L’indomani, sul presto, Lara telefonò a Virginia e fissò con lei un appuntamento in ospedale. Arrivò in anticipo per parlare con il capo del personale e mettere in atto la prima parte del suo piano. Mentre percorreva la corsia, passò davanti alla stanza di Marco e non riuscì a resistere alla tentazione di aprire la porta e sbirciare all’interno.
Il ragazzo dormiva di un sonno profondo e agitato allo stesso tempo. Muoveva la testa come a volersi liberare di una stretta alla gola e poi emetteva dei piccoli versi, simili a gemiti appena accennati, il respiro rumoroso. Deglutiva in continuazione. Lara si fece coraggio, entrò e lo raggiunse al bordo del letto. La fronte di Marco era calda e sudata, le palpebre chiuse rivelavano l’attività frenetica degli occhi che rincorrevano le immagini del sogno.
La donna immerse una garza nell’acqua per inumidirgli le labbra e lui, nel sonno, le aprì, succhiando avidamente il liquido fresco, come un bambino dal seno materno. Lo dissetò a lungo in quel modo, senza che lui desse segnali di coscienza. Poi gli bagnò la fronte con delicatezza e lo guardò. Continuava a dormire, sprofondato in sogni misteriosi. Lara esitò, quindi gli scostò delicatamente il bordo della maglietta fino a scoprire la voglia a forma di stella. La osservò da vicino, le dita che tremavano appena. Poi si scoprì a chinarsi e a baciarlo su una guancia.
Più tardi, quando uscì dal colloquio con il capo del personale, scese in cortile e trovò Virginia ad attenderla.
«Scusa il ritardo...» le disse, «ma quelli dell’ufficio del personale sono di una lentezza esasperante... Insomma, speravo di sbrigarmi in pochi minuti e invece pare che chiedere le ferie arretrate sia un vero e proprio affare di stato...»
Virginia la guardò, perplessa.
«Le ferie? E a che ti servono le ferie? Mica vuoi partire proprio adesso? Lara, non capisco che diavolo stai combinando e...»
Lara la interruppe con un cenno della mano.
«Vado a Sarcola... non scappo, non ne ho nessuna intenzione e tu vedi di calmarti che già è difficile quello che sto per fare», disse, decisa.
«Sarcola?» chiese Virginia, perplessa.
«È il paese dove sono nata. E dove è nato Marco, anche se non lo sa... Ho deciso di portarlo lì con me.»
Virginia la guardò come se fosse appena sbarcata da un’astronave.
«Presto Marco sarà dimesso dall’ospedale. Poi dovrebbe continuare la terapia a casa. Tanto vale che la facciamo a Sarcola, la terapia... Per questo ho preso un po’ di ferie: l’ospedale non mi avrebbe mai dato il permesso di fare una cosa del genere», continuò Lara.
Virginia era sempre più smarrita.
«Non capisco cosa vuoi fare davvero...» ammise.
«A Sarcola c’è il padre di Marco. Vive ancora lì...»
Virginia spalancò gli occhi ancora di più.
«Però questo non glielo diciamo, a Marco, almeno per il momento», continuò Lara. «Ma tu mi devi aiutare a convincerlo a seguirmi... Poi ci penso io, a tutto il resto.»
«Ma... sei sicura che sia la cosa giusta?»
«No, non ne sono per niente sicura, se proprio lo vuoi sapere...» ammise Lara, «però non so che altro fare... Insomma, mi sembra giusto che si conoscano, che stiano un po’ insieme... poi vedremo cosa succede.»
Virginia abbassò lo sguardo, soppesando l’idea.
«Forse hai ragione... potrebbe essere una cosa più... naturale. Non lo so», disse poi, sollevando lo sguardo.
«Allora mi dai una mano a convincerlo?»
«E cosa gli dico? Che scusa c’inventiamo?»
Lara accennò un sorriso, poi sollevò lo sguardo verso la finestra della camera di Marco, al secondo piano.
«La cura...» disse. «Gli diciamo che è un tipo di cura particolare, che serve per farlo guarire presto e a rimetterlo in piedi...»
«E pensi che lui ci crederà?»
«Non lo so... lo spero. Però, in fondo, questa è la scusa che più si avvicina alla verità...» concluse Lara, come parlando a sé stessa.
Il sole era prossimo allo zenit: da poco aveva smesso di risplendere nel rettangolo della finestra e di abbagliare con i suoi raggi gli occhi Marco, che ora provava un po’ di sollievo. Più volte aveva tentato di chiamare qualcuno che abbassasse le tapparelle, ma le sue richieste erano state ignorate dal personale indaffarato con i pazienti più gravi. Si voltò verso il comodino e afferrò la bottiglia dell’acqua, dissetandosi a lungo, la testa piegata in avanti, in una posizione scomoda e dolorosa. L’acqua era calda come un brodino dimenticato nella tazza e Marco non riuscì a nascondere il disgusto, imprecando a bassa voce. Poi sentì la porta aprirsi e Lara fece capolino nella stanza con un sorriso teso.
«Mi fai vomitare subito o mi dai tregua? Non mi va di alzarmi, ti avviso», la minacciò, contrariato.
«Facciamo così, oggi mi sento buona e ti risparmio la passeggiata», disse Lara, lasciando la porta spalancata.
«Come mai?» le chiese Marco, sorpreso.
«Perché, ti dispiace?»
«No. Anzi.»
Lara si avvicinò al letto, si mise a sedere.
«Ti va un gelato?» gli domandò sprimacciando il cuscino dietro la nuca del ragazzo.
«Perché? Si può?» chiese Marco, adagiando il collo sul cuscino che aveva appena ritrovato la sua forma.
«Certo che si può. Lo stomaco ti funziona, no?»
«Almeno quello...» disse Marco, ironico.
«Certo che per avere diciotto anni sei pesantuccio, sai?»
«Ma chi, io?»
«No, allora io. Guarda che hai subito un trauma leggero, dopotutto. Non sei moribondo come vorresti far credere...» precisò Lara.
«Intanto non cammino e ho un braccio e la mano paralizzati...»
«Paralizzati...» ripeté con tono divertito Virginia, entrando nella stanza con tre gelati. «Non ti sembra di esagerare?»
Marco si voltò a guardarla, sorpreso.
«E tu che fai qui?» le chiese, mentre lei gli porgeva un ghiacciolo.
«Vendo gelati. Arrotondo la paghetta dei miei...» rispose Virginia, porgendo il secondo ghiacciolo a Lara.
Marco fissò le due donne, sospettoso. Scartò il ghiacciolo con i denti, poi lo brandì come un’arma.
«Si può sapere che succede? Mica mi convince ’sto fatto che state qua tutt’e due... gelati... sorrisini... tirate fuori la brutta notizia, forza. Tanto ho capito che c’è qualcosa sotto...»
«E se la notizia fosse bella, invece?» replicò Virginia e lanciò un’occhiata a Lara che annuì appena.
«La prossima settimana si parte...» annunciò la donna, rivolta a Marco, senza riuscire a nascondere una profonda emozione.
«In... in che senso?»
«Ti porto a Sarcola...»
«Non capisco... che cazzo è, Sarcola? E chi te l’ha detto che io ci vengo?»
«Allora, prima di tutto modera il linguaggio. Poi, Sarcola è il mio paese, sono nata lì.»
«Embè? E io che c’entro?» chiese Marco.
«C’è la spiaggia... camminerai sulla sabbia... la sabbia è morbida, i piedi affondano. L’equilibrio è più facile da trovare e farai progressi in fretta», rispose Lara, risoluta. «E poi ho in mente un bel po’ di esercizi per te che qui non potremmo fare... anche per la mano e per il braccio... insomma, dai, fidati di me.»
Marco la guardò, perplesso.
«A me sembra una bellissima idea...» incalzò Virginia, sferrando un morsetto al ghiacciolo. «Mare... sole, spiagge... sembra quasi una vacanza.»
Marco puntò lo sguardo su Lara.
«Non capisco... perché vuoi fare questo per me?»
«Te lo ripeto: questo è il mio lavoro. E io lavoro a modo mio», rispose Lara, risoluta.
«Cioè, tu porti tutti a Sarcola a fare fisioterapia?»
Lara rise di gusto.
«Se proprio lo vuoi sapere, ho voglia di tornare al mio paese dopo molti anni e rivedere i miei...» rispose e, nello stesso istante, si pentì di averlo detto.
Marco la fissò, pensieroso, poi si adombrò.
«Ho capito... tutta ’sta storia vuol dire solo una cosa: che sto proprio messo male.»
«Oppure vuol dire che puoi guarire in fretta, se mi stai a sentire... e così non perdo troppo tempo con te», rispose Lara, ironica.
«Sei furba tu, eh?» disse Marco, fissandola dritto negli occhi, come se volesse studiarla a fondo.
E Lara, in quello sguardo che era diventato improvvisamente tagliente, ritrovò, ancora una volta, la radice del proprio dolore.
«Insomma, non vuoi guarire e tornare a tuffarti?» chiese Virginia a Marco.
Lui non rispose, addentò il ghiacciolo e gli sembrò tiepido, al confronto della paura e della diffidenza che sentiva nel petto.
«Chi paga tutto questo?» chiese poi, guardingo.
Le due donne si guardarono, un po’ spiazzate.
«Ti porto a casa mia, così unisco l’utile al dilettevole... quindi vitto e alloggio sono garantiti», rispose infine Lara, improvvisando. «Ti ripeto... prendila come una vacanza, solo qualche giorno... che hai da perdere?»
«E per il lavoro in piscina stai tranquillo», aggiunse Virginia. «Ci parlo io col responsabile, così quando torni ti riassumono.»
Marco le scrutò di nuovo, assorto.
«Non ho capito se mi volete aiutare o se c’è sotto qualche fregatura... insomma, tutte queste attenzioni puzzano di bruciato... C’è qualcosa che non so?» ribadì, sincero.
«Oh, stammi a sentire, ragazzi’...» recitò Lara. «Tu sei amico di Virginia, lei si sente in colpa perché ti sei tuffato e ti sei fatto male... io sono amica sua e tutte e due abbiamo preso a cuore la tua situazione. Poi scegli tu, nessuno ti costringe... l’alternativa è che te ne torni a casa e ti trovi qualcuno che ti fa fare la fisioterapia a spese tue, perché io comunque torno a Sarcola, visto che ho preso le ferie. Tutto chiaro?»
Marco sembrò accusare il colpo. Tacque, fissando un punto indefinito davanti a sé. Poi, d’improvviso, si voltò verso la spalliera del letto e afferrò la pulsantiera, schiacciando con forza l’allarme.
«Ma che fai?» gli domandò Lara, spiazzata da quel gesto.
«Voglio parlare col medico che mi ha visitato! Subito!» rispose Marco, deciso e impaurito allo stesso tempo, la mano avvinghiata alla pulsantiera.
Il dottore che l’aveva visitato nei giorni precedenti arrivò in stanza pochi minuti dopo. Lara e Virginia lo accolsero in silenzio, rintanate in un angolo della stanza, come due imputate in un processo.
«Cos’è successo?» chiese l’uomo, preoccupato.
«Sono io che vorrei sapere cos’è successo...» replicò Marco, pallido e teso.
Il medico si avvicinò al letto e Marco cercò nel bianco dei suoi capelli una rassicurazione o una conferma ai suoi timori.
«Perché mi volete mandare via? Perché devo essere trasferito in un paese che manco conosco? Cosa c’è sotto? Se sto messo male lo voglio sapere subito», gli chiese, fissando in tralice Lara e Virginia.
Anche il medico guardò le due donne, sorpreso.
«Io non ne so niente...» disse. E il suo sguardo pretendeva spiegazioni.
Lara gli riassunse in fretta che aveva chiesto alcuni giorni di ferie per tornare a Sarcola e rivedere i genitori e che voleva approfittarne per portare Marco con sé e continuare la terapia riabilitativa al mare. Chiarì in poche parole l’amicizia che legava il ragazzo a Virginia e i rapporti che da molti anni la legavano, a sua volta, alla ragazza.
«Vorrei solo unire l’utile al dilettevole...» precisò, «e continuare le terapie che il paziente dovrebbe fare comunque in privato.»
Marco ascoltò in silenzio, in attesa che venisse a galla la verità.
Il medico prese la cartella clinica, la lesse in fretta, poi si voltò verso di lui.
«Guarda che è tutto a posto, ragazzino... Non hai niente di preoccupante, ma questo te l’avevo già detto. Anzi, secondo me fra pochi giorni già comincerai a camminare senza problemi, il tempo di far passare le vertigini... Ci vorrà un po’ più di tempo per il braccio e la mano... Ma, insomma... tutto procede secondo le previsioni. Credo che Lara ti stia facendo una gentilezza, se devo essere sincero...»
Marco esitò, poi si lasciò andare a un sospiro.
Il medico fissò Lara, perplesso.
«Comunque direi che dovrebbe parlare con il primario di questa storia...» disse rivolto a lei, prima di andare via.
Lara assentì, suo malgrado. Quando rimasero soli, guardò Marco con aria di bonario rimprovero.
«Ti sei convinto, adesso? Ora mi tocca pure prendermi la ramanzina dal primario perché non l’avevo ancora avvisato...»
Marco non rispose. Si chiuse in un silenzio ostinato fino a quando Lara e Virginia non lo lasciarono da solo. Quindi adagiò la testa sul cuscino, chiuse gli occhi e cercò di capire quale decisione prendere.