gente che saliva, e dovunque c’era il rumore dei martelli, della ricostruzione, su tutto il fianco della montagna.

La sua zona era un centinaio di metri più avanti, oltre l’angolo, e Wu dagli Occhiali lo superò e si fermò. La sua zona non esisteva più: c’era solo una cicatrice profonda nella terra, e la valanga di fango e di macerie era sessanta metri più in basso. Delle centinaia di abitazioni non ne era rimasta neppure una.

Wu continuò a salire, stordito, aggirando lo smottamento, e andò al tugurio più vicino, bussò alla porta. Una vecchia aprì, sospettosa.

“Mi scusi, onorevole signora, io sono il figlio di Wu Cho-tam di Ning-tok…”

La donna, Yang Un Dente, lo fissò senza comprendere, poi cominciò a parlare, ma Wu non capiva quella lingua; la ringraziò e se ne andò, ricordando che quella era una delle zone occupate dagli Yang, alcuni dei forestieri del nord, venuti da Sciangai.

Vicino alla parte più alta della frana, si fermò e bussò a un’altra porta.

“Mi scusi, onorevole signore, che cos’è successo? Sono il figlio di Wu Cho-tam di Ning-tok e la mia famiglia abitava là.” Wu additò lo smottamento.

“È successo durante la notte, onorevole Wu” rispose l’uomo, parlando un dialetto cantonese che lui capiva. “Sembrava che passasse il vecchio direttissimo di Canton, e poi c’è stato un rombo nella terra, e poi le grida, ed è scoppiato qualche incendio. Era successo lo stesso l’anno scorso, proprio là. Ah, sì, sono scoppiati gli incendi, ma la pioggia li ha spenti. Dew neh loh moh, ma è stata una notte terribile.” Il vicino era un vecchio sdentato, con la bocca contratta in una smorfia. “Benedetti tutti gli dei perché lei non dormiva qui, heya?” E richiuse la porta.

Wu si voltò a guardare la frana, poi cominciò a ridiscendere la collina. Finalmente trovò uno dei vecchi della sua zona, che veniva anche lui da Ning-tok.

“Ah, Wu dagli Occhiali, Wu il Poliziotto! Parecchi della tua famiglia sono là.” Il vecchio indicò con il dito nodoso. “Là, nella casa di tuo cugino, Wu Wam-pak.”

“Quanti sono morti, onorevole signore?”

“Fottuti tutti gli smottamenti, come posso saperlo? Sono forse il custode di questa montagna? Ci sono dozzine di dispersi.”

Wu dagli Occhiali lo ringraziò. Quando arrivò alla catapecchia, c’erano il nono zio, la nonna, la moglie del sesto zio e i suoi quattro figli, la moglie del terzo zio e il piccino. Il quinto zio aveva un braccio fratturato e steccato in modo rudimentale.

“E gli altri?” chiese Wu dagli Occhiali. Il settimo zio non c’era.

“Sottoterra” disse la nonna. “Ecco il tè, Wu dagli Occhiali.”

“Grazie, onorevole nonna. E il nonno?”

“È andato al Vuoto prima della frana. È andato al Vuoto durante la notte, prima della frana.”

“Il fato. E la quinta nipote?”

“Andata. Sparita, chissà dove.”

“Potrebbe essere ancora viva?”

“Forse. Il sesto zio la sta cercando, insieme agli altri, anche se è una bocca inutile. Ma i miei figli, e i loro figli, e i figli dei loro figli?”

“La malasorte” disse tristemente Wu: non maledisse gli dei e non li benedisse. Anche gli dei commettono errori. “Accenderemo bastoncini per loro, perché possano rinascere bene, se c’è la rinascita.” Wu dagli Occhiali sedette su una cassa rotta. “Nono zio, la nostra fabbrica? È stata danneggiata?”

“No, grazie a tutti gli dei.” L’uomo era stordito. Aveva perduto la moglie e tre figli, ed era uscito chissà come dal mare di fango che li aveva ingoiati tutti. “La fabbrica è illesa.”

“Bene.” Là c’erano tutti i giornali e il materiale di ricerca per il Freedom Fighter… insieme alla vecchia macchina da scrivere e al vecchissimo ciclostile Gestetner. “Molto bene. Ora, quinto zio, domani comprerai una macchina per modellare la plastica. D’ora in poi produrremo noi i nostri fiori. Il sesto zio ti aiuterà, e ricominceremo daccapo.”

L’uomo sputò, disgustato. “E come potremo pagare, eh? Come potremo cominciare? Come…” S’interruppe e sgranò gli occhi. Tutti lanciarono esclamazioni di stupore. Wu dagli Occhiali aveva estratto il rotolo di biglietti di banca. “Ayeeyah, onorevole fratello minore, vedo che finalmente hai compreso che è saggio unirsi al Serpente!”

“Com’è saggio!” esclamarono gli altri in coro, orgogliosi. “Tutti gli dei benedicano il fratello minore!”

Wu dagli Occhiali non disse nulla. Sapeva che non gli avrebbero creduto se avesse detto che le cose stavano diversamente, quindi li lasciò nella loro convinzione. “Domani incomincia a cercare una buona macchina di seconda mano. Potrai pagare solo 900 dollari” disse allo zio, sapendo che se fosse stato necessario avrebbe potuto disporre di 1500 dollari. Poi uscì e si accordò con il cugino, proprietario di quella catapecchia, per affittarne un angolo fino a quando avrebbero potuto ricostruire; e mercanteggiò sul prezzo fino a quando ne ottenne uno equo. Convinto di aver fatto tutto quel che poteva fare per il clan dei Wu, li lasciò e ridiscese la collina per tornare al comando. Il suo cuore piangeva, tutta la sua anima avrebbe voluto inveire contro l’ingiustizia o l’indifferenza degli dei, che avevano portato via tanti dei suoi, avevano portato via la quinta nipote che soltanto un paio di giorni prima si era salvata da un’altra frana.

Non fare lo sciocco, s’impose. La sorte è la sorte. Hai una ricchezza in tasca, un gran futuro nell’SI, il Freedom Fighter da confezionare, e il momento di morire spetta agli dei deciderlo.

Povera quinta nipote. Così graziosa, così dolce.

“Gli dei sono gli dei” mormorò stancamente, ripetendo le ultime parole che ricordava di aver sentito pronunciare dalla bambina, e poi non pensò più a lei.