Ore 23,40
Bartlett era sei metri sotto un groviglio di travi che impedivano alle macerie di schiacciarlo. Quando la frana aveva investito il palazzo, quasi tre ore prima, lui era sulla soglia della cucina e sorseggiava una birra ghiacciata, guardando la città. S’era lavato e vestito e si sentiva splendidamente, e attendeva che Orlanda tornasse. Poi era precipitato, e tutto il mondo era diventato strano, sossopra, con il pavimento che saliva, e le stelle che brillavano in basso, la città in alto. C’era stata un’esplosione accecante, mostruosa e silenziosa, e tutta l’aria gli era uscita dai polmoni, ed era precipitato per l’eternità in quell’abisso.
Aveva ripreso conoscenza molto lentamente. Era buio, nella sua tomba, e lui era tutto dolorante. Non riusciva a capire cosa fosse accaduto e dove fosse. Quando riacquistò completamente i sensi, si guardò intorno cercando di vedere dov’era, toccando con le mani cose che non riusciva a comprendere. L’oscurità soffocante gli dava la nausea. Si alzò in piedi, barcollando, preso dal panico, e urtò la testa contro un pezzo sporgente di cemento che aveva fatto parte del muro esterno. Ricadde, stordito, e la caduta fu attutita dai resti di una poltrona. Poco dopo la sua mente si schiarì: ma gli doleva la testa, gli dolevano le braccia e tutto il corpo. Le cifre fosforescenti dell’orologio attirarono la sua attenzione. Le fissò. Erano le 11 e 41.
Ricordo… che cosa ricordo?
“Avanti, santo Dio” mormorò, “finiscila! Scuotiti. Dove diavolo ero?” I suoi occhi penetrarono nell’oscurità, accrescendo il suo orrore. Sagome indistinte di travi, lastre di cemento spezzato, i resti di una stanza. Vedeva poco e non riconosceva nulla. Una luce che arrivava da chissà dove scintillava su una superficie lucida. Era un forno sventrato. All’improvviso ricordò.
“Ero in cucina” ansimò. “Ecco, Orlanda se ne era appena andata, da circa un’ora, no, meno, mezz’ora. Quindi dovevano essere circa le nove quando… quando è successo quel che è successo. È stato un terremoto? O che altro?”
Si tastò cautamente la faccia e le membra: sentiva una fitta alla spalla destra ogni volta che si muoveva. “Merda” mormorò, accorgendosi che era slogata. Il volto e il naso bruciavano. Stentava a respirare. Tutto il resto sembrava a posto, sebbene avesse le giunture doloranti e la testa gli facesse un male terribile. “Sei a posto, puoi respirare, ci vedi, e…”
S’interruppe, brancolò e trovò un pezzetto di cemento, alzò attentamente la mano e lo lasciò cadere. Sentì il suono del frammento e il suo cuore batté più forte. “E ci senti. Dunque, cosa diavolo è successo? Gesù, sembra quella volta a Iwo Jima.”
Tornò a sdraiarsi, per conservare le forze. “Ecco quel che dovete fare” aveva spiegato il sergente maggiore. “Vi sdraiate e usate la testa, se restate intrappolati in uno scavo o venite sepolti da una bomba. Per prima cosa assicuratevi di poter respirare senza pericoli. Poi scavatevi una buca, fate quel che volete, ma respirate, questa è la prima cosa da fare, e poi provate a collaudare gli arti e l’udito, sicuro come l’oro potrete sapere se ci vedete… ma poi sdraiatevi e non perdete la testa e non cedete al panico. Il panico vi ucciderebbe. Ho disseppellito certuni dopo quattro giorni, e sembravano maiali nel letame. Finché potete respirare, vedere e sentire, potete sopravvivere tranquillamente per una settimana. Merda, quattro giorni è uno scherzo. Ma abbiamo tirato fuori certi altri, dopo un’ora appena, ed erano annegati nel fango o nella merda o nel loro vomito, o si erano spaccati la testa contro un pezzo di ferro quando noi eravamo a meno di un metro, e se se ne fossero rimasti lì belli tranquilli come ho detto a voi, ci avrebbero sentiti, e avrebbero potuto gridare per chiamarci. Merda! Se qualcuno di voi bastardi si fa prendere dal panico quando finisce sepolto, può star certo che è spacciato. Sicuro. Io sono finito sepolto cinquanta volte. Niente panico!”
“Niente panico. No, signore” disse a voce alta Bartlett e si sentì meglio. Benedisse quell’uomo. Una volta, durante la fase più tremenda a Iwo Jima, l’hangar che lui stava costruendo era stato bombardato, e l’aveva sepolto. Quando si era tolto la terra dagli occhi e dalla bocca e dagli orecchi, il panico si era impadronito di lui, e si era scagliato contro le pareti della sua tomba, e poi aveva ricordato, niente panico, e si era imposto di smettere. S’era ritrovato a tremare come un cane davanti alla minaccia della frusta, ma aveva dominato il terrore. E quando aveva superato la paura, s’era guardato intorno meticolosamente. Il bombardamento era avvenuto durante il giorno, e quindi poteva vedere abbastanza bene, e aveva scorto una specie di passaggio. Ma aveva atteso, guardingo, ricordando le istruzioni. Poco dopo aveva sentito parlare. Aveva chiamato, cercando di conservare la voce.
“Questa è un’altra cosa maledettamente ovvia, conservare la voce, eh? Non dovete urlare fino a diventare rauchi quando sentite che i soccorritori sono vicini. Abbiate pazienza. Merda, certi tizi che conosco io hanno urlato tanto che quando gli siamo arrivati vicini ormai avevano perso la voce e così non li abbiamo più trovati. Mettetevelo bene in quelle testacce, abbiamo bisogno del vostro aiuto per trovarvi. Non fatevi prendere dal panico! Se non potete gridare, battete, usate qualunque cosa, fate rumore, ma dateci un segnale, e noi vi tireremo fuori, purché possiate respirare… potete resistere una settimana, senza fatica. Tanto, voi bastardi avete bisogno di mettervi a dieta…”
Adesso Bartlett stava usando tutte le sue facoltà. Sentiva le macerie che si spostavano. L’acqua sgocciolava, vicino a lui, ma non c’erano suoni umani. Poi, fievole, una sirena della polizia che si perse in lontananza. Attese, ormai sicuro che stavano arrivando i soccorsi. Il cuore gli batteva regolarmente. Si sdraiò e benedisse il vecchio sergente maggiore. Si chiamava Spurgeon, Spurgeon Roach, ed era un nero.
Dev’essere stato un terremoto, pensò. È crollato tutto il palazzo, oppure soltanto il nostro piano e quello sopra? Forse un aereo è precipitato su… No, diavolo, avrei sentito il rumore. È impossibile che un palazzo crolli, se è costruito secondo i regolamenti edilizi, ma qui siamo a Hong Kong e abbiamo saputo che non sempre certi appaltatori rispettano i regolamenti, truffano un po’, e non usano l’acciaio e il cemento della qualità migliore. Gesù, se ne esco, no, quando ne esco…
Era un’altra regola inflessibile del vecchio sergente: “Non dimenticatelo mai, finché potete respirare, ne uscirete, ne uscirete…”
Sì. Quando ne uscirò andrò a cercare il vecchio Spurgeon e lo ringrazierò come merita, e poi farò causa a qualcuno e gli leverò anche la pelle. Casey di sicuro vorrà… ah, Casey, sono contento che non sia in questa situazione, e neppure Orlanda. Sono tutte e due al… Gesù, può darsi che Orlanda ci sia rimasta…
Le macerie ricominciarono ad assestarsi. Bartlett attese, con il cuore che gli martellava in petto. Sopra di lui c’era una massa contorta di travi d’acciaio, e tubature semisepolte nel cemento spezzato, e pentole e tegami e mobili sfasciati. Anche il pavimento sul quale era steso era dissestato. La sua tomba era piccola, c’era appena lo spazio per stare in piedi. Alzando il braccio illeso, non riusciva a toccare il soffitto. Si inginocchiò, tese di nuovo il braccio, poi si alzò, muovendosi a tentoni, soffocato da quello spazio ristretto. “Non cedere al panico” disse a voce alta. Brancolando e urtando, fece il giro della sacca in cui si trovava. “Circa un metro e ottanta per uno e mezzo” disse, sempre a voce alta: quel suono lo incoraggiava. “Non abbiate paura di parlare a voce alta” aveva detto Spurgeon Roach.
La luce che si rifletteva sul forno lo attirò di nuovo. Se sono vicino a quello, sono ancora in cucina. Ora, dove si trova il forno, rispetto a tutto il resto? Bartlett sedette e cercò di ricostruire mentalmente l’appartamento. Il forno era nella parete di fronte al tavolo grande e alla finestra, vicino alla porta, e il frigorifero era pure accanto alla porta e di fronte alla fin…
Merda, se sono in cucina, allora c’è qualcosa da mangiare e c’è la birra, e potrò resistere facilmente una settimana! Gesù, se almeno ci fosse un po’ di luce. C’era una lampada tascabile? Fiammiferi. Fiammiferi e una candela? Ehi, aspetta un momento, sicuro, c’era una torcia elettrica appesa al muro, vicino al frigorifero! Orlanda ha detto che saltavano sempre le valvole e qualche volta mancava la corrente e… e sicuro, c’erano fiammiferi nel cassetto della cucina, tanti fiammiferi, quando lei ha acceso il gas. Il gas.
Bartlett s’interruppe e fiutò l’aria. Aveva il naso ammaccato e intasato e cercò di liberarlo. Fiutò di nuovo. Niente odore di gas. Bene, pensò, rassicurato. Orientandosi con il forno si mosse a tentoni, centimetro per centimetro. Non trovò niente. Dopo un’altra mezz’ora, le sue dita toccarono alcune scatolette di viveri, poi qualche lattina di birra. Ben presto trovò quattro lattine. Erano ancora ghiacciate. Ne aprì una e si sentì molto meglio, sorseggiando la birra e conservandola… sapeva che forse avrebbe dovuto attendere giorni e giorni, ed era così strano essere laggiù al buio, con le macerie che scricchiolavano, senza sapere esattamente dov’era, e i detriti che cadevano di tanto in tanto, e l’acqua che sgocciolava, e dovunque c’erano suoni agghiaccianti. All’improvviso, una trave vicina stridette, tormentata dal peso di migliaia di tonnellate. Si abbassò di un paio di centimetri. Bartlett trattenne il respiro. Il movimento si arrestò. Bevve un altro sorso di birra.
Adesso devo aspettare o cercare di uscire? si domandò, inquieto. Ricorda che il vecchio Spurgeon cercava sempre di eludere quella domanda. “Dipende, dipende” diceva tutte le volte.
Altri scricchiolii, più in alto. Il panico lo riassalì, ma lo represse. “Ricapitoliamo, disse a voce alta, per tranquillizzarsi. “Adesso ho provviste per due, tre giorni. Sono in forma e posso resistere comodamente per tre, quattro giorni, ma tu, tu, bastarda” disse alla massa di macerie sopra di lui, “che cos’hai intenzione di fare?”
La tomba non gli rispose.
Un altro scricchiolio agghiacciante. Poi una voce fioca, molto più in alto e sulla destra. Bartlett si ridistese e si fece portavoce con le mani intorno alla bocca. “Aiuutooo!” gridò, e restò in ascolto. Le voci c’erano ancora. “Aiuutoo!”
Attese, ma adesso c’era un vuoto immenso. Attese. Niente. La delusione cominciò a travolgerlo. “Finiscila e aspetta!” I minuti si trascinavano pesanti. Adesso l’acqua sgocciolava più forte di prima. Deve piovere ancora, pensò. Gesù! Scommetto che è stata una frana. Sicuro, non ricordi le crepe sulle strade? Maledetto figlio di puttana d’uno smottamento! Chissà chi altro c’è rimasto sotto? Gesù, che disastro!
Strappò una striscia dalla camicia e fece un nodo. Adesso avrebbe potuto contare i giorni. Un nodo per ogni giorno. Il suo orologio aveva indicato le 10 e 16 quando lui aveva ripreso i sensi, e adesso erano le 11 e 58.
Ancora una volta, la sua attenzione si concentrò. Voci, fioche ma più vicine. Voci cinesi.
“Aiutoo!”
Le voci tacquero. Poi: “Dov’è, heya?” Debolmente.
“Quaggiù! Mi sentiteee?”
Silenzio e poi, ancora più debolmente: “Dov’èèèèè?”
Bartlett imprecò, raccolse la lattina di birra vuota e cominciò a battere contro una trave. Poi si fermò e rimase in ascolto. Niente.
Si appoggiò alle macerie. “Forse sono andati a cercare aiuto.” Tese la mano e toccò un’altra lattina di birra. Dominò l’impulso irresistibile di aprirla. “Non cedere al panico e sii paziente. I soccorritori sono vicini. La cosa migliore che possa fare è aspettare e…” In quel momento, la terra sussultò, si sollevò in un’assordante cacofonia di rumori, mentre le travi che lo proteggevano scricchiolavano spostandosi e dall’alto pioveva una valanga di detriti. Riparandosi la testa con le braccia, Bartlett si rannicchiò, difendendosi come meglio poteva. Il movimento scricchiolante sembrò protrarsi per un’eternità. Poi smise. Più o meno. Adesso il cuore gli martellava forte. Sputò e cercò una lattina di birra. Erano sparite. Insieme alle scatolette. Imprecò e poi, cautamente, alzò la testa e per poco non urtò contro il soffitto della tomba, che si era spostato. Adesso poteva toccare il soffitto e le pareti, senza muoversi.
Poi sentì il sibilo. Sentì una fitta allo stomaco. Tese la mano e avvertì la leggera corrente. Adesso sentiva l’odore del gas. “È meglio che te ne vada di qui in fretta, vecchio mio” mormorò, atterrito.
Orientandosi alla meglio, strisciò fuori dalla sacca. Adesso che si muoveva e agiva, si sentiva meglio.
L’oscurità era opprimente, ed era difficilissimo avanzare verso l’alto. Non c’era un percorso in linea retta. Qualche volta era costretto a compiere una deviazione e a ridiscendere, prima a sinistra e poi a destra, risaliva ancora, ridiscendeva sotto i resti di una vasca da bagno, sopra un cadavere o a una parte di cadavere, e lontano si sentivano lamenti e, una volta, anche voci. “Dovesieeeteee?” gridò, e attese, e poi ricominciò a strisciare, centimetro per centimetro, paziente, senza arrendersi al panico. Dopo un po’, arrivò in uno spazio dove poteva stare in piedi. Ma non restò in piedi, si sdraiò per un momento, ansimante, esausto. Lì c’era più luce. Quando il suo respiro rallentò, guardò l’orologio. Chiamò a raccolta le forze e continuò, ma ancora una volta il percorso in salita era bloccato. Provò in un’altra direzione, ma era ostruita anche quella. Scivolò sotto una trave spezzata e cominciò ad avanzare strisciando. Un altro vicolo cieco. Indietreggiò, faticosamente, e provò in un’altra direzione. E in un’altra ancora, e non c’era mai lo spazio sufficiente per alzarsi in piedi, e ormai aveva perso il senso dell’orientamento, e non sapeva se si addentrava ancora di più tra le macerie. Poi sostò per riposare, sdraiandosi nell’umidità della sua tomba, con il cuore che gli batteva forte, la testa che martellava, le dita sanguinanti, gli stinchi sanguinanti, i gomiti sanguinanti.
“Calma, vecchio mio” disse a voce alta. “Riposati e poi ricomincia…”