Roger si è trovato in difficoltà a parlare della sua infanzia alla ragazza canadese di una dolcezza squisita che ora è sua moglie. Susan è di origini cinesi, nata in Canada, una dermatologa cresciuta in un bilocale a Markham. I suoi genitori sono grandi lavoratori, composti e immancabilmente cortesi; il suo unico fratello è al primo impiego in una banca d’affari. Sia lui che Susan hanno sorpreso e gratificato i genitori per aver attraversato il sistema scolastico con così tanto profitto ed esserne usciti cittadini così rispettabili. Quando Roger va in visita, trova preparato un sontuoso pranzo cinese, il padre e la madre di Susan se ne stanno seduti a sorridere e lo esortano a provare un po’ di tutto. In questo c’è un debole richiamo ad Allersmead – il cibo come momento centrale –, ma per il resto le cose non potrebbero essere più diverse. I genitori sono di poche parole; fanno grandi sorrisi e annuiscono mentre Susan e Roger mangiano e parlano delle loro faccende; dopo un paio d’ore Susan e Roger se ne vanno, le formalità sono state rispettate. Susan dice che i suoi genitori ritengono Roger un genero ragguardevolmente soddisfacente. Lei è una giovane donna snella e vigorosa cui piace sciare d’inverno e fare trekking d’estate. Qualunque attività intraprenda le riesce bene, a quanto pare, brilla nella professione che si è scelta e nel tempo libero è un asso sulle piste da sci e un’ottima cuoca (niente dim sum né chop suey: spaghetti alla carbonara, pollo alla marocchina, hamburger). Roger non si sente sminuito da tanta bravura: rispetta la moglie e ne è in qualche modo divertito, e lei è l’amore della sua vita, finalmente, grazie al cielo.
Roger e Susan sono riusciti a sposarsi con il minimo trambusto, avendo Susan una certa pratica nell’evitare ogni tipo di cerimonia tradizionale cinese senza offendere i genitori. Nel caso specifico, ciò è stato possibile acconsentendo a una cena cinese in uno dei loro ristoranti preferiti, la sera prima, per famigliari e amici. La questione del matrimonio in sé si è risolta nell’ufficio di stato civile, seguita da una festa per un pugno di amici intimi degli sposi.
Ora sono agli sgoccioli della luna di miele, che hanno trascorso godendosi al massimo le bellezze d’Italia, dove Susan non era mai stata. Ma una visita ad Allersmead è essenziale, per presentare Susan ai suoceri, ed era stata messa in conto sin dall’inizio. Qualche giorno a Londra, quindi una notte ad Allersmead. La prospettiva mette Roger un po’ in apprensione. Non si può mai sapere come si comporterà papà con un ospite. In più, Roger non ha mai accennato a Susan la questione di Clare. Ha tentennato, gli è passata di mente, ha tentennato di nuovo, a dire il vero ha tentennato fin sulla soglia di Allersmead, dove si trovano ora. Troppo tardi.
L’arrivo fila liscio. Alison trabocca di effusioni, Charles è affabile, Ingrid ha preparato per il tè una torta nella cui glassa è incastonata una foglia di acero. Qualcuno le ha detto che è l’emblema del Canada. Susan si mostra gentilmente, e sinceramente, deliziata. Alison è raggiante. Ha messo su peso, osserva Roger, e un tempo non sarebbe stato suo, anziché di Ingrid, il compito di preparare la torta? Sta forse mollando le redini?
Non del tutto, a quanto pare. La cena è una sua creazione. Il menu ad Allersmead si è evoluto al passo con i tempi: niente bœuf bourguignon né manzo alla stroganoff, ma una fantasiosa insalata con rucola e caprino come antipasto, seguita da spigola con fantasiosi contorni, e per finire un sorbetto al limone. Susan esprime di nuovo tutto il suo apprezzamento; lei e Alison si mettono a parlare di cucina, il che farà guadagnare molti punti a Susan, Roger ne è sicuro.
Charles si è fatto alquanto taciturno. Ma è a quel punto dello scambio culinario che si intromette per chiedere a Susan se è di Hong Kong o Taiwan. Susan, canadese fino alla punta dei capelli, fa buon viso a cattivo gioco e risponde che è di Toronto, mentre Roger si irrigidisce. Ha il sospetto che Charles capisca perfettamente qual è lo status di Susan e voglia solo provocare. Alison, ignara del momento di tensione, è impaziente di riprendere il discorso sul cibo e chiede a Susan se lei fa la pasta sfoglia. Susan risponde che non le viene mai molto bene, e si chiede se Alison sia un’amante delle cialde. È chiaro che prima o poi ci sarà lo scambio di qualche ricetta. Roger sospira di sollievo e si appunta mentalmente di dire a Susan, più tardi, che è stata davvero brava a tener testa a suo padre.
Roger trova molto strano essere lì senza i fratelli. La casa sembra vuota e al tempo stesso piena di presenze spettrali... una cacofonia di voci dal passato, ognuno di loro a ogni età. Gina che sproloquia sulla guerra nelle Falkland, a tredici anni; Katie che entra in cucina sbattendo la porta e lasciando cadere per terra la cartella; Clare adolescente che piroetta nell’atrio. Lo dice ad Alison, provocando una tempesta di ricordi seguita da frenetici aggiornamenti: Gina è stata in Iraq, niente meno, era al telegiornale, una sera dopo l’altra; Sandra gestisce una boutique a Roma; Clare è in tournée in Germania con la compagnia di danza, ha mandato una cartolina magnifica, poi te la mostrerò; Katie l’hai vista non tanto tempo fa, ho saputo, un vero peccato che non arrivino bambini.
«E Paul?»
Alison risponde che Paul al momento è via. Non entra nei dettagli.
Più tardi, mentre prendono il caffè in salotto, Alison mostra le cartoline di Sandra da Ischia, dove si trovava con un amico, e il volantino dello spettacolo di Clare, immortalata a mezz’aria con un partner, di una magrezza eterea, una flessuosità incredibile, i biondi capelli lisci raccolti sulla nuca in uno chignon. Susan la guarda con interesse.
Infine, la serata termina. Roger e Susan si ritirano nella camera degli ospiti e finalmente si infilano a letto. Roger è rilassato: non è stato poi così male, poteva andare peggio. Sentendosi a suo agio dopo la cena e il vino, decide di parlare: forse è giunto il momento di spiegare il piccolo intoppo nella vita di Allersmead.
«Vuoi dire che tuo padre si è scopato la ragazza alla pari?»
Roger sbatte le palpebre. Non l’ha mai sentita mettere in questi termini. Lui stesso non l’ha mai messa in questi termini. È troppo sfacciata, troppo volgare, troppo... be’, vera. Non dice niente.
Susan non manca di tatto. Si accorge di aver fatto una gaffe e se ne rammarica. Si gira verso di lui, gli fa una smorfia, riassume quel che prova nella sua espressione, e il momentaccio passa.
«Dev’essere stato un periodo difficile» dice.
Roger si stringe nelle spalle. «Be’, non che io me lo ricordi. Avevo due anni. Non ho ricordi di quando Clare non c’era.»
Susan si sta chiedendo come sia andata. Alison si ficcò un cuscino sotto il vestito? Ingrid venne affidata alle cure discrete di un convento per un certo periodo? Tiene queste domande per sé, ma non si sorprende quando Roger si mette a parlarne: hanno raggiunto quello stadio in cui una coppia riesce a leggersi vicendevolmente nel pensiero.
«Paul una volta mi disse che si ricordava che Ingrid era andata via, e al suo ritorno, non si sa come, c’era anche questa bambina. Ma è sempre stata una di noi, e mamma e papà erano mamma e papà anche per lei. Tipo che i suoi veri genitori non potevano badare a lei e quindi ce l’avevano regalata.»
«E dopo?»
«Dopo, più o meno, ce ne rendemmo conto. Molto dopo. Ma ormai faceva semplicemente parte della vita famigliare. Un fatto, benché sotterraneo.»
«La tua famiglia è tanto più interessante della mia...» commenta Susan.
Roger la guarda, sbigottito. Trova che una famiglia di immigrati cinesi sia parecchio interessante e lo dice.
Susan ride. «Oh, no. Noi siamo fatti tutti con lo stampino, da un angolo all’altro del Nordamerica. Genitori che lavorano duro, che hanno aspirazioni, figli che le realizzano.»
Roger ha da ridire. Sottolinea l’importanza della diversità culturale, il valore di crescere in una cultura pur avendone nel sangue un’altra, ancestrale.
Susan ride di nuovo. «Il dim sum di mia madre e i petardi alle nostre feste di compleanno?»
E il tuo viso, vorrebbe dirle lui. Il tuo viso affascinante che richiama l’altro capo del mondo. Invece si mette a parlare con tono sprezzante delle proprie, di origini.
«Noi siamo l’Inghilterra media, fino al midollo. Ci sono tantissime famiglie come Allersmead.» Se non che, detto ciò, si accorge che forse non è del tutto vero: pensa alle idee di suo padre, che erano da cane sciolto; pensa a sua madre, che sembra essere uscita da un qualche circolo bohémien degli anni Venti, con quella pettinatura bizzarra e la sua resistenza alla moda; pensa ad Allersmead, che sfida anch’essa i dettami di una società perbene... l’Inghilterra media non è così trasandata, i suoi gabinetti non risalgono all’epoca edoardiana, le sue cucine sono state rimesse a nuovo fin dagli anni Cinquanta.
«In effetti» dice Susan, «ogni famiglia suscita curiosità a osservarla da vicino. Solo che a me la tua sembra esotica da ogni punto di vista, immagino.»
Esotica? Roger è spiazzato. D’un tratto vede l’abisso tra lui e Susan, la sua adorata Susan, quell’insuperabile braccio di mare tra due persone che è il risultato dei primi anni di vita. L’infanzia, in cui viene allestito lo scenario, quello determinante, che definisce la norma, che fa osservare sorpresi la realtà altrui. L’infanzia, che non si ricorda se non per frammenti cinematografici, che si accettava e basta e sarà per sempre il fondamento su cui reggersi. Che avrà di esotico Allersmead?
È mezzanotte passata. Una delle gioie del matrimonio, pensa Roger, è questo dissezionare notturno di eventi nel privato del letto, questa splendida intimità, quando il resto del mondo è chiuso fuori ed esistete solo tu e lei. È strano che ciò accada nella stanza degli ospiti di Allersmead, ma il sapore è lo stesso. Dice a Susan che è stata magnifica con suo padre, un’altra se la sarebbe presa, e davvero eccezionale a mettersi a parlare di cucina con sua madre, non era tenuta.
«Be’, mi ha fatto piacere» replica lei. «Mi interessa cucinare. Non l’hai notato?»
Roger conviene che l’ha notato eccome. Le appoggia una mano sul fianco. «È solo che sei stata fantastica con loro. Alla mamma sei piaciuta molto.»
«E a tuo padre?» Lui la sente sorridere, al buio.
«Si direbbe che papà non abbia una grande passione per gli altri. Per lo meno, non si nota.»
«Ma si noterebbe se non ne avesse affatto?»
Roger concorda, con una certa enfasi, che si noterebbe.
«Quindi è come se mi fossi piazzata a metà, immagino» replica Susan. Sbadiglia. «Devo fare la pipì. Sveglio qualcuno se vado in bagno?»
«No. La loro camera è dall’altra parte della casa. E quella di Ingrid è all’ultimo piano.»
Susan esce con passo felpato dalla stanza, senza accendere la luce. Roger sente la porta del bagno che si chiude e poi il rumore attutito della vecchia cassetta dell’acqua. Susan torna e gli si rannicchia accanto. «Ma quant’è bello quel bagno? Il pomolo e la catenella. Possiamo farli mettere anche noi? Se ne trovano dove vendono oggetti di modernariato.»
«No» risponde Roger. Dopo un attimo riprende a parlare: «Quando avevo tredici anni, i miei genitori proposero di scambiarmi con un ragazzo tedesco della mia stessa età».
«Per sempre?» esclama Susan, meravigliata.
«No, no. Per un mesetto. Si usava molto all’epoca. Per migliorare il tedesco o il francese o quel che era, e viceversa. E per fare esperienza di un’altra cultura.»
«Non era una cattiva idea.»
«Nel nostro caso non ha funzionato. Il ragazzo tedesco tornò a casa dopo una settimana. Trovava insopportabile lo stile di vita inglese... per lo meno come si concretizzava ad Allersmead. E i suoi genitori fecero sapere, il più educatamente possibile, che non erano più tanto impazienti di accogliermi.»
«Che peccato.»
«Oh, per me fu un sollievo enorme. Ti racconto la cosa, comunque, soltanto per dimostrare che non tutti gli ospiti trovano la mia famiglia interessante per la sua stravaganza. Alcuni rimangono semplicemente costernati.»
«Che successe?» chiede Susan sbadigliando di nuovo. «Cos’è che andò storto?»
«Lascia perdere. E non ti mettere a dormire.» Le solleva la maglietta, le passa una mano sulla coscia. Lei fa un debole cenno di protesta che in realtà non lo è. Di lì a poco scopriranno, com’è accaduto a Gina e Philip, che il letto nella stanza degli ospiti di Allersmead cigola.
Lo studente tedesco era più basso di Roger; scuro di capelli, con due occhioni che chiaramente prendevano nota di ogni cosa, e anche di più. Scese dal treno impeccabile, malgrado un itinerario che aveva richiesto diversi cambi, e salutò Alison in un inglese altrettanto elegante. Il viaggio era andato bene, grazie, i suoi genitori gli avevano dato tutte le istruzioni; mostrò ad Alison due fogli fittamente dattiloscritti. No, non era affamato al momento, grazie, le provviste che la madre gli aveva dato per il tragitto erano appena terminate. Strinse la mano a Roger e disse che sarebbero diventati buoni amici. Roger ricambiò la stretta, con scarso vigore, meno sicuro della cosa.
«È delizioso» disse Ingrid più tardi. Roger, dubbioso sul fatto che qualcuno avesse mai detto di lui la stessa cosa, fissava fuori dalla finestra. Alison stava facendo vedere il giardino a Stefan, che si mostrava visibilmente attento. Ogni tanto indicava qualcosa con aria interrogativa, o contemplava un albero. Stefan sapeva come accattivarsi gli adulti, Roger lo vedeva; non aveva nemmeno bisogno di parlare nella sua lingua. Sembrava avere non tredici anni, ma una trentina, o centotrenta. Era infallibilmente educato; balzava sull’attenti ogni volta che entravano Alison o Ingrid; chiedeva consigli a Charles sui libri inglesi che avrebbe dovuto leggere.
«Chi è quel piccolo lecchino che hai portato qui?» chiese Paul, tornato dal college.
«Non l’ho portato io» borbottò Roger. «E chiudi il becco. Parla inglese meglio di noi.»
Stefan avrebbe diviso la stanza con Roger. La prima sera era rimasto fermo sulla porta a fissare le montagne di jeans, felpe, t-shirt, i fetidi mucchi di scarpe da ginnastica, il davanzale su cui i bruchi raccolti da Roger strisciavano in barattoli di vetro, il poster con gli animali del litorale marino, la carta da parati strappata, la moquette che nel corso degli anni aveva assorbito con avidità succo di ribes, latte, Coca-Cola e altre sostanze. Per la verità, pungolato da Alison, Roger aveva riordinato la sua camera. Pensava che non fosse affatto male ma, dato uno sguardo a Stefan, la vide per un attimo con occhi vergini e capì che non era all’altezza. L’espressione di Stefan era complessa: esprimeva uno sconcerto rapidamente trattenuto e rimpiazzato dalla rassegnazione. Adocchiò il letto a castello.
«Ti puoi mettere in quello di sopra, se vuoi» disse Roger.
Stefan sorrise. «Danke schön. Das ist ja sehr freundlich. Vielen Dank.»
Roger lo guardò spaventato. Nell’ultima prova di tedesco aveva preso buono meno. La conversazione era molto improbabile.
Stefan fece un gesto di scusa. «Pensavo che forse avresti voluto fare un po’ di pratica. Un’altra volta. Grazie per il letto di sopra.» Disfece la borsa, da cui uscirono abiti meticolosamente piegati e un nécessaire pieno di misteriosi articoli da toilette. Roger gli mostrò il bagno e per un attimo ebbe di nuovo la visione oggettiva e inquietante di prima: vide gli asciugamani ammucchiati sull’asta, la tenda della doccia strappata, la mensola ingombra dei cosmetici di Sandra, il contenitore da cui spuntava una foresta di spazzolini da denti, le salviette distese sul lato della vasca, le ochette di plastica dietro i rubinetti (e chi ci giocava più con quelle, per l’amor del cielo?). Il gabinetto. Oddio, il gabinetto. Sentì un orribile odore di umidità primordiale e vide che anche Stefan lo avvertiva. «Questo è il bagno» fece Roger incupito.
Nel corso della cena si venne a sapere che Stefan era figlio unico.
«Fortunato il coglioncello» disse Paul.
«Ti prego!» esclamò Alison. «Non diceva sul serio» spiegò a Stefan. «Scherzava.»
Stefan annuì con fare educato. «Coglioncello?» chiese. «È una parola che non conosco.»
Charles appoggiò le posate. «Un’espressione colloquiale. Generalmente considerata triviale o derisoria. La conversazione con mio figlio ti offrirà ricchi spunti per apprendere il registro più basso della nostra lingua.»
Stefan annuì di nuovo, con la sua espressione imperscrutabile.
Paul replicò: «Grazie, papà. È bello sapere di essere utili».
Alison aggrottò la fronte e si rivolse a Stefan: «Troverai che la vita in una grande famiglia è un po’ diversa. Impariamo tutti a essere indulgenti, non è vero?» Lanciò uno sguardo alla tavolata.
«Non che si noti» disse Sandra. «Ce n’è ancora, mamma?»
Alison si alzò. «Non sei molto carina, tesoro. Passami il piatto. Ma prima chiedi a Stefan se ne vuole anche lui.»
Stefan rispose che ne aveva preso a sufficienza, grazie.
Clare disse: «Non c’è mai qualcosa di dietetico da mangiare? La salsiccia in pastella è piena zeppa di carboidrati».
Gina commentò: «A dieci anni non dovresti nemmeno sapere che cos’è un carboidrato».
Clare replicò: «Guarda, sto diventando così grassa che non riesco neanche a fare la verticale».
Paul disse a Gina che dopo aveva intenzione di andare al pub e che magari voleva andarci anche lei e offrirgli da bere.
Katie domandò se qualcuno aveva visto la sua borsetta rossa, era sulla credenza, sono sicura...
Stefan disse: «Salsiccia in pastella?», ma nessuno lo sentì.
Roger guardò Stefan e vide una scura e intensa presenza che osservava. Guardò la sua famiglia e vide tutti che parlavano contemporaneamente, Ingrid che diceva a mamma che di nuovo non c’era acqua calda, papà che chiedeva chi avesse preso il giornale dal tavolino all’ingresso pregandolo gentilmente di rimettercelo. Sapeva, con terribile certezza, che Alison avrebbe suggerito a lui e Stefan di fare una partita a Scarabeo dopo cena.
Roger fissava il tabellone. Gli erano rimaste quattro lettere, e l’unica parola che poteva comporre era «fica». Le regole di Allersmead proibivano le parolacce, ma Stefan non conosceva le regole di Allersmead. Stefan stava vincendo, probabilmente aveva già vinto, ma con «fica» Roger avrebbe fatto ventisette punti e forse sarebbe anche potuto passare in vantaggio. Roger non era un tipo esageratamente competitivo, ma Scarabeo sa tirar fuori il peggio in chiunque: non voleva essere battuto da uno per cui l’inglese non era nemmeno la lingua madre, era umiliante. La sua mano si librava sopra le tessere; le prese una alla volta e le appoggiò.
Stefan studiò il risultato. Aveva già accennato al fatto che a casa con i genitori talvolta giocava a Scarabeo in inglese, così per divertimento (Divertimento? pensò Roger stupefatto). Disse: «Nella nostra famiglia non ammettiamo quella parola. Qui funziona diversamente, suppongo».
La frase implicava una velatissima critica e Roger capì di essere nei guai. O diceva la verità sulle regole di Allersmead e ammetteva di aver imbrogliato ma salvava l’onore di casa, o stava zitto lasciando così che la famiglia ne uscisse infangata dal confronto con lo stile di vita rispettabile e superiore della famiglia di Stefan. Oppure – gli venne in mente una terza possibilità – sbuffava divertito di fronte a un tale scenario moralistico, in quanto persona abituata a un clima di libera espressione di sé.
Fissava disperato il tabellone, evitando lo sguardo di Stefan.
Si aprì la porta. «Che ne dite di andare a letto, ragazzi?» chiese Alison. «Stefan sarà stanchissimo, dopo quel viaggio. O volete finire la partita?»
Roger spazzò via le tessere. «Oh, abbiamo quasi finito» disse. «E comunque ha vinto Stefan.»
Più tardi, disteso nel letto, pensò che se la famiglia di Stefan era così ammodo, allora «fica» non avrebbe dovuto far parte del loro vocabolario inglese. Dopotutto, Stefan era sembrato sconcertato da «coglioncello».
Il giorno dopo Roger e Stefan portarono un pallone da calcio nel parco vicino a casa, dietro suggerimento di Alison. Roger non aveva considerato fino in fondo il gemellaggio forzato che comportava il programma di scambio culturale: qualsiasi cosa facevi, si faceva insieme. Tu e lui eravate un’unità artificiale per tutta la durata del soggiorno. Dormivate insieme, giocavate insieme, mangiavate, bevevate ed eravate sempre a stretto contatto. Non c’era scampo, a quanto pareva. «Cos’avete intenzione di fare ora, ragazzi?» chiedeva Alison con tono allegro.
Giocarono dunque a calcio, in ossequio a quanto richiesto. Per Roger non era una penitenza; Stefan era meno entusiasta, lo si capiva, ma aveva coraggiosamente tirato calci alla palla qui e là per un’oretta, dando prova di scarsa abilità, cosa che imbarazzava entrambi. Alla fine, di comune accordo, si trascinarono verso casa. La giornata proseguì tra gli sbadigli.
Se fosse stato per lui, Roger si sarebbe abbandonato alla noia vacanziera; avrebbe bighellonato, oziato, senza combinare nulla di particolare per ore e ore. Ma quella non era più un’opzione: doveva essere sempre intento a fare qualcosa, in modo che Stefan la facesse con lui. Monopoli, badminton in giardino, un solitario a carte, il tiro degli anelli sul prato, il gioco dell’oca, perché non prendere il set completo da ping pong e montare il tavolo dietro casa? Era estenuante.
Stefan sembrava la condiscendenza fatta persona. Salvo che, si accorse Roger, in lui le buone maniere erano così connaturate che gli era virtualmente impossibile dire di no. «Sì» rispondeva, «mi piacerebbe. Mi devi insegnare questo gioco, non lo conosco.» Giocava con terribile determinazione; sembrava farlo per l’onore della sua patria. La sera, era stravolto dalla fatica.
La compassione non è il punto forte dei tredicenni. La compassione non era il punto forte di Roger, ma talvolta scorgeva in Stefan una sorta di angoscia repressa. La vedeva mentre Stefan aspettava il suo turno per il bagno, la vedeva quando Stefan provava a seguire i dialoghi che si intrecciavano al di sopra del tavolo di cucina di Allersmead, durante i pasti, e chiaramente non ci riusciva, la vedeva quando Stefan si trovava davanti un bel piatto di pasticcio di manzo sotto sale. («No, noi questo non l’abbiamo.»)
Fu durante uno di quei convulsi, competitivi e cifrati pasti di Allersmead che Alison si mise a illustrare a Stefan la festa imminente.
«È così bello che ci sia anche tu, Stefan... uno dei nostri grandi eventi di famiglia. È il mio compleanno, capisci, e dato che cade a pennello durante le vacanze estive – che buonsenso da parte mia nascere in agosto – facciamo sempre un picnic tutti insieme. Il picnic di compleanno. Ora... zitti tutti, per favore!... non abbiamo ancora deciso il posto per quest’anno, e mancano solo due giorni, perciò voglio delle idee.»
«Il parco dei divertimenti di Alton Towers» disse Clare.
«Oxford Street» propose Sandra. «Con possibilità di fare shopping per chi lo desidera.»
«Quello spazio verde davanti al parlamento» fece Paul. «Con i cartelloni che celebrano la santità della vita famigliare.»
Alison aggrottò la fronte. «Suggerimenti sensati, per piacere.» Si girò verso Charles. «E tu, caro? Un posto dove ti piacerebbe particolarmente andare?»
Charles sembrava perso in qualche fantasticheria privata. Riemerse. «Ah, sì, il festeggiamento annuale.» Diede un’occhiata a Stefan. «E se concedessimo al nostro ospite di scegliere la destinazione?»
Stefan sembrò colto dal panico. «Non credo...» esordì.
Katie gli venne in soccorso. «Be’, perché non andiamo a Whipsnade?»
Mormorii. «Oh, ti preeego» disse Sandra.
Charles si rivolse ancora a Stefan. «Noterai una certa mancanza di accordo in questa famiglia. La tradizione vuole che anche un rituale sia materia di discordia. È sempre una sfida vedere per quanto può andare avanti.» Guardò la tavolata in attesa.
«Giusto, papà» borbottò Paul. «Confondi le acque.»
Gina fece per dargli un calcio, ma colpì invece la gamba di Stefan. «Scusa» gli disse senza emettere suoni.
«Forse sarebbe carino una spiaggia» disse Ingrid. «Per nuotare.»
Alison agitò le braccia. «Silenzio, tutti quanti. Mi è venuta un’ispirazione. Maiden Castle: un bel castello e con un grande prato per il picnic, e prima possiamo fare un giro per Dorchester.»
Ci fu silenzio. «Che castello?» chiese Sandra.
«Sì, Maiden Castle» rispose Paul. «Famoso per il sacrificio rituale delle vergini nel... mmm... dodicesimo secolo.»
Charles intervenne. «Ottima scelta, se posso dire la mia. Una combinazione di contesti storici e letterari per il nostro ospite. L’età del ferro incontra il saggio del Wessex.» Esaminò la tavolata. «Alzi la mano chi sa di cosa sto parlando.»
I suoi figli rimasero seduti senza fiatare, con occhi inespressivi. «Deciso, allora!» esclamò Alison con tono allegro. «E sia Maiden Castle. Speriamo bene per il tempo.»
L’epoca del furgone Volkswagen era finita da un pezzo. Ora le macchine erano due: una vecchia Volvo famigliare, prevalentemente di Alison, e un’altrettanto stagionata Vauxhall che sarebbe stata soprattutto di Charles, se fosse stato il tipo da avere un qualche rapporto con un’auto. La usava di tanto in tanto, ma non era sicuro di dove stavano le chiavi e non aveva idea di come controllare l’olio e la pressione delle gomme. Nei due veicoli prendeva posto l’intera famiglia in occasioni come questa (sempre meno e sempre più sporadiche, negli ultimi tempi): cinque in uno e quattro nell’altro, con lo spazio sufficiente per infilarci una persona in più come Stefan.
Ci furono discussioni su chi sarebbe andato in quale macchina per il tragitto fino a Dorchester, che sarebbe durato circa un’ora e mezzo. Sia Charles che Alison avrebbero gradito un navigatore, e gli unici volontari in grado di leggere la carta stradale erano Paul e Gina. Clare avrebbe sofferto il mal d’auto nella Vauxhall. Dato che era l’automobile meno spaziosa, ci sarebbero dovuti salire gli altri due più piccoli, Roger e Stefan, per non viaggiare troppo stretti. Alla fine, i gruppi furono così definiti: Gina, Ingrid, Katie e Clare nella Volvo, guidata da Alison; Sandra, Paul, Stefan e Roger nella Vauxhall, con Charles al volante. La merenda – cestini, scatole e canestri vari – fu caricata nel bagagliaio della Volvo, assieme ai plaid e ad alcune sedie pieghevoli. Il tempo sembrava un po’ incerto, ma Alison era piena di ottimismo: «Si schiarirà, vedrete».
Sulla Vauxhall, Paul sedeva davanti accanto a Charles, con la carta stradale; Sandra, Roger e Stefan occupavano il sedile posteriore. All’inizio tallonavano la Volvo, ma ben presto la persero a una rotatoria. Charles e Paul litigarono sull’interpretazione che Paul aveva dato della cartina dopo che una svolta sbagliata li aveva fatti finire in un complesso residenziale. «Pensavo che avremmo fatto la strada panoramica» disse Paul con un sorrisino. Charles non era divertito: «Pensavo che sapessi leggere una carta stradale».
Dopo mezz’ora sbagliarono di nuovo. «Volevo dire a sinistra» fece Paul. «Mi dispiace.» Charles rimase zitto per un po’, poi: «Avrai osservato, Stefan, che mio figlio sembra incapace di distinguere la sinistra dalla destra, una mancanza che lo renderebbe inabile persino per l’arruolamento nell’esercito».
«Non credo proprio che Stefan ti abbia sentito, papà» commentò Paul. «Non ti preoccupare: se l’esercito non mi prende, suppongo che salterà fuori qualcos’altro.»
Stefan fissava rigido fuori dal finestrino.
Si fermarono a un distributore di benzina. Paul si allontanò dalla macchina mentre Charles faceva rifornimento e tornò dal negozio con una confezione di birra da sei lattine.
«Hai intenzione di berle?» chiese Sandra.
Paul si sedette e ripose la birra accanto al sedile. «No, ho intenzione di versarle lungo i bastioni di Maiden Castle a mo’ di libagione.»
Charles tornò. Si rimisero in marcia. Stefan, che come Roger aveva comprato una tavoletta di cioccolata e pareva essersi un tantino ripreso, domandò: «Il posto dove stiamo andando... è molto vecchio?»
«Maiden Castle» rispose Paul «è il sito dove avveniva il sacrificio annuale di una dozzina di fanciulle in età da marito: un rituale creato per garantirsi la produttività nazionale. Cosa interessante, questa pratica continua...»
Sandra si sporse in avanti. «Smettila. Sei così noioso. In più, è sprezzante nei confronti delle donne.»
Roger guardò nervosamente Stefan, che aveva un’espressione assente.
Charles guidava in silenzio. Di lì a poco disse: «A beneficio del nostro ospite, ricorderei a voi tutti che Dorchester, dove incontreremo il resto della comitiva, è la Casterbridge di Thomas Hardy. Come nel Sindaco di... Ora siamo nel Wessex, teatro di gran parte, se non di tutti, i suoi romanzi».
«Ho visto un film» fece Sandra. «Alan Bates. Così sexy... Fantastico.»
Paul aprì una lattina di birra. Suo padre gli lanciò un’occhiata di traverso. «Ti dispiacerebbe dedicarti alla cartina? Penso che tra poco dovremo svoltare.»
Nel parcheggio di Dorchester ritrovarono il resto del gruppo. Alison era su di giri: «Abbiamo un sacco di tempo prima del picnic. Dove ci dirigiamo?»
«Topshop?» propose Sandra. «French Connection? Next?»
«C’è la piscina?» chiese Clare.
Roger sapeva dove sarebbero andati. Dove andavano sempre, in ogni posto nuovo. Papà avrebbe annunciato che sarebbero andati lì e mamma sarebbe stata d’accordo, per evitare discussioni e dimostrare il suo appoggio.
«Pare che il museo valga una visita» disse Charles. «Credo che abbiano ricostruito lo studio di Thomas Hardy.»
«Bella idea!» esclamò Alison.
Si mossero verso il centro della città. Di quando in quando Charles parlava di Thomas Hardy o dell’età del ferro, ma nessuno prestava la minima attenzione, salvo Stefan, che gli stava diligentemente accanto. Non sarà nuovo ai musei, immaginò Roger; probabile che la sua famiglia si facesse un museo prima di colazione. Clare stava ancora piagnucolando a proposito di piscine. Paul chiudeva la fila, bevendo ogni tanto grandi sorsate di birra.
Davanti allo studio ricostruito di Thomas Hardy, Charles si fece silenzioso; la scrivania, la penna, i fogli lo toccavano evidentemente nell’intimo. Avrà voglia di metterci piede, pensò Roger. Il suo habitat naturale.
«Non credo di aver mai letto nessuno dei suoi libri» disse Alison con tono vivace.
Charles sospirò. Disse a Stefan che Thomas Hardy era un romanziere che aveva raccontato lo stile di vita ormai scomparso dell’Inghilterra rurale di fine diciannovesimo secolo.
«L’abbiamo letto per gli esami» commentò Gina. «Una ragazza che ha un figlio e da ultimo finisce impiccata; un mattone, ma con dei passaggi forti.»
Charles sospirò di nuovo. «Un’ottima sinossi, direi, ma povera di valutazione letteraria.» Girò la testa. «Suggerisco di passare alla sezione archeologica, in preparazione a Maiden Castle.»
Nel Wessex dell’età del ferro, Sandra si piazzò su una panca e iniziò un meticoloso rifacimento del trucco. Paul cercò conforto nella lattina di birra. La treccia di Clare si era disfatta e aveva bisogno di manutenzione da parte di Ingrid. Gli altri vagavano di vetrina in vetrina. Roger fissava una schiera di armi di metallo corrose e rifletteva che l’archeologia era sostanzialmente una questione di uomini che uccidono altri uomini, a guardarla da vicino. Charles stava parlando a Stefan delle invasioni romane.
Alison balzò in piedi. «È mezzogiorno passato. Tutti a pranzo! È ora del picnic!»
Tornarono in ordine sparso al parcheggio e salirono in macchina. «E ora pronti per l’assalto all’Everest» disse Paul. Per qualche motivo, sembrava più vivace. Charles, invece, si era fatto scuro in viso. Intimò a Paul di fare attenzione ai cartelli.
«Non ti preoccupare» replicò Paul. «La vedi.»
E in effetti si vedeva. Un’enorme collina dai bastioni erbosi con un sentiero che saliva serpeggiando dall’area di sosta. Roger la osservò con un guizzo di interesse: ci si poteva rotolare giù a capriole.
Le automobili furono parcheggiate, la Volvo scaricata e il contenuto distribuito da Alison. «Tu porti questo... Paul, prendi le sedie... Vacci piano con quello, ci sono le bottiglie dentro...» La comitiva salì zigzagando lungo il percorso, ognuno con il proprio fardello, come rifugiati in fuga da una qualche calamità, o un gruppo che recava offerte votive. «Tieni quelle bottiglie ben dritte!» gridò Alison. «Qualcuno ha preso il plaid grande?» Deviò dal sentiero, gesticolando: «Da questa parte è ottimo. Ricordo che ci venimmo anni fa. Lontano dalla gente e con una splendida vista».
Il punto di sua scelta, il crinale di uno dei bastioni, risultò offrire un’ottima veduta su una coppietta impegnata ad amoreggiare sul declivio sottostante, che si interruppe per lanciare occhiatacce indignate. Katie disse: «Mamma, penso che forse dovremmo andare un po’ più in là».
«Qui va benissimo, tesoro. Un bel posticino in piano, e senza cardi. Paul, le sedie laggiù, e chiunque abbia il plaid, qua.»
Venne allestito un insediamento, disseminato di scatole e cestini aperti, una falange di bottiglie sistemate su un tavolino pieghevole (vino per gli adulti, bibite per i ragazzi), una zona per sedersi. La coppia in amore si alzò e andò via, con sguardi risentiti. «Come rovinare la giornata a qualcuno...» mormorò Katie.
Alison aveva superato se stessa. C’erano quiche, spiedini di salsicce, insalate, pollo arrosto freddo, gelato alla fragola fatto in casa, torta di lamponi. Roger si rinvigorì ulteriormente. Il gruppo si dispose: alcuni allungati sui plaid, i tre adulti sulle sedie, oltre a Sandra, che non voleva rischiare di sporcarsi la camicetta. Alison distribuì da mangiare: «I tovaglioli di carta sono da questa parte, e anche le ciotole e i cucchiaini per il gelato. Charles, apriresti il vino?»
Charles ne versò per Ingrid, per Alison e per sé. Ne bevve subito un po’, cosa che parve migliorare il suo umore. Sollevò il bicchiere: «Al compleanno!»
Si levarono calici di limonata e Coca-Cola, e una lattina di birra. «Cin cin, mamma» fece Sandra. Stefan disse: «Le auguro un buon compleanno», e affondò in un imbarazzo mortificato.
Ingrid disse: «Quanti compleanni... Ma forse pochi altri ancora».
«Grazie a tutti!» Alison era compiaciuta. «Che cosa intendi, Ingrid cara? Oh, i ragazzi che crescono. Ma tornerete tutti, no? Le tradizioni di famiglia sono sacre» una risata allegra «e, comunque, c’è ancora un sacco di tempo. Roger, fai girare le salsicce e il pollo... dovete finire tutto. Avete tradizioni nella vostra famiglia, Stefan? È così importante. Voglio dire, tutti festeggiano il Natale e i compleanni, ma il punto è renderli speciali, vero?»
«Personalizzati» aggiunse Sandra.
«Come dici, tesoro? Vedi, in questa famiglia ho sempre fatto in modo che avessimo le nostre piccole cerimonie. Quando erano bambini, organizzavamo le cacce al tesoro per le feste di compleanno, e facevamo dei pranzi speciali quando c’era qualcosa di particolare da festeggiare. Tanti esami di scuola... cose del genere.»
«O pochi, in un caso» commentò Charles.
Paul scagliò con violenza una lattina di birra vuota giù per il pendio.
«Oh, Paul, non fare così!» gridò Alison. «È spazzatura. Ragazzaccio. Dopo la vai a raccogliere. Su, quell’insalata va finita e c’è ancora un mucchio di quiche. La cosa bella delle tradizioni è che si hanno un sacco di ricordi. Ci fu quella volta che facemmo la caccia al tesoro a Kew Gardens... era la festa di Katie. Kew Gardens sono dei famosi... be’, giardini, Stefan.»
«Mi ricordo» disse Katie. «Io sono caduta e mi sono sbucciata un ginocchio.»
«Ma naturalmente il più delle volte le organizzavamo noi, le cacce al tesoro. Per tutta la casa, se pioveva.»
«In giardino era meglio» disse Ingrid. «Tranne la volta che Gina... cadde.»
Alison si interruppe. «Sì, un vero peccato, ma sono incidenti che capitano.»
«E per la verità la cicatrice non si vede molto» continuò Ingrid.
Gina chiuse gli occhi per un attimo, li riaprì e disse: «Grazie, Ingrid. Grazie tante».
Sandra si era persa a esaminarsi le unghie.
«Ah, che bei tempi» fece Paul.
Alison gli sorrise radiosa. «Certo che lo erano. Be’, tu hai avuto il compleanno più bello di tutti. Il primo. Tutto per te.»
«Esatto. E da allora è iniziato il declino.»
«Ti preparai una tortina con il nome fatto di glassa azzurra. A proposito...»
Alison si alzò, si chinò su una scatola ancora da aprire ed estrasse con gesto plateale la torta di compleanno. «Cioccolato e noci... ho pensato a te, Clare: so che ti piace tanto. Be’, dove si è cacciato il coltello?»
«Tanti auguri!» cantò Paul. «Tanti auguri, cara mamma...»
Cantarono tutti in coro. Stefan cantava guardandosi intorno nervoso. Roger cantava, e mentre lo faceva sembrava guardare gli altri con distacco... quel gruppo seduto sul fianco di una collina, intento a cantare: i suoi genitori e suo fratello e le sue sorelle, quelle persone infinitamente familiari, che non sarebbero potute essere diverse, eppure, si ritrovò a pensare, lo erano, lo erano state, lo sarebbero state ancora. Erano state più piccole (d’un tratto gli passò per la mente una Clare più piccola) e sarebbero state più grandi. Così come lui. Adulti, finalmente.
Se non che era impossibile. Inimmaginabile. Fuori questione.
Mangiarono la torta.
«Banchetti cerimoniali» disse Charles. «Se ne facevano in abbondanza da queste parti in epoca celtica.» Si versò un altro bicchiere di vino.
«Che cosa mangiava la gente a quei tempi?» chiese Stefan con coraggio.
Gli venne data una risposta alquanto dettagliata. «...farina di farro» udì Roger distrattamente «...orzo fermentato...» Osservava il pendio della collina e si chiedeva come sarebbe stato rotolare giù. «È molto interessante» stava dicendo Stefan, e Roger provò una fitta di compassione. Si ritrovò a pensare con orrore che in seguito sarebbe stato lui a dover fare conversazione con il padre di Stefan, soltanto che si sarebbe svolta tutta in tedesco e lui non avrebbe capito una parola.
«Chi preparava da mangiare?» chiese Sandra, alzando d’un tratto gli occhi. Non sembrava che stesse ascoltando.
«Le donne, naturalmente.» Charles sorrise benevolo. «Era una società patriarcale.»
«Non so cosa vuol dire.»
«Vuol dire che gli uomini comandano, okay?» disse Paul.
Ingrid, che stava raccogliendo la spazzatura in una delle scatole, girò la testa. «Penso che non è tanto diverso ora.»
«Wow, Ingrid!» esclamò Sandra. «Continua.»
Ingrid si strinse nelle spalle. «È solo che... non è tanto diverso ora.» Il suo tono enfatico era sconcertante. La guardarono.
Gina sentenziò: «Presto lo sarà. Per la prossima generazione, la discriminazione sessuale sarà un ricordo del passato. Vivremo nell’era post-femminista. Parità dei sessi».
«A me non dispiacerebbe se le donne comandassero un po’, prima» disse Sandra.
Charles bevve, esaminò la bottiglia di vino e se ne versò le ultime due dita nel bicchiere. «Non lo fanno già?» Si guardò attorno con aria sarcastica.
Ingrid si alzò. Parve rivolgersi al cielo. «Io credo di no.»
«Non so di cosa stiate parlando tutti quanti» disse Alison. «Ingrid, cara, fa’ in modo che gli avanzi della quiche siano coperti.»
«Papà lo sa, vero, papà?» Paul, sottovoce, a un’altra lattina di birra.
«Come hai detto, Paul?» Charles, con tono sostenuto.
«Niente, niente...»
«Le donne se la cavano piuttosto bene nella società occidentale contemporanea. Sarebbe da incauti mettersi a questionare con loro.» Charles ridacchiò; una battuta privata, sembrava.
Paul si alzò. «Chi sta parlando della società occidentale contemporanea?» Guardò in cagnesco Charles, gettò la lattina in una scatola aperta e si allontanò sul pendio.
Calò il silenzio. Alison guardò per un attimo Charles, poi si mise indaffarata a riordinare. Charles fissava il Dorset in lontananza, impassibile. Ingrid si era seduta di nuovo, priva di espressione. Roger voleva dire qualcosa, spezzare quel silenzio, ma non gli venne nulla. Aveva la sensazione che una presenza oscura ed estranea si fosse insinuata tra loro. Come se ci fosse qualcun altro lì, che lui non conosceva.
Era ora di andare, disse Alison. «Ma dov’è Paul? Che seccatura, quel ragazzo... dovremo mandare una squadra in ricognizione.»
Charles leggeva il giornale. Sandra era distesa sul plaid al sole. Ingrid stava seduta un po’ in disparte. Katie era immersa in un libro.
«Vado io» disse Gina.
Roger saltò in piedi. «Vengo con te.»
Si avviarono lungo il pendio, con Stefan che li seguiva qualche passo indietro. «La cosa migliore è partire dal punto più in alto» disse Gina, «da dove si vede quasi tutto. E poi scendere.»
C’era meno gente intorno, ormai. Fecero un giro del colle, senza risultato. «Uff» sbuffò Gina. «Difficile vederlo, fra tutti questi bozzi e dossi.» Provarono a chiamarlo. Le loro voci sprofondavano nel fianco della collina, si propagavano verso il Dorset. «Mi sento una stupida» commentò Gina. «Scusate, avete visto mio fratello? Non è esattamente un bambinetto.»
Lo trovarono in un avvallamento, disteso a faccia in giù con accanto lattine di birra vuote.
«Oddio» disse Gina.
«È addormentato?» chiese Stefan per rendersi utile.
«Puoi ben dirlo.» Gina si chinò. «Ehi! Forza, tirati su!» Paul grugnì. «Dai, Paul. In piedi.»
«Vaffanculo» disse Paul.
«Non esiste. Si va a casa ora, sta’ zitto e basta, okay?» Gina si mise il braccio di Paul attorno al collo. «Su, avanti marsc’.»
Avanzavano faticosamente lungo la collina. Stefan li seguiva con gli occhi spalancati. «Penso che forse tuo fratello sia...»
«Sì» fece Roger accigliato. «Lo è.»
Tornati all’accampamento, non ci furono grandi commenti. Charles lanciò un’occhiata a Paul, piegò il giornale e si alzò in piedi. Anche Alison lo osservò, uno sguardo ben più lungo, poi disse, in tono vivace e forzato: «Eccoti. Forza, muoviamoci».
In macchina, Paul dormì sul sedile posteriore e Roger scoprì di saper leggere una cartina stradale. Fu un momento elettrizzante, simile a un’improvvisa disinvoltura in una lingua straniera. Charles disse: «Niente male, Roger. Davvero, nient’affatto male». Roger affrontò la serata sull’onda di questa sua nuova abilità e non si accorse neppure che Stefan aveva chiesto se, per favore, poteva telefonare ai suoi genitori. In realtà, afferrò a malapena il concetto quando si venne a sapere che di fatto Stefan sarebbe tornato a casa l’indomani, e qualche giorno dopo, in seguito all’arrivo di una lettera dei genitori di Stefan, che lui stesso non sarebbe andato a completare lo scambio interculturale. Era troppo impegnato a pensare per quanto tempo avrebbe dovuto mettere via la sua paghetta prima di potersi comprare qualche cartina della Ordnance Survey.
«Solo perché tuo fratello si era ubriacato?» chiede Susan. «Gran parte dei ragazzi lo fa di tanto in tanto.»
«Non solo quello. Fu l’intero pacchetto, suppongo. Eravamo troppo per un ragazzino di Friburgo cresciuto nella bambagia. Un caso di shock culturale.»