Ore 20,05
Orlanda era seduta al buio, nella sua stanza al Mandarin Hotel, e guardava la notte. L’angoscia l’aveva sfinita.
La sorte ha deciso così per Linc, si disse, per la decimillesima volta. Adesso è tutto come prima. Tutto deve ricominciare. Gli dei hanno riso ancora di me. Forse ci sarà un’altra occasione… naturalmente, ci sarà un’altra occasione. Ci sono altri uomini… Oh, Dio! Non preoccuparti, sarà tutto come prima. Quillan ha detto di non pensarci, continuerà a pagarmi il mio assegno.
Il telefono squillò, facendola sussultare. “Pronto?”
“Orlanda? Sono Casey.” Orlanda si raddrizzò a sedere, sbalordita.
“Parto questa sera, ma volevo vederla. È possibile? Sono nell’atrio.”
La sua nemica che veniva a trovarla? Perché? Per ridere di lei? Ma avevano perduto entrambe. “Sì, Casey” disse, esitante. “Vuole salire? Qui staremo più tranquille. Il 363.”
“D’accordo. Il 363.”
Orlanda accese una lampada e corse in bagno, a guardarsi nello specchio. Vide i segni della tristezza e delle lacrime recenti… ma non la vecchiaia. Non ancora. Ma la vecchiaia si avvicina, pensò, con un brivido di apprensione. Si pettinò, si truccò gli occhi. Non occorreva altro. Non ancora.
Basta! La vecchiaia è inevitabile. Sii asiatica! Sii consapevole.
Infilò le scarpe. L’attesa le parve lunga. Si sentiva il cuore stretto. Il campanello suonò e la porta si aprì. Ognuna vide la desolazione dell’altra.
“Venga, Casey.”
“Grazie.”
La stanza era piccola. Casey notò due valigette accanto al letto. “Parte anche lei?” Sentiva la propria voce lontana.
“Sì, vado a stare presso certi amici dei miei genitori. L’albergo… l’albergo costa troppo. I miei amici hanno detto che potrò stare con loro fino a quando non troverò un altro appartamento. Si accomodi.”
“Ma aveva l’assicurazione?”
Orlanda sbatté le palpebre. “L’assicurazione? No, no, non credo. Non ho mai… no, non credo.”
Casey sospirò. “Quindi ha perduto tutto?”
“Il fato.” Orlanda alzò le spalle. “Non ha importanza. Ho un po’ di denaro in banca e… non ho problemi.” Vide la desolazione sul volto di Casey e ne provò pietà. “Casey” disse, “a proposito di Linc. Non cercavo di prenderlo in trappola con cattive intenzioni. Oh, sì, lo amavo, e sì, avrei fatto qualunque cosa per sposarlo, ma era giusto, e credo sinceramente che sarei stata una moglie perfetta per lui, avrei cercato di esserlo, davvero. Lo amavo e…” Orlanda scrollò di nuovo le spalle. “Lo sa. Mi dispiace.”
“Sì, sì, lo so. Non deve scusarsi.”
“La prima volta che l’ho vista, ad Aberdeen, la notte dell’incendio” disse Orlanda, precipitosamente, “ho pensato che Linc era uno sciocco, forse lei non…” Sospirò. “Forse è come ha detto lei, Casey, non abbiamo nulla di cui parlare. Soprattutto adesso.” Ricominciò a piangere. E le sue lacrime fecero piangere Casey.
Per un momento rimasero sedute in silenzio. Poi Casey prese un fazzolettino di carta e si asciugò gli occhi. Si sentiva male, non aveva risolto nulla, e adesso voleva concludere in fretta quel che aveva cominciato. Estrasse una busta dalla borsetta. “Ecco un assegno. 10.000 dollari USA. Cr…”
Orlanda soffocò un’esclamazione. “Non voglio il suo denaro. Non voglio nulla da lei…”
“Non è mio. È di Linc. Mi ascolti un momento.” Casey le riferì quel che aveva detto Dunross. Tutto. Ripeterlo la straziò di nuovo. “È quel che ha detto Linc. Credo che intendesse sposare lei. Forse mi sbaglio. Non so. Comunque, avrebbe voluto che lei avesse un po’ di denaro per dire cre… una certa protezione.”
Orlanda si sentì scoppiare il cuore per l’ironia della situazione. “Linc aveva detto ‘testimone’? Davvero?”
“Sì.”
“E dovevamo essere amiche? Voleva che fossimo amiche?”
“Sì” disse Casey. Non sapeva se ciò che faceva era giusto, se era ciò che Linc avrebbe voluto. Ma adesso, mentre guardava quella bellezza tenera e giovane, gli occhi grandi, la carnagione squisita che non aveva bisogno di trucco, la figura perfetta, non poteva biasimare Orlanda né Linc. È stata colpa mia, non di lui o di lei. E so che Linc non l’avrebbe lasciata senza mezzi. Quindi non posso farlo neppure io. Per lui. Voleva che fossimo amiche. Forse potremo esserlo. “Perché non tentiamo?” disse. “Senta, Hong Kong non è un posto per lei. Perché non prova altrove?”
“Non posso. Sono bloccata qui, Casey, non so far niente. Non sono niente. Il mio diploma non conta.” Orlanda ricominciò a piangere. “Sono soltanto… impazzirei, se dovessi timbrare un cartellino.”
D’impulso, Casey disse: “Perché non prova negli Stati Uniti? Forse posso aiutarla a trovare un lavoro.”
“Cosa?”
“Sì. Magari nel campo della moda… non so esattamente, ma tenterò.”
Orlanda la fissava incredula. “Mi aiuterebbe? Davvero mi aiuterebbe?”
“Sì.” Casey posò la busta e il biglietto da visita sul tavolo e si alzò, dolorante. “Tenterò.”
Orlanda si avvicinò e l’abbracciò. “Oh, grazie, Casey. Grazie.”
Casey ricambiò l’abbraccio. Le loro lacrime si mescolarono.
La notte era buia; c’era poca luce, irradiata dalla piccola luna che si affacciava di tanto in tanto tra le nubi. Roger Crosse si avviò senza far rumore verso il cancelletto seminascosto nell’alto muro che circondava Government House, e l’aprì con la sua chiave. Lo richiuse, percorse in fretta il sentiero, tenendosi nell’ombra. Quando fu vicino alla casa, le girò intorno e raggiunse il lato est, scese alcuni gradini, si fermò davanti alla porta della cantina e tirò fuori un’altra chiave.
La porta si aprì, silenziosamente. La sentinella armata, un gurkha, aveva il fucile imbracciato. “Parola d’ordine, signore!”
Crosse la diede. La sentinella salutò e si scostò. In fondo al corridoio, Crosse bussò. L’aiutante del governatore aprì la porta. “Buonasera, sovrintendente.”
“Spero di non averla fatta attendere troppo.”
“No, affatto. ” L’aiutante lo precedette nelle cantine intercomunicanti fino alla robusta porta d’acciaio di una cabina di cemento, costruita al centro del sotterraneo, fra gli scaffali dei vini. Prese l’unica chiave e l’aprì. La porta era molto pesante. Crosse entrò, solo, e la richiuse. Poi, con la porta sbarrata, si rilassò. Adesso era completamente al riparo dagli occhi e dagli orecchi indiscreti. Quello era il Sancta Sanctorum, la sala delle conferenze per i colloqui più riservati: la camera di cemento e il centro comunicazioni erano stati laboriosamente costruiti da fidatissimi ufficiali dell’SI, esclusivamente britannici, per evitare che ci fossero apparecchi d’intercettazione del nemico inseriti nelle pareti… e l’intera struttura veniva ispezionata ogni settimana dagli esperti della Special Branch, per timore di qualche infiltrazione.
In un angolo c’era la complessa, sofisticata trasmittente che immetteva i segnali nell’inviolabile scrambler, e di lì li passava al complesso di antenne sul tetto della Government House, e poi alla stratosfera, e a Whitehall.
Crosse l’accese. Sentì un ronzio incoraggiante. “Il ministro, per favore. Qui Asia Uno.” Gli piaceva usare il suo nome in codice.
“Sì, Asia Uno?”
“Tsu-yan era tra coloro che attendenvano la spia, Brian Kwok.”
“Ah! Dunque possiamo cancellarlo dall’elenco.”
“Tutti e due, signore. Adesso sono isolati. Sabato, il disertore Joseph Yu è stato visto attraversare il confine.”
“Accidenti! Assegni a una squadra l’incarico di sorvegliarlo. Abbiamo qualcuno al loro centro atomico nel Siankiang?”
“No, signore. Comunque, si dice che Dunross s’incontrerà con Yu a Canton fra un mese.”
“Ah, e Dunross?”
“È leale… ma non lavorerà mai per noi.”
“E Sinders?”
“Si è comportato benissimo. Non lo considero un rischio per la sicurezza.”
“Bene. E l’Ivanov?”
“È partita a mezzogiorno. Non abbiamo trovato il cadavere di Suslev… ci vorranno settimane per setacciare le macerie. Temo che non lo troveremo mai intero. Ora che anche Plumm è morto, dovremo ristrutturare il Sevrin.”
“È un trucco troppo bello per abbandonarlo, Roger.”
“Sì, signore. Penseranno così anche gli altri. Quando arriverà il sostituto di Suslev, vedrò che cosa hanno in mente, e poi potremo formulare un piano.”
“Bene. E deVille?”
“Sta per essere trasferito a Toronto. La prego d’informare la Reale Polizia a Cavallo. Ora, la portaerei nucleare. Il suo complemento è di 5500 uomini tra ufficiali e marinai, 83.350 tonnellate, otto reattori, velocità massima sessantadue nodi, quarantadue F-4 Phantom II, ognuno capace di trasportare armi nucleari, due Hawk Mark V. Stranamente, la sua unica difesa contro un eventuale attacco è un unico banco di SAM sulla fiancata di tribordo…”
Crosse continuò il suo rapporto, soddisfatto di sé. Amava il suo lavoro, amava essere da entrambe le parti, o da tutte e tre, si disse. Sì, triplo gioco, con denaro in abbondanza, ed entrambe le parti non si fidavano completamente, ma avevano bisogno di lui, e pregavano che fosse dalla loro parte, non da quella degli altri.
Qualche volta mi meraviglio di me stesso, pensò con un sorriso.
Al terminal del Kai Tak, Armstrong stava appoggiato pesantemente al banco delle informazioni. Teneva d’occhio la porta e si sentiva male. C’era la solita folla. Poi, con grande sorpresa, vide entrare Peter Marlowe, con Fleur e le due bambine, che portavano bambole e valigette. Fleur era pallida e tirata, e anche Marlowe. Era carico di valigie.
“Salve, Peter” disse Armstrong.
“Salve, Robert. Sta facendo gli straordinari?”
“No. Ho, ehm, ho accompagnato Mary. È andata in vacanza in Inghilterra per un mese. Buonasera, signora Marlowe. Mi è dispiaciuto molto.”
“Oh, grazie, sovrintendente. Ora sto ben…”
“Andiamo a Binkok” l’interruppe con aria seria la piccola di quattro anni. “È sul conttaniente.”
“Oh, andiamo, sciocca” disse la sorella. “È Bunkok, sul Continente. È in Cina” spiegò ad Armstrong con aria importante. “Anche noi andiamo in vacanza. Mamma è stata malata.”
Peter Marlowe sorrise stancamente, con il volto segnato. “Andiamo a Bangkok per una settimana, Robert. Una vacanza per Fleur. Il vecchio dottor Tooley ha detto che ha bisogno di riposo.” S’interruppe, mentre le due bambine cominciavano a litigare. “Buone, voi due! Tesoro” disse alla moglie, “vai a consegnare i biglietti. Ti raggiungo subito.”
“Certo. Venite. Oh, fate le brave, tutte e due!” Fleur si allontanò, preceduta dalle due bambine che saltellavano.
“Non sarà una gran vacanza per lei, temo” disse Peter Marlowe. Poi abbassò la voce. “Uno dei miei amici ha detto di riferire che la riunione di quelli della dorga a Macao è fissata per questo giovedì.”
“Sa dove?”
“No. Ma deve esserci Lee Polvere Bianca. E un americano, Banastasio. È quanto ho saputo.”
“Grazie. E poi?”
“È tutto.”
“Grazie, Peter. Faccia buon viaggio. Senta, c’è un tale della polizia di Bangkok che lei dovrebbe cercare. L’ispettore Samanthajal… gli dica che la mando io.”
“Grazie. Peccato per Linc Bartlett e gli altri, no? Cristo, anch’io ero invitato a quella festa.”
“Il fato.”
“Sì. Ma questo non aiuta lui e gli altri, vero? Poveracci. Ci vediamo la settimana prossima.”
Armstrong lo guardò allontanarsi, poi tornò al banco delle informazioni e si appoggiò, continuando ad attendere, nauseato.
I suoi pensieri tornarono inesorabilmente a Mary. La sera prima avevano avuto un litigio tremendo, un po’ per via di John Chen, ma soprattutto a causa degli ultimi giorni, Brian Kwok e la Camera Rossa, e perché lui aveva preso a prestito il denaro, lo aveva puntato tutto su Pilot Fish e aveva atteso, angosciato, e poi aveva vinto e aveva rimesso tutti i 40.000 dollari nel cassetto della scrivania – non aveva avuto bisogno di toccarli – e aveva saldato i debiti e le aveva pagato il biglietto per andare a casa, ma quella sera c’era stato un altro litigio, e Mary aveva detto: “Hai dimenticato il nostro anniversario! Non ti costava molto ricordarlo, no? Oh, odio questo maledetto posto e i maledetti Lupi Mannari e tutto. Non aspettarti che io torni!”
Stordito, accese una sigaretta. Detestava il sapore del fumo, ma gli piaceva. L’aria era di nuovo umida, acre. Poi vide entrare Casey. Spense la sigaretta e le andò incontro, rattristato dalla pesantezza del suo passo. “Buonasera” disse, stancamente.
“Oh, salve, sovrintendente. Come… come va?”
“Bene. L’accompagno.”
“Oh, è molto gentile.”
“Mi è dispiaciuto molto per il signor Bartlett.”
“Sì, la ringrazio.”
Proseguirono. Armstrong sapeva che non era il caso di parlare. Cosa poteva dire? Peccato, pensò, ammirando il suo coraggio, dimostrato nell’incendio, dimostrato tra le macerie, dimostrato anche adesso. Lei aveva la voce ferma, sebbene fosse straziata.
Non c’erano controlli alla dogana, in uscita. Il funzionario dell’immigrazione timbrò il passaporto e lo rese con inconsueta cortesia. “Faccia buon viaggio e ritorni presto.” La morte di Bartlett aveva fatto notizia, tra tutte le altre.
Si avviarono lungo i corridoi e arrivarono alla saletta dei VIP. Armstrong le aprì la porta. Con gran sorpresa di entrambi, c’era Dunross. La porta di vetro dell’Uscita 16 era aperta. Lo Yankee 2 era lì vicino.
“Oh. Oh, salve, Ian” disse Casey. “Ma non volevo che si dis…”
“Dovevo, Casey. Mi scusi. Ho una piccola questione d’affari in sospeso con lei, e poi dovevo venire ad attendere un aereo. Mio cugino sta tornando da Formosa… è andato a scegliere la località per le fabbriche, fatta salva la sua approvazione.” Dunross lanciò un’occhiata ad Armstrong. “Buonasera, Robert. Come va?”
“Come al solito.” Armstrong porse la mano a Casey e sorrise stancamente. “Ora la lascio. Faccia buon viaggio. Potrà partire appena sarà a bordo.”
“Grazie, sovrintendente. Vorrei… la ringrazio.”
Armstrong rivolse un cenno a Dunross e fece per andarsene.
“Robert, quella consegna a Lo Wu è stata fatta?”
Armstrong finse di riflettere. “Sì, sì, credo di sì.” Vide l’espressione di sollievo dell’altro.
“Grazie. Potrebbe aspettarmi un momento? Vorrei saperne di più.”
“Certo” rispose Armstrong. “L’attendo fuori.”
Quando furono soli, Dunross porse a Casey una busta. “Questo è un assegno circolare per 750.000 dollari USA. Ho acquistato le Struan per lei a 9,50, e le ho vendute a 28.”
“Cosa?”
“Ecco, io… ho ricomprato per noi, per prima cosa… a 9,50, come avevo promesso. La sua parte dell’affare è tre quarti di milione. La Struan ha guadagnato milioni, io ho guadagnato milioni, e anche Phillip e Dianne. Avevo avvertito anche loro.”
Casey era stordita. “Mi scusi, non capisco.”
Dunross sorrise e ripeté quel che aveva detto, poi soggiunse: “C’è anche un altro assegno… per un quarto di milione di dollari USA. Un anticipo sulla sua parte dell’acquisto della General Stores.”
Lei soffocò un’esclamazione. “Non le credo.”
Dunross sorrise, fuggevolmente. “Sì. E fra trenta giorni saranno a sua disposizione tre quarti di milione. Fra sessanta giorni potremo anticiparle un altro mezzo milione, se sarà necessario.”
Dietro di lei, nella cabina di guida dello Yankee 2, Jannelli accese il primo reattore, che prese vita sibilando.
“È sufficiente?” chiese Dunross.
Casey mosse le labbra, senza che ne uscisse alcun suono. Poi: “Un quarto di milione?”
“Sì. In effetti, i due assegni fanno un milione. A proposito, non dimentichi che adesso lei è il tai-pan della Par-Con. Questo è il vero dono che le ha fatto Linc. Tai-pan. Il denaro non ha importanza.” Le sorrise e l’abbracciò, bruscamente. “Buona fortuna, Casey. Ci rivedremo fra trenta giorni. Eh?” Il secondo reattore si accese, urlando.
“Un milione di dollari USA?”
“Sì. Incaricherò Dawson di farle avere un parere fiscale. Poiché il suo utile è stato realizzato a Hong Kong, sono sicuro che ci sarà un modo legale per evitare le tasse… non per evaderle.” Un altro motore si accese.
Casey lo fissava, ammutolita. La porta della saletta dei VIP si aprì, ed entrò un uomo alto, disinvolto. “Salve, Ian! M’hanno detto che ti avrei trovato qui.”
“Salve, David. Casey, questo è David MacStruan, mio cugino.”
Casey lo guardò, stordita, con un mezzo sorriso, ma non lo notò neppure. “Salve. Ma, Ian, intendeva davvero… intendeva davvero quello che ha detto?”
“Certo.” L’ultimo motore si accese. “È meglio che salga a bordo! Ci vediamo il mese prossimo.”
“Cosa? Oh. Oh, ma sì, sì, ci vediamo!” Stordita, lei mise la busta nella borsa, si voltò e uscì.
La guardarono salire la scaletta. “Dunque, quella è la famosa Casey” disse pensieroso David MacStruan. Era alto come Dunross, più giovane di qualche anno, fulvo, con due strani occhi obliqui, quasi asiatici, ma verdi, il volto vissuto. Parte di tre dita della mano sinistra mancava: erano state tranciate dalle corde del paracadute.
“Sì. Quella è Kamalian Ciranoush Tcholok.”
“Fantastica!”
“È qualcosa di più. Considerala una nuova Hag.”
MacStruan emise un sibilo. “È così in gamba?”
“Potrebbe diventarlo, con una preparazione adatta.”
A bordo dell’aereo, Svenson chiuse il portello. “Vuole qualcosa, Casey?” chiese gentilmente, preoccupato.
“No” disse lei, disperata. “Mi lasci sola, Sven. La… la chiamerò, se avrò bisogno di qualcosa. D’accordo?”
“Certo.” Lui chiuse la porta.
Adesso era sola. Allacciò la cintura di sicurezza e guardò dal finestrino. Tra le lacrime, vide Dunross e l’altro uomo di cui non ricordava il nome che la salutavano. Agitò la mano per rispondere, ma loro non la videro.
Le nubi coprirono la luna. I motori accelerarono, l’aereo si mosse, si mise in linea e si avventò stridendo nel cielo nero. Casey non si accorse di nulla; le parole di Dunross le martellavano ancora nel cervello, dilaniandola e ricomponendola.
Tai-pan. Questo è il vero dono che le ha fatto Linc, aveva detto Dunross. Tai-pan. Il denaro non ha importanza.
Sì, sì, è vero, ma…
Ma…
Cos’aveva detto Linc, quella volta, il primo giorno in Borsa? “Se vince Gornt, noi vinciamo. Se vince Dunross, noi vinciamo. In un caso o nell’altro, noi diventiamo la Nobil Casa… è per questo che siamo qui.”
L’oscurità l’abbandonò. La sua mente riacquistò la lucidità. Smise di piangere.
È quello che lui voleva, quello che voleva veramente, pensò, con eccitazione crescente. Voleva che diventassimo la Nobil Casa. Forse è questo che posso fare per lui, in cambio, farne il suo epitaffio… la Nobil Casa.
“Oh, Linc” disse, con uno slancio di gioia. “Val la pena di tentare. No?”
L’aereo sfrecciò nelle nubi alte, continuando la partenza impeccabile. La notte era calda e molto buia, e c’era una falce di luna e il vento era dolce.
Sotto c’era l’isola.
Dunross si lanciò sulla Peak Road, a tutta velocità, dirigendosi verso casa. Il traffico era poco intenso e il motore rombava. Improvvisamente, d’impulso, cambiò direzione, fermò la macchina al belvedere del Peak e si accostò alla ringhiera, solo.
Hong Kong era un mare di luci. A Kowloon, un altro jet decollò dalla pista illuminata. Alcune stelle si affacciarono tra le nubi alte.
“Cristo, com’è bello essere vivo” disse.