Di Greco si era ucciso. Non ci poteva credere.
Morvan non l’aveva detto al figlio, ma anche lui la pensava allo stesso modo: impossibile che quell’uscita di scena non fosse legata alla morte del ragazzo. Impossibile anche che l’appuntamento fra i due non c’entrasse nulla con l’omicidio. Che cosa significava tutto quel bordello?
L’ammiraglio aveva sempre avuto il dono di cacciarsi in grossi casini o di sprofondare in stati che rasentavano la follia. Quando gli aveva telefonato, Morvan si era semplicemente spaventato. Passata una certa età, la richiesta di aiuto di un amico suona sempre minacciosa come un ricatto.
Aveva sbagliato a mandare là Erwan. Perché aveva dovuto coinvolgere la sua famiglia? Forse l’aveva fatto perché a livello inconscio voleva che il figlio conoscesse il suo passato africano?
E poi c’era la questione di Lontano. Perché l’ammiraglio, un attimo prima di morire, aveva rivangato quegli anni maledetti? Che cosa aveva voluto dire? Forse era stato assalito dai sensi di colpa in punto di morte? Per quanto riguardava Morvan, i rimorsi non l’avevano mai abbandonato.
L’autista si fermò in place d’Iéna. Ormai era troppo tardi per rinunciare al suo progetto mattutino: andare a trovare la Vergine di ghiaccio.
Sofia Montefiori viveva ancora nell’appartamento che lei e Loïc avevano comprato quando era incinta di Lorenzo. A Morvan bastò osservare la facciata del palazzo per ritrovare tutta la sua determinazione: quel patrimonio non doveva assolutamente essere diviso. Lui, che aveva trascorso tutta la vita con una megera per preservare il proprio, non riusciva a credere che quei due bambini viziati senza cervello decidessero di separarsi alla minima difficoltà.
Utilizzò il suo passe-partout per accedere all’ingresso, quindi si fece dare il secondo codice dalla portinaia. Ricordava il piano: il quarto. Ascensore all’antica, con la grata di metallo e le rifiniture in legno verniciato, come piaceva a lui. Morvan, il ragazzo venuto dal nulla, non aveva mai trovato niente di più rassicurante degli agi del lusso.
Si sistemò il nodo della cravatta nello stretto specchio della cabina. Per affrontare l’erede dei Montefiori doveva sfoderare tutto il suo fascino.
La filippina che gli aprì lo riconobbe e lo fece entrare controvoglia. Se non ricordava male, dovevano esserci tre domestici a tempo pieno. Un bel po’ di gente per una madre che non lavorava e due bambini. Ma era così che Sofia interpretava il suo ruolo di angelo del focolare.
Una volta gli aveva detto: «Sono sfinita. Ho dovuto spiegare tutto alla nuova tata». Lei non capiva quanto fossero ridicole frasi del genere: era nata nella bambagia e sarebbe morta nel cachemire, lamentandosi perché le pizzicava la pelle... Ma Morvan di lei amava una verità nascosta: la sua grazia, la sua eleganza e la sua sicurezza erano l’opera di un unico uomo, il padre. Un bruto che aveva fatto fortuna nel commercio della ferraglia, praticamente un semianalfabeta.
Attraversò l’anticamera, ampia quanto un salotto, ed entrò nel soggiorno, vasto come una sala da concerti. Finestre alte, parquet a spina ungherese, arredi di design. Il pacchetto comprendeva anche il sole, che sembrava entrare volentieri dai grandi vetri e trovarsi a proprio agio in quegli spazi dove mobili e pavimenti restituivano riflessi particolarmente raffinati.
Morvan osservò l’arredamento con soddisfazione. Indirettamente era anche opera sua. Fantasticava già di una casa come quella quando era soltanto un miserabile esiliato in Zaire. All’epoca, pur affermando ancora di essere di sinistra, leggeva Les beaux quartiers di Louis Aragon e sognava luoghi in cui «i tappeti sono spessi» e «bambine corrono a piedi nudi in lunghe camicie da notte».
«Nonno!»
Vide i nipoti con il grembiulino di scuola. Bilingui, avevano preso l’abitudine di chiamarlo in italiano. Non aveva niente in contrario. Anzi...
Gli corsero incontro con entusiasmo. Morvan li prese tra le braccia. Gli bastò stringerli a sé per dimenticare la notte di merda che aveva passato. Per un istante si sentì forte e coraggioso.
«Cosa ci fai qui?»
Posò i due angioletti e osservò Sofia, che stava sulla porta. Indossava un pigiama di seta bianca sgualcito e pantofole tibetane imbottite di pelo. Ne avevano un paio uguale anche Morvan e tutti gli altri membri della famiglia: regali di Loïc.
Senza mostrare il minimo imbarazzo per essere stata sorpresa in quella tenuta, disse in tono sprezzante: «Se sei venuto per Loïc, oggi l’hanno rilasciato. L’ho appena visto».
Il mondo all’incontrario: era l’italiana che lo aggiornava su quello che facevano gli sbirri.
«Non mi offri un caffè?»
Sofia guardò l’orologio. «Vado di fretta. Ho un appuntamento.»
«Una lezione di Pilates, magari?» Non era riuscito a trattenersi dal lanciarle quella frecciatina.
Sofia fece un gesto di esasperazione. «Vieni in cucina.»
Tra i due c’era sempre stata una strana confidenza, all’apparenza inspiegabile ma in realtà perfettamente comprensibile: la contessa aveva preso dal padre una parte della sua brutalità, della sua morale ambigua, tratti con cui il Vecchio si era subito sentito in sintonia.
Sofia affidò i bambini alle pinay (era così che chiamava le domestiche, con il nome attribuito alle donne filippine nel loro paese d’origine), pronte sulla porta, e lo raggiunse in cucina, un laboratorio liscio e immacolato dove il cibo sembrava soprattutto essere questione di cifre, chimica e parsimonia. Morvan si sedette su uno sgabello appoggiando i gomiti sull’isola centrale dal piano in granito brasiliano. Era il luogo della casa in cui si sentiva più a proprio agio. Con i suoi cento e passa chili preferiva quei materiali grezzi agli arredi raffinati del salotto.
«Hanno scuola il mercoledì?»
«Vanno al catechismo.» Sofia prese una caffettiera italiana e gli versò un caffè. «Di cosa volevi parlarmi?»
«Del vostro divorzio.»
«Ormai è fatta. Loïc ha firmato...»
«Lo so.»
«E allora cosa vuoi?»
Morvan girò il cucchiaino nella tazza. Un gesto puramente simbolico: non metteva mai lo zucchero. «Sei sicura della tua decisione?»
«Cos’è, uno scherzo?»
«Hai pensato ai bambini?»
«Un altro scherzo?» Si versò qualcosa anche lei. Una bevanda di color verde-bruno passò da un thermos cromato in una tazzina di gres. «Loïc li vedrà regolarmente», disse dopo avere bevuto un sorsetto. «Ora non è in grado di fare molto di più. Lo sai anche tu.»
«Ma... e la vostra relazione? Tutto quello che avete costruito? Non volete darvi una seconda possibilità? Voi...»
Sofia appoggiò con violenza la tazzina sul piano dell’isola. «Grégoire, non sarai venuto qui a quest’ora per parlarmi d’amore!»
«E il vostro patrimonio?»
«Siamo in comunione dei beni. Io rinuncio a tutto quello che lui ha guadagnato durante il nostro matrimonio e lui mi lascia l’appartamento. Mi pare uno scambio equo.»
«Lo sai cosa diceva Aristotele? “Il tutto è maggiore della somma delle sue parti.”»
Sofia sospirò. «Dove vuoi arrivare?»
«Hai pensato ai bambini? A quello che lascerete loro? Se non divorzierete, avranno un’eredità sostanziosa e...»
Sofia batté entrambe le mani sulla pietra fredda. «Maledizione, di cosa stai parlando? Tu e mio padre eravate contrari fin dall’inizio a questo matrimonio. Vi siete sempre odiati e non sopportavate l’idea che un giorno le vostre fortune potessero riunirsi.»
«Io e tuo padre siamo il passato. Adesso sto parlando del vostro futuro.»
Sofia si chinò verso di lui, con i suoi lineamenti eurasiatici e i pomelli rossi. Un mix affascinante che contrastava con la collera che traspariva dai suoi occhi, dorati come miele. «I bambini non soffriranno. Sono la mia priorità assoluta.»
Morvan si alzò dallo sgabello, capitolando definitivamente. «Dovevo provare a parlartene ancora una volta.»
Sofia lo guardò con sospetto. «Non hai una bella cera. Sei stato fuori tutta la notte?»
Non si poteva nascondere niente alla fiorentina. «Questioni di lavoro. Non disturbarti, conosco la strada.»
Una volta uscito, analizzò le proprie sensazioni: calore dei bambini, gelo della madre. Non voleva ancora darsi per vinto. In un modo o nell’altro avrebbe trovato la maniera di evitare la separazione dei beni. Come tutte le figlie di papà, Sofia non aveva la minima idea dei problemi e dei pericoli del mondo in cui viveva (e del quale, pur senza rendersene conto, era lei stessa un prodotto).
Controllò il cellulare. Si erano accumulati già diversi messaggi: la solita routine di proteste e rimostranze. Si diresse verso la macchina. Un torrente di merda lo stava aspettando per una discesa in canoa in solitaria.