80.

Ore 20,10

Roger Crosse uscì dall’ascensore al quinto piano, teso in volto, e varcò la porta aperta dell’appartamento dell’Asian Properties. La grande sala era affollata e rumorosa. Si fermò sulla soglia, guardando gli ospiti, cercando Plumm o Dunross. Notò subito che c’era poca allegria; molti invitati avevano l’aria tetra, e questo accrebbe la sua inquietudine. C’erano poche mogli… e quelle poche stavano raggruppate insieme, impacciate, in fondo alla sala. Dovunque si discorreva accanitamente dell’imminente crollo della Borsa e degli assalti agli sportelli delle banche.

“Oh, andiamo, santo Dio, va benissimo che la Victoria abbia annunciato l’acquisto della Ho-Pak per parecchi milioni, ma dove sono i liquidi per tenerci tutti a galla?”

“È stata una fusione, non un acquisto, Dunstan” esordì Richard Kwang. “La Ho-Pak non…”

Barre assunse un’espressione incollerita. “Santo Dio, Richard, qui siamo tutti amici, e sappiamo tutti che non è stato soltanto un salvataggio, per amor del cielo. Non siamo bambini. Secondo me” continuò Barre, alzando la voce per soffocare le parole di Richard Kwang e di Johnjohn, “secondo me, vecchio mio, fusione o non fusione, noi uomini d’affari di Hong Kong non possiamo restare a galla se tutte le vostre maledette banche sono rimaste stupidamente senza contanti. Eh?”

“Non è colpa nostra, Dio santo” scattò Johnjohn. “È solo una temporanea mancanza di fiducia.”

“È stata una gestione sbagliata, se lo chiedi a me” ribatté in tono acido Barre, tra i consensi generali. Poi vide Crosse che cercava di passare. “Oh, oh, salve, Roger” disse con un sorriso.

Roger Crosse notò la cautela immediata che era normale, ogni volta che coglieva qualcuno alla sprovvista. “C’è Ian?”

“No. Non è ancora venuto” disse Johnjohn, e Crosse esalò un sospiro di sollievo. “Sicuro?”

“Oh, sì. Appena arriva lui, me ne vado io” disse stizzito Dunstan. “Maledette banche! Se non fosse per…”

Johnjohn l’interruppe. “E quei maledetti Lupi Mannari, Roger?” La scoperta dei due cadaveri era stata riportata con grande rilievo da Radio Hong Kong e da tutti i giornali cinesi… la domenica pomeriggio, i giornali inglesi non uscivano.

“Non ne so più di voi” rispose Crosse. “Stiamo ancora cercando d’identificare le vittime.” Fissò gli occhi su Richard Kwang che rabbrividì. “Lei non sa niente di figli o nipoti scomparsi o sequestrati, eh, Richard?”

“No. No, mi dispiace, Roger, no.”

“Se volete scusarmi, vado in cerca del padrone di casa.” Crosse si fece largo tra la folla. “Salve, Christian” disse, passando accanto all’alto e magro direttore del Guardian. Vide la desolazione che quello cercava disperatamente di nascondere. “Mi dispiace per sua moglie.”

“Il fato” disse Christian Toxe, cercando di darsi un tono calmo, e lo fermò. “Il fato, Roger. Lei, ecco, lei è… la vita deve continuare, no?” Il sorriso forzato era quasi grottesco. “Il Guardian deve fare il suo lavoro, eh?”

“Sì.”

“Posso parlare con lei, più tardi?”

“Certamente… in via riservata come sempre?”

“Naturalmente. ”

Crosse passò oltre, incrociando Pugmire e Sir Luis che stavano parlando dell’acquisto della General Stores da parte della Struan, e notò Casey al centro di un gruppo, sul balcone affacciato sopra il porto. Tra gli altri c’era deVille, e anche Gornt faceva parte del gruppo. Aveva l’aria benevola, e questo a Crosse sembrava strano. “Salve, Jason” disse, portandosi alle spalle di Plumm che stava parlando con Joseph Stern e Phillip Chen. “Grazie dell’invito.”

“Oh. Salve, Roger. Sono contento che tu sia potuto venire.”

“Buonasera” disse Crosse agli altri. “Jason, dov’è il tuo ospite d’onore?”

“Ian ha telefonato per dire che era stato trattenuto, ma sta arrivando. Sarà qui da un momento all’altro.” La tensione di Plumm era evidente. “Lo… ehm, lo champagne è pronto, e anche il mio discorsetto. È tutto pronto” disse, fissandolo. “Vieni, Roger, ti faccio bere qualcosa. Perrier, vero? Ne ho un po’ in ghiaccio.”

Crosse lo seguì, lieto dell’occasione di parlargli in privato; ma quando raggiunsero la porta della cucina si fece un silenzio improvviso. Dunross era sulla soglia, con Riko e Gavallan. Tutti e tre erano raggianti.

“Senti, Jason, io…” Crosse s’interruppe. Plumm si era già voltato verso il bar e se lui non l’avesse osservato attentamente, non avrebbe mai notato la mano sinistra di Plumm che spezzava abilmente la minuscola fiala su uno dei bicchieri pieni di champagne e poi infilava i frammenti nella tasca. Plumm prese il vassoio con i quattro bicchieri e si avviò verso la porta. Affascinato, Crosse lo guardò avvicinarsi a Dunross e offrirgli lo champagne.

Dunross lasciò che Riko prendesse un bicchiere, poi Gavallan. Senza bisogno di suggerimenti, Dunross prese il bicchiere drogato. Plumm prese l’ultimo e consegnò il vassoio a un cameriere. “Benvenuto, Ian, e congratulazioni per il colpo” disse Plumm, brindando con disinvoltura, in modo non troppo vistoso. Quelli che erano vicini lo imitarono. Dunross, naturalmente, non bevve a quel brindisi rivolto a lui.

“Adesso, forse dovremmo brindare a Richard Kwang e a Johnjohn e alla loro fusione?” disse Plumm. La sua voce aveva un suono strano.

“Perché no?” rispose Dunross con una risata, e cercò Johnjohn con lo sguardo. “Bruce” chiamò, alzando il bicchiere, e vi fu una breve pausa nel chiasso generale. “Alla Victoria!” La voce di Dunross acquistò potenza. Molti si voltarono, interrompendosi a metà di una frase. “Tutti dovrebbero partecipare al brindisi. Ho appena saputo che la Banca di Cina ha accettato di prestare a voi e alle altre banche mezzo miliardo in contanti, in tempo per l’apertura di lunedì.”

Vi fu un silenzio improvviso, assoluto. Quelli che erano sul balcone rientrarono, preceduti da Gornt. “Cosa?”

“Ho appena saputo che la Banca di Cina presterà a Hong Kong… presterà alla Victoria, perché lo presti alle altre banche, mezzo miliardo in contanti, ed eventualmente altrettanto, se ne avrete bisogno. Gli assalti agli sportelli delle banche sono finiti!” Dunross alzò il bicchiere. “Alla Victoria!”

Mentre si scatenava un pandemonio e tutti incominciavano a fare domande, Crosse si mosse, e un attimo prima che Dunross potesse bere, parve inciampare e lo urtò, facendo cadere il bicchiere che s’infranse sul parquet. “Oh, Cristo, mi dispiace!” disse in tono di scusa.

Plumm lo guardò, sgomento. “Santo D…”

“Ah, Jason, mi dispiace tanto” l’interruppe Crosse, e aggiunse prontamente, mentre un cameriere si affrettava a raccogliere i frantumi. “Dovresti procurare a Ian un altro bicchiere.”

“Ehm, sì, ma…” Stordito, Plumm si mosse per obbedire, ma si fermò quando Riko disse: “Oh, ecco, tai-pan, la prego di prendere il mio.” Poi Johnjohn gridò, nel silenzio: “Sei sicuro? Sicuro dei contanti?”

“Oh, sì” rispose tranquillamente Dunross, sorseggiando lo champagne di Riko e godendosi la scena. “Tiptop mi ha telefonato personalmente. Lo annunceranno nel notiziario delle nove.”

Vi fu un grande applauso, e poi altre domande e risposte e Dunross vide Gornt che lo fissava dall’altra parte della sala. Il suo sorriso si indurì. Alzò il bicchiere, senza badare al fuoco di fila delle domande. “Alla tua salute, Quillan!” esclamò, irridente. Le conversazioni si smorzarono di nuovo. L’attenzione di tutti era rivolta verso di loro.

Gornt ricambiò il brindisi, altrettanto beffardamente. “Alla tua, Ian. Davvero abbiamo il denaro della Cina?”

“Sì, e a proposito, ho appena ottenuto un nuovo fondo rotativo di 50 milioni di dollari USA. Ora la Nobil Casa è l’hong più forte della colonia.”

“Garantito da che cosa?” La voce di Gornt era sferzante, nel silenzio improvviso.

“Dall’onore della Nobil Casa!” Con una noncuranza che non provava, Dunross si rivolse a Johnjohn. “Il prestito è della Royal Belgium, una sussidiaria della First Central di New York, e appoggiato da loro.” Volutamente, non si voltò a guardare Gornt mentre ripeteva, godendosi il suono delle sue parole: “50 milioni di dollari USA. Oh, a proposito, Bruce, domani ritirerò i vostri prestiti sulle mie due navi. Non ho più bisogno del prestito della Vic. La Royal Belgium mi ha offerto condizioni migliori.”

Johnjohn si limitò a fissarlo.

“Stai scherzando!”

“No, ho appena parlato con Paul.” Dunross lanciò un’occhiata a Plumm. “Chiedo scusa, Jason, è per questo che sono arrivato in ritardo. Dovevo vederlo, naturalmente. Bruce, vecchio mio, Paul è già alla banca a dare disposizioni per il trasferimento dei contanti cinesi in tempo per l’apertura… vuole sapere se puoi andare subito da lui.”

“Eh?”

“Subito. Mi dispiace.”

Johnjohn lo fissò, stordito, fece per parlare, s’interruppe, poi si lanciò in un applauso che tutti ripresero, e corse via, seguito dalle acclamazioni.

“Cristo, tai-pan, ma ha…”

“Tiptop? Allora è vero! Non crede…”

“La First Central di New York? Ma non sono quei cafoni che…”

“Cristo, e io che ho svenduto…”

“Anch’io! Merda, domattina farò bene a ricomprare in fretta o…”

“O finirò sul lastrico e…”

Dunross vide che Sir Luis, Joseph Stern e Phillip Chen stavano parlottando tra loro, mentre Gornt continuava a fissarlo, impietrito. Poi vide Casey che gli sorrideva, felice, e alzò il bicchiere per brindare a lei. Casey ricambiò il brindisi. Gornt se ne accorse, si avvicinò a lei, e quelli che erano vicini rabbrividirono e ammutolirono. “La First Central Bank è la banca della Par-Con. No?”

“Sì. Sì, Quillan” disse Casey. La sua voce era esile, ma echeggiò nella sala, e ancora una volta tutta l’attenzione si concentrò su di loro.

“Avete combinato tutto tu e Bartlett?” chiese Gornt, torreggiando davanti a lei.

Dunross s’intromise prontamente. “Sono io che concludo i nostri prestiti.”

Gornt non gli badò, continuò a fissare Casey. “Tu e Bartlett. Lo avete aiutato?”

Lei ricambiò l’occhiata, con il cuore che batteva forte. “Non ho nessun potere su quella banca, Quillan.”

“Ah, ma hai le mani in pasta” disse freddamente Gornt. “Non è così?”

“Murtagh ha chiesto a me se pensavo che la Struan fosse affidabile” rispose Casey, con voce controllata. “E gli ho detto sì, della Struan ci si poteva fidare.”

“La Struan è finita” disse Gornt.

Dunross si era avvicinato. “Il fatto è che non siamo affatto finiti. A proposito, Quillan, Sir Luis ha accettato di ritirare le Struan dalle contrattazioni fino a mezzogiorno.”

Tutti gli occhi si volsero su Sir Luis che subì stoicamente quegli sguardi, poi tornarono a volgersi su Dunross e Gornt.

“Perché?”

“Per dare alla Borsa il tempo di adattarsi al boom.”

“Quale boom?”

“Il boom che tutti meritiamo, il boom predetto da Tung, il Vecchio Cieco.” Un’ondata d’elettricità scosse tutti, persino Casey. “E per adeguare il valore delle nostre azioni.” La voce di Dunross era stridula. “Apriamo a 30.”

“Impossibile!” esclamò qualcuno, e Gornt ringhiò: “Non potete! Avete chiuso a 9,50 per Dio! Le vostre azioni hanno chiuso a 9,50!”

“E adesso le offriamo a 30, per Dio!” ringhiò a sua volta Dunross.

Gornt si girò di scatto verso Sir Luis. “Intende farsi complice di questa rapina?”

“Non è una rapina, Quillan” rispose calmissimo Sir Luis. “Ho riconosciuto, con l’approvazione unanime della commissione, che è meglio per tutti, per la sicurezza di tutti gli investitori, stabilire un periodo di calma… in modo che tutti possano prepararsi al boom. Fino a mezzogiorno mi è sembrato ragionevole.”

“Ragionevole, eh?” gracchiò Gornt. “Ha un mucchio di azioni che io ho svenduto. Adesso le ricompro tutte. A che prezzo?”

Sir Luis alzò le spalle. “Le tratterò domani a mezzogiorno, in Borsa, e non fuori.”

“Tratterò subito con te, Quillan” disse Dunross in tono aspro. “Quante azioni hai svenduto? 700.000? 800.000? Te le lascerò ricomprare a 18, se mi vendi il pacchetto di controllo dell’All Asia Air a 15.”

“L’Ali Asia Air non è in vendita” disse Gornt, furioso. La sua mente urlava che a 30 sarebbe andato in rovina.

“L’offerta è valida fino all’apertura di domattina.”

“La peste a te, a domani, e al tuo 30!” Gornt si girò di scatto verso Joseph Stern. “Compri le Struan! Adesso, domattina o a mezzogiorno! Il responsabile è lei!”

“A… a che prezzo, signor Gornt?”

“Compri e basta!” Cupo in volto, si girò verso Casey. “Grazie” disse e se ne andò sbattendosi la porta alle spalle. Allora la conversazione esplose, e Dunross venne circondato; tutti gli davano pacche sulle spalle e lo subissavano di domande. Casey rimase sola sulla soglia della veranda, sconvolta dalla violenza di poco prima. Distrattamente, in quel caos, vide Plumm uscire in fretta seguito da Roger Crosse; ma non badò a loro. Guardava Dunross, che adesso aveva accanto Riko.

Nella piccola camera da letto, Plumm frugò nel cassetto di un mobile accanto al grosso baule fasciato di ferro. La porta si spalancò. Si voltò di scatto e quando vide che era Roger Crosse fece una smorfia. “Cosa cavolo hai fatto? Hai rovinato di propos…”

Con rapidità felina, Crosse attraversò la stanza e lo schiaffeggiò, prima che Plumm si rendesse conto di quel che stava succedendo. Plumm ansimò, si preparò a reagire, ma Crosse lo schiaffeggiò ancora e Plumm indietreggiò barcollando verso il letto, e cadde. “Cosa diav…”

“Taci e ascolta!” sibilò Crosse. “Suslev ha intenzione di tradirti!”

Plumm lo guardò a bocca aperta, con la faccia arrossata dai colpi. Subito la sua collera sparì. “Cosa?”

“Suslev ti consegnerà a Sinders, e questo significa che siamo tutti spacciati.” Crosse socchiuse gli occhi. “Adesso stai meglio? Per amor del cielo, non alzare la voce.”

“Cosa? Sì… sì. Io… sì.”

“Mi dispiace, Jason, ma era l’unica cosa da fare.”

“Tutto… tutto a posto. Cosa diavolo sta succedendo, Roger?” Plumm si rialzò dal letto, massaggiandosi il viso, mentre un filo di sangue gli scorreva dall’angolo della bocca. Ora si controllava perfettamente. Fuori si sentiva il brusio indistinto della conversazione.

“Dobbiamo fare un piano” disse cupamente Crosse, e riassunse il suo colloquio con Suslev. “Credo di averlo convinto, ma quel tipo è viscido ed è impossibile sapere cosa farà. Sinders lo liquiderà, ne sono sicuro, se Suslev non gli indicherà Arthur… e se Sinders lo denuncia, Suslev non tornerà più a Hong Kong. Lo tratterranno e lo faranno parlare. E allora…”

“Ma, e Dunross?” chiese disperato Plumm. “Sicuramente Dunross sarebbe servito per tirarlo fuori dai guai. Adesso Gregor parlerà, inevitabilmente. Perché mi hai fermato?”

“Dovevo farlo. Non ho avuto il tempo di dirtelo. Senti, dopo aver lasciato Suslev ho telefonato al comando. Mi hanno detto che Tiptop ha aiutato questi bastardi a tirarsi fuori dalla trappola con il denaro della Cina. E prima avevo saputo che Ian aveva ottenuto il suo prestito” aggiunse Crosse, mentendo. “Quindi gli assalti agli sportelli delle banche sono finiti, la Borsa avrà un boom, con Dunross o senza Dunross. Ma il peggio, Jason, è che ho saputo da un’informatore della Special Branch che Sinders ha triplicato la sorveglianza al Kai Tak, al molo dell’Ivanov, e che in questo momento stanno aprendo tutte le casse, tutti i sacchi, perquisiscono tutto, controllano ogni coolie che sale a bordo. Se avessero intercettato Dunross, e l’avrebbero fatto perché quelli dell’SI sono troppo abili, saremmo finiti in trappola.”

Il nervosismo di Plumm aumentò, un tremito lo scosse. “E… e… E se consegnassimo Gregor a Sinders?” proruppe. “Se gli…”

“Abbassa la voce! Non stai pensando in modo lucido, santo Dio! Gregor sa tutto di noi. Sinders lo sottoporrebbe al regime sonno-veglia-sonno e lo metterebbe nella Camera Rossa, e lui direbbe tutto! E questo rovinerebbe noi, rovinerebbe il Sevrin e farebbe fare ai sovietici un passo indietro in Asia!”

Plumm rabbrividì e si asciugò la fronte. “E allora cosa faremo?”

“Lasceremo che Gregor s’imbarchi e lasci Hong Kong, e pregheremo Dio che riesca a convincere i suoi superiori. Anche se facesse il tuo nome a Sinders, credo che siamo infiltrati così bene che riusciremmo a cavarcela. Tu sei britannico, non uno straniero. Grazie a Dio, abbiamo leggi che ci difendono… anche con la Legge sui Segreti di Stato. Non preoccuparti, non succederà niente senza che io lo sappia, e se succedesse qualcosa, lo saprei immediatamente. Ci sarà sempre tempo per il Piano Tre.” Il Piano Tre era un complesso progetto di fuga che Plumm aveva preparato in vista di un’eventualità del genere… con passaporti falsi, biglietti d’aereo, bagagli pronti, abiti, travestimenti e coperture, incluse le chiavi per raggiungere le sale d’attesa dell’aeroporto senza passare attraverso l’immigrazione… Aveva novantacinque probabilità di riuscita su cento, con un’ora di preavviso.

“Cristo!” Plumm abbassò gli occhi sul baule vuoto. “Cristo” ripeté, poi andò a guardarsi allo specchio. Il rossore stava scomparendo.

Crosse lo guardava, chiedendosi se era convinto. Era quanto di meglio poteva fare, date le circostanze. Detestava le improvvisazioni, ma in questo caso non aveva scelta. Che razza di vita è la nostra! Tutti sacrificabili, tranne te stesso: Suslev, Plumm, Sinders, Kwok, Armstrong, persino il governatore.

“Come?” chiese Plumm, guardandolo attraverso lo specchio.

“Stavo pensando che siamo in un brutto guaio.”

“Ne vale la pena, per la causa. È l’unica cosa che conta.”

Crosse nascose il suo disprezzo. Credo davvero che ormai tu non sia più utile, Jason, vecchio mio, pensò. Poi andò al telefono. Quella linea non aveva estensioni, e sapeva che non era controllata. Fece un numero.

“Sì?” Riconobbe Suslev e tossì, la tosse secca di Arthur. “Il signor Lop-sing, per favore.” Continuò il codice imitando perfettamente la voce di Plumm, poi disse, concitato: “C’è stato un guaio. Il bersaglio non è comparso. Sii prudente, al porto. La sorveglianza è triplicata. Non possiamo consegnare il baule. Buona fortuna.” Riattaccò. Il silenzio si protrasse.

“È la sua campana a morto, no?” chiese tristemente Plumm.

Crosse esitò, sorrise a denti stretti. “Meglio lui che te. Eh?”