Ore 19,30
Tre piani più sotto, sull’altro lato dell’edificio, verso la montagna, Wu Quattro Dita stava guardando la TV. Era nell’appar.tarnento di Venus Poon, seduto di fronte al televisore, senza scarpe, con la cravatta allentata. La vecchia amah era su una sedia accanto a lui, e sghignazzavano entrambi delle scenette di Stanlio e Ollio.
“Iiiiih, adesso il grassone si impiglierà con il fottuto piede nell’impalcatura” ridacchiò Wu Quattro Dita. “E il… ”
“E il magro gli darà una botta con l’asse! Iiiiih!”
Risero entrambi della scena che avevano visto cento volte alla televisione. Poi il film terminò e Venus Poon riapparve per annunciare il prossimo programma, e Wu Quattro Dita sospirò. Lei lo fissava dallo schermo e lui – come tutti gli altri telespettatori maschi – era sicuro che quel sorriso fosse per lui soltanto, e sebbene non comprendesse l’inglese di Venus Poon, comprendeva benissimo lei. Teneva gli occhi incollati ai seni che l’avevano affascinato per ore quando li aveva esaminati attentamente, senza vedere o sentire le tracce dell’intervento di chirurgia estetica di cui mormorava tutta Hong Kong.
“Attesto che le tue tette sono impeccabili, e certamente le più grosse e le più belle che abbia mai toccato” aveva dichiarato con aria d’importanza l’altra notte.
“Lo dici soltanto per compiacere la tua povera figlia ridotta in miseria, oh, oh, oh!”
“Ridotta in miseria? Ah? Il banchiere Kwang non ti ha regalato ieri quella miserabile pelliccia? E ho saputo che hai aggiunto altri 1000 dollari al suo assegno mensile! E io, non ti ho dato il cavallo vincente della prima e della terza corsa e il piazzato della quinta! Ti hanno reso 30.000 dollari, meno il 15 per cento per il mio informatore… con uno sforzo minore di quello che faccio io per spetezzare!”
“Puah! Non vale neppure la pena di parlare di quei 25.800 dollari di Hong Kong, devo pagarmi il guardaroba, un abito nuovo ogni giorno! Il mio pubblico lo esige, devo pensare al mio pubblico.”
Avevano discusso a lungo fino a che, sentendo avvicinarsi il momento della verità, lui le aveva chiesto di muovere più vigorosamente le natiche. E lei l’aveva accontentato con tanto entusiasmo da lasciarlo svuotato. Quando, alla fine, lui aveva miracolosamente recuperato il suo spirito dal Vuoto, aveva balbettato: “Ayeeyah, sgualdrinella, se puoi farcela ancora una volta ti regalerò un anello con un diamante la… no, no, non adesso per tutti gli dei! Sono un Dio? Non adesso, Boccuccia Dolce, no, non adesso e non domani ma dopodomani…”
E adesso era dopodomani. Euforico per l’attesa, Wu Quattro Dita la guardava alla televisione, tutta sorrisi e fossette mentre augurava la buonanotte e incominciava il nuovo programma. Quella sera Venus Poon finiva presto il turno, e lui quasi la vedeva uscire precipitosamente dalla stazione della TV e accorrere alla Rolls che la aspettava; era sicuro che lei era altrettanto impaziente. Aveva mandato Paul Choy ad accompagnarla alla TV, quella sera, perché parlasse in inglese con lei e la facesse arrivare sana e salva e la riportasse indietro presto. E poi, dopo il loro nuovo exploit, la Rolls li avrebbe portati al ristorante barbaro, nell’albergo barbaro, con quell’immondo vitto barbaro e quegli odori terribili, ma era uno dei posti dove andavano tutti i tai-pan, e tutte le persone civili importanti ci andavano con le mogli – e quando le mogli erano occupate, con le loro puttane – e così lui avrebbe potuto sfoggiare la sua amante e mostrare a tutta Hong Kong quanto era ricco, e lei avrebbe potuto mettere in mostra l’anello con il diamante.
“Ayeeyah” ridacchiò rumorosamente.
“Eh, onorevole signore?” chiese insospettita l’amah. “Cosa c’è che non va?”
“Niente, niente. Per favore, dammi un po’ di brandy.”
“Alla mia padrona l’odore del brandy non piace!”
“Vecchia, dammi il brandy. Sono uno sciocco? Sono un barbaro venuto dalle Province Esterne? Naturalmente ho le fragranti foglie di tè da masticare prima dell’assalto. Brandy!”
L’amah se ne andò brontolando, ma lui non se la prese… stava solo cercando di proteggere gli interessi della sua padrona, e questo era giusto.
Toccò con le dita la scatoletta che aveva in tasca. Aveva acquistato l’anello quella mattina, all’ingrosso, da un primo cugino che gli doveva un favore. La pietra valeva almeno 48.000 dollari, anche se l’aveva pagata meno della metà; era una pietra biancazzurra e perfetta, di buona caratura.
Un altro assalto come l’ultimo e ne varrà la pena, pensò Wu Quattro Dita, estatico ma un po’ inquieto. Oh, sì. Iiih, l’ultima volta credevo che il mio spirito fosse andato davvero per sempre nel Vuoto, portato via dagli dei al culmine della vita! Iiih, come sarei fortunato ad andarmene in quel preciso momento! Sì, ma è ancora più meraviglioso ritornare per espugnare ancora la Porta di Giada, tante e tante volte!
Rise, rumorosamente, sfidando gli dei, soddisfattissimo. Quella era stata una giornata eccellente per lui. S’era incontrato in segreto con Yuen il Contrabbandiere e Lee Polvere Bianca, e lo avevano eletto capo della loro nuova Confraternita, il che era giusto, pensò. Non era stato lui a fornire il collegamento con il mercato, tramite il diavolo straniero Ban… o come si chiamava, perché aveva prestato denaro al figlio numero uno di Chen che, in cambio di quei favori, gli aveva proposto di entrare nell’affare dell’oppio, anche se poi era stato così stupido da farsi sequestrare e assassinare? Oh, sì! E non si sarebbe incontrato la settimana prossima con lo stesso diavolo straniero a Macao, per organizzare il finanziamento, i pagamenti, per mettere in moto tutta l’enorme operazione? Naturalmente doveva essere lui la Tigre Suprema, naturalmente doveva avere il profitto più cospicuo. Con la loro esperienza – e le tecniche moderne di Choy il Redditizio – avrebbe potuto rivoluzionare il contrabbando dell’oppio a Hong Kong, e poi rivoluzionare la trasformazione della droga grezza nelle Polveri Bianche, immensamente redditizie, e infine avrebbe avuto i mezzi per esportarle in tutti i mercati del mondo. Adesso che Paul Choy era già entrato nel dipartimento navi e aerei della Seconda Grande Compagnia, e due nipoti di Yuen, che avevano studiato anche loro in America, lavoravano alla dogana… e altri quattro parenti di Lee Polvere Bianca, che avevano studiato nelle università inglesi, erano piazzati al servizio merci della Nobil Casa al Kai Tak e alla divisione carico e scarico dell’All Asia Air, le importazioni e le esportazioni sarebbero state più sicure, più facili e più convenienti.
Avevano discusso per decidere chi dovessero cooptare nella polizia, in particolare nella polizia marittima.
“Non un barbaro, non uno di quei fornicatori” aveva detto accalorandosi Lee Polvere Bianca. “Non ci appoggeranno mai, quelli. Mai, con le droghe. Dobbiamo servirci soltanto dei Draghi.”
“D’accordo. Tutti i Draghi sono stati contattati, e collaboreranno tutti. Tutti, tranne Tang-po di Kowloon.”
“Abbiamo bisogno di Kowloon, lui ha un grado elevato, e la polizia marittima ha la base là. Temporeggia perché vuole un’offerta migliore? Oppure è contro di noi?”
“Non lo so. Per il momento.” Wu Quattro Dita aveva scrollato le spalle. “Toccherà al Drago Supremo risolvere la questione di Tang-po. Il Drago Supremo ha accettato, quindi è fatta.”
Sì, pensò Quattro Dita, sono stato furbo a farmi eleggere Tigre Suprema, e sono stato furbo anche con Choy il Redditizio, per quel che riguarda il mio denaro. Non ho lasciato a quel giovane fornicatore la disponibilità del mio patrimonio perché ci giocasse, come pensava lui. Oh, no! Non sono tanto sciocco! Gli ho dato soltanto 2 milioni e gli ho promesso il 17 per cento di tutti i profitti… vediamo cosa potrà fare. Sì. Vediamo che cosa potrà fare!
Con il cuore che gli batteva più forte, il vecchio si grattò. Scommetto che quel furbo giovanotto triplicherà la somma in una settimana, si disse allegramente, per nulla impressionato… il diamante è già stato pagato grazie all’astuzia di mio figlio, con il primo guadagno in Borsa, e un anno di assegni per Venus Poon già stanziato sullo stesso profitto, e non c’è bisogno di toccare neppure una monetina del mio capitale! Iiiih! E i piani astuti ideati da Choy il Redditizio! Come quello per trattare con il tai-pan, domani, quando ci incontreremo.
Ansiosamente, alzò le dita e toccò la mezza moneta appesa al cinghiolo, sotto la camicia: una moneta come quella che il suo illustre antenato Wu Fang Choi aveva usato per chiedere un clipper in grado di rivaleggiare con i più belli della flotta di Dirk Struan. Ma Wu Fang Choi, pensò cupamente, era stato uno sciocco… non aveva chiesto il libero transito per la nave, come parte del favore, e perciò era stato battuto in astuzia dal Diavolo dagli Occhi Verdi, il tai-pan.
Sì, per tutti gli dei, fu colpa di Wu Fang Choi, se perse. Ma non perse tutto. Diede la caccia al gobbo, Stride Orlov, che comandava le navi della Nobil Casa per conto di Culum il Debole. I suoi uomini sorpresero Orlov a terra, a Singapore, e lo portarono in catene a Formosa, dove era la sua base, E là lo legarono a un palo, e lo fecero annegare lentamente con l’alta marea.
Io non sarò sciocco come Wu Fang Choi. No. Farò in modo che la mia richiesta a questo tai-pan non lasci scappatoie.
Domani, il tai-pan accetterà di mettere a disposizione le sue navi per i miei carichi… in segreto, naturalmente; accetterà di aprire alcuni conti della Nobil Casa in modo che io possa mimetizzarmi… in segreto, naturalmente, anche se ci guadagnerà parecchio; accetterà, sempre in segreto, di finanziare insieme a me il grande, nuovo stabilimento farmaceutico che, oh ko, come dice Choy il Redditizio sarà l’ideale cortina fumogena perfettamente legale per proteggere per sempre me e i miei; e infine, il tai-pan intercederà presso quel mezzosangue, Lando Mata, e sceglierà il mio nome e il sindacato proposto da me per sostituire il sindacato dell’oro e del gioco d’azzardo di Macao che appartiene a Tung Pugnostretto e ai Chin, e lui, il tai-pan, s’impegnerà a farne parte.
Wu Quattro Dita era in estasi. Il tai-pan dovrà concedere tutto. Tutto. E tutto rientra nelle sue disponibilità.
“Ecco il brandy.”
Wu Quattro Dita prese il bicchiere che l’amah gli porgeva e sorseggiò, sognante, con gioia immensa. Tutti gli dei siano testimoni: per settantasei anni io, Wu Quattro Dita, Capo dei Wu del Mare, ho vissuto la mia vita in pieno, e se voi, o dei, prenderete il mio spirito durante le Nubi e la Pioggia, canterò le vostre lodi in cielo per sempre… se il cielo esiste. E se no…
Il vecchio alzò le spalle, sorrise raggiante e inarcò le dita dei piedi. Sbadigliò e chiuse gli occhi, soddisfatto, al calduccio. Gli dei sono gli dei, e gli dei dormono e commettono errori, ma sicuro come il fatto che verranno le grandi tempeste quest’anno e l’anno prossimo, questa notte la sgualdrinella si guadagnerà il suo diamante. E adesso come andrà? si chiese, addormentandosi.
Il tassy si fermò davanti all’atrio. Suslev scese, barcollando come un ubriaco e poi, sempre ondeggiando un po’, scavalcò il rigagnolo turbinante d’acqua piovana ed entrò.
C’era parecchia gente che chiacchierava e attendeva davanti all’ascensore. Suslev riconobbe tra gli altri Casey e Jacques deVille. Ruttando, raggiunse le scale e scese al piano inferiore, attraversò il garage e bussò alla porta di Clinker.
“Salve, amico” disse Clinker.
“Tovarišč!” Suslev l’abbracciò.
“La vodka è pronta! La birra è pronta. Mabel, saluta il comandante!” Il vecchio bulldog insonnolito aprì un occhio, sbatté le mascelle e scorreggiò rumorosamente.
Clinker sospirò e chiuse la porta. “Povera vecchia Mabel! Vorrei proprio che non lo facesse, c’è una puzza, qui! Ecco!” Porse a Suslev un bicchier d’acqua, strizzando l’occhio. “È la tua vodka preferita, vecchio mio. Sessanta gradi.”
Suslev strizzò l’occhio a sua volta e bevve rumorosamente l’acqua. “Grazie, vecchio compagno, un altro, e partirò felice da questo paradiso capitalista!”
“Un altro” sghignazzò Clinker, continuando la finzione, “e scivolerai fuori dal porto di Hong Kong in ginocchio!” Riempì di nuovo il bicchiere. “Quanto ti fermerai, questa sera?”
“Solo per bere qualche bicchiere con te, eh? Purché me ne vada per le dieci, tutto bene. Alla salute!” tuonò, con forzata bonomia. “Sentiamo un po’ di musica, eh?”
Clinker accese il registratore, al massimo volume. La mesta ballata russa riempì la stanza.
Suslev accostò le labbra all’orecchio di Clinker. “Grazie, Ernie. Tornerò presto.”
“Bene.” Clinker strizzò l’occhio; credeva ancora che Suslev avesse una relazione con una donna sposata che abitava alle Sinclair Towers. “Chi è, eh?” Non l’aveva mai chiesto, prima.
“Niente nomi” bisbigliò Suslev con un gran sorriso. “Ma suo marito è un nobile, un porco capitalista e fa parte della legislatura!”
Clinker era raggiante. “Favoloso! Dagliene uno anche per me, eh?”
Suslev scese dalla botola e trovò la lampada tascabile. L’acqua sgocciolava dalla volta screpolata della galleria, e le crepe erano più grandi. Piccole valanghe di detriti rendevano il fondo sdrucciolevole e infido. Il suo nervosismo crebbe; non gli piaceva sentirsi rinchiuso, non gli andava di dover incontrare Crosse, e avrebbe voluto essere lontano, al sicuro sulla sua nave, con un alibi perfetto per il momento in cui Dunross sarebbe stato drogato e sequestrato. Ma Crosse era stato inflessibile.
“Maledizione, Gregor, ci devi andare! Devo vederti di persona, e non posso certo salire a bordo dell’Ivanov. È assolutamente sicuro, te lo garantisco!”
Me lo garantisce? pensò di nuovo Suslev, irritato. Come si può garantire qualcosa? Estrasse l’automatica con il silenziatore, la controllò e tolse la sicura. Poi proseguì, muovendosi con prudenza, e salì la scaletta che portava al falso ripostiglio. Quando fu sulle scale si fermò, in ascolto, trattenendo il respiro, cercando gli eventuali segni di pericolo. Non trovandone cominciò a respirare più tranquillo; salì le scale senza far rumore ed entrò nell’appartamento. La luce del grattacielo poco più in basso e della città entrava dalle finestre e illuminava tutto, permettendogli di vedere con una certa chiarezza. Controllò meticolosamente l’appartamento. Quando ebbe terminato, andò al frigorifero e aprì una bottiglia di birra. Guardò dalle finestre, distrattamente. Da lì non poteva vedere la sua nave, ma sapeva dov’era, e quel pensiero lo tranquillizzava. Sarò ben felice di andarmene, pensò. E mi dispiacerà. Voglio tornare. Hong Kong mi piace troppo… ma potrò?
E Sinders? Posso fidarmi di lui?
Il cuore gli doleva. Senza dubbio, il suo futuro era in bilico. Sarebbe stato facile, per quelli del KGB, provare che lui aveva denunciato Metkin. Il Centro avrebbe potuto saperlo da Roger Crosse con una semplice telefonata… se già quelli non erano arrivati da soli alla stessa conclusione.
All’inferno Sinders! So che mi sistemerà… io lo farei, al suo posto. Roger saprà il patto segreto che mi ha proposto Sinders? No. Sinders lo terrà segreto, anche a Roger. Non importa. Se passerò qualunque cosa al nemico sarò in suo potere per sempre.
I minuti trascorsero. Poi si sentì l’ascensore. Suslev si piazzò subito in una posizione difensiva. Tolse la sicura della pistola: una chiave girò nella serratura. La porta si aprì, si richiuse.
“Salve, Gregor” disse sottovoce Crosse. “Vorrei che non mi puntassi contro quel maledetto arnese.”
Suslev rimise la sicura. “Cosa c’è di tanto importante? E quello stronzo di Sinders? Che cos’ha…”
“Calmati e ascolta.” Crosse estrasse un rullino di microfilm. I suoi occhi celesti erano stranamente eccitati. “È un regalo. Costa parecchio, ma qui ci sono tutti i dossier autentici di Grant.”
“Eh?” Suslev lo fissò. “Ma come?” Ascoltò mentre Crosse gli riferiva quel che era accaduto nei sotterranei della banca e concludeva: “E dopo che Dunross se ne è andato ho fotografato i dossier e li ho rimessi a posto.”
“Il film è sviluppato?”
“Sì. Ho fatto una copia, che ho letto e distrutto immediatamente. È più sicuro che consegnarla a te e correre il rischio che ti fermino e ti perquisiscano… Sinders è sceso sul sentiero di guerra. Cosa diavolo è successo, fra te e lui?”
“Prima parlami dei dossier, Roger.”
“Mi dispiace, ma sono identici agli altri, parola per parola. Nessuna differenza.”
“Cosa?”
“Sì. Dunross ha detto la verità. Le copie che ci ha consegnato sono autentiche.”
Suslev era sconvolto. “Ma eravamo sicuri! Tu eri sicuro!”
Crosse alzò le spalle e gli porse il film. “Ecco la prova.”
Suslev bestemmiò, oscenamente.
Crosse lo guardò, mantenendo un’espressione seria e nascondendo il suo divertimento. I fascicoli autentici erano troppo preziosi per consegnarli… per adesso, si disse. Oh, sì. Adesso non è il momento. A tempo debito, Gregor, vecchio mio, i vari pezzi mi renderanno parecchio. E tutte quelle informazioni dovranno venire setacciate e offerte con estrema cura. In quanto agli undici pezzi in codice, qualunque cosa siano, dovrebbero valere un patrimonio, a tempo debito. “Purtroppo questa volta abbiamo fatto fiasco, Gregor.”
“Ma… e Dunross?” Suslev era cinereo. Guardò l’orologio. “Forse è già nel baule.” Vide Crosse alzare le spalle, con il viso magro che spiccava nella mezza luce.
“Non è necessario interrompere il piano” disse Crosse. “Ho considerato molto attentamente l’intera operazione. Sono d’accordo con Jason: è opportuno dare uno scossone a Hong Kong. Il sequestro di Dunross creerà ripercussioni d’ogni genere. Con l’assalto agli sportelli delle banche e il crollo della Borsa… sì, ci sarebbe utilissimo. Sono piuttosto preoccupato. Sinders sta fiutando troppo vicino e mi fa domande strane di ogni genere. Poi c’è la faccenda Metkin, Voranskij, i dossier di Grant, tu… troppi errori. Bisogna distogliere l’attenzione dal Sevrin. Dunross servirà allo scopo.”
“Sei sicuro?” chiese Suslev. Sentiva il bisogno di essere rassicurato.
“Sì. Oh, sì, Dunross andrà benissimo. Lui è l’esca. Avrò bisogno di tutto l’aiuto che potrò ottenere. Tu intendi denunciare Arthur. Non è vero?”
Suslev vide lo sguardo penetrante, e gli parve che il suo cuore si fermasse, ma riuscì a dissimulare. Appena appena. “Sono contento che Sinders ti abbia parlato del nostro colloquio. Questo mi risparmia il disturbo. Come posso uscire da questa trappola?”
“ Tu come la eviterai?”
“Non so, Roger. Sinders farà quello che ha minacciato?”
Crosse scattò. “Oh, andiamo, per amor del cielo! Tu non lo faresti?”
“Cosa posso fare?”
“La tua testa o quella di Arthur. Se è quella di Arthur, allora dopo potrebbe toccare a me.” Vi fu una lunga pausa carica di violenza, e Suslev si sentì rizzare i capelli. “Purché non sia io – e io so in anticipo quello che succede – non m’interessa.”
Suslev lo fissò. “Vuoi bere qualcosa?” “Sai che non bevo.”
“Volevo dire acqua… o seltz.” Il russo andò al frigorifero, prese la bottiglia di vodka e bevve, a canna. “Sono contento che Sinders te lo abbia detto.”
“Santo Dio, Gregor, dove hai la testa? Non me l’ha detto, naturalmente… quell’idiota crede ancora che sia un accordo segreto, fra te e lui, naturalmente! Gesù santo, conosco bene quel posto! L’ho piazzato in un ufficio dove ci sono microfoni nascosti. Mi credi uno sciocco?” Gli occhi di Crosse divennero ancora più duri, e Suslev sentì un’insopportabile oppressione al petto. “Quindi la scelta è semplice, Gregor. Tu o Arthur. Se lo tradisci, io sarò in pericolo, e lo saranno tutti gli altri. Se non accontenti Sinders, sei finito. Tra le due possibilità, io preferirei te morto… e me, Arthur e il Sevrin al sicuro.”
“La soluzione migliore è che io tradisca Arthur” disse Suslev. “Ma prima che lo prendano, lui scappa. Può imbarcarsi sull’Ivanov. Eh?”
“Sinders ti precederà e ti fermerà nelle acque territoriali di Hong Kong.”
“È possibile. Non probabile. Io resisterei a un tentativo di abbordaggio in mare.” Suslev fissò il suo interlocutore, con la bile in bocca. “O così, o Arthur si uccide… o viene eliminato.”
Crosse lo fissò. “Vorrai scherzare! Vuoi che io spedisca Jason nel Grande Aldilà?”
“L’hai detto tu stesso, deve andarci di mezzo qualcuno. Senti, al momento stiamo solo esaminando le possibilità. Ma è vero che tu non sei sacrificabile. Arthur lo è. Anche gli altri. E anch’io” disse Suslev, sinceramente. “Quindi, qualunque cosa succeda, non deve trattarsi di te… né di me, preferibilmente. Non mi è mai piaciuta l’idea di morire.” Bevve un altro sorso di vodka e sentì la piacevole sensazione di calore nello stomaco. Tornò a volgere gli occhi verso il suo alleato. “Sei un alleato, vero?”
“Sì. Oh, sì. Purché il denaro continui ad arrivare e il gioco mi diverta.”
“Se tu credessi, vivresti una vita migliore e più lunga, tovarišč.”
“L’unica cosa che mi tiene in vita è il fatto che non credo. Tu e i tuoi amici del KGB potete cercare di impadronirvi del mondo, di infiltrarvi nel capitalismo e in tutti gli ismi che volete, per qualunque scopo, e nel frattempo io vi darò corda.”
“Questo cosa significa?”
“È una vecchia espressione che vuol dire aiutare” rispose Crosse in tono asciutto. “Dunque hai intenzione di tradire Arthur?”
“Non so. Potresti creare una falsa traccia fino all’aeroporto per darci il tempo di abbandonare le acque territoriali di Hong Kong?”
“Sì, ma Sinders ha già fatto raddoppiare la sorveglianza.”
“E Macao?”
“Potrei farlo. Non mi piace. E gli altri del Sevrin?”
“Lasciamo che si rintanino. Chiudiamo tutto. Tu assumi la direzione del Sevrin, e ricominceremo quando la tempesta sarà passata. DeVille potrebbe diventare tai-pan dopo Dunross?”
“Non so. Credo che toccherà a Gavallan. A proposito, questa mattina hanno scoperto a Sha Tin altre due vittime dei Lupi Mannari.”
Le speranze di Suslev rinacquero; la paura l’abbandonò, in parte. “Cos’è successo?”
Crosse gli riferì come erano stati trovati i due cadaveri. “Stiamo ancora cercando di identificare quei poveracci. Gregor, tradire Arthur è rischioso, qualunque cosa succeda. Potrebbe ripercuotersi su di me. Forse, con il crollo della Borsa, le banche sossopra e Dunross scomparso, potrebbe essere una copertura sufficiente. Forse.”
Suslev annuì. Era ancora più nauseato. Doveva prendere una decisione. “Roger, non ne farò niente. Me ne andrò e correrò il rischio. Farò… farò un rapporto privato per battere Sinders sul tempo e dirò al Centro quel che è successo. Qualunque cosa faccia Sinders, be’, si vedrà in futuro. Anch’io ho amici altolocati. Forse il disastro di Hong Kong e la cattura di Dunross… farò io stesso l’interrogatorio con pentothal, nell’eventualità che ci abbia imbrogliati e che sia furbo come dici tu… cosa c’è?”
“Niente. E Koronski?”
“È ripartito questa mattina, dopo avermi consegnato le sostanze chimiche. Ho deciso che l’interrogatorio si svolgerà a bordo dell’Ivanov, non a terra. Perché?”
“Niente. Continua.”
“Forse il disastro di Hong Kong placherà i miei superiori.” Adesso che aveva preso la decisione, Suslev si sentiva un po’ meglio. “Manda un rapporto urgente al Centro tramite i soliti canali a Berlino. Di’ ad Arthur che faccia altrettanto questa notte, via radio. Un rapporto molto favorevole a me, eh? Attribuisci la responsabilità della faccenda Metkin alla CIA di qui, e anche della faccenda della portaerei e di Voranskij. Eh? Dai la colpa alla CIA e al Kuomintang.”
“Certamente. Per un compenso doppio. A proposito, Gregor, se fossi in te cancellerei le impronte da quella bottiglia.”
“Eh?”
Sarcasticamente, Crosse gli disse che Rosemont aveva portato via il bicchiere, durante l’incursione a sorpresa e che, mesi prima, lui stesso aveva tolto le impronte dal dossier di Suslev, per proteggerlo.
Il russo era sbiancato. “La CIA ha le mie impronte negli schedari?”
“Solo se hanno uno schedario più efficiente del nostro. Ne dubito.”
“Roger, spero che mi coprirai le spalle.”
“Non preoccuparti. Farò un rapporto tale che tipromuoveranno. In cambio, tu raccomanda la mia gratifica di 100.000 doli…”
“È troppo!”
“È la tariffa! Ti sto tirando fuori da un guaio tremendo.” La bocca di Crosse sorrideva, gli occhi no. “Per fortuna siamo professionisti. Non è così?”
“Io… io tenterò.”
“Bene. Aspetta qui. Il telefono di Clinker è sotto controllo. Ti chiamerò dall’appartamento di Jason appena saprò di Dunross.” Crosse tese la mano. “Buona fortuna. Farò quello che posso, con Sinders.”
“Grazie.” Suslev l’abbracciò cordialmente. “Buona fortuna anche a te, Roger. Non deludermi con Dunross.”
“Non ti deluderemo.”
“E continua a lavorare, eh?”
“Di’ ai tuoi amici che continuino a pagare. Eh?”
“Sì.” Suslev chiuse la porta alle spalle di Crosse, poi si asciugò le palme delle mani sui calzoni e tirò fuori il rullino. Sottovoce, lo maledisse e maledisse Dunross e Hong Kong e Sinders, ossessionato dalla paura che il KGB lo interrogasse su Metkin. In un modo o nell’altro devo evitarlo, si disse, mentre il sudore freddo gli scorreva lungo la schiena. Forse dovrei tradire Arthur, dopotutto. Come posso riuscirci lasciando fuori Roger? Deve pur esserci un modo.
Sul pianerottolo, Roger Crosse entrò nell’ascensore e premette il pulsante del primo piano. Adesso che era solo, si appoggiò esausto alla parete e scrollò la testa per cercare di liberarsi dalla paura. “Finiscila!” mormorò. Si dominò a fatica e accese una sigaretta, notando che gli tremavano le dita. Se quel tipo interroga Dunross col pentothal, io sono nei guai. E scommetto 50 dollari contro un mucchio di letame che Suslev non ha ancora escluso la possibilità di tradire Plumm. E se lo farà, Cristo, il mio castello di carte mi crollerà addosso. Un errore, una minima svista, e sono spacciato.
L’ascensore si fermò. Alcuni cinesi entrarono, rumorosamente, ma Crosse non li notò neppure.
Al pianterreno, Rosemont stava aspettando.
“Allora?”
“Niente, Stanley.”
“Lei e le sue intuizioni, Rog!”
“Non si sa mai, Stanley, poteva esserci qualcosa” disse Crosse, cercando di rimettere in funzione la propria mente. Aveva inventato quell’intuizione e aveva invitato Rosemont ad accompagnarlo – purché aspettasse sotto – per fuorviare proprio gli uomini della CIA che, lo sapeva, stavano sorvegliando l’atrio.
“Si sente bene, Rog?”
“Oh, sì. Sì, grazie. Perché?”
Rosemont alzò le spalle. “Vuole un caffè o una birra?” Uscirono nella notte. La macchina di Rosemont li stava aspettando.
“No, grazie. Io vado là.” Crosse indicò Rose Court, il palazzo che torreggiava sulla strada più in alto. “Devo andare a un cocktail.” Sentì la paura riassalirlo. E adesso, cosa diavolo faccio?
“Cosa c’è, Rog?”
“Niente.”
“Rose Court, eh? Forse dovrei prendere un appartamento lì. Rosemont di Rose Court.”
“Sì.” Crosse chiamò a raccolta le sue forze. “Vuol venire al porto per veder partire l’Ivanov?”
“Certo, perché no? Sono contento che vi siate decisi a spedirla via.” Rosemont soffocò uno sbadiglio. “Questa notte abbiamo fatto parlare quel bastardo dei computer. Sembra che avesse accantonato segreti di ogni genere.”
“Cosa?”
“Dati sulla Corregidor, la velocità massima, da dove vengono le sue armi nucleari, i codici per armarli, cose del genere. Stasera le darò un riepilogo. Venga a prendermi a mezzanotte, d’accordo?”
“Sì. Sì, va bene.” Crosse si voltò e si allontanò in fretta. Rosemont lo guardò aggrottando la fronte, poi alzò gli occhi verso Rose Court. Le luci sfolgoravano a tutti i dodici piani. L’americano guardò di nuovo Crosse, ormai lontano nel buio; stava svoltando l’angolo per salire la curva ripida.
Che cos’ha Rog? si chiese, pensieroso. C’è qualcosa che non va.