Ore 20,56
Lo smottamento era incominciato più in alto, sulla montagna, dall’altra parte di Po Shan Road, e l’aveva attraversata, investendo un garage a due piani; la massa e la velocità erano così enormi che il garage ruotò su se stesso e precipitò dalla banchina, scivolò in discesa per un breve tratto, poi piombò nel vuoto. La frana acquistò slancio, corse davanti a un palazzo buio, attraversò Conduit Road e centrò la casa a due piani di Richard Kwang, cancellandola. Poi, trascinando con sé gli edifici distrutti, lo smottamento che ormai aveva un fronte di sessanta metri e una lunghezza di trecento – cinquantamila tonnellate di terra e di pietra – continuò la discesa attraversando Kotewall Road, e colpì Rose Court.
Il movimento era durato sette secondi.
Quando Rose Court fu investita, sembrò tremare, poi si staccò dalle fondamenta e avanzò in direzione del porto, si rovesciò e si piegò a metà, come un uomo che s’inginocchia e cade.
Quando il palazzo cadde, i piani superiori investirono un angolo della parte più alta delle sottostanti Sinclair Towers, lo squarciarono, poi si disgregarono e si disintegrarono. Una parte della frana e il palazzo demolito continuarono la discesa e caddero su un cantiere più in basso, e si arrestarono. Le luci si spensero, mentre il palazzo crollava in una nube di polvere. Su tutti i Mid Levels scese un immane silenzio sbalordito.
Poi incominciarono le grida…
Nella galleria sotto Sinclair Road, Suslev stava soffocando, semisepolto dalle macerie. Una parte della volta era sventrata e l’acqua zampillava dalle condutture spezzate, e la galleria si riempiva rapidamente. Faticosamente, Suslev si arrampicò all’aperto, stordito, senza comprendere quel che stava accadendo; sapeva soltanto che doveva essere stato catturato e drogato, e adesso viveva l’incubo veglia-sonno nella Camera Rossa. Si guardò intorno, in preda al panico. Tutti i palazzi erano al buio, la corrente mancava, e lui era circondato da una massa mostruosa di macerie che urlavano e si muovevano. Poi l’istinto ebbe il sopravvento, e Suslev fuggì come un pazzo giù per Sinclair Road…
Molto più in alto, su Kotewell Road, quelli che si trovavano dall’altra parte della barriera erano in salvo, anche se paralizzati dallo shock. I pochi rimasti in piedi – e Casey era una di loro – non credevano a quel che avevano visto. L’enorme frana aveva strappato via tutta la strada, a perdita d’occhio. Gran parte del fianco della montagna, che un momento prima era tagliata a terrazze, adesso era un orrendo, ondulante pendio di fango e terra e roccia… le strade erano sparite, gli edifici erano scomparsi, e Dunross e i suoi compagni erano stati trascinati chissà dove, giù per il declivio.
Casey tentò di urlare, ma non aveva voce. Poi: “Oh, Gesù Cristo! Linc!” e si mosse, e prima di rendersi conto di quel che stava succedendo cominciò a risalire verso le rovine, arrampicandosi, cadendo, brancolando. L’oscurità era terribile, e le urla erano terribili, e l’incredibile ammasso di macerie si muoveva ancora qua e là, e c’erano frammenti che ancora cadevano e si schiantavano. All’improvviso, la notte fu illuminata dai cavi dell’elettricità che esplodevano e lanciavano zampilli luminosi nell’aria, tra le rovine.
Freneticamente, Casey si precipitò dove prima stava l’atrio. Là sotto, molto in basso, oscurata dalla tenebra, c’era la massa contorta di macerie, blocchi di cemento, travi, scarpe, giocattoli, pentole, tegami, divani, poltrone, letti, radio, televisori, abiti, membra umane, libri, tre macchine che erano state parcheggiate davanti al palazzo, e altre urla. Poi, nella luce dei cavi dell’elettricità che esplodevano, vide in basso, sul pendio, il rottame sfracellato che era stato l’ascensore, e le braccia e le gambe spezzate che spuntavano dalla carcassa.
“Linc!” gridò con tutta la forza dei polmoni, più e più volte, senza neppure accorgersi che stava piangendo e che le lacrime le scorrevano sul viso. Ma Linc non rispose. Disperata, si arrampicò e scivolò e avanzò a tentoni su quelle macerie pericolanti. Intorno a lei, uomini e donne gridavano, urlavano. Poi sentì un gemito fioco di terrore, molto vicino, e un mucchio di macerie si mosse. Casey s’inginocchiò, con le calze strappate, l’abito lacero, le ginocchia doloranti, e rimosse alcuni mattoni, scoprì una piccola cavità. Dentro c’era una bimbetta cinese di tre, quattro anni, che tossiva, al di là del terrore, semisoffocata e prigioniera sotto un immenso mucchio di macerie, tra la polvere.
“Oh, Gesù, povero tesoro.” Casey si guardò intorno disperatamente, ma non c’era nessuno che potesse aiutarla. Una parte delle macerie si spostò, scricchiolando e un grosso frammento di cemento armato quasi si staccò. Senza pensare a se stessa, Casey lottò per rimuovere i detriti, con le dita sanguinanti. Ancora una volta, i rottami si mossero sopra di lei, una parte scivolò ancora più in basso. Disperatamente, Casey si aprì un varco e afferrò la piccola per un braccio, l’aiutò a uscire, poi la strinse al petto e corse a mettersi al sicuro, mentre quella massa di macerie crollava. Si fermò, sola, con la bambina tremante e illesa stretta a lei…
Quando la frana aveva travolto il palazzo cancellando gran parte della strada e del parapetto, Dunross e gli altri che si trovavano sull’orlo furono scagliati giù dalla ripida scarpata, a capofitto, tra i cespugli che rallentarono la caduta. Il tai-pan si rialzò, nella semioscurità, si tastò, stordito, meravigliato di essere rimasto illeso, di potersi reggere in piedi. Il pendio era ripido, e dovunque c’era fango, mentre lui risaliva a tentoni verso Dianne Chen. Lei era semisvenuta e gemeva, con una gamba massacrata. L’osso dello stinco spuntava attraverso la pelle, ma a quanto Dunross poteva vedere, le arterie non erano recise e non c’era un’emorragia pericolosa. Con la massima delicatezza, cercò di raddrizzare l’arto fratturato, ma lei lanciò un urlo di dolore e svenne. Sentì qualcuno, vicino, e alzò gli occhi. Riko era lì, in piedi, con l’abito strappato e senza scarpe, i capelli scarmigliati, un filo di sangue che le usciva dal naso.
“Cristo, come sta?”
“Bene… bene” disse lei, tremando. “È… è stato un terremoto?”
In quel momento ci fu un’altra esplosione crepitante provocata dal corto circuito dei cavi, e per un momento i fulmini illuminarono l’area. “Oh, mio Dio” esclamò Dunross. “Sembra Londra dopo un bombardamento.” Poi scorse Phillip Chen, accartocciato intorno a un alberello, steso a testa in giù, un poco più in basso. “Resti qui con Dianne” ordinò a Riko, e scese slittando il pendio. Girò il suo compradore. Phillip Chen respirava. Dunross fu scosso da un fremito di sollievo. Lo sistemò alla meglio e si guardò intorno nell’oscurità. C’erano altri che si stavano rialzando. Vicino a lui, Christian Toxe stava scrollando la testa, come per schiarirsi le idee.
“Dio Cristo” borbottava. “Qui dovevano abitare duecento persone.” Si alzò barcollando, poi scivolò nel fango e imprecò di nuovo. “Devo… devo trovare un telefono. Mi dia una mano, per favore.” Toxe bestemmiò, sdrucciolando ancora. “È la caviglia. Una storta.”
Dunross lo aiutò a reggersi e poi, mentre Riko sosteneva Toxe dall’altra parte, risalirono insieme, faticosamente, verso ciò che restava della strada. Molti erano ancora là fermi, paralizzati, altri stavano scavalcando la prima frana per cercare di portare aiuto; alcuni degli inquilini gemevano convulsamente. Alcuni stavano trattenendo una madre, mentre il marito correva, cadendo e rialzandosi, verso le macerie: i loro tre figli e l’amah erano là sotto, chissà dove.
Appena arrivarono sul tratto pianeggiante, Toxe si avviò zoppicando giù per Kotewall Road, e Dunross corse alla sua macchina per prendere la torcia elettrica e la cassetta del pronto soccorso.
Lim non c’era. Poi Dunross ricordò che l’autista era stato con loro, quando la frana li aveva travolti. Mentre cercava le chiavi per aprire il portabagagli, si frugò nella memoria. Chi era con noi? Toxe, Riko, Jacques – no, Jacques se ne era andato prima – Phillip e Dianne Chen, Barre… no, Barre l’abbiamo lasciato alla festa. Gesù Cristo! La festa! Avevo dimenticato la festa! Chi c’era ancora? Richard Kwang e sua moglie, Plumm, Johnjohn, no, lui se ne era andato prima. Roger Crosse, no, un momento, non era andato via anche lui?
Dunross aprì il portabagagli, trovò due torce elettriche e la cassetta del pronto soccorso e una corda. Tornò correndo da Riko. La schiena gli doleva, adesso. “Le dispiace tornare indietro e occuparsi di Dianne e di Phillip in attesa che io possa trovare aiuto?” La sua voce era volutamente ferma. “Prenda.” Le consegnò una torcia, qualche benda e una boccetta di aspirina. “Vada. Dianne si è fratturata una gamba. Non so come stia Phillip. Faccia quel che può e resti con loro fino a quando non arriverà un’ambulanza o tornerò io. D’accordo?”
“Sì. Sì, d’accordo.” Gli occhi di Riko si accesero di paura, quando guardò in alto. “C’è… c’è pericolo di un’altra frana?”
“No. Non c’è pericolo. Vada, presto!” La volontà di Dunross cancellò la paura di lei. Riko si avviò giù per il pendio, con la torcia in mano, muovendosi con prudenza. Solo in quel momento Dunross si accorse che era scalza. Poi ricordò che anche Dianne era scalza, anche Phillip. Si stirò per alleviare il dolore alla schiena. Aveva gli abiti strappati, ma non se ne curò, tornò in fretta verso la barriera. In lontananza, sentì le sirene della polizia. Il sollievo gli diede quasi la nausea. Si mise a correre.
Poi scorse Orlanda, all’inizio della fila di macchine. Guardava a occhi sbarrati il punto dove prima stava Rose Court; muoveva le labbra, scossa da tremiti. Dunross ricordò la notte dell’mcendio, quando lei era rimasta altrettanto impietrita, sul punto di crollare. La raggiunse, prontamente, la scosse con forza, sperando di strapparla al panico che aveva visto tante volte durante la guerra. “Orlanda!”
Lei uscì dal suo stato di trance. “Oh… oh… cosa, cosa…”
Con enorme sollievo, Dunross notò che adesso gli occhi della ragazza erano normali, la sofferenza normale, le lacrime normali. “È tutto a posto. Non si preoccupi. Si scuota, Orlanda, non si è fatta niente” le disse, con voce gentile e ferma. La fece appoggiare al cofano di una macchina e la lasciò.
Gli occhi di Orlanda si snebbiarono. “Oh, mio Dio! Linc!” Poi gli gridò, fra le lacrime. “Linc!… Linc è là!”
Dunross si fermò di colpo, si voltò. “Dove? Dov’era?”
“È… nel mio… nel mio appartamento. All’ottavo piano… è all’ottavo piano!”
Dunross riprese a correre, e la sua torcia elettrica era l’unica macchia di luce in movimento sulla fanghiglia.
Qua e là, alcuni brancolavano alla cieca, immersi fino alle caviglie nel terriccio fradicio, riparando con le mani i fiammiferi accesi, e si dirigevano verso le macerie. Quando fu più vicino al luogo della catastrofe, Dunross sentì una stretta al cuore. C’era odore di gas. L’odore diventava più forte di secondo in secondo.
“Spegnete i fiammiferi, per Dio!” urlò. “Ci farete saltare tutti in aria!”
Poi vide Casey…
La macchina della polizia che seguiva il camion dei vigili del fuoco salì rombando la collina, facendo funzionare la sirena: il traffico era intenso e nessuno si scostava. A bordo, Armstrong riceveva i messaggi radio: “Tutte le unità della polizia e i mezzi antincendio si rechino a Kotewall Road. Emergenza, emergenza, emergenza! C’è una nuova frana nei pressi di Po Shan e Sinclair Road! Segnalano che Rose Court e altri due palazzi di dodici piani sono crollati.”
“Ridicolo!” borbottò Armstrong, e poi: “Attento, santo Dio!” gridò all’autista che aveva tagliato la strada sul lato sbagliato, mancando di poco un camion. “Svolta qui a destra, poi sali per Castle fino a Robinson per arrivare a Sinclair” ordinò. Stava tornando a casa dopo un’altra seduta con Brian Kwok, esausto e intontito, quando aveva sentito la chiamata d’emergenza. Ricordando che Crosse abitava in Sinclair Road e che aveva detto che sarebbe andato alla festa di Jason Plumm dopo aver seguito una pista insieme a Rosemont, aveva deciso di andare ad accertarsi. Cristo, pensò cupamente, se lui è morto, chi dirigerà l’SI? E dobbiamo rilasciare Brian, o trattenerlo, o che altro?
Una voce nuova arrivò attraverso le scariche, sicura, tranquilla. “Qui Soames, vicecomandante dei vigili del fuoco. Emergenza Uno!” Armstrong e l’autista soffocarono un’esclamazione. “Mi trovo all’incrocio di Sinclair Robinson e Kotewall Road, dove ho istituito un comando provvisorio. Emergenza Uno, ripeto Uno! Informate immediatamente il commissario e il governatore, è un disastro di proporzioni gravissime. Informate tutti gli ospedali dell’isola di tenersi pronti. Ordinate a tutte le ambulanze e a tutto il personale paramedico di portarsi sul posto. Abbiamo bisogno di un massiccio intervento immediato dell’esercito. Manca l’energia elettrica, quindi chiediamo generatori, cavi e riflettori…”
“Cristo” mormorò Armstrong. Poi, bruscamente: “Svegliati, santo Dio, e muoviti!”
L’auto della polizia accelerò…
“Oh, Ian” disse Casey, incapace di piangere, tenendo ancora tra le braccia la bimbetta atterrita. “Linc è là sotto, chissà dove.”
“Sì, sì, lo so” rispose Dunross, nel chiasso demenziale delle grida e delle invocazioni d’aiuto che giungevano tra i minacciosi scricchiolii delle macerie ancora in fase di assestamento. Molti si aggiravano alla cieca, senza sapere dove cercare, come incominciare a dare un aiuto. “Lei è illesa?”
“Oh, sì, ma… Linc. Non…” Casey s’interruppe. Poco più avanti, in basso, presso i resti dell’ascensore, un mucchio enorme di travi contorte e di frammenti di cemento crollò con un frastuono assordante, dando l’avvio a una reazione a catena giù per il pendio, mentre Dunross puntava il fascio della torcia elettrica in quella direzione. Vide una massa di macerie investire l’ascensore, svellerlo e farlo rotolare verso il basso, lasciandosi dietro una scia di cadaveri.
“Oh, Gesù,” gemette Casey. La bimba si strinse a lei, terrorizzata.
“Torni alla macchina, là sarà al sic…” In quel momento, un uomo stravolto dall’ansia li raggiunse correndo, guardò la piccina tra le braccia di Casey e l’afferrò, stringendola a sé, mormorando ringraziamenti a Dio e alla giovane donna. “Dove, dove l’ha trovata?”
Casey indicò, stordita.
L’uomo fissò quel punto, con occhi vacui, e poi sparì nella notte, piangendo di sollievo.
“Resti qui, Casey” disse concitato Dunross, mentre le sirene si avvicinavano da ogni direzione. “Vado a dare un’occhiata.”
“Sia prudente. Gesù, sente l’odore di gas?”
“Sì, è fortissimo.” Servendosi della torcia elettrica, Dunross cominciò ad avanzare tra le macerie, scivolando e slittando. Il fondo era infido, l’intera massa tremava e scricchiolava. Il primo cadavere straziato che vide fu quello di una cinese che lui non conosceva. Dieci metri più in basso c’era un europeo, con la testa sfracellata. Rapidamente, puntò il raggio della lampada davanti a sé, ma non vide Bartlett tra gli altri morti. Ancora più sotto c’erano due corpi mutilati, due cinesi. Dominando la nausea, passò sotto una sporgenza pericolante, dirigendosi verso l’europeo e poi, reggendo con attenzione la torcia elettrica, frugò nelle tasche del morto. La patente portava il nome di Richard Pugmire.
“Cristo!” mormorò Dunross. L’odore del gas era pesante. Provò una fitta allo stomaco quando, laggiù, altri cavi elettrici lanciarono scintille. Finiremo tutti all’altro mondo se quelle scintille arrivano quassù, pensò. Cautamente, uscì dal groviglio di macerie e si alzò, respirando un po’ meglio. Diede un’ultima occhiata al cadavere di Pugmire e riprese a scendere. Dopo pochi passi sentì un lamento fievole. Dovette impiegare un po’ di tempo per individuarne la provenienza, ma la trovò, e scese ancora, con il cuore che gli batteva in gola. Con estrema cautela, s’infilò sotto una mostruosa sporgenza di travi e di detriti. Le sue dita afferrarono qualcosa. Facendo appello a tutte le sue forze, inclinò la lastra di cemento spezzata, la spinse via. Sotto c’era la testa di un uomo. “Aiuto” disse Clinker con un filo di voce. “Dio la ricompensi, amico…”
“Aspetti un secondo.” Dunross vide che l’uomo era incuneato sotto una grossa trave, ma la trave impediva che le macerie lo schiacciassero. Cercò, alla luce della torcia, finché trovò un pezzo di tubo spezzato. Lo usò come leva per tentare di sollevare la trave. Una piramide di detriti oscillò minacciosamente. “Può muoversi?” chiese, ansimando.
“Le… le mie gambe. Mi fanno molto male, ma posso tentare.” Clinker tese le braccia, si afferrò a un pezzo di ferro piantato nelle macerie. “Pronto.”
“Come si chiama?”
“Clinker. Ernie Clinker. E lei?”
“Dunross. Ian Dunross.”
“Oh!” Clinker mosse faticosamente la testa e guardò in su, con la faccia e la testa insanguinate, i capelli incrostati, le labbra livide. “Grazie, tai-pan” disse. “Sono pronto quando è pronto lei.”
Dunross premette con tutte le sue forze sulla leva improvvisata. La trave si sollevò di un paio di centimetri. Clinker si mosse, ma non riuscì a districarsi. “Ancora un po’, amico” ansimò, dolorosamente. Dunross premette ancora, e sentì i tendini delle braccia e delle gambe gridare per lo sforzo. La trave si sollevò ancora un poco. Un rivolo di detriti precipitò nella cavità. La trave si alzò ancora. “Via!” disse, incalzante. “Non ce la faccio a sostenerla…”
Il vecchio si aggrappò più forte al ferro e si trascinò fuori, centimetro per centimetro. Altri detriti caddero, mentre cambiava presa. Ormai era uscito per metà. Quando il busto fu libero, Dunross lasciò che la trave si riabbassasse, delicatamente, e quando fu immobile di nuovo afferrò il vecchio e lo tirò fuori completamente. Fu allora che vide la scia di sangue, il piede sinistro mutilato. “Non si muova, vecchio mio” disse pietosamente mentre Clinker si abbandonava ansimando, semisvenuto, e cercava di reprimere i gemiti di dolore. Dunross aprì un pacchetto di bende, improvvisando un laccio sotto il ginocchio dell’uomo.
Poi si alzò, in quello spazio limitato, guardò la sporgenza minacciosa sopra di lui e cercò di decidere cosa poteva fare. Adesso devo tirar fuori di qui questo poveraccio, pensò, soffocato dalla limitatezza dello spazio. Poi udì il rombo e lo scricchiolio delle macerie che si spostavano. Il suolo sussultò, e Dunross si chinò, proteggendosi la testa con le mani. Incominciò una nuova valanga…