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Infiltratevi. Poteva anche darsi che Lane non avesse tutti i torti. Ma l’idea terrorizzava Harpur, che pertanto si sforzava di smontarla. Iles, che di solito dei rischi non si curava, riteneva che infiltrarsi fosse sin troppo rischioso, e Harpur era d’accordo con lui. Iles non aveva mai metabolizzato l’assassinio, non troppo tempo addietro, dell’agente in incognito Ray Street. Introdursi in una gang significava chiedere ad un collega di andarsi a infilare nei peggiori guai possibili e di restarci. O ad una collega. E tuttavia, nel momento stesso in cui cercava scappatoie per eludere gli ordini del Capo, Harpur selezionò mentalmente una rosa di cinque sei candidati all’infiltrazione, più donne che uomini. Nessun agente investigativo si sarebbe rifiutato. Non era forse un segno di distinzione, esser prescelti?

Dio, però: se la sentiva, Harpur, di chiederlo a qualcheduno, un’altra volta? Il prescelto in questione sarebbe stato a conoscenza della storia di Street, ucciso una volta smascherato. Non per questo il prescelto si sarebbe rifiutato. Ma non era una scelta troppo pesante per un soprintendente capo, troppo pesante per chiunque? Ciononostante, sentiva che alla fine la cosa si sarebbe fatta. Lane insisteva continuamente. In precedenza, il Capo aveva sempre scoraggiato operazioni del genere. Adesso perfino lui non vedeva altro mezzo per togliere quel territorio di mano alle gang, o per cercare di toglierlo. Non era stata la morte di Mandy Walsh a far cambiare idea a Lane, bensì l’avere appreso della rete di baby-corrieri. Il male che diventa routine gli dava il voltastomaco: quel sistema criminale macchiava quotidianamente il suo territorio. Tutti avevano sospettato che qualcosa del genere esistesse, tutti tranne il Capo. Era troppo sano moralmente per crederlo possibile, fino al momento in cui non sentì del sacchetto di plastica di NOON traboccante di bastoncini.

Il mio nome è Charles Ericson, titolare della Alert, un’azienda specializzata in sistemi d’allarme automatici, con sede a Londra. Intorno alle 11 e 10 antimeridiane del 25 maggio ultimo scorso mi trovavo all’esterno dell’Ufficio Postale di Sphere Street, sito all’interno del complesso abitativo Ernest Bevin. Stavo trascorrendo tre giorni in questa città per aggiornare i sistemi di allarme di un buon numero di Uffici Postali. Ero appena sceso da una scala a pioli all’esterno dell’Ufficio Postale di Sphere Street, avendo verificato la scatola di controllo dell’allarme fissata al muro. Ho visto una Vauxhall Carlton di colore blu provenire a bassa velocità da Bateson Road, diretta all’incrocio con Sphere Street di fronte all’Ufficio Postale. La lentezza del veicolo ha attirato la mia attenzione. Mi sembrava che stesse per fermarsi a causa di un guasto. All’interno della Carlton ho potuto distinguere tre uomini, due seduti davanti e uno sul sedile posteriore. La mia impressione è che fossero tutti e tre intorno alla trentina. Il conducente dell’auto era nero e così pure l’uomo sul sedile posteriore, che portava degli occhiali da sole. L’uomo seduto accanto al conducente era bianco e portava anche lui gli occhiali da sole. La Carlton ha svoltato a sinistra immettendosi in Sphere Street e si è fermata di fronte ad un negozio di gioielli e prestiti su pegno. Pensavo avessero un problema al motore.

Questa era parte di una delle due testimonianze. Nel suo ufficio, Harpur le lesse daccapo. Entrambe erano state rilasciate da gente che veniva da fuori. Quelli del luogo testimonianze non ne rilasciavano. Non avevano mai visto niente né sentito niente, nemmeno se minacciati di incriminazione. Esistevano minacce peggiori: quelle che non c’era bisogno di formulare a chiare lettere perché facevano parte dell’aria che si respirava, come succedeva una volta col patriottismo e la fede in Dio. Tutte queste cose probabilmente collimavano con la teoria del caos esposta da Iles, solo che per i residenti del complesso Ernest Bevin non erano teoria bensì realtà.

Harpur desiderava ardentemente riuscire a cavar fuori una qualche identificazione dalle testimonianze che aveva davanti. A entrambi i testimoni erano state mostrate foto tratte da fascicoli provenienti da tutte le giurisdizioni possibili e immaginabili, ma senza alcun successo. Le descrizioni fornite non dicevano nulla né ad Harpur né a Francis Garland né a nessuno della Squadra Narcotici, o perlomeno così affermavano quelli della Squadra Narcotici. Ciò significava che i pistoleri potevano essere degli invasori, giunti da Londra o da Manchester o da Leeds o da Edimburgo o da Parigi o da Anversa in cerca di nuove opportunità e nuovi guadagni, e più o meno irrintracciabili. Ma Harpur continuava a leggere parola per parola casomai gli capitasse di sentire qualcosa di familiare nelle fattezze, negli abiti, nello stile di lavoro e nello stile interattivo di questi guerrieri del marciapiede. Ovviamente la Carlton era rubata e non proponeva messaggi particolari. Harpur voleva fermamente che ’sta gente qui risultasse essere del luogo. In tal caso si poteva far qualcosa. Se fosse riuscito a identificare qualcuno avrebbe potuto lavorare a partire di lì, e grazie a ciò procrastinare il progetto del Capo o mandarlo a monte del tutto. E mandare a monte o procrastinare anche il progetto di Iles per un «concordato preventivo» con i pezzi grossi della malavita. Harpur non avrebbe saputo dire quale dei due progetti lo terrorizzasse di più. Avrebbe messo la firma pure su una mezza identificazione.

Mi aspettavo che una delle tre persone a bordo scendesse dall’auto e sollevasse il cofano per controllare. Ma questo non è successo. Ho visto il guidatore e l’uomo che gli sedeva accanto abbassare le alette parasole anche se non c’era sole, che in ogni caso sarebbe stato alle loro spalle. Ho immaginato che intendessero nascondere il proprio volto alla vista di qualcuno che si stava avvicinando. A questo punto ho provato apprensione. Sapevo che il quartiere aveva una certa reputazione. Ho osservato attentamente e memorizzato il numero di targa della Carlton. Sospettavo ormai che l’auto si fosse mossa lentamente non a causa di un problema meccanico, ma per fare trascorrere dei minuti in attesa che si facesse l’ora di un appuntamento o per intercettare qualcuno: la seconda ipotesi mi sembrava la più probabile, altrimenti non avrebbero avuto bisogno di nascondere il volto.

Un paio di giorni prima, Lane aveva chiesto di vedere queste dichiarazioni e Harpur le aveva portate nell’ufficio del Capo, trovandoci pure Iles. Lane aveva letto in silenzio per un po’ e poi si era fermato giunto a quella frase, «Sapevo che il quartiere aveva una certa reputazione». Sollevando stancamente la testa aveva letto le parole ad alta voce due volte, girandosi una volta in direzione dell’A.C.C. e una volta di Harpur, come per imprimerle bene nella testa degli alunni della Scuola domenicale. «Insomma, noi presiediamo ad una zona di grande ignominia» aveva annunziato. «Quest’uomo ha sentito parlare dei nostri fallimenti persino a Londra, in nome di Dio».

«Mah, l’Ufficio Postale di Sphere Street di tanto in tanto viene rapinato, signore, come tutti gli Uffici Postali di questo mondo» aveva replicato Iles. «Quest’azienda, la Alert, fornisce e revisiona gli allarmi, ed Ericson avrà sentito le storie dell’orrore in circolazione. Ovvio che sia prevenuto».

«Non posso sopportare che ci sia gente che parla in questo modo di una zona che fa parte del mio – nostro – territorio» aveva ribattuto il Capo. «Manco fosse il regno del caos, un posto al quale non possiamo neppure avvicinarci».

«Dico, esiste una tesi in base alla quale questa concentrazione geografica del crimine è addirittura un fatto auspicabile, signore» fece Iles. «Se lo si considera non come un posto al quale non ci si può avvicinare, bensì come una zona entro la quale i guai rimangono confinati, sigillati perfino».

«Ma che auspicabile e auspicabile, Desmond!» replicò Lane. «Era auspicabile, la morte di questa ragazzina?».

Per un momento Harpur aveva pensato che l’Assistente Capo stesse per assestare un pugno o più probabilmente una testata a Lane. I due erano in piedi, abbastanza vicino l’uno all’altro, e Iles fece un rapido passo in avanti, portando la propria faccia a pochi centimetri da quella del Capo. Iles conosceva l’arte della capocciata, e Harpur l’aveva visto farne uso con destrezza, una o due volte. Anzi no, tre volte. Harpur in quel momento era seduto ma s’era alzato in tutta fretta ed era riuscito a simulare l’incespicata, spingendo Iles di lato. «Oh, mi scusi» aveva detto. Non si poteva permettere nemmeno a un damerino velenoso come Desmond Iles di far affondare la propria carriera nel sangue colato dal naso di un capo della polizia. Harpur pensava che fosse dovere fondamentale di tutti i buoni funzionari di polizia quello di proteggere i propri inferiori; e quanto ad autocontrollo l’A.C.C. era inferiore a un sacco di gente. Lane era tornato alla propria scrivania. La teoria del caos s’era concessa una pausa.

L’uomo sul sedile posteriore della Carlton è sceso dall’auto, tenendo in mano un borsone. Sembrava guardare attentamente in direzione di Sphere Street, come se aspettasse qualcuno. Era tra i 25 e i 30 anni, nero, alto un metro e settantotto circa, snello, con i lineamenti minuti e forse dei baffetti. Indossava un completo giacca e pantaloni scuro e una camicia a motivi floreali con il colletto sbottonato, colore di sfondo rosa oppure rosso. Di tanto in tanto si chinava per parlare con i due uomini all’interno dell’auto attraverso il finestrino. Sorrideva in continuazione. Sembrava a proprio agio e in vena di scherzare. La sua dentatura era in ottime condizioni, regolare e luminosa. Faceva oscillare scherzosamente il borsone.

I due seduti davanti tirano giù i parasole per nascondersi il viso. Quello sul marciapiede, col Kalashnikov nel borsone oscillante, è rilassato e sembra non faccia niente per nascondere il volto. Potrebbe essere un forestiero, allora, anche lui uno in visita da fuori, che nessuno potrà riconoscere; forse uno importato da una grande città, uno che non dà troppo peso a quelli che per lui sono stress di terza categoria, robetta, e che si prodiga per far passare il nervoso ai due seduti in macchina. I quali potrebbero essere del luogo, e temere di essere avvistati dal proprio bersaglio, o bersagli. Ad Harpur questa interpretazione piaceva. Riportava questa gente entro il suo raggio d’azione.

Temevo che l’uomo con il borsone si rendesse conto che lo stavo osservando. Perciò sono risalito in cima alla scala e ho fatto finta di controllare nuovamente l’allarme. Da questa posizione avevo un’ampia visuale su tutta Sphere Street e ho cercato di capire chi o che cosa aspettassero i tre uomini. Ho visto una ragazzina sui 12, 13 anni avvicinarsi a passo spedito. Teneva un sacchetto della spesa nella mano destra. Adesso, ovviamente, so che si trattava di Mandy Walsh, la ragazzina ferita a morte. In quel momento sembrava soltanto una bambina che non è andata a scuola per fare le compere.

E il nostro amico in attesa accanto alla Carlton, sembrava interessato alla ragazzina? Doveva essere difficile stabilire questo punto da in cima a una scala, mentre si fa finta di essere interessati a tutt’altro. Ericson avrebbe dovuto poter sondare quegli occhi al riparo delle lenti e peraltro rivolti lontano da lui. E comunque, era poi così importante stabilire se fosse stata colpita per volontà o per caso? In entrambi i casi lei era morta e Harpur non aveva un colpevole.

Oh, dimmi, dimmi, signor Ericson della Alert Allarmi, dimmi, ti prego, dei due seduti davanti che si riparano dall’inesistente sole antimeridiano e anti-Mandy. Potrebbe darsi che io li conosca?

A questo punto ho visto altri due uomini fare ingresso in Sphere Street provenienti da una strada laterale. I due erano a una certa distanza dalla bambina e si incamminavano verso la Carlton. Uno era bianco, l’altro nero. Il bianco, sui quarant’anni, indossava una giacchetta a scacchi, un berretto nero e scarpe da ginnastica. Era alto all’incirca un metro e sessantasette, in apparenza forte ed agile. L’altro era sui venticinque anni, alto quasi un metro e ottantacinque, e indossava un lungo soprabito grigio, fatto strano per il mese di maggio. Non portava il cappello e si poteva notare una calvizie incipiente. Voltandomi a guardare l’uomo in piedi accanto alla Carlton ho notato che si era fatto improvvisamente teso. Non scherzava più. Doveva essere il momento della verità. Ha aperto la cerniera lampo del borsone, ma in un primo momento non ne ha estratto alcun oggetto. Ho avuto l’impressione che stesse parlando ai due uomini all’interno dell’automobile attraverso il finestrino aperto, ma questa volta senza chinarsi. Aveva un’aria preoccupata e guardava fisso davanti a sé.

Guardava i due nuovi arrivati? Guardava la ragazzina? Guardava tutti e tre? C’era un qualche collegamento tra i due e Mandy? Forse la coincidenza era programmata, e quelli della Carlton erano venuti a saperlo? Perciò quel procedere lemme lemme onde fermarsi al momento giusto: «il momento della verità», per utilizzare la fraseologia un po’ pacchiana di Ericson. Forse i due a piedi intendevano raggiungere NOON in un luogo appartato per concludere un affare? Per una riunione operativa?

Ma pure questo, aveva poi tanta importanza? Il torace e il collo della bambina erano stati lacerati da due pallottole, era questa la cosa importante. Entrambi i colpi l’avevano attraversata da parte a parte e non erano stati ancora identificati in mezzo a tutti i bossoli recuperati in seguito. E forse tuttavia era importante ricostruire gli eventi che avevano preceduto la morte di Mandy. E non tanto per identificare qualcuno. Ma perché poteva riguardare ciò di cui avevano discusso il Capo ed Iles: questioni strategiche, filosofiche persino. Se NOON era stata colpita accidentalmente in uno scontro tra quelli della Carlton e il duo appiedato, la consolante tesi di Iles per cui le gang combattevano tra di loro e basta, si facevano male tra di loro e basta, poteva stare in piedi. Si diceva la stessa cosa dei fratelli Kray e dei loro nemici. Insomma lei era finita in mezzo al fuoco incrociato. In tal caso il genere di compromesso con le gang cui si alludeva in quel programma di Channel Four poteva ancora esser concepibile.

Ma se una bambina di tredici anni era stata deliberatamente presa di mira insieme ai due appiedati, era ovvio che l’analisi di Iles crollava rovinosamente: crollava rovinosamente anche se la tredicenne quel giorno aveva addosso un carico di duemila e cinquecento sterline di crack, e carichi del genere quasi ogni giorno. La sua morte non si sarebbe mai potuto accettarla, quale prezzo della stabilità. E c’erano altri baby-corrieri che un giorno potevano fare la stessa fine, se quell’assassinio fosse rimasto impunito. Questi erano ragazzini, non gangster: ragazzini che s’erano arrampicati sul muro dei loschi commerci del quartiere, sissignore, ma sempre ragazzini erano. Se la morte di NOON era stata programmata, il grido di guerra di Lane – Infiltratevi, è l’unica speranza – suonava convincente, quale estremo rimedio. Estremo, certo. Non si poteva chiudere un occhio su di un ghetto dove i bambini finivano ammazzati, neppure in cambio della pace assoluta altrove. E nemmeno a motivo del fatto che la teoria del caos dice che c’è bisogno di giungere a un’intesa con le gang tale che queste possano gestire le cose a loro piacimento, purché rimangano entro i propri confini. Ovverosia entro una enclave di quelle che hanno una «certa reputazione», per dirla con Ericson.

Mi è sembrato che uno degli uomini appiedati – il bianco col berretto in testa – avvistasse all’improvviso la Carlton e l’uomo in piedi accanto a quest’ultima. Si è rivolto al suo compagno ed entrambi si sono fermati. L’uomo col berretto ha messo la mano destra dentro la tasca della giacchetta scozzese. Il nero ha infilato la propria mano destra sotto il soprabito, vicino alla spalla sinistra. Avevano l’aria spaventata.

Con ogni probabilità. E la bambina? Aveva notato niente la bambina? Le avevano lanciato un avvertimento, gli uomini alle sue spalle?

Lo sportello anteriore della Carlton si è aperto e ne è uscito rapidamente il passeggero bianco, che ha affiancato l’uomo con il borsone. Il bianco aveva una grossa pistola nella mano destra.

Ma dimmi un po’ di lui, dimmi che faccia aveva, che corporatura, che vestiti. Gli occhiali da sole nascondono qualcosa ma non tutto quanto. Adesso è uscito dalla macchina, in piena vista, perché si è accorto che i due appiedati hanno capito che cosa sta succedendo: non serve più nascondersi.

Lo sportello del passeggero della Carlton è rimasto aperto. Ho visto il nero che era rimasto in piedi fuori dell’auto estrarre un fucile mitragliatore dal borsone, e gettare il borsone all’interno dell’automobile. Ho visto dei fucili mitragliatori nei servizi televisivi girati in Irlanda del Nord e in Afghanistan e mi è sembrato di riconoscere un Kalashnikov di fabbricazione russa. A questo punto ho iniziato ad urlare. Mi sentivo del tutto impotente. Vedevo tutto quanto stava succedendo, ma mi trovavo in cima alla scala e non potevo fare niente, tranne strillare. Volevo mettere all’erta la gente, avvertire di non restare in mezzo alla strada, di infilarsi nei negozi, dovunque. Alcuni dei passanti non sembravano essersi ancora accorti che ci fosse qualcosa di strano. C’era un gruppo di donne che parlavano, fuori dal minimarket.

Mister Allarme. Mister All’erta. Ma aveva fatto bene. Poteva aver rischiato pure lui. Se quelli della Carlton l’avessero sentito avrebbero potuto sparare per farlo star zitto.

Entrambi gli uomini appiedati adesso impugnavano la pistola. Non so chi abbia esploso il primo colpo, ricordo però che si è trattato di un singolo sparo e che non proveniva dal Kalashnikov. Stavo guardando la ragazzina, non i vari uomini armati. A questo punto c’è stata un’enorme confusione. Il bianco accanto alla Carlton sembrava essere stato colpito. Non ho notato ferite e per qualche momento non è caduto, ma si è appoggiato all’automobile, con una mano sul tettuccio del veicolo nel tentativo di sorreggersi. Credo che abbia lasciato cadere la pistola. Poi ha iniziato a scivolare verso il marciapiede. Continuava a cercare di tenersi diritto aggrappandosi al tetto dell’auto, ma ho visto le sue dita allentare la presa e scivolare. Nel cadere gli occhiali da sole gli si sono scostati dal viso. Per un secondo ho potuto distinguere il suo volto schiacciato contro il finestrino posteriore. Dalla posizione in cui mi trovavo lo osservavo attraverso due strati di vetro, e per questo motivo la mia visione non era chiara. Ad ogni modo ho intravisto brevemente il volto dell’uomo mentre scivolava lungo l’autovettura. Era sbarbato, con la faccia lunga e giallastra, il naso ed il mento appuntiti. Ho visto che gli occhiali da sole continuavano a penzolare dall’orecchio destro. M’è sembrato di distinguere del sangue, che forse scorreva dalla testa o forse dal collo. Visto di sfuggita, il viso poteva essere quello di una persona tra i 20 e i 50 anni, ma probabilmente non più di 30.

Harpur gli aveva fatto vedere le foto segnaletiche di tutti quelli con la faccia ossuta presenti nei fascicoli della Narcotici, ma non era servito a niente. Questo era un precisissimo, coscienziosissimo minchione che aveva bisogno di essere sicuro di tutto quello che diceva.

Quando ho rivolto nuovamente lo sguardo in direzione della strada, ho visto che la ragazzina aveva fatto dietrofront e aveva cominciato a correre in direzione opposta alla Carlton. Ho pensato che stesse cercando di raggiungere uno dei negozi per trovarvi riparo, possibilmente il fruttivendolo oppure il minimarket. Anziché reggere il sacchetto della spesa con una mano come in precedenza, se l’era portato al petto e lo stringeva con tutte e due le mani, come fosse un bimbo piccolo. Adesso mi dava le spalle, ma ho avuto proprio questa impressione. Mentre correva si è girata per due volte verso la Carlton. Ho visto il terrore nel suo sguardo. In una di queste due circostanze m’è parso che mi scorgesse in cima alla scala. Le ho fatto segno di correre ancora più forte, e le ho urlato altrettanto. Ma era troppo lontana per sentirmi. Capivo tuttavia di dover fare qualcosa per aiutarla. È comunque possibile che abbia temuto che anch’io fossi complice dell’agguato, in combutta col nemico. Potrebbe aver pensato che si trattasse di un assalto all’Ufficio Postale, ed il mio lavoro fosse di mettere fuori uso l’allarme.

Poi ho sentito la mitraglietta sparare. Il nero si era messo l’arma in spalla e stava sparando a raffica in direzione dei due uomini a piedi. Mi ha dato l’impressione di non esser pratico dell’arma, incapace di tenerla ferma. Avrebbe dovuto appoggiarla sul tettuccio dell’autoveicolo. Uno dei due uomini appiedati, il bianco con il berretto in testa, aveva fatto dietrofront come la ragazzina e sembrava fuggire anche lui verso i negozi in cerca di riparo. Invece l’altro uomo appiedato, il nero con il soprabito lungo, si è fatto incontro alla Carlton, ma sempre dall’altro lato della strada, lo stesso sul quale mi trovavo io. Adesso stava correndo, con la pistola puntata davanti a sé. Ha sparato almeno due volte in direzione dell’auto, come se avesse deciso che la cosa migliore da farsi fosse affrontare i tre della Carlton.

L’uomo con la mitraglietta in un primo momento lo ha ignorato, continuando a sparare a raffica verso quello più anziano. Forse non poteva inquadrare immediatamente un nuovo bersaglio. Proprio a questo punto, durante una pausa delle raffiche di Kalashnikov, ricordo di avere udito due colpi esplosi da quella che mi è sembrata essere una pistola: due colpi in rapida successione la cui provenienza non ho potuto individuare. Poi l’uomo con il Kalashnikov ha rivolto l’arma verso il giovane con il soprabito e gli ha sparato contro una breve raffica. Ho visto i proiettili far saltare pezzi di muratura dalla facciata del banco pegni a due portoni dall’Ufficio Postale e ho avuto paura che l’uomo in soprabito continuasse a correre verso la scala ed io stesso finissi nella linea di fuoco. A questo punto mi sono accorto che l’uomo col soprabito lungo sembrava essere stato colpito al braccio destro. Ho notato infatti un’espressione di dolore nel suo volto e ho scorto una macchia di sangue sulla spalla del soprabito. Aveva sempre la pistola nella mano destra, ma non sembrava essere più in grado di sollevarla. Teneva il braccio penzoloni. Forse aveva modificato le proprie intenzioni in seguito a questa ferita. Infatti non ha attraversato la strada per affrontare quelli della Carlton, ma è rimasto sul mio stesso lato di Sphere Street. Tuttavia ha continuato a correre e mi ha superato, diretto verso il parco e Cave Street. Guardando dall’alto, ho potuto constatare che era quasi calvo. Nel momento in cui passava sotto la scala, l’ho sentito ansimare per lo sforzo o per il dolore. Era di corporatura snella ma molto largo di spalle. Il soprabito gli veniva stretto proprio sulle spalle, come se l’indumento non gli appartenesse.

L’uomo con il Kalashnikov non aveva più sparato, per cui ho pensato che potesse aver esaurito le munizioni. Mi sembrava di ricordare di aver sentito dire alla televisione che il caricatore del Kalashnikov può contenere fino a quaranta cartucce. L’uomo ha aperto lo sportello posteriore della Carlton e ha gettato l’arma all’interno dell’autovettura. La Carlton aveva iniziato a muoversi in avanti e l’uomo che aveva sparato si è messo ad urlare. Adesso la strada era silenziosa. La gente aveva cercato riparo dalla sparatoria e ad entrambe le estremità di Sphere Street gli automobilisti si erano resi conto dell’accaduto e si erano fermati, bloccando pertanto la strada. L’uomo di colore accanto alla Carlton ha gridato: «Aspetta coglione, coglione che non sei altro». La mia visuale era oscurata dall’auto, ma l’ho visto chinarsi e credo che abbia cercato di far entrare nella Carlton l’altro uomo, il bianco rimasto ferito, sollevandolo dal pavimento. L’uomo al volante non ha prestato aiuto. Si guardava attorno, evidentemente ansioso di allontanarsi dal luogo. Il nero all’esterno dell’auto ha preso posto sul sedile posteriore entrando spalle al veicolo e a questo punto ho potuto vedere attraverso il finestrino che si stava trascinando dietro il bianco, tenendolo per le spalle. Il bianco poteva avere perso conoscenza. Sembrava un peso morto. Mi sembra di aver cominciato a scendere dalla scala proprio a questo punto. La Carlton ha ricominciato a muoversi, nonostante lo sportello posteriore fosse sempre aperto, e le gambe dell’uomo ferito penzolassero all’esterno dell’automezzo. Adesso la Carlton procedeva a marcia indietro. Forse il conducente aveva notato che l’uscita da Sphere Street davanti a lui era bloccata. Ha raggiunto l’incrocio con Bateson Road a marcia indietro, poi si è immesso in Bateson Road e si è allontanato a gran velocità, uscendo ben presto dalla mia visuale. Appena prima di scomparire alla mia vista, lo sportello posteriore è stato chiuso.

Lo so che cos’è successo alla bambina, ma tu raccontamelo lo stesso.

Quando ho rivolto lo sguardo nuovamente verso Sphere Street, il bianco con il berretto in testa era scomparso. Non avevo modo di sapere se fosse riuscito a mettersi al riparo o se invece fosse stato colpito. La ragazzina giaceva sul marciapiede, davanti alla porta del negozio di frutta e verdura. Sembrava rannicchiata sul sacchetto della spesa. Non c’era nessuno, vicino a lei. Mi è sembrato che facesse un piccolo movimento, forse ripetuto due volte. Dapprima ho pensato che potesse semplicemente essersi buttata a terra per evitare le raffiche di mitragliatrice e che stesse facendo scudo col corpo al sacchetto della spesa. I bambini imparano queste cose dai film di guerra e polizieschi che vedono alla TV. Ma quei minimi movimenti sono stati gli unici che le ho visto compiere. Non si è alzata in piedi e non ci ha neppure provato, nonostante la sparatoria fosse terminata e la gente cominciasse a riemergere in strada. Ho visto una donna rialzarsi da dietro alcuni bidoni della spazzatura vicino al minimarket, dove aveva trovato riparo. Ho finito di scendere la scala e ho raggiunto di corsa la bambina. Si è sforzata di dirmi qualcosa, poi ha perso conoscenza. Quello che ha detto era: «Ah, merda». Aveva gli occhi aperti, e credo fosse in grado di vedere. Le auto della polizia e le ambulanze sono arrivare subito dopo ed il traffico è ripreso.

Nessuno aveva cercato di portar via i bastoncini di crack a NOON, perciò la sparatoria non era stata a scopo di furto. C’era gente disposta ad ammazzare per un paio di migliaia di sterline in più, anche se probabilmente non a colpi di Kalashnikov. Harpur non riusciva ancora a capire se le avessero sparato di proposito. Poteva esserci un qualche collegamento tra NOON e i due uomini appiedati, e pertanto NOON avrebbe figurato nell’elenco dei bersagli da colpire; ma Harpur non poteva esserne certo. Stando a Ericson, il nero uscito dalla Carlton pareva imbranato, col Kalashnikov in mano. NOON poteva essere stata raggiunta da proiettili destinati ai due uomini.

Harpur passò all’altra dichiarazione. Era stata resa dalla rappresentante di un catalogo di vendite postali con sede a Liverpool, che quel giorno si trovava nel quartiere in cerca di clienti. Appena uscita dal minimarket, dove aveva acquistato delle sigarette, aveva sentito un colpo d’arma da fuoco. Non appena il Kalashnikov aveva iniziato a sparare, si era acquattata dietro dei bidoni della spazzatura e aveva sentito dei proiettili sbatterci contro.

Ho visto due uomini camminare sul marciapiede, alla mia sinistra. Entrambi impugnavano delle pistole. Uno dei due, un bianco, portava un berretto nero, un giaccone stile taglialegna e scarpe da ginnastica. Era alto circa un metro e settantadue, di corporatura robusta. Sui quarant’anni. Mi dava le spalle. Sia lui che l’altro uomo sembravano sparare in direzione di una grande auto di colore blu parcheggiata a circa 100 metri di distanza, sull’altro lato della strada. Riuscivo a distinguere...

Iles bussò e fece il suo ingresso nell’ufficio di Harpur. L’A.C.C. pareva di umore non troppo gioviale, bardato di uno dei suoi superbi completi grigi con tanto di cravatte dalle enigmatiche strisce, che presumibilmente indicavano un qualche grandioso club londinese: la cravatta del tipo ma-che-cazzo-ci-guardi, di una mancanza di gusto tale da intimidire le masse. Continuava a farsi tagliare i capelli a spazzola in conseguenza di una rassegna notturna dedicato a Jean Gabin presso un cinema locale. Rivolse un sorriso ad Harpur: un sorriso alla Iles, gravido di contumelia. «Sono passato a ringraziarla, Col» disse.

«Signore?».

«Per avermi impedito di sfigurare Mark Lane».

«Non c’è di che, signore».

«Be’, no, invece c’è di che, stronzo presuntuoso» replicò Iles. Venne a sedersi su di un angolo della scrivania di Harpur, scalciandone ripetutamente e con violenza il pannello centrale con uno dei suoi magnifici mocassini neri. «Tutto d’un tratto, c’è questa meschina alleanza tra lei e il pallido, piccolo Mark, nevvero? Tutt’assieme lei gli fa da bambinaia, dunque, grande spreco di spazio che non è altro!».

«Io stavo facendo da bambinaia a lei, signore. Ho frequentato un corso su come prendersi cura degli Assistenti Capo che danno fuori di matto».

Iles prese la dichiarazione di Ericson e lesse qualcosa dall’ultima pagina, forse la morte di NOON. Lasciò cadere il foglio sul pavimento. «Lei e Lane siete decisi ad infiltrare qualcuno, eh? Nonostante tutto».

«Io non ho...».

«Gliel’avrà detto la moglie, di fare così. Sarà messa lì a dettar legge, la signora. Ci aveva pensato?».

«Signore, io sento che...».

«Lane non sarebbe mai e poi mai capace di una decisione del genere, specialmente dopo il suo meritatissimo esaurimento nervoso. A sua moglie di quello che è capitato al detective Ray Street gliene importa ancora meno che a lui».

«Stavo dando una guardata alle dichiarazioni in merito a questo caso...».

La scrivania era di metallo, per cui l’A.C.C. non sarebbe mai riuscito a farci un buco a furia di calci: e tuttavia sembrava che il rumore gli recasse sollievo. «Ha preso in considerazione l’ipotesi che uno dei nostri – e forse più di uno – possa esser stato comprato, Harpur?».

«Be’, signore, io...».

«Come si spiega l’esistenza di questa macchina ben oliata, di una rete di corrieri del genere, senza uno o due amici a pagamento all’interno della Narcotici?».

Harpur disse: «Credevo che lei fosse disposto a tollerare una certa economia illegale, onde contenere il fenomeno».

«Sì, ma lo decido io che cos’è che si può tollerare: non lo decide qualche signor nessuno che piglia la bustarella. Queste sono cose che richiedono discernimento, che richiedono equilibrio».

«Signore, io...».

Iles si mise a gridare. Adesso il suo splendido completo non sembrava per niente adatto alla circostanza: dato il parossismo nel suo volto sarebbe andato bene un grembiule da manicomio criminale. «Lei sta per domandarmi, con quel suo tono viscido, con quel cervello da lacchè che si ritrova, lei sta per domandarmi se io, a livello personale, posso reputarmi equilibrato».

«Signore, io...».

Iles estrasse una fotografia dal proprio portafoglio e la gettò sulla scrivania. La foto ritraeva l’A.C.C. con un’aria schiva e riservata, in mezzo ai cespugli di rose di un giardino ornamentale, da qualche parte, forse in un palazzo signorile. Non il giardino di casa sua, Gli Idilli a Rougemont Place, che era un porcile. «Osservi l’inconfondibile buon cuore che anima questa faccia, Harpur. Guardi che calore. C’è un che di malizioso, sissignore, ma è la malizia di una persona civile, lei ne converrà. È un’istantanea scattata da Sarah, che ha la capacità di far venire fuori il meglio che c’è in me. E le dirò un’altra cosa, caro il mio cercatore del pelo nell’uovo: ai congressi dell’Associazione Dirigenti di Polizia i miei soprannomi sono due: “Immedesimazione Iles” e “Mister Equilibrio”. Appellativi che mi sono guadagnato da parte di gente di una certa perspicacia, e dei quali vado fiero. Forse vado un po’ più fiero di “Immedesimazione Iles”, visto che la capacità d’immedesimazione è di moda, ma anche quello di “Mister Equilibrio” è un riconoscimento che dà una certa soddisfazione».

«Certamente, signore. Con quale dei due debbo rivolgermi a lei, d’ora in poi? O è permesso farlo solo agli alti funzionari?».

Iles si alzò in piedi e prese a misurare la stanza a lenti passi. Anche a volere lasciar perdere la grandiosità sartoriale, non aveva per niente l’aria del poliziotto. Era piuttosto esile e raggiungeva appena l’altezza minima richiesta. Quand’era calmo, l’espressione e i lineamenti del volto in certi momenti potevano sembrare quasi raffinati, e lo si sarebbe potuto scambiare per un attore di film in costume o per il proprietario di una sala giochi. «E si rende conto, Harpur, che se c’è qualcheduno nella Narcotici che piglia la bustarella, allora potrebbe esserci una fuga di notizie in merito ad un nostro agente in incognito: persino in merito all’identità di quest’ultimo?».

«Sì, certo che l’ho pensato».

«Bugiardo del cazzo. Che cosa vogliamo, un altro disastro? E poi chi glielo va a raccontare ai parenti stretti?».

«Ma io...».

«Ma lei andrà avanti lo stesso con questa storia, perché lo dicono il piccolo Mark oppure quella vacca della moglie?».

Harpur disse: «Se io recluto qualcuno per questa cosa, sarà...».

Iles sollevò le braccia per farlo tacere, poi s’avvicinò alla scrivania di Harpur, si chinò leggermente e spinse la faccia in avanti. C’era un tonificante odore di colluttorio. «Lei è convinto di potersi rivolgere a me come le pare e piace, dico bene, zoticone biodegradabile, perché una volta si è fatto mia moglie? Una volta o due. Stesso discorso con Garland. Guardi, posso dirle senza tema di smentita che Sarah...».

«Come sta Sarah, signore?» replicò Harpur.

Iles si raddrizzò. «Ah, meravigliosamente, Col. Quel poco di nobiltà, quel poco di gioia che allietano la mia esistenza, li devo a lei».

«Magnifico. E sua figlia?».

«Fanny? Meravigliosamente pure lei, Col. Una bellezza».

«Meraviglioso» fece Harpur.

«È figlia mia, senza dubbio alcuno, lei lo sa».

«Signore, io...».

«Nella maniera più assoluta, è fuor di questione» fece Iles. Si piegò nuovamente, finché i suoi occhi non furono in linea con quelli di Harpur. «Io lo so che Sarah ha scopato un po’ in giro, in un momento di grande tensione nervosa: con lei, con Garland, con quel bastardo disonesto di Aston. Specialmente con lui. Ma la bambina è mia e basta». Lo disse sussurrando e avrebbe anche potuto essere vicino alle lacrime. «Di tanto in tanto immagino lei con mia moglie, e anche Garland, quel cretino libidinoso. Gli stanno accelerando la promozione, eh? Vedremo, vedremo».

«Gli ospedali non riferiscono di nessuno che si sia presentato con ferite da arma da fuoco» disse Harpur. «Eppure stando ad Ericson questo bianco uscito fuori dalla Carlton era combinato maluccio. E la dichiarazione della donna dice la stessa cosa. Ferito ma non morto. La signora lo ha visto mettersi a sedere sul sedile posteriore della macchina mentre facevano marcia indietro».

Iles disse: «Nella Narcotici potrebbe esserci qualcuno che piglia la mazzetta da un paio di trafficanti, se non di più, e che è a conoscenza dei rispettivi programmi di lavoro. Questo spiegherebbe la contemporanea presenza in Sphere Street del commando della Carlton, dei due soldati di fanteria e della ragazzina».

«Sì. Mi sono domandato anch’io se non ci fosse qualcuno che intendeva aiutare quelli della Carlton ad arrivare a una posizione di monopolio, in modo da poter fare il passaggio dalle bustarelle occasionali ad un solo grosso stipendio da parte di un solo grosso trafficante incontrastato».

Iles disse: «Quelli lì non mettono certo a repentaglio il buon nome dell’azienda andando a consegnare il tizio ferito ai medici, e di conseguenza a noialtri. Casomai lo lasciano morire. Pensiamo al film Le Iene». L’A.C.C. diede una sistemata al magnifico completo, poi fece scorrere affettuosamente una mano sui capelli grigi e corti. Prese dalla scrivania la fotografia che lo ritraeva e per un momento la scrutò con autentico stupore, prima di riporla nel portafoglio. «Si metta dalla parte di Lane e bulbosa consorte, e pertanto contro di me, Col, e di lei resterà soltanto qualche osso dentro una cassetta» disse. «Ma lei questo lo sa già».

«E poi c’è l’altro, il nero col soprabito lungo, possibilmente con una brutta ferita al braccio» disse Harpur. «Questo ragazzo dev’essersi fatto male. E non si fa curare?».

Iles annuì e sembrò ponderare quanto sopra. Poi disse: «Mi dica, Harpur, come sta sua figlia? Quasi dimenticavo».

«Quale figlia?».

«Be’, quella grande, voglio ben sperare».

«Hazel? Praticamente è ancora una bambina, signore».

«Eh, ma oggigiorno, quand’è che escono dall’infanzia, Col? Quella ragazza, NOON, gestiva tutto un giro d’affari a tredici anni. Lei lo sapeva che una volta Hazel mi ha descritto ad un suo amico come “il lunatico belluino”? Ma forse è stato proprio lei a raccontarmelo, Col».

«Tutta farina del sacco di Hazel, signore. Nessun suggerimento da parte mia».

«Lei non avrebbe avuto l’arguzia e nemmeno il lessico, Col. È una ragazza molto dotata, sua figlia, Harpur».

«Grazie, signore».