Il delitto della salita D.
D坂の殺人事件・Dīzaka no satsujin jiken
(Gennaio 1925)
Prima parte. I fatti
Era una sera afosa agli inizi di settembre. Stavo sorseggiando un caffè freddo al Susino Bianco, un locale che ero solito frequentare e che si trovava sul viale principale
della salita D. All’epoca avevo appena terminato gli studi e non avevo ancora individuato un’adeguata sistemazione lavorativa. Trascorrevo le mie giornate nell’ozio, a leggere libri nella pensione dove alloggiavo o a vagabondare senza meta
per la città scegliendo i caffè più economici. Il Susino Bianco si trovava giusto vicino alla pensione e ci passavo
sempre di fronte, qualunque fosse la meta delle mie peregrinazioni. Essendo il
locale che frequentavo con maggior assiduità, maleducato qual ero, avevo preso l’abitudine di sostarvi molto a lungo. Il problema era che, non avendo mai
appetito ed essendo alquanto squattrinato, non potevo permettermi nemmeno un
piatto decente. L’unico lusso che riuscivo a concedermi erano quelle due o tre tazze di caffè di infima qualità che mi consentivano di trattenermi fino a due ore nel locale. Non che io
nutrissi un particolare interesse verso le cameriere o che rimanessi lì per importunarle. Tutt’altro. Solo che, essendo più vivace rispetto alla pensione, quel locale mi metteva particolarmente a mio
agio. Anche quella sera sorseggiavo il mio caffè freddo, seduto come sempre al tavolo che dava sul viale e sbirciavo distratto
al di là della vetrina.
La salita D. dove si trovava il Susino Bianco in passato era nota per la produzione di bambole di crisantemi1. Tuttavia, dopo una ripianificazione urbana voluta dall’amministrazione locale, le stradine che la caratterizzavano erano state da poco
rimpiazzate dal vialone centrale ai lati del quale era ancora possibile trovare
qualche terreno libero. Di certo, se paragonata a oggi, in passato la zona
doveva apparire molto più desolata. Attraversato il viale, proprio di fronte al Susino Bianco vi era un negozietto di libri usati. A dire il vero era un po’ che lo osservavo e non certo per il suo aspetto misero, tipico di una bottega
di periferia. Difatti un uomo alquanto bizzarro di nome Akechi Kogorō, col
quale avevo stretto di recente amicizia al Susino Bianco, mi aveva riferito che una sua amica di vecchia data era andata sposa al
proprietario di quel negozio. Akechi era una persona eccentrica e alquanto
sagace, ma la cosa che maggiormente mi colpiva di lui era la sua passione per i
romanzi gialli. Riguardo alla donna, invece, ricordo che le due o tre volte che
ero passato per acquistare dei libri mi era parsa particolarmente bella. Non
saprei descrivere nei dettagli perché fosse così attraente, ma era indubbio che il fascino che esercitava sugli uomini fosse
inenarrabile. Poiché lavorava anche lei al negozio quella sera provai a cercarla, ma senza esito
alcuno. Continuai così ad aspettare che uscisse dalla bottega tenendone d’occhio l’entrata angusta, meno di cinque metri di larghezza.
Della donna nessuna traccia. Stancatomi di aspettarla, volsi lo sguardo verso il
rivenditore di orologi a fianco. In quel momento vidi chiudersi lo shōji2 a vetri situato tra l’esterno del negozio che dava sulla strada e il locale interno. Come risaputo,
quella tipologia di porta scorrevole viene denominata dagli esperti musō poiché, invece di essere rivestita di carta, presenta due sottili grate poste in
verticale che ne permettono la chiusura. Che strano, però! Poiché in un negozio di libri usati è molto semplice far sparire qualche volume, normalmente chi rimane all’interno lascia lo shōji semiaperto in modo da poter sbirciare dalle fessure. Come mai serrarlo dunque?
Se fosse stato inverno avrebbe avuto di certo un suo perché. Ma agli inizi di settembre e in una sera umida come quella non aveva affatto
senso. Mentre pensavo a tutto questo non riuscivo a staccare lo sguardo dal
negozio, convinto che qualcosa stesse accadendo all’interno.
Giravano strane voci su quella donna. Mi era capitato di sentirle dalle
cameriere del Susino Bianco che le avevano a loro volta apprese ai sentō3 dalle tante signore accompagnate dalle figlie.
«La signora del negozio di libri! L’abbiamo vista nuda! Nonostante sia così bella, è piena di lividi! Di sicuro sono tracce di pizzichi e percosse! Eppure pare che
vada d’accordo col marito. Che strano…!»
A quelle affermazioni, pare che un’altra donna avesse replicato con queste parole:
«Se è per questo, anche la moglie del ristorante di soba4 lì di fianco, lo Asahiya, pare sia piena di lividi! Di certo le ha prese da qualcuno!» All’inizio non diedi particolare importanza a quelle voci. Mi limitai solo a
riflettere su quanto potessero essere crudeli i mariti di quelle donne. Eppure,
cari lettori, non era così. Come capii in seguito, quel particolare era intimamente correlato all’intera vicenda che mi accingo a raccontarvi.
Continuai così a fissare quel negozio per trenta minuti circa. Quasi avessi avuto una
premonizione, non riuscivo ad allontanarmi con lo sguardo, convinto che
qualcosa potesse accadere nel frangente in cui avessi distolto l’attenzione. Proprio in quell’istante vidi Akechi Kogorō che passava giusto davanti alla vetrina del caffè con la sua andatura spavalda e il suo yukata5 a righe larghe. Una volta accortosi della mia presenza, mi fece un cenno col
capo e mi raggiunse. Ordinò un caffè freddo e si sedette di fianco a me al tavolo che dava sul viale. Si accorse
immediatamente che stavo fissando qualcosa. Seguendo la linea del mio sguardo
cominciò a guardare a sua volta verso il negozio di libri usati. Con mio grande stupore
notai che anche lui mostrava un certo interesse nei confronti della cosa e
aveva cominciato a fissare il negozio senza alcuna intenzione di distogliere lo
sguardo.
Nonostante sembrasse quasi che ci fossimo messi d’accordo nello spiare il negozio, intavolammo una discussione di cui – confesso – non ricordo il contenuto. Quasi certamente, però, a grandi linee parlammo di crimini e investigazioni che non avevano certo
alcuna attinenza con quella vicenda. Ricordo che Akechi stava chiacchierando:
«Credi che possa mai esistere un crimine che non venga scoperto? Io ho buone
ragioni di credere di sì. Hai presente il racconto Sulla strada di Tanizaki? Crimini come quelli non potrebbero mai essere scoperti! E anche se
nel racconto l’investigatore giunge a capo di tutto, non pensi che sia solo frutto della sua
superba immaginazione?»
«No, non credo. Nel caso di un fatto reale, almeno a livello teorico, non credo
esista un crimine che non possa essere risolto da un buon investigatore. È solo che oggi non esistono detective come quello».
Ecco come gli risposi. Un attimo dopo, però, quasi in perfetta sincronia ritornammo improvvisamente silenziosi. Difatti,
per quanto impegnati nella discussione, in realtà non avevamo mai smesso di spiare il negozio di fronte. E qualcosa di
interessante accadde.
«Te ne sei accorto anche tu?» chiesi ad Akechi.
«Dei ladri di libri? Strano… li sto osservando da quando sono entrato qui dentro. E siamo già al quarto» rispose pronto.
«Non è passata nemmeno mezz’ora e quattro sono davvero troppi, non trovi? È da prima che arrivassi tu che anch’io li tengo d’occhio. Hai presente lo shōji con la grata? Un’ora fa ho visto quando lo chiudevano. Da quel momento non l’ho mollato un secondo».
«Ma i proprietari sono usciti?»
«In realtà lo shōji non si è più riaperto. Se anche fossero usciti, avrebbero dovuto farlo dalla porta sul retro… e assentarsi per più di mezz’ora è curioso. Che ne pensi? Andiamo a dare un’occhiata?»
«Mah… anche se non fosse accaduto nulla di serio all’interno, sarebbe meglio accertarsene».
Lasciai il caffè sperando che si potesse trattare di un eventuale caso criminale. E sono certo
che anche Akechi, eccitato com’era, stava pensando la stessa identica cosa.
Il negozio era organizzato come tutte le altre botteghe di libri usati. Sul
davanti, sul pavimento in terra battuta erano posizionati lungo entrambi i lati
degli scaffali che raggiungevano il soffitto, mentre alla parete interna erano
appoggiate scaffalature più basse colme di volumi. Appena fuori dal negozio, al centro della zona in terra
battuta, vi era poi uno scaffale rettangolare che conteneva altrettanti libri.
A destra di questo, a meno di un metro, si trovava la porta di accesso al
retrobottega. Era qui che, normalmente, era stesa la stuoia in tatami6 dove sedevano il proprietario o la moglie per controllare.
Io e Akechi arrivammo fino alla stuoia e chiamammo a gran voce, ma non ricevemmo
risposta alcuna. Pareva proprio che non ci fosse nessuno. Provai a scostare di
poco lo shōji e a dare un’occhiata all’interno. Le luci erano spente e la stanza completamente al buio. Nonostante ciò, mi sembrò di vedere qualcuno accasciato in un angolo della stanza. Insospettito provai a
chiamare ancora una volta, ma nessuno rispose.
«Che ne dici di entrare? Non si offenderanno di certo».
Così entrammo decisi all’interno. Non appena Akechi ebbe acceso l’interruttore della luce, un grido di terrore si alzò in contemporanea da entrambi. In un angolo della stanza, illuminato, giaceva a
terra il cadavere di una donna.
«Ma è la padrona del negozio!» dissi. «Pare sia stata strangolata».
Akechi si avvicinò e osservò il cadavere. «È morta. Sarà meglio avvisare la polizia. Io corro alla cabina telefonica, tu aspettami qui.
Conviene non avvertire ancora i vicini e non distruggere nessuna prova».
Dopo aver impartito quegli ordini, Akechi corse in direzione della cabina che si
trovava a mezzo isolato di distanza.
Nonostante avessi una certa familiarità con crimini e storie di investigazione, in realtà quella era la prima volta che mi trovavo sulla vera scena di un delitto e,
poiché non vi era nulla ormai che potessi fare, mi limitai a guardarmi intorno.
La stanza misurava solo sei tatami e all’interno, sulla destra, una stretta veranda separava un piccolo giardino dal
gabinetto. Di fronte al giardino si trovava un muretto di legno – poiché era estate ed era tutto aperto, riuscii a vedere l’insieme con estrema facilità –, mentre a sinistra si scorgeva una porta aperta che dava su una angusta stanza
di soli due tatami. Vicino alla porta scorrevole che si affacciava sul retro, invece, si
intravedeva un piccolo lavabo. La porta, composta di shōji alquanto alti, era chiusa, così come anche i quattro fusuma7 che si trovavano a destra. Al loro interno si dovevano trovare la scala che
portava al piano superiore e un ripostiglio. La modesta suddivisione degli
interni era tipica delle casette a schiera con entrata a pianterreno.
Il cadavere giaceva vicino al muro sulla sinistra con la testa rivolta verso l’entrata del negozio. Per non alterare la scena del crimine, sebbene a disagio,
feci in modo di non avvicinarmi. Tuttavia, per quanto mi sforzassi di non
guardarlo, siccome la stanza era alquanto angusta, lo sguardo finì col cadere sul corpo. Questo era supino ed era vestito con uno yukata colorato alquanto sgargiante sollevato fin sopra al ginocchio. Nonostante si
scorgessero le cosce nude, non parevano esserci tracce di colluttazione alcuna.
Il collo, invece, mi pareva avesse assunto una colorazione violacea nella zona
in cui era avvenuto lo strangolamento.
Nel frattempo l’andirivieni sul viale continuava incessante. Nell’atmosfera pacifica e rilassata vi era chi discuteva ad alta voce, chi
strascicava rumorosi i propri geta8 e chi ubriaco canticchiava qualche motivetto alla moda. Eppure in quella casa,
separato da un semplice shōji, giaceva il corpo massacrato di una donna. Ironia della sorte! Preso dalla
malinconia, non seppi fare che altro che rimanere lì impalato.
«Stanno per arrivare!» mi avvertì Akechi, di ritorno col fiato in gola.
«Va bene» articolai a fatica la mia risposta. Rimanemmo uno di fronte all’altro senza dirci nulla.
Presto giunsero un poliziotto in divisa insieme a un uomo in giacca. Quello in
divisa – scoprii successivamente – era l’incaricato delle indagini del distretto di polizia K., laddove il secondo, a
giudicare dall’aspetto e dagli oggetti in dotazione, doveva essere il medico legale afferente
allo stesso distretto. Dopo aver riassunto a grandi linee cosa avevamo visto
all’uomo con la divisa, aggiunsi:
«Quando il mio amico Akechi è arrivato al caffè stavo guardando per caso l’orologio ed erano circa le 20:30. Probabilmente lo shōji è stato chiuso intorno alle 20:00. La luce all’interno era accesa, quindi a quell’ora qui dentro c’era ancora qualcuno vivo».
Mentre l’uomo in divisa ascoltava la nostra testimonianza prendendo nota sul suo
taccuino, il medico legale completò l’esame del cadavere aspettando che concludessimo la nostra testimonianza.
«Strangolamento a mani nude. Guardate. La zona violacea riporta i segni delle
dita mentre quella intrisa con le tracce di sangue si trova in corrispondenza
delle unghie. Poiché l’impronta del pollice si trova a destra sul collo, se ne deduce che l’assassino ha operato con la mano destra. Probabilmente non è trascorsa nemmeno un’ora dalla morte e, ovviamente, non vi è nessuna possibilità che la donna sia ancora viva».
«Dunque è stata trattenuta dall’alto» aggiunse il collega in divisa dopo aver riflettuto a lungo. «Eppure pare non abbia reagito… a meno che il tutto non sia avvenuto molto velocemente. E con una forza fuori
del normale».
Dopo di che, girandosi verso di noi, ci chiese cosa ne fosse stato del marito
della vittima. Naturalmente non avremmo mai potuto rispondere. Fu allora che
Akechi in maniera alquanto astuta andò a chiamare il proprietario del negozio di orologi che si trovava di fianco.
Lo scambio intercorso tra quest’ultimo e il poliziotto fu più o meno il seguente:
«Dove è andato il proprietario del negozio?»
«Tutte le sere lui lavora ai mercatini serali e non torna mai prima della
mezzanotte. Ecco…»
«E lei sa dove gira con le sue bancarelle?»
«Spesso va nella zona di Hirokōji a Ueno, ma non saprei dov’è andato oggi».
«E quindi un’ora fa lei non ha sentito nessun rumore?»
«Cosa intende per rumore?»
«Non ci arriva da solo? Intendo le urla di questa donna mentre la stavano
strangolando o l’eventuale fracasso prodotto durante la colluttazione…»
«No, non mi sembra di avere udito rumori del genere».
Mentre aveva luogo questa conversazione, tutto il vicinato insieme a una serie
di ficcanaso che si trovarono a passare di lì, venuti a conoscenza della notizia, riempirono in poco tempo l’area antistante alla bottega. Tra questi, la signora dell’attigua rivendita di tabi9 era arrivata in soccorso del proprietario del negozio di orologi che affermava
di non aver udito nessun rumore.
Nel frattempo gli altri vicini, dopo essersi consultati tra loro, decisero di
mandare qualcuno a informare il proprietario della libreria dell’accaduto.
Proprio in quel momento fuori si udì il motore di un’automobile arrestarsi. Un istante dopo alcune persone entrarono disordinatamente
sulla scena del delitto. Erano gli inviati del tribunale, giunti dopo essere
stati allertati dalla polizia, il capo del distretto K. arrivato in
contemporanea con loro, nonché il noto ispettore Kobayashi – questi particolari mi furono rivelati solo in un secondo momento da un amico
giornalista che si interessava di cronaca giudiziaria, molto in confidenza con
Kobayashi (divenuto ormai ufficialmente responsabile del caso) e dal quale
riuscii a ottenere svariate informazioni a posteriori. Il poliziotto incaricato
delle indagini che era giunto per primo sul luogo del delitto riassunse ai
nuovi arrivati la situazione. Come previsto, anche noi dovemmo testimoniare una
seconda volta.
«Chiudiamo la porta di ingresso» gridò all’improvviso un uomo che indossava una giacca in alpaca nera e pantaloni bianchi,
dall’aspetto misero come quello di un umile impiegato. La porta venne chiusa. Si
trattava dell’ispettore Kobayashi che, dopo aver fatto uscire i ficcanaso, diede il via alle
proprie indagini. La sua arroganza era tale da ignorare addirittura il
procuratore e il capo del distretto di polizia, che non poterono fare altro che
trasformarsi in semplici spettatori costretti a guardare le sue agili mosse.
Per prima cosa studiò con scrupolosa attenzione il cadavere, concentrandosi in particolare sull’area intorno al collo. Scostandolo con cura, affermò:
«Non mi sembra si possa rintracciare nulla di particolare in queste impronte. Mi
sembra chiaro che si tratta di qualcuno che ha usato la mano destra per
soffocarla e nulla di più».
Guardò il procuratore e tosto ordinò di svestire il cadavere. A quel punto, quasi si trattasse di una sessione segreta del Parlamento, ci fecero uscire. Non saprei di certo raccontare cosa fu scoperto in quel
frangente, ma quasi sicuramente suppongo che avessero identificato le numerose
contusioni presenti sul corpo della donna. Quelle di cui parlavano le cameriere
del Susino Bianco.
Sebbene la consultazione tra le parti fosse ormai finita, esitavamo a tornare
all’interno. Ci limitammo a spiare dallo stanzino con i tatami tra il negozio e l’abitazione. Per nostra fortuna, avendo noi scoperto il cadavere e dovendo loro
ancora prendere le impronte digitali ad Akechi, ci fu concesso di rimanere sul
luogo del delitto fino alla fine delle indagini. Ma forse sarebbe più corretto affermare che fummo tenuti in stato di fermo dagli inquirenti. Dato
che Kobayashi estese le sue indagini alla vasta area compresa tra l’interno e l’esterno del negozio senza limitarsi a ispezionare la sola abitazione, bloccati
in quello stretto spazio fummo comunque in grado di ascoltare con dovizia di
particolari tutti i risultati che emergevano via via dalle indagini. Difatti,
installato sul luogo del delitto senza mai allontanarsi, il procuratore
riceveva gli agenti che uscivano e rientravano dall’abitazione per comunicargli in tempo reale i singoli sviluppi sul caso, facendo
mettere a verbale dal proprio segretario tutti gli elementi che man mano
affioravano.
Venne ispezionata per prima la stanza dove era stato rinvenuto il cadavere, ma
nessun altro oggetto o orma di piede parve attrarre particolarmente l’attenzione di Kobayashi. Tranne un dettaglio.
«Ci sono delle impronte qui» comunicò un poliziotto mentre spargeva della polvere bianca su un interruttore di
ebanite nera. «Viste le circostanze, l’assassino avrà spento di certo la luce. Chi di voi due, però, l’ha accesa?».
Akechi confermò di averlo fatto lui.
«Bene. Procederemo dopo a prenderle le impronte. Cercate di non toccare quell’interruttore e portiamolo via con noi».
Dopo aver impartito gli ordini, il poliziotto salì al piano superiore rimanendovi a lungo. Una volta sceso, affermò di voler controllare il vialetto sul retro dell’abitazione e uscì. Trascorse un lungo lasso di tempo prima che ritornasse con in mano la torcia
ancora accesa, spingendo dentro un uomo sulla quarantina. Si trattava di un
individuo dall’aspetto sudicio, con indosso una maglietta sporca e dei pantaloni beige.
«Non possiamo sperare nelle impronte dei piedi» concluse il poliziotto. «Il vialetto sul retro non è illuminato dal sole ed è pieno di fango. In più, le impronte dei geta dei passanti rendono le cose più complicate. A proposito…» disse indicando l’uomo che aveva portato con sé «… questo è il proprietario del negozio di gelati che si trova in fondo al vialetto, sull’angolo che dà sulla strada principale. Nel caso in cui l’assassino fosse uscito dalla porta sul retro, dato che il vialetto è chiuso in fondo, l’avrà visto di certo scappare. Tu, rispondi ancora una volta alle mie domande!»
Il contenuto dello scambio tra i due fu il seguente.
«Hai visto qualcuno entrare o uscire da questo vialetto verso le otto?»
«Quando tramonta il sole qui non passa nessuno. Nemmeno l’ombra di un gatto randagio» rispose diretto il gelataio. «Gestisco il mio negozio da tanti anni e nemmeno le signore di questo stabile le
ho mai viste passare per quel vialetto la sera. È troppo buio e il terreno è malmesso».
«E nemmeno qualche tuo cliente lo hai visto addentrarsi nel vialetto?»
«Assolutamente no. Stasera dopo aver mangiato il loro gelato sono ritornati tutti
indietro da dove sono arrivati. Non ho il minimo dubbio».
Dando per buona la testimonianza decisamente attendibile del gelataio, l’assassino, anche nel caso in cui fosse uscito dalla porta sul retro, non doveva
essere però passato da quell’unico vialetto interno. Eppure non era nemmeno uscito dall’uscita sul davanti, altrimenti l’avremmo visto dal Susino Bianco. Come era riuscito a dileguarsi, allora? Stando alla tesi di Kobayashi, l’assassino poteva celarsi in una delle numerose abitazioni in fila lungo il
viale, oppure poteva essere proprio uno degli inquilini in affitto che
risiedeva nella zona. Tuttavia, sebbene fosse possibile accedere ai tetti dal
primo piano, le indagini avevano rivelato che tutte le porte finestre sul lato
del viale erano rimaste chiuse, e non avevano rinvenuto nessuna traccia di
manomissione. Quelle sul retro delle abitazioni, invece, erano rimaste aperte
poiché utilizzate dalle donne per recarsi in veranda a godersi il fresco della sera
mentre stendevano il bucato. Di conseguenza, data la stagione afosa, sarebbe
stato impossibile usare quella via di fuga.
Gli inquirenti conferirono su come condurre le indagini successive e convennero
sul fatto di doversi dividere e ispezionare una a una tutte le abitazioni nel
vicinato. Non sarebbe stato molto difficoltoso, poiché vi erano solo undici edifici da controllare. In contemporanea venne ispezionato
una seconda volta anche il luogo del delitto. Tuttavia, sebbene lo avessero
ricontrollato a fondo, non emerse nessun elemento di novità. Piuttosto le cose andarono complicandosi, poiché il proprietario di un negozio di dolci nei pressi della libreria rivelò che quella sera era stato sulla terrazza dal tramonto fino all’ora presunta del delitto a suonare il suo flauto di bambù in una posizione dalla quale avrebbe potuto scorgere con estrema facilità tutto ciò che accadeva al primo piano del negozio di libri usati.
Miei cari lettori, non pensate che il caso si stia facendo estremamente
interessante? Dell’assassino non si riusciva a capire né da dove fosse entrato né da dove fosse uscito: di certo non dalla porta sul retro, né dalle finestre al primo piano, né tantomeno dalla porta sul davanti. Non è allora che l’assassino non esistesse affatto o che fosse magicamente evaporato alla stregua
del fumo di una sigaretta? Purtroppo questi non furono i soli elementi a non
tornare, perché i due giovani studenti che Kobayashi trascinò di fronte al procuratore resero delle testimonianze ancora più ambigue. Abitavano in una casa in affitto dietro al negozio di libri e
studiavano ingegneria. Tuttavia, nonostante non sembrassero affatto interessati
a raccontare menzogne, le loro affermazioni contribuirono a rendere il caso
ancora più intricato. Ecco come risposero all’interrogatorio del procuratore:
«Erano le otto in punto e mi trovavo giusto di fronte al negozio. Stavo
sfogliando una rivista che si trovava su uno degli scaffali. Proprio in quel momento ho udito un rumore provenire dall’interno e ho alzato lo sguardo in direzione dello shōji. Era chiuso, ma non completamente. Sono riuscito a intravedere la sagoma di un
uomo in piedi. Nel momento in cui ho sollevato lo sguardo, l’uomo ha richiuso immediatamente lo shōji. Certamente non riuscirei a raccontare nessun particolare, ma sono sicuro fosse
un uomo. L’ho capito dalla fascia che sorreggeva i suoi indumenti».
«E a parte capire che si trattasse di un uomo, non è riuscito a carpire nessun altro particolare? Ad esempio l’altezza o i motivi del kimono?»
«L’ho visto solo dai fianchi in giù, quindi non potrei dire quanto fosse alto. Però posso affermare con certezza che il kimono era nero. Probabilmente a righe sottili o con una fantasia a chiazze. Però mi è sembrato fosse tutto nero».
«Anch’io stavo dando un’occhiata ad alcuni libri, proprio come il mio amico» aggiunse l’altro studente. «Come lui ho sentito quel rumore e poi ho visto chiudersi lo shōji. Però l’uomo che ho visto io indossava un kimono bianco. Non aveva né righe, né alcun tipo di fantasia. Era completamente bianco».
«Ma non vi sembra strano? È chiaro che uno di voi due si sta sbagliando!»
«No, io sono assolutamente sicuro!»
«Non sto mentendo. Sono sicuro anch’io!»
Cosa avrebbero mai potuto significare queste due strane testimonianze? Forse,
voi attenti lettori, probabilmente ve ne sarete già accorti. Anch’io, in realtà, me ne resi conto subito. La polizia e i magistrati, però, a quanto pare si erano lasciati sfuggire un particolare.
Qualche momento dopo giunse sul luogo del delitto il marito della vittima, che
era stato allertato. Non sembrava affatto il tipico esercente di una rivendita
di volumi usati. Era un giovane dall’apparenza gracile. Allorché riconobbe il corpo della moglie, la sua debolezza emerse in toto: non emise
neppure un gemito, ma le sue guance si rigarono immediatamente di lacrime
copiose. Kobayashi aspettò che si calmasse prima di cominciare a interrogarlo. Dopo di lui, anche il
procuratore pose le proprie domande. Con grande stupore di tutti, però, il marito della vittima ammise di non essere in possesso di nessun indizio
utile a identificare l’assassino. Singhiozzando, affermò: «Non ne vedo il motivo. Non c’è nessuno che potrebbe avercela con noi». Inoltre, dopo aver controllato la casa, confermò che non si era trattato nemmeno di un tentativo di furto.
Vennero condotte ulteriori indagini sul profilo dell’uomo e della vittima nonché su altri aspetti della loro vita privata, ma poiché non emerse nulla di significativo che potesse essere relazionato al caso in
questione, ometterò di presentarli nel contesto di questa narrazione. Nonostante ciò, il procuratore si concentrò sulle numerose contusioni presenti sul corpo della vittima. In un primo momento
il coniuge parve vacillare, ma infine ammise di avergliele inflitte egli
stesso. Incalzato dal procuratore sul perché di tanta crudeltà, l’uomo non riuscì a fornire una risposta chiara. Tuttavia, poiché era stato fuori tutta la sera per la sua attività commerciale, non poteva essere accusato di omicidio nemmeno in presenza di
evidenti tracce di maltrattamenti fisici. A riprova di questo, il procuratore
decise di non interrogarlo oltre.
Le indagini di quel primo giorno giunsero così a conclusione. Ci vennero chiesti nome e indirizzo e ad Akechi vennero prese le
impronte digitali. Noi due facemmo ritorno a casa dopo l’una di notte. Se nelle indagini della polizia non vi erano state disattenzioni e
se i due testimoni non avevano mentito, il caso si presentava invero come un
rebus di difficile risoluzione. Stando a quello che mi venne riferito in un
secondo momento, le indagini che Kobayashi condusse il giorno successivo non
solo non portarono alcun frutto, ma non permisero nemmeno di aggiungere
ulteriori elementi a quelli già ottenuti la sera dell’omicidio: difatti, oltre al fatto che i testimoni erano assolutamente
attendibili, anche tutti gli inquilini delle undici abitazioni parevano al di
sopra di ogni sospetto. Ulteriori indagini vennero condotte nel paese natio
della vittima, ma anche queste si rivelarono del tutto improduttive. All’ispettore Kobayashi – che come ho accennato prima era considerato una vera e propria celebrità – il caso apparve del tutto incomprensibile, nonostante avesse speso tutte le proprie risorse per risolverlo. Un altro elemento che emerse in un secondo momento fu quello legato
all’interruttore che Kobayashi aveva ordinato di portare via al fine di farlo
esaminare. Difatti, con grande disappunto di tutti, sulla sua superficie non
emersero altre impronte se non quelle di Akechi. Sarà stato per la fretta di quella sera, ma tutte le impronte digitali presenti sull’interruttore erano riconducibili a lui. Probabilmente, pensò l’ispettore, era stato proprio Akechi ad aver cancellato involontariamente quelle
dell’assassino.
Cari lettori, dopo aver letto i fatti sopra narrati, nessuno di voi ha pensato a
I delitti de la rue Morgue di Poe, oppure al racconto di Doyle Le avventure della banda maculata? Non vi ha sfiorato il pensiero che, come in quelle opere, gli assassini
possano essere bestie quali oranghi o serpenti velenosi provenienti dall’India anziché essere umani? Personalmente, devo confessare di averci pensato anch’io. Purtroppo, però, oltre al fatto che nell’area della salita D. di Tōkyō non sono presenti animali simili, ci sono
testimoni che hanno chiaramente affermato di avere visto la sagoma di un uomo
al di là dello shōji. Del resto, anche nel caso in cui si ipotizzasse la presenza di un animale così appariscente come un gorilla, questo avrebbe dovuto lasciare di certo delle
impronte. Sta di fatto che intorno al collo della vittima erano presenti
impronte digitali umane e non i tipici segni di strangolamento a opera di un
serpente.
Mentre eravamo sulla strada di casa, io e Akechi in preda all’eccitazione ci confrontammo su questi argomenti.
«Ti ricordi il caso di Rose Delacourt che ispirò anche I delitti della Rue Morgue di Poe e Il mistero della camera gialla di Leroux? Sebbene sia ormai passato quasi un secolo rimangono ancora alcuni
punti irrisolti in quel delitto. Il fatto, ad esempio, che l’assassino sia riuscito a dileguarsi senza lasciare traccia mi fa venire in mente
quelle storie» affermò Akechi.
«Sì, hai ragione. È veramente strano. Alcuni dicono che all’interno delle abitazioni giapponesi non potranno mai verificarsi crimini
efferati come quelli che vengono presentati nei romanzi gialli di fattura
straniera. Eppure io non mi trovo d’accordo. E questo delitto lo dimostra in pieno. Non so se sarei in grado di
farlo, ma una volta mi piacerebbe proprio potermi occupare di un caso in veste
di detective».
Con quelle parole ci separammo all’angolo di una strada mentre, chissà per quale ignoto motivo, io rimasi fermo a guardare Akechi che si dileguava
nell’oscurità di un vicolo con la sua tipica andatura da smargiasso e il suo vistoso yukata a righe.
Seconda parte. Deduzioni
Trascorsi ormai dieci giorni dall’omicidio, mi recai presso l’abitazione di Akechi. Nel corso di quei dieci giorni cosa avevamo combinato io e
il mio amico detective? Quali riflessioni avevamo fatto riguardo al caso e,
soprattutto, a quali conclusioni eravamo giunti? Le risposte a questi quesiti
sarete in grado di immaginarle solo leggendo i contenuti della conversazione
che avvenne tra noi quel giorno.
Fino a quel momento, io e Akechi ci eravamo sempre dati appuntamento al caffè. Nonostante quella fosse la mia prima visita a casa sua, avendo raccolto in
anticipo tutte le informazioni necessarie non mi fu molto difficile trovarla.
Mi fermai di fronte a un tabaccaio come quello che mi aveva descritto e chiesi
alla proprietaria se Akechi era in casa.
«Certamente! Aspetti qui un attimo. Vado a chiamarlo!» disse la donna mentre si recava verso la scala che si intravedeva dal negozio
chiamandolo a gran voce. Proprio in quell’immobile, al primo piano aveva infatti preso in affitto una stanza.
«Sì…» rispose svogliato Akechi mentre scendeva dalla scala cigolante. Nell’istante in cui mi riconobbe però, stupito mi accolse con eccitazione. «Ehi! Sali, dai!». Lo seguii al piano superiore, ma nel momento in cui feci per mettere piede
nella camera rimasi letteralmente stupito dalla scena bizzarra che mi si
presentò di fronte. Non che non conoscessi l’aspetto eccentrico di Akechi, ma ciò che vidi superò di gran lunga le mie aspettative. Infatti quell’angusto spazio di poco più di quattro tatami si presentava letteralmente sommerso di volumi. Era appena visibile al centro la
stuoia in tatami, per il resto tutto si presentava come una vera e propria montagna di libri che
si estendeva su tutti e quattro i lati, dai muri fino alle porte scorrevoli. In
basso tutto era invaso da questo banco di tomi che andava assottigliandosi
verso l’alto sfiorando quasi il soffitto. Pressati sui quattro i lati, si avvertiva la
sensazione di essere soffocati e inoltre, non essendoci altra mobilia, veniva
da chiedersi come avrebbe mai potuto dormire in uno spazio così angusto dato che non vi era nemmeno il posto per far accomodare un ospite. Era
chiaro che al minimo movimento le pile di libri ci sarebbero crollate addosso.
«È un po’ piccola e non ho nemmeno dei cuscini dove farti sedere. Scusa. Prova a sederti
sul libro che ti sembra più comodo!».
Mi feci strada tra le pile di tomi e trovai un anfratto in cui sedermi. Ero
talmente sorpreso che rimasi in silenzio mentre mi guardavo intorno attonito.
A questo punto è necessario soffermarsi su una breve descrizione dell’eccentrico padrone di casa, Akechi Kogorō. Difatti, poiché la nostra poteva definirsi una frequentazione recente, non solo non sapevo
molto della sua storia personale, ma non ero nemmeno a conoscenza di come si
mantenesse, né tantomeno delle mete che si era prefissato nella sua vita. L’unica cosa di cui ero certo era che fosse una specie di fannullone senza una
reale professione o forse, se avessi dovuto immaginare una qualche occupazione,
avrei pensato a lui come a un eccentrico ragazzo alla pari. Un giorno ricordo
bene che mi disse: «Io faccio ricerche sugli uomini», anche se in quel frangente non capii a cosa potesse mai fare riferimento. Di
certo compresi che nutriva uno smodato interesse e aveva una conoscenza
imponente su crimini e investigazioni.
Proprio come me, non aveva più di venticinque anni. Era di corporatura esile e, come ho già anticipato, camminava con un’andatura del tutto peculiare che lo portava a ondeggiare le spalle, e che mi
ricordava quella di Kanda Hakuryū10, nonostante quest’ultimo avesse un braccio paralizzato. Non che voglia paragonarlo a quel grand’uomo, ma forse la comparazione può rendere l’idea della sua eccentricità. Akechi gli assomigliava nei lineamenti del viso e nella voce – chi di voi non ha mai visto Hakuryū potrà immaginare un uomo di certo non bello, ma dotato comunque di charme e di uno sguardo incredibilmente acuto – anche se la capigliatura di Akechi era più lunga e folta. In più, il mio amico aveva l’abitudine di attorcigliarsi i capelli sulle dita ogniqualvolta parlava, il che
rendeva il suo aspetto ulteriormente spettinato. Per ciò che concerneva l’abbigliamento, non lo curava in modo particolare, e vestiva spesso yukata in cotone legati con obi11 sgualciti.
«Grazie della visita. È un po’ che non ci vediamo! Come procede con l’omicidio della salita D.? Pare che la polizia non nutra grandi speranze di
trovare l’assassino» disse Akechi grattandosi la testa, lo sguardo fisso su di me.
«È proprio per quello che sono venuto qui oggi» risposi cercando di rompere il ghiaccio. «Ho pensato molto in questi giorni. Anzi, non mi sono limitato a pensare… in realtà ho condotto anche delle indagini sul campo come si conviene a un vero
detective. E sono giunto a una conclusione di cui voglio renderti partecipe…»
«Benissimo! Non vedo l’ora di ascoltarti!» mi rispose. In quell’attimo captai nel suo sguardo un misto di sdegno e di sollievo come se volesse
sbeffeggiarmi dicendo: «Cosa avrai mai capito, tu?» Eppure mi sentii in qualche modo rincuorato. Così raccolsi tutto il mio coraggio e cominciai il mio racconto.
«Ho un amico giornalista che è molto in confidenza con l’ispettore Kobayashi. Grazie a lui sono venuto a conoscenza della situazione
attuale al distretto di polizia e pare che, a oggi, non abbiano ancora un’idea chiara su come procedere con le indagini. Certamente si stanno dando molto
da fare, ma il nome dell’assassino non l’hanno ancora trovato. Anche la questione dell’interruttore sembra non aver funzionato affatto, dato che su di esso sono state
rinvenute solo le tue impronte digitali che, secondo la polizia, hanno coperto
quelle del colpevole. Così, venuto a conoscenza delle difficoltà in cui versava il distretto, mi è venuta voglia di indagare personalmente e sono giunto a una mia personale
conclusione. Ma tu riesci a intuire il motivo per cui sono venuto qui oggi
prima di recarmi alla polizia?
In realtà, dal giorno dell’omicidio la mia attenzione si è concentrata su un certo particolare. Te lo ricordi? I due studenti si sono
trovati in totale disaccordo sul colore del kimono del presunto assassino. Uno ha detto che era nero, mentre l’altro ha affermato che era bianco. Benché non ci si possa sempre fidare della vista umana, non trovi bizzarro il fatto
che abbiano visto due colori completamente opposti? Non saprei dire come abbia
potuto interpretare questo particolare la polizia, ma io credo che entrambe
quelle testimonianze siano veritiere. Riesci a capire? Significa che l’assassino vestiva un kimono a strisce bianche e nere… In altre parole si trattava di uno yukata con strisce piuttosto larghe, come quelli che danno a noleggio negli alberghi… Ma perché a uno è parso completamente bianco mentre all’altro tutto nero? Io credo perché entrambi hanno guardato attraverso due diverse fessure della grata: una era in
linea con la parte bianca dello yukata, mentre l’altra si trovava esattamente nell’angolo di visuale delle strisce nere. Potrà trattarsi anche di una coincidenza fortuita, ma non è affatto impossibile. Anzi, a dire il vero io sono convinto che si tratti dell’unica interpretazione plausibile.
Eppure, nonostante io abbia appurato la questione delle strisce riuscendo a
restringere l’ambito delle mie indagini, di certo la mia intuizione non può definirsi determinante; ecco perché il secondo elemento su cui si è basata la mia indagine sono state le tue impronte sull’interruttore. Infatti attraverso l’intermediazione del mio amico giornalista ho chiesto a Kobayashi di farle
esaminare a fondo e, grazie ai risultati ottenuti dai test, sono giunto alla
conclusione che i miei sospetti non erano affatto infondati. A proposito, non
hai per caso una pietra da inchiostro?»
Provai a fare un esperimento. Presi in prestito la pietra e versai una piccola
quantità di inchiostro sul pollice della mia mano destra. Dopo di che estrassi dal
taschino un foglio di carta e vi impressi la mia impronta. Dopo averla fatta
asciugare, ripetei l’operazione con lo stesso pollice e lasciai la nuova impronta su quella
precedente cambiando solo l’angolazione. In quel momento emersero nitide le due tracce sovrapposte.
«La polizia afferma che le tue tracce sono andate a sovrapporsi a quelle dell’assassino finendo per cancellarle, ma, come avrai notato da questo semplice
esperimento, la cosa è assolutamente improbabile poiché per quanto si possa spingere con forza su una superficie, le impronte digitali
sono fatte di linee che non andranno mai a coprire del tutto quelle
sottostanti. E anche nel caso in cui le impronte precedenti fossero del tutto
identiche a quelle successive e queste collocate nella identica posizione così da nascondere quelle sottostanti – posto che ciò sia possibile! – la conclusione sarebbe sempre la stessa.
In tal caso, se è stato l’assassino a spegnere la luce, saranno rimaste di certo le sue tracce sull’interruttore. Di conseguenza, mi sono chiesto se la polizia non avesse per caso
tralasciato di analizzare le linee prodotte dalle impronte digitali sotto le
tue. Così ho indagato in prima persona e ho scoperto che non ve n’erano affatto. In altre parole, su quell’interruttore non vi era altra traccia che quella delle tue impronte. A questo
punto, non saprei spiegare come mai non vi fossero le impronte dei due coniugi
sull’interruttore: forse perché avevano l’abitudine di lasciare la luce accesa?
Non ti suggerisce nulla questa situazione, Akechi? Io ho pensato che l’uomo con il kimono a strisce larghe potesse essere un conoscente di vecchia data della donna,
verosimilmente innamorato di lei e forse respinto. Essendo a conoscenza del
lavoro serale del marito, ha approfittato della sua assenza per aggredirla, ma,
poiché non sono state rinvenute tracce di colluttazione né sono state udite grida, è chiaro che la vittima conosceva il suo aggressore. Dopo aver raggiunto il suo
macabro obiettivo, costui ha spento la luce al fine di ritardare la scoperta
del cadavere e si è dileguato. Purtroppo, però, il nostro assassino ha commesso un grave errore: non si è accorto che la grata dello shōji era aperta e, quando è andato per chiuderla, si è reso conto che vi erano ben due persone che l’avevano visto dall’esterno del negozio. A quel punto si è allontanato dal luogo del delitto, poi, una volta realizzato di aver spento la
luce e di aver lasciato le proprie impronte digitali sull’interruttore, è dovuto rientrare per cancellarle. Ormai sarebbe stato troppo rischioso rientrare di nuovo, così ha architettato un piano ingegnoso.
Ha pensato di impersonare egli stesso il ruolo di colui che avrebbe ritrovato il
cadavere. Così facendo, in modo del tutto naturale, non solo avrebbe potuto accendere la luce
allontanando i sospetti sulle sue impronte precedenti, ma avrebbe ottenuto
altresì un ulteriore vantaggio poiché nessuno avrebbe mai immaginato che l’assassino fosse proprio la persona che aveva scoperto il cadavere. Tale
posizione gli ha permesso di osservare con aria inebetita tutte le operazioni
degli inquirenti e di poter rilasciare addirittura la propria testimonianza.
Tutto ha funzionato a meraviglia perché passati cinque e poi dieci giorni, nessuno è venuto a cercarlo».
Cari lettori, riuscite a immaginare l’espressione di Akechi Kogorō mentre ascoltava il mio racconto? In cuor mio
sperai che potesse almeno abbozzare qualche espressione contrariata o che per
lo meno mi interrompesse. Tuttavia, con mio grande stupore, il suo viso non
tradì la benché minima emozione. Nonostante non fosse di certo il tipo di persona che mostrava
con facilità i propri moti interiori, rimasi stupito dalla sua estrema freddezza dal momento
che continuò ad attorcigliarsi i capelli sulle dita rimanendo in perfetto silenzio. La sua
sfacciataggine mi colpì oltremodo, così arrivai dritto al punto.
«A questo punto, vorrai di certo sapere da dove è entrato e da dove è uscito l’assassino. Ovvio. Perché se non si riesce a fare chiarezza su questo punto, tutto il resto si riduce a
un mero dettaglio. Peccato però che io mi sia preso il tempo di indagare anche su questo punto: stando ai
risultati delle indagini di quella sera, sembrava che l’assassino non avesse lasciato nessuna traccia durante la fuga. Eppure, poiché il crimine era stato commesso, l’omicida doveva necessariamente essere entrato e, successivamente, uscito di
casa. A quel punto, non restava che pensare a un’eventuale distrazione da parte degli inquirenti. Difatti nonostante essi siano
stati estremamente diligenti nell’indagine, purtroppo hanno sottovalutato la presenza del sottoscritto sul luogo
del delitto.
Si trattava di un futile dettaglio, ma ho pensato che non fosse più necessario indagare sui vicini, visto gli approfonditi interrogatori della
polizia. Mi sono chiesto dunque se l’assassino non avesse fatto in modo di non essere riconosciuto dai vicini pur
passando sotto i loro occhi. In tal caso, anche in presenza di qualche
testimone, nessuno lo avrebbe mai accusato. Quello di cui sto parlando è una sorta di punto cieco che può manifestarsi sia a livello ottico, che in forma di abbassamento della soglia di
attenzione. Di conseguenza, proprio come i prestigiatori fanno sparire oggetti
di grandi dimensioni sotto il naso del pubblico, l’assassino ha fatto sparire se stesso. Ed è stato in quel frangente che mi sono ricordato del ristorante di soba vicino al
negozio di libri usati: lo Asahiya».
Infatti a destra del negozio si trovavano il rivenditore di orologi e il negozio
di dolci. A sinistra, invece, il negozio di tabi e il ristorante di soba.
«È lì che mi sono recato e ho chiesto se, per caso, la sera dell’omicidio verso le otto nessun cliente avesse chiesto di andare in bagno. Come
saprai, il pavimento in terra battuta del ristorante prosegue fino alla porta
sul retro e il bagno si trova proprio di fianco a quella porta. L’assassino ha quindi finto di recarsi in bagno ed è uscito attraverso di essa. Così facendo, avrebbe dovuto utilizzarla due volte: una per andare in bagno e una
seconda per rientrare all’interno del ristorante. E siccome il gelataio si trovava giusto all’angolo in fondo al vialetto che spunta sul viale principale, nessuno avrebbe mai
potuto accorgersi di lui. Del resto, trattandosi di un ristorante, era del
tutto naturale chiedere di andare in bagno. Oltre a ciò, dalle mie indagini è emerso che quella sera il proprietario del ristorante era da solo, senza la
moglie ad aiutarlo. Situazione ideale per commettere un crimine, non credi?
Infatti, come mi aspettavo, quella sera un cliente ha effettivamente chiesto di
recarsi in bagno. Purtroppo, però, il proprietario non è stato in grado di ricordarsi né del suo viso, né della fantasia del suo yukata. Senza perdere troppo tempo, attraverso il mio amico giornalista mi sono
affrettato a contattare l’ispettore Kobayashi che è andato a controllare di persona il ristorante senza riuscire, però, a ottenere ulteriori elementi».
Mi fermai con l’intento di concedere ad Akechi il diritto di replica poiché, a quel punto, nonostante continuasse ad arricciarsi i capelli con aria
indifferente, non avrebbe più potuto rimanere in silenzio. Il suo mutismo, però, mi costrinse ad assumere un tono più diretto.
«Adesso hai capito, Akechi? Esistono prove schiaccianti contro di te! Ti confesso
che in cuor mio non avrei mai voluto dubitare di te, ma purtroppo tutto gioca a
tuo sfavore… Ho cercato in tutti i modi di capire se in quegli edifici ci fosse qualcuno che
indossava uno yukata a strisce larghe, ma non ho trovato nessuno! Ed è del tutto naturale, poiché anche se vi fosse stato qualcuno con una tipologia di strisce simili sarebbe
stato impossibile trovare uno yukata con dei motivi tanto vistosi da poter combaciare con quello visto attraverso la
grata. Per non parlare del trucco delle impronte digitali e di quello del
bagno, tanto ingegnosi che nessuno avrebbe mai potuto escogitarli se non un
attento studioso di criminologia come te! Oltre a questo, mi ricordo anche che,
nonostante tu mi avessi detto di conoscere la vittima da lungo tempo, non ne
hai fatto menzione con la polizia quella sera.
A questo punto non resta che affidarsi a un alibi, nel caso tu lo avessi.
Purtroppo, però, pare che tu non abbia neanche quello: non ti ricordi? Quella sera, quando
stavamo tornando a casa, ti ho chiesto dove eri stato prima di arrivare al Susino Bianco e tu mi hai risposto che eri stato in giro in quella zona per un’ora. In tal caso, anche se qualcuno ti avesse visto passeggiare, sarebbe stato
del tutto naturale entrare in un ristorante di soba e chiedere di andare in bagno. Akechi, mi sto sbagliando, forse? Che ne dici? E
adesso vorrei solo ascoltare un tuo commento!»
Cari lettori, come pensate abbia reagito l’eccentrico Akechi quando si è visto attaccato dai miei argomenti? Lo avete forse immaginato prostrato ai miei
piedi? Affatto! La sua reazione mi spiazzò completamente poiché cominciò a sbellicarsi dalle risate in barba al mio accorato appello.
«Scusami! Scusami davvero! Non avevo intenzione di ridere, ma avresti dovuto
vedere la tua faccia quando parlavi!!» disse, quasi avesse intenzione di farsi perdonare. «Interessante la tua storia! Sono davvero felice di avere un amico come te!
Purtroppo, però, la tua disamina risulta troppo superficiale e, a tratti, materiale. Per
esempio, a proposito del rapporto che avevo con la vittima: hai mai provato a
indagare a fondo da una prospettiva, direi, più psicologica? Tipo, se avevo avuto con lei una storia o se potevo avercela con
lei? Non sei proprio riuscito a ragionare su questo punto? In realtà è molto semplice capire come mai quella sera io non ho fatto menzione alla
polizia del mio rapporto con lei. La risposta è che non avevo nulla di significativo da raccontare agli inquirenti dato che io
e quella donna non ci siamo più visti dai tempi della scuola materna! Solo di recente ero venuto a conoscenza
del fatto che viveva lì e ci avevo chiacchierato giusto un paio di volte!»
«E allora cosa mi racconti delle impronte digitali?»
«E tu pensi che io da quella sera sia rimasto con le mani in mano? In realtà anch’io ho condotto le mie di indagini. Ho perlustrato in lungo e in largo tutta la
salita D. In particolare il negozio di libri, dove ho parlato col proprietario
ponendogli tutta una serie di domande. È stato lì che gli ho rivelato che conoscevo sua moglie riuscendo a ottenere un vantaggio
competitivo sugli inquirenti. Tu hai detto di essere in possesso dei dettagli
delle indagini grazie al tuo amico giornalista: io sono riuscito a ottenere le
stesse informazioni direttamente dal proprietario venendo a conoscenza delle
impronte digitali. Sul momento, tutto mi è sembrato molto strano e…ah ah ah!!! Sembra una barzelletta, ma i cavi della lampadina erano saltati e
nessuno aveva spento la luce! È stato un mio errore credere di averla accesa. Difatti, sebbene in preda all’agitazione avessi effettivamente spinto l’interruttore, la luce si è accesa solo perché la corrente elettrica era ritornata in quel momento12. Di conseguenza era del tutto normale che sull’interruttore ci fossero solo le mie impronte digitali. In più, quella sera mi avevi detto di aver visto la luce accesa attraverso lo shōji, ti ricordi? Il che mi suggerisce che la luce sia saltata solo dopo che tu hai
sbirciato all’interno. In fin dei conti le vecchie lampadine lo fanno spesso, giusto? E poi, riguardo al colore del kimono dell’assassino, più che spiegartelo io…» dopo aver abbozzato quella frase Akechi cercò tra la montagna di libri vicino a lui ed estrasse un vecchio volume in lingua
straniera.
«Lo hai mai letto? È il volume di saggi On the Witness Stand di Münsterberg. Prova a leggere le prime righe del capitolo intitolato Illusioni».
Mentre ascoltavo con estrema attenzione le sue convincenti teorie, gradualmente
cominciai a rendermi conto degli errori che avevo commesso. Presi il libro e
lessi le prime righe del capitolo che mi aveva indicato. Il contenuto era più o meno il seguente:
Tempo fa vi fu un incidente automobilistico. Di fronte alla corte, dopo aver
giurato di dire la verità e nient’altro che la verità, uno dei due testimoni affermò che la strada dove era avvenuto l’incidente era asciutta e polverosa. L’altro, però, disse che era stata bagnata dalla pioggia e che risultava molto umida. Il
primo continuò dicendo che l’automobile in questione viaggiava a velocità moderata, mentre il secondo depose dicendo di non avere mai visto un’auto correre a velocità così sostenuta. Non contento, il primo testimone continuò la deposizione affermando di aver visto solo due, al massimo tre persone per
strada, laddove l’altro riportò di aver visto una strada letteralmente invasa da uomini, donne e bambini.
Eppure, i testimoni erano due persone per bene che non avevano nessun interesse
a riportare il falso.
Akechi attese che io finissi di leggere. Poi, dopo aver sfogliato alcune pagine
del volume, aggiunse:
«Si tratta di un caso realmente accaduto. Adesso prova a dare un’occhiata al capitolo intitolato Memoria dei testimoni: all’interno dovresti trovare il resoconto di un esperimento dove si parla proprio
del colore dei capi di abbigliamento. Lo so che è un po’ noioso, ma leggine almeno qualche passaggio».
(…) due anni fa, ad esempio, si tenne a Göttingen (il volume fu pubblicato nel 191113) il convegno di un’associazione scientifica composta da giuristi, psicologi e fisici, ovvero tutte
persone ben allenate nella pratica dell’osservazione. Dovete sapere che, proprio negli stessi giorni del convegno, in
città aveva luogo il Carnevale. Accadde così che durante una sessione del suddetto simposio, la porta si spalancò all’improvviso e un clown vestito con un costume alquanto sgargiante fece irruzione
all’interno del salone come in preda a uno stato di eccitazione incontrollabile.
Dopo di lui, comparve sulla scena un uomo di colore che recava in mano una
pistola. I due cominciarono a inveire l’uno contro l’altro fin quando il clown non cadde a terra e l’uomo di colore non gli balzò addosso. In quel momento si udì esplodere un colpo di pistola e in men che non si dica i due si erano già dileguati all’esterno. Tutta la scena durò meno di venti secondi lasciando sbigottiti i presenti. A parte il Presidente
però, che, oltre a essere a conoscenza del fatto che tutti i gesti e i dialoghi
erano stati provati in precedenza e che l’intera azione era stata fotografata di nascosto, tutti gli altri partecipanti
erano all’oscuro di tutto.Così, continuando a recitare a perfezione la sua parte, chiese ai presenti di
redigere un report il più dettagliato possibile convincendoli che l’accaduto sarebbe potuto divenire oggetto di un eventuale processo (ometterò qui il passaggio dove si sottolineano i numerosi errori commessi nei report e
le percentuali a questi collegate). Furono solo quattro persone su quaranta, ad
esempio, che si accorsero che l’uomo di colore non portava nessun cappello in testa: gli altri, infatti,
affermarono di averlo visto indossare un cappello molto alto o un derby.
Riguardo agli indumenti, invece, molti sostennero di avere visto lo stesso uomo
vestire pantaloni rossi, laddove altri li videro marroni a strisce o,
addirittura, color caffè. In realtà, l’uomo portava semplicissimi pantaloni bianchi sotto una giacca nera e una larga
cravatta rossa (omissis).
«Come aveva dedotto anche Münsterberg» cominciò Akechi, «l’osservazione e la memoria umana non possono ritenersi affatto affidabili. Come
avrai notato, anche gli studiosi protagonisti di questo episodio non sono stati
in grado di ricordare il colore degli indumenti indossati dall’uomo. Sbaglio allora se affermo che quella sera, probabilmente, i due studenti
hanno visto qualcosa di diverso? Di certo vi era un uomo. Ma non indossava uno yukata a righe e non si trattava nemmeno del sottoscritto. Nonostante il tuo livello di
osservazione sia notevole, non trovi eccessivo sostenere che i due abbiano
visto lo yukata, e per giunta, attraverso la grata? Più che convincerti di questa strana coincidenza, non faresti prima a credere nella
mia innocenza? Per ciò che riguarda invece l’ipotesi dell’uomo nel bagno del ristorante di soba, anch’io avevo pensato la stessa cosa. In effetti l’assassino sarebbe dovuto passare da lì per perpetrare il suo crimine. Così mi sono recato anch’io al ristorante, ma purtroppo le conclusioni alle quali sono giunto sono
diametralmente opposte alle tue. In realtà nessun uomo ha mai chiesto di andare in bagno quella sera».
Come anche voi lettori avrete notato, Akechi in quel frangente cercò di confutare le testimonianze dei due studenti, la tesi delle impronte digitali
e quella della via di fuga dell’assassino al fine di sostenere la sua innocenza. Tuttavia, facendo ciò, stava in pratica negando l’evidenza dello stesso omicidio. Rimasi confuso senza riuscire a comprendere dove
intendesse condurre il suo ragionamento.
«Allora avrai già capito chi è l’assassino, o mi sbaglio?»
«Certamente» rispose attorcigliandosi i capelli. «Permettimi di dire che lo stile con il quale conduco le mie indagini è leggermente diverso dal tuo. D’altronde esistono varie angolazioni dalle quali si possono analizzare le prove
materiali. Ad esempio, si può cominciare a scavare a fondo nel cuore degli uomini adottando un metodo più psicologico. Riuscire in questo tipo di indagine, però, dipende essenzialmente dall’abilità personale del singolo detective. Ecco perché ho deciso di proseguire le mie ricerche focalizzandomi su questa direzione.
Il primo elemento ad attirare la mia attenzione sono state le contusioni sul
corpo della vittima. Non a caso, sono venuto a conoscenza che anche su quello
della moglie del proprietario del ristorante sembravano esserci lesioni dello
stesso tipo. Ma, forse, di questo particolare eri già al corrente. Eppure i due mariti non hanno affatto l’aria di essere persone violente. Piuttosto sembrano due uomini docili e
comprensivi. Proprio per questo ho cominciato a sospettare e ho approcciato il
marito della vittima cercando di carpire il segreto dalla sua stessa bocca.
Raccontandogli che conoscevo la moglie, ho fatto in modo che abbassasse la guardia e il piano ha funzionato a meraviglia poiché è affiorata una alquanto bizzarra verità! Le cose sono andate diversamente col proprietario del ristorante, dato che,
essendo un uomo tutto d’un pezzo, mi ha fatto faticare parecchio, ma nonostante questo, grazie al mio
metodo sono riuscito comunque ad arrivare fino in fondo.
Avrai di certo sentito parlare della diagnosi associativa in psicologia. Come
saprai, di recente hanno cominciato a utilizzarla anche nell’ambito delle indagini criminali. Consiste nel fornire una serie di semplici
stimoli a livello lessicale calcolando la velocità con la quale i sospettati li associano ad altri termini. Non si tratta, come
avviene spesso in psicologia, di ricorrere a termini basici quali cane, casa o fiume e non è detto che sia sempre previsto l’utilizzo del cronoscopio. Di fatto credo che per tutti coloro che hanno colto il
segreto di tale pratica tali formalità non siano affatto necessarie. Pensa, ad esempio, a tutti i magistrati e ai
grandi detective del passato che l’hanno involontariamente utilizzata affidandosi solo al proprio talento molto
tempo prima che la psicologia raggiungesse lo stato di sviluppo odierno. Il
governatore Ōoka di Echizen14 era uno di questi, non trovi? Oppure nel caso di romanzi, pensa alle prime
pagine dei Delitti della Rue Morgue di Poe, quando Dupin riesce a indovinare i pensieri reconditi di un amico
grazie a un singolo movimento del corpo. Ispirandosi a lui, anche Doyle
riprende lo stesso tema nel racconto Il paziente interno. In effetti, nonostante Holmes proceda col suo solito metodo deduttivo, in fin
dei conti utilizza a sua volta il metodo della diagnosi associativa. In altre
parole, credo che le numerose tecniche meccaniche messe in pratica dagli
psicologi altro non siano che strumenti creati per lo studio di individui
ordinari privi della suddetta capacità di discernimento. Forse sto divagando, ma anch’io, ispirandomi alla tecnica della diagnosi associativa, ho interrogato il
proprietario del ristorante ponendogli svariate domande. Inutile raccontarti
quanto sia stato noioso, ma il tutto si è rivelato comunque necessario al fine di studiare le sue reazioni. Tuttavia,
siccome si trattava di una questione alquanto delicata oltreché complessa, mi riserbo di raccontarti tutti i particolari quando saremo più a nostro agio. Per ora posso dirti che sono arrivato a una sola certezza: cioè a individuare l’assassino.
Ovviamente, non essendo in possesso di nessuna prova, non posso denunciarlo alla
polizia. Ma anche se lo facessi nessuno mi crederebbe. Inoltre, il motivo per
cui me ne sto qui a braccia conserte a guardare l’assassino è perché sono convinto che egli non abbia agito in malafede. Ti sembrerà alquanto strano, ma in questo caso di omicidio l’assassino e la vittima hanno agito consensualmente. Addirittura si potrebbe
ipotizzare che la morte sia stata provocata da un’espressa richiesta della vittima».
Provai a riflettere, ma proprio non riuscivo a seguire il filo del suo
ragionamento. Così, dimenticando i futili errori che avevo commesso, continuai ad ascoltare la sua
enigmatica ricostruzione.
«Ti dico cosa ne penso io. Per me l’assassino è il proprietario del ristorante di soba. Con l’intento di occultare le tracce del suo reato ha inventato la storia dell’uomo che gli aveva chiesto di andare in bagno. Ma la colpa non è sua! La responsabilità è tutta nostra: siamo stati tu e io che glielo abbiamo chiesto! Inoltre ci avrà di certo scambiato per ispettori della polizia. Ma perché mai commettere un omicidio? Grazie a questo caso sono riuscito a comprendere
quanti segreti lugubri e insospettabili possono celarsi sotto un’apparenza di assoluta innocenza. Orrori di cui l’uomo riesce a prendere coscienza solo durante gli incubi notturni.
Il fato ha voluto che il nostro ristoratore fosse un seguace dello spietato
marchese De Sade e che abbia trovato la versione femminile di Masoch proprio in
un locale a poca distanza dal suo. La vittima, difatti, non sfigurava di certo
di fronte alle perversioni dell’uomo, ecco perché – con l’abilità tipica di chi condivide certe patologie – i due erano riusciti a mettere in atto l’adulterio senza essere scoperti da nessuno… Adesso spero che tu abbia capito il motivo per cui prima ho parlato di omicidio
consensuale… Fino a poco tempo fa i due avevano cercato di appagare le loro morbose bramosie separatamente, con i rispettivi consorti. Non a caso le contusioni sul corpo della vittima e su quello
della moglie del ristoratore ne sono la prova. Ovviamente è inutile soffermarsi sul fatto che nessuno dei due fosse affatto soddisfatto
della situazione e che, una volta aver compreso che il partner ideale si
trovava a portata di mano, avessero raggiunto immediatamente l’accordo. Il risultato, però, è andato ben oltre le loro aspettative. La sintesi delle loro forze attive e
passive non ha fatto altro che intensificare ulteriormente la loro folle
condotta fino a quando quella sera è successo quello che nemmeno loro potevano prevedere…»
Mentre ascoltavo la grottesca ricostruzione di Akechi, senza volerlo cominciai a
tremare. Che strano caso!
Proprio in quel momento la proprietaria della tabaccheria ci portò l’edizione serale del quotidiano. Akechi la prese in consegna e sfogliò la pagina della cronaca locale. Dopo qualche istante emise un sospiro e mi
disse:
«È crollato, alla fine. Pare che non riuscisse più a tenerselo dentro. Che coincidenza, eh! Proprio quando ne stavamo parlando!».
Guardai in direzione del quotidiano proprio dove mi stava indicando col dito. Un
titolo minuscolo apriva un trafiletto lungo appena dieci righe dove si rendeva
noto che il proprietario del ristorante di soba si era costituito.
Il test psicologico
心理試験・Shinri shiken
(Febbraio 1925)
1.
Non saprei descrivere nel dettaglio le ragioni che hanno spinto Fukiya Seichirō
a commettere un crimine così efferato, poiché, se anche le conoscessi, di certo non avrebbero una vera attinenza con la
storia che sto per narrarvi. Considerando che il ragazzo aveva dovuto lavorare
per pagarsi le tasse universitarie, si potrebbe pensare che sia stato spinto da
necessità di tipo economico a fare ciò che ha fatto. Dopo tutto, dal momento che lo si poteva considerare un vero e
proprio genio nonché un eccellente studioso, era indubbio che non vedesse di buon occhio il fatto di
doversi guadagnare del denaro con futili lavoretti. La cosa, difatti, lo
portava a pensare di sottrarre tempo prezioso sia alle amate letture che alle
speculazioni filosofiche. Possibile però che un essere umano possa compiere un gesto così efferato per motivazioni tanto banali? Probabilmente doveva essere dotato di un’innata indole maligna, sulla quale si erano accumulati una serie di desideri
materiali che avevano finito per surclassare la necessità data dalle sole tasse universitarie. Qualsiasi fosse la ragione, passarono ben
sei mesi da quando a Fukiya venne in mente di compiere quel gesto. Fino a quel
momento si era arrovellato sul da farsi e aveva cercato di analizzare a fondo
la questione per poi giungere alla conclusione che uccidere era assolutamente
necessario.
Fece amicizia con il suo compagno di studi Saitō Isamu quasi per caso. Sebbene
all’inizio non nutrisse nessun tipo di interesse verso di lui, da un certo momento
in avanti gli si avvicinò con la chiara intenzione di raggiungere il suo oscuro obiettivo. E più si avvicinava a quell’uomo, più il suo intento andava palesandosi con crescente chiarezza.
Da circa un anno Saitō aveva preso in affitto una camera in un desolato
quartiere residenziale nei pressi della zona di Yamanote. La proprietaria,
vedova di un impiegato governativo, aveva quasi sessant’anni e riusciva a mantenersi grazie a una serie di appartamenti di proprietà che il defunto marito le aveva lasciato da affittare. Nonostante la donna
riuscisse a condurre una vita alquanto agiata, non avendo figli, aveva
sviluppato un attaccamento atavico al denaro tanto da dare in prestito a usura
piccole somme ai conoscenti, grazie alle quali faceva lievitare lentamente i
suoi risparmi. Di certo aveva affittato la camera a Saitō allo scopo di farsi
proteggere, dato che era una donna sola. Ciononostante era fuori discussione
che lo avesse fatto anche per una mera questione di calcolo. Difatti, sebbene
oggi non accada quasi più, pare che la vedova, taccagna com’era, oltre a depositare i propri risparmi in banca nascondesse in un luogo
segreto all’interno della propria abitazione un’ingente somma di denaro. E Fukiya aveva di certo fiutato l’odore di quei soldi.
“Cosa ci potrà mai fare una vecchia decrepita con tutto quel denaro? Non sarebbe più logico utilizzarlo per pagare le tasse universitarie a un giovane promettente
come me?” si chiedeva banalmente. Fu così che, attraverso l’intermediazione di Saitō, decise di raccogliere più informazioni possibili sul conto dell’anziana donna, al fine di scovare il luogo segreto dove teneva nascosta l’ingente somma. E un giorno, quasi per caso, accadde che l’amico gli rivelasse proprio di averlo individuato.
«Quella vecchietta è davvero eccezionale! Di solito i soldi li nascondi sotto il pavimento o in
soffitta, giusto? Lei, invece, ha pensato a un posto assolutamente originale!
Hai presente quel vaso con l’albero nano di acero che si trova nel tokonoma1 del salottino interno? Li ha nascosti lì dentro! Un vero colpo di genio! Sfiderei qualunque ladro a immaginare di
trovare dei soldi in un vaso come quello! Come definire la signora? Una maga
dell’avarizia?» gli disse Saitō chiaramente divertito.
Fu da quel momento in poi che il piano di Fukiya prese lentamente corpo. Senza
lasciare nulla al caso elaborò uno a uno gli stadi che avrebbero portato quel denaro a trasmutarsi nella sue
future tasse universitarie, cercando di escogitare la modalità più sicura per lui. Fu uno sforzo talmente gravoso che nemmeno un quesito di alta
matematica lo avrebbe mai potuto eguagliare. Non a caso, come ho già anticipato, impiegò ben sei mesi per raccogliere tutte le idee.
Ovviamente l’unica difficoltà nel suo piano consisteva nell’evitare di essere scoperto, anche se, da un punto di vista logico, non avrebbe
dovuto preoccuparsene più di tanto dato il suo inesistente senso della morale. Basti ricordare che per
lui, ad esempio, quell’efferato assassino che era stato Napoleone doveva essere ricordato come una
fonte di ispirazione per i posteri! Allo stesso modo pensava fosse
assolutamente normale che un giovane dotato di grande talento come lui
sacrificasse un’anziana donna ormai decrepita se solo utile alla coltivazione del proprio genio.
In effetti la signora non usciva quasi mai di casa. Non faceva altro che
starsene tutto il giorno in silenzio nel suo salotto e, se proprio costretta ad
allontanarsi dalla propria abitazione, si premuniva di allertare la domestica,
una campagnola che svolgeva il suo compito di guardiana con estrema
sollecitudine. Nonostante tutti gli sforzi profusi da Fukiya, la maniacale
circospezione della signora non pareva concedere alcuno spiraglio ai suoi piani
delittuosi tanto che, all’inizio, il giovane pensò che l’unica via percorribile per rubare il denaro dal vaso potesse essere intrufolarsi
in casa in assenza di Saitō e della donna, e ingannare la domestica facendola
allontanare con qualche stratagemma. Inutile ribadire quanto quel piano
apparisse del tutto illogico, poiché se qualcuno avesse mai saputo che lui era rimasto in casa da solo anche per un
breve istante, immediatamente i sospetti sarebbero ricaduti su di lui. Così Fukiya trascorse un intero mese a progettare piani che puntualmente ribaltava
con l’obiettivo di giungere a una più sicura modalità operativa. Per esempio pensò di far ricadere su Saitō, sulla domestica o addirittura su un fantomatico ladro
la responsabilità del furto; oppure fantasticò di intrufolarsi silenzioso in casa quando era di turno la domestica e di
accaparrarsi il denaro senza essere scorto. Un’ulteriore idea fu quella di portare a termine il lavoro introducendosi nella
magione di notte, quando la signora era ancora a letto. Purtroppo per lui, però, ognuno di questi piani lo avrebbe esposto a un rischio troppo elevato.
Stando così le cose non vi era altra soluzione che uccidere l’anziana. Questa fu la conclusione a cui giunse Fukiya. Difatti, analizzando la
situazione da più punti di vista, nonostante non conoscesse l’effettiva entità della somma da questa nascosta, di certo doveva ammontare a una cifra tale da
giustificare l’omicidio. Certo, assassinare un’innocente per accaparrarsi del vile denaro rappresentava un atto di una brutalità inaudita. Ma se anche quella somma fosse apparsa ridicola agli occhi della
gente comune, uno studente squattrinato come Fukiya si sarebbe comunque
accontentato. Dopo tutto non si trattava di ragionare sul mero importo, quanto
piuttosto di evitare di essere scoperti. E per raggiungere lo scopo, a quel
punto, tutto era lecito. Anche assassinare un essere umano.
Se paragonato al furto, l’omicidio appare invero un reato di gran lunga più rischioso. Eppure questo ragionamento rischia di condurre a una banale
semplificazione. Difatti, se si ragiona sulla base del pericolo di essere
scoperti, di sicuro questo è uno dei reati più infidi in assoluto. Tuttavia, se si tralascia il peso specifico che ognuno dei
vari crimini racchiude in sé e si analizza invece il grado di difficoltà di essere scoperti, a seconda dei casi (anche in quello di Fukiya), può accadere che sia il furto il reato che espone il malfattore a un rischio
maggiore poiché, nel caso dell’omicidio, è sempre possibile sbarazzarsi di eventuali testimoni nell’eventualità in cui questi rappresentino un problema. Dopo tutto è proprio grazie ai loro intrepidi delitti che i più grandi assassini della storia hanno potuto operare in assoluta tranquillità senza venire mai catturati.
Ma uccidere quell’anziana donna si presentava veramente come un’impresa priva di rischi? Riflettendo su questo aspetto Fukiya trascorse ancora
alcuni mesi in cerca di una soluzione. In virtù di questo, come avrete modo di leggere più avanti, riuscì a pervenire, grazie a una puntigliosa analisi, a una straordinaria modalità criminale che non lo esponeva al benché minimo rischio.
Non restava che attendere il momento opportuno. E quel momento giunse più in fretta di quanto pensasse allorché un giorno Saitō dovette allontanarsi di casa per una faccenda personale
riguardante i suoi studi, mentre la domestica fu spedita a svolgere una
commissione. E la fortuna volle che entrambi non avrebbero fatto ritorno prima
di sera. Questo avvenne precisamente due giorni dopo la fine degli ultimi
preparativi di Fukiya volti a verificare l’effettiva esistenza della somma di denaro nel vaso (è necessario ribadire ancora che erano passati più di sei mesi da quando aveva ricevuto quell’informazione da Saitō). Quella volta (ovvero due giorni prima dell’omicidio), in occasione di una visita a Saitō, Fukiya poté accedere per la prima volta al salotto interno dell’anziana signora intrattenendosi amabilmente con quest’ultima. Mentre conversavano, con incredibile maestria il giovane fece in modo di
far scivolare l’argomento sul presunto patrimonio dell’anziana nonché sul luogo segreto dove pareva essere stato nascosto. In particolare, nel corso dello scambio, si focalizzò sullo sguardo di lei ogniqualvolta veniva pronunciato il termine nascosto. Come
aveva previsto, seppur involontariamente, in tutte quelle occasioni gli occhi
della donna si spostarono in direzione del vaso collocato all’interno del tokonoma (da notare che, in quel periodo, nel vaso non era piantato un acero nano, ma
bensì un giovane pino in formato bonsai), anche se Fukiya ripeté la stessa operazione a più riprese al fine di confutare qualsiasi eventuale dubbio. E fu così che si convinse dell’esistenza effettiva del denaro.
2.
Giunse infine il giorno tanto atteso. Fukiya indossò l’uniforme universitaria con il berretto e vestì la mantella da studente con tanto di guanti. Quindi si diresse verso il luogo
prestabilito. Dopo aver riflettuto a lungo, decise di non travestirsi perché questo avrebbe comportato non solo l’acquisto di nuovi indumenti, ma altresì trovare un luogo in cui cambiarsi, nonché il controllo di altri dettagli minori che avrebbero finito di certo per
lasciare qualche traccia del reato. No, non poteva rischiare di compromettere
il risultato finale. Dopo tutto la sua filosofia gli imponeva di operare in
modo semplice e determinato senza timore di essere scoperto: in altre parole,
gli sarebbe bastato non essere visto mentre entrava in casa della vittima.
Nulla sarebbe accaduto, difatti, se si fosse limitato a transitarvi di fronte.
Gli capitava spesso di farlo e avrebbe potuto anche ometterlo in un’eventuale testimonianza. Allo stesso tempo, nel caso in cui fosse stato
avvistato da qualche conoscente lungo la strada (cosa che doveva assolutamente
tenere in considerazione), non avrebbe mai potuto permettersi di essere
intercettato mentre era travestito. La divisa scolastica appariva la soluzione
più sensata. Per ciò che concerne l’orario del delitto, invece, verrebbe da chiedersi come mai scelse la tarda
mattinata invece di attendere la sera, quando era certo che sia Saitō che la
domestica non sarebbero stati presenti. Così come per l’abbigliamento, anche quella decisione venne presa al fine di allontanare da sé qualsiasi sospetto.
Giunto di fronte alla casa cominciò a guardarsi intorno in preda all’ansia, alla stregua di un ladro. Su entrambi i lati della residenza vi erano due
siepi che la separavano dalle abitazioni attigue, mentre al di là della strada si ergeva una sontuosa villa recintata da un alto muro, che
occupava un intero isolato. Sembrava un quartiere dall’aria piuttosto mesta. Difatti non vi era un passaggio importante di persone
nemmeno all’ora di pranzo. Fortunatamente, quando Fukiya arrivò, la strada era completamente deserta. Fece in modo di aprire e richiudersi alle
spalle la porta scorrevole senza produrre il benché minimo rumore e, una volta all’interno, chiamò la proprietaria in tono sommesso al fine di non richiamare l’attenzione dei vicini. Quando questa lo raggiunse, le disse di voler conferire
in privato con lei su una faccenda che riguardava Saitō, in modo da guadagnare
l’accesso al salotto interno in sua compagnia.
Non appena si furono seduti, la donna si scusò per l’assenza temporanea della domestica e si alzò per preparare al suo ospite del tè verde. Ecco giunto il momento! Nell’attimo in cui la donna piegò leggermente il corpo in avanti per aprire il fusuma, Fukiya la afferrò alle spalle stringendole entrambe le mani attorno al collo con tutte le sue
forze (al fine di non lasciare impronte digitali aveva tenuto i guanti). La
donna non oppose alcuna resistenza. Si udì solo il suo respiro soffocato mentre, nello sforzo di divincolarsi, le sue
unghie graffiarono per caso un paravento che si trovava lì di fianco. Questo era composto da due pannelli dorati sui quali erano vergati
su un ricco sfondo colorato alcuni versi dei famosi sei antichi saggi, nonché un ritratto della dama Ono no Komachi2 che, durante la fulminea colluttazione, venne irrimediabilmente deturpato.
Dopo aver controllato che la donna avesse smesso di respirare, Fukiya aggiustò il cadavere a terra mentre con sguardo incuriosito continuava a fissare lo
sfregio sul paravento. Non vi era alcun motivo di preoccuparsi: di certo quei
graffi non potevano costituire un indizio del reato che aveva appena commesso.
Si diresse all’istante verso il tokonoma e afferrò il tronco del minuscolo pino da esposizione al suo interno. Dopo averlo
sradicato, si curò di svuotare il vaso in cui era stato piantato l’alberello della terra rimanente. Come aveva previsto, dal fondo emerse un
involucro di carta oleata. Con estrema calma lo aprì ed estrasse dalla tasca destra un portafogli di grandi dimensioni acquistato da
poco dove introdusse circa metà delle banconote che trovò nel pacchetto (circa cinquemila yen). Dopo di che ripose il portafogli e rimise il resto delle banconote nell’involucro, ricollocandole sul fondo del vaso. Questo ovviamente al fine di
allontanare l’eventuale ipotesi di furto: infatti, dal momento che nessuno all’infuori della anziana donna era a conoscenza dell’esatto ammontare della somma, nessuno avrebbe mai potuto sospettare che il
denaro si fosse dimezzato.
Fatto ciò, Fukiya afferrò un cuscino dal salotto e lo piegò a metà spingendolo sul petto dell’anziana (lo fece per evitare gli schizzi di sangue). Successivamente estrasse
dalla tasca sinistra un coltello a serramanico e sferrò un’unica coltellata in direzione del cuore. Estratta l’arma, la pulì con cura strofinandola contro il cuscino che aveva utilizzato e la ripose di
nuovo in tasca. Il tutto era stato organizzato nell’eventualità in cui la donna si fosse ripresa dallo strangolamento. Inoltre, molto
probabilmente, la decisione di evitare l’uccisione tramite un’arma da taglio era da imputare alla paura di imbrattarsi gli indumenti con il
sangue della vittima.
Giunti a questo stadio della narrazione converrà soffermarsi brevemente sul portafogli dove Fukiya aveva introdotto il denaro,
nonché sul coltello a serramanico da questi utilizzato. Difatti entrambi gli oggetti
erano stati acquistati appositamente per il suo scopo su una bancarella durante
una festa popolare. Fukiya, quel giorno, aveva approfittato del momento più caotico per selezionare il venditore maggiormente preso di mira dai clienti:
gli aveva allungato le monete così come indicato sulla targhetta col prezzo, aveva preso la merce, e si era
dileguato tra la folla senza rischio alcuno di essere riconosciuto dall’uomo. In altre parole, non aveva fatto altro che comprare due comunissimi
oggetti senza dare minimamente nell’occhio.
Dopo essersi accertato di non aver lasciato nessuna traccia in giro, richiuse
con cura il fusuma, si diresse verso l’entrata principale e si allacciò le scarpe, preoccupato delle eventuali impronte lasciate dai piedi.
Fortunatamente però la piccola porzione di pavimento dove aveva lasciato le scarpe era stata
realizzata con dell’intonaco e la strada davanti all’abitazione risultava asciutta grazie alla serie di giornate soleggiate
succedutesi durante la settimana3. A quel punto non restava altro che aprire la grata e uscire, ma un solo errore
avrebbe mandato tutto all’aria! Aguzzò le orecchie e, con infinita pazienza, cercò di captare eventuali passi all’esterno dell’abitazione… non si sentiva volare una mosca. Solo, in lontananza, riecheggiavano le note di
un biwa4. Con gesto deciso aprì la grata e, affettando un’espressione di congedo, si immise sulla strada come di consueto. Così come aveva previsto, questa era deserta.
L’intero quartiere appariva particolarmente desolato quel giorno. A quattro o
cinque isolati di distanza dalla residenza dell’anziana signora, il muro di cinta di un vecchio tempio abbandonato costeggiava
la strada principale. Dopo essersi assicurato di non essere osservato, Fukiya
fece scivolare l’arma del delitto e i guanti imbrattati di sangue all’interno di una fessura del muro. Dopo di che proseguì con aria spensierata il proprio percorso in direzione di un piccolo giardino
pubblico dove era solito recarsi. Giuntovi, si sedette su una panchina e, nella
pace più assoluta, rimase a osservare a lungo i bambini che si dondolavano sulle
altalene.
Mentre stava per fare ritorno a casa passò al posto di polizia.
«Ho raccolto appena adesso questo portafogli. Pare che contenga una bella somma
di denaro» disse porgendo l’oggetto al poliziotto. Quindi rispose alle domande che gli furono rivolte
riguardo al luogo e all’ora del ritrovamento (mentendo, com’era prevedibile), ma fornendo il proprio nome e indirizzo. Concluse le pratiche
di rito, il giovane ritirò una sorta di ricevuta dove erano indicati il suo nome e l’ammontare della cifra ritrovata. Sebbene in realtà la soluzione architettata da Fukiya apparisse complessa, dal punto di vista
della sicurezza era di certo la più adeguata: in effetti, oltre al fatto che il denaro dell’anziana era rimasto al proprio posto (nessuno era al corrente che si era
dimezzato), non sarebbe mai venuta anima viva a reclamare il portafogli.
Trascorso un anno, quindi, quei soldi sarebbero ritornati nelle mani di Fukiya
che li avrebbe potuti utilizzare a suo piacimento. Dopo un’attenta riflessione, quella fu la soluzione che gli parve preferibile: in fin
dei conti sarebbe stato rischioso occultare il denaro in casa o nasconderlo in
qualche luogo remoto perché qualcun altro avrebbe potuto rubarlo. Ma non era tutto: anche nel caso in cui l’anziana avesse registrato il numero progressivo delle banconote, quel modus operandi sembrava offrire ancora le migliori garanzie (anche su questo punto aveva svolto
ricerche alquanto dettagliate).
“Incredibile! Recapitare alla polizia un oggetto che io stesso ho rubato! Un vero
colpo di genio!” pensò Fukiya cercando di trattenere una risata di autocompiacimento.
Il giorno seguente si svegliò nella sua stanza al dormitorio dopo un lungo sonno ristoratore. Sbadigliando
diede un’occhiata al quotidiano che gli avevano lasciato vicino al cuscino cercando le
pagine di cronaca. Non appena cominciò a leggere, un notizia inaspettata lo scosse dal profondo. Non si trattava di un
evento nefasto, quanto piuttosto di un vero e proprio colpo di fortuna: Saitō
era sospettato di omicidio poiché trovato in possesso di una ingente somma di denaro!
“A questo punto, in quanto amico di Saitō non mi resta che recarmi alla polizia e
chiedere per sembrare il più naturale possibile!” pensò Fukiya mentre cominciava a vestirsi per portarsi in tutta fretta al posto di
polizia. Trattavasi, però, dello stesso luogo in cui si era recato il giorno precedente per recapitare il
portafogli! Avrebbe potuto scegliere di certo un’altra stazione, ma anche quella decisione rientrava nel piano di apparire il più naturale possibile di fronte a eventuali rischi. Una volta giunto a
destinazione, con un’espressione non troppo preoccupata supplicò di poter incontrare Saitō, ma, come era da aspettarsi, la sua richiesta venne
respinta. Provò allora a chiedere i motivi dell’incarcerazione dell’amico, riuscendo infine a farsi un’idea approssimativa dell’accaduto.
Fu così che Fukiya cominciò a figurarsi la scena.
Saitō era ritornato a casa prima della domestica, poco dopo l’omicidio dell’anziana signora. Naturalmente era stato lui a trovare il cadavere. Tuttavia,
prima di recarsi alla polizia, si era ricordato di qualcosa: ovvero del vaso in
salotto. Se si fosse trattato di un furto, il denaro doveva essere di certo
sparito. La curiosità lo aveva spinto a verificare le proprie ipotesi. Con sua enorme sorpresa, però, il denaro si trovava ancora all’interno dell’involucro. A quel punto, con incredibile ingenuità, Saitō doveva aver ceduto alla tentazione di impossessarsi dei soldi, dato che
nessuno poteva essere a conoscenza di quel nascondiglio. Di certo tutti si
sarebbero convinti che l’assassino li avesse portati via dopo l’omicidio. Dopo aver rubato il denaro, ostentando indifferenza, Saitō si era
recato alla polizia per denunciare l’omicidio, ma avventato com’era, doveva avere ancora la somma nella panciera! Chi si recherebbe mai alla
polizia pensando di non essere perquisito!
“Ma aspetta! Come si sarà difeso Saitō? Non mi avrà per caso esposto a qualche rischio?” rifletté Fukiya. Avrebbe potuto giustificarsi dicendo che il denaro gli apparteneva,
giocando sul fatto che nessuno era conoscenza né del suo reale ammontare, né del luogo in cui la donna lo aveva nascosto. Tuttavia la somma rimaneva invero
spropositata e, a quel punto, non avrebbe potuto fare altro che ammettere la
verità. Chissà però, se il tribunale avrebbe mai accolto le sue deposizioni? Inoltre, non era detto
che i giudici lo riconoscessero innocente solo per il fatto di aver chiamato in
causa un altro sospettato. Nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato
incriminato per omicidio, ma… a quel punto l’accusa sarebbe riuscita a estrapolare tutta una serie di nuovi elementi dai suoi
interrogatori! Saitō avrebbe di certo rivelato di essersi confidato con Fukiya
dopo aver scoperto il luogo in cui la donna nascondeva il denaro, che questi
aveva fatto visita alla vittima giusto due giorni prima del suo assassinio o,
peggio ancora, che era un misero studente in difficoltà economica.
Tuttavia Fukiya aveva preso in attenta considerazione tutti questi punti ben
prima di mettere in atto il suo piano, ed era impensabile che Saitō arrivasse
ad ammettere delle verità così svantaggiose per se stesso.
Di ritorno dal posto di polizia, Fukiya consumò in ritardo la propria colazione nel dormitorio (aveva raccontato i dettagli del
caso anche alla cameriera che gli aveva servito il pasto!) e poi andò a lezione. Ormai tutti parlavano di Saitō mentre lui non faceva altro che
elargire dettagli con l’aria di uno molto bene informato sui fatti.
3.
A questo punto, miei cari lettori, in quanto attenti frequentatori della
letteratura noir credo abbiate ormai compreso che questo caso non si sia concluso con il racconto
che vi ho fatto finora. Difatti quanto vi ho descritto fin qui altro non
rappresenta che una primissima introduzione al tema principale. La storia
necessita di un prosieguo sul quale vorrei che si focalizzasse tutta la vostra
attenzione. In altre parole, vi chiederei di scorrere le pagine seguenti al
fine di scoprire tutti i dettagli che portarono alla scoperta del piano così ben architettato da Fukiya, nonché alla sua incriminazione.
Il giudice istruttore incaricato del caso era il noto dottor Kasamori, famoso
per i suoi eccentrici metodi di indagine. In un certo senso lo si poteva
definire una sorta di consulente il quale, grazie all’utilizzo delle sue straordinarie conoscenze nell’ambito della psicologia, era capace di risolvere tutti quei casi che gli altri
suoi colleghi non riuscivano a dipanare. Non vantava una lunga esperienza ed
era invero piuttosto giovane, ma nel suo ruolo di giudice istruttore presso il
tribunale locale appariva a dir poco sprecato, visto il suo talento. Quando si
sparse la voce che sarebbe stato lui a occuparsi del caso dell’anziana donna tutti si convinsero che lo avrebbe risolto senza indugio. E così pensava anche il diretto interessato prefiggendosi non solo di svolgere tutte
le indagini necessarie presso il tribunale di prima istanza ma cercando altresì di dissipare eventuali punti controversi prima dell’inizio del processo vero e proprio.
Tuttavia, mentre procedeva con le indagini, emersero via via una serie di
difficoltà con le quali anch’egli dovette confrontarsi. Infatti, nonostante il distretto di polizia
convergesse in toto sulla colpevolezza di Saitō Isamu, Kasamori nutriva dei
dubbi. Non che fosse illogico pensare a Saitō come all’unico possibile colpevole: in fin dei conti, fra tutte le altre persone
interrogate che avevano lasciato tracce in casa dell’anziana, nessuno aveva destato il benché minimo sospetto. Erano stati sentiti alcuni suoi debitori, affittuari,
conoscenti e finanche Fukiya. Nulla. In mancanza di un altro indagato, l’unico individuo di cui era lecito sospettare in quel momento pareva essere Saitō
Isamu. A suo sfavore giocava l’estrema debolezza del carattere che non gli permise di rispondere agli
interrogatori in maniera adeguata tanto era terrorizzato dall’aula del tribunale. Letteralmente in preda al panico, Saitō finì col ritrattare le testimonianze che aveva reso in precedenza dimenticando
particolari che avrebbe dovuto conoscere e rilasciando affermazioni che gli si
ritorsero contro e non fecero che aggravare la sua già precaria posizione. Certamente l’unico elemento che lo incastrava era il furto del denaro. A parte quello, però, nonostante la sua insicurezza caratteriale Saitō non era il tipo da commettere
un reato simile. Almeno così pensava Kasamori. In fin dei conti contro quel giovane vi erano solo sospetti
poiché né lui aveva confessato, né esistevano prove materiali dell’omicidio dell’anziana.
Trascorse un mese dall’efferato delitto e le indagini non si erano ancora concluse. Quando era ormai
seriamente preoccupato, un giorno Kasamori ricevette dal distretto di polizia
un’informazione inaspettata che non era emersa fino ad allora a causa della
distrazione di un agente: pare che il giorno dell’omicidio fosse stata recapitato alla stazione un portafogli ritrovato poco
distante dall’abitazione della vittima contenente circa 5200 yen. Stando alla polizia, la persona che l’aveva consegnato era uno studente di nome Fukiya Seichirō, amico del sospettato
Saitō Isamu. Come mai, però, l’individuo che aveva perso quella cospicua somma di denaro non si era fatto vivo
per riaverla? Insospettita, la polizia decise di rivelare quel particolare al
giudice istruttore.
Kasamori, che aveva faticato non poco per riuscire a ottenere qualche indizio
utile, ricevuta quella notizia cominciò finalmente a intravedere un barlume di luce alla fine del tunnel. Un mandato di
comparizione venne notificato all’istante a Fukiya Seichirō. Tuttavia nemmeno dopo averlo interrogato con
risolutezza il giudice istruttore fu in grado di districare le maglie di quel
caso difficile. Alla domanda sul perché avesse taciuto in merito al ritrovamento del portafogli quando convocato in
precedenza, lo studente rispose che all’epoca non pensava che quel denaro potesse essere ricollegato al delitto dell’anziana signora. La risposta era più che logica. In fin dei conti nessuno poteva immaginare che quel portafogli
contenesse una parte del denaro della donna, poiché era nelle tasche di Saitō che era stata rinvenuta la somma apparentemente
appartenuta alla vittima.
Che strano, però! Il giorno del delitto, in un luogo poco lontano dalla scena del crimine, un
amico intimo di Saitō ritrova un portafogli contenente del denaro (e, stando
alla testimonianza rilasciata dall’imputato, anche lui era a conoscenza del vaso dove la donna era solita
nascondere i soldi). Kasamori era convinto che in quel particolare si celasse
qualcosa: se solo la vittima avesse segnato le banconote con un numero
progressivo! Allora si sarebbe potuto appurare se anche il denaro recapitato
alla polizia era legato all’omicidio!
“Mi servirebbe solo un piccolo indizio. Solo uno!” continuava a ripetersi Kasamori. Nei giorni successivi si recò a più riprese sul luogo del delitto e interrogò a fondo i parenti della vittima, ma altri quindici giorni trascorsero senza che
riuscisse a ottenere alcun risultato.
C’era solo una possibilità, rifletté il giovane giudice istruttore: probabilmente, Fukiya aveva sottratto metà del denaro mettendolo nel portafogli e lasciando al proprio posto il resto al
fine di inscenare in un secondo momento il ritrovamento. Eppure, chi avrebbe
mai architettato un piano così insensato? Anche su quel portafogli erano state svolte indagini dettagliate, ma
senza nessun risultato. D’altro canto, lo stesso Fukiya aveva ammesso senza imbarazzo alcuno di essere
passato di fronte alla casa della vittima il giorno dell’omicidio: un assassino, di certo, non avrebbe avuto il coraggio di rilasciare
una testimonianza così audace! Oltre a questo poi si doveva tenere in considerazione il fatto che l’arma del delitto non era stata ancora trovata e che, a tal proposito, anche la
stanza di Fukiya al dormitorio era stata perquisita senza che emergessero
elementi utili alle indagini. Eppure, sulla base dell’arma, nemmeno Saitō poteva certo essere giudicato colpevole. Di chi era lecito
sospettare allora?
Nonostante nulla vietasse di sospettare dello stesso Fukiya, in mancanza di una
prova schiacciante era chiaro che non restava che dubitare di Saitō, proprio
come tendeva a fare la polizia. Pur tuttavia, trascorsi quarantacinque giorni
dall’inizio delle indagini, l’unico elemento che appariva ormai certo era che non esistevano altri sospetti
all’infuori di quei due. Giunto a quella impasse, a Kasamori non restò che giocare la sua ultima carta, sottoponendo Saitō e Fukiya a uno dei test
psicologici che in passato avevano già riscosso tanto successo.
4.
A qualche giorno di distanza dal delitto, dopo essere stato interrogato dalla
polizia, Fukiya venne a sapere che il caso era stato affidato al famoso giudice
istruttore Kasamori, amante della psicologia. Inutile dirlo, ma la cosa lo gettò immediatamente nello sconforto più profondo poiché nonostante la psicologia non rappresentasse per lui che un mero vezzo il
giovane studente non avrebbe mai immaginato di doversi sottoporre un giorno a
un vero e proprio test psicologico. Non a caso grazie alle sue svariate letture
sull’argomento sapeva bene cosa avrebbe comportato un interrogatorio nella modalità del test psicologico!
Scioccato dalla notizia, non riuscì più a fingere come aveva fatto in precedenza e interruppe le lezioni all’università rifugiandosi in camera e dandosi malato. Il suo pensiero fisso era sempre lo
stesso: come poter superare l’ostacolo inaspettato del test? In preda alla disperazione rifletté a lungo, proprio come aveva fatto durante la preparazione dell’omicidio, anzi ancor di più.
Ma che tipo di test psicologico avrebbe messo in campo Kasamori? Di certo
sarebbe stato impossibile prevederlo. Sforzandosi di ricordare tutte le
tipologie di test di cui era a conoscenza Fukiya cercò di trovare un modo per contrastarle, ma poiché tutte erano state ideate per poter smascherare eventuali menzogne sarebbe stato
completamente illogico cercare di annientarle con ulteriori bugie.
Stando alle informazioni in suo possesso, i testi psicologici si dividevano in
due tipologie principali: la prima analizzava le reazioni fisiche delle persone
interrogate, mentre la seconda si basava sulle reazioni verbali. La prima
modalità in particolare consisteva nel porre una serie di domande relative al reato in
discussione analizzando via via le reazioni più impercettibili che si manifestavano nel corpo dei soggetti interrogati. Il
tutto veniva registrato da apparecchiature apposite che incameravano
informazioni impossibili da ottenere attraverso gli interrogatori di routine.
In entrambi i casi comunque, sia che si tentasse di mentire con lo sguardo o
con le parole, non era possibile celare l’eccitazione nervosa correlata a tali atti. Questo perché le ricerche condotte tramite strumenti quali l’automatografo permettevano di rilevare anche i movimenti più impercettibili delle mani, così come altre apparecchiature erano in grado di tracciare i movimenti del bulbo
oculare, di rilevare eventuali tracce di sudore sui palmi delle mani
(galvanometro) e contrazioni muscolari prodotte da colpi alle articolazioni del
ginocchio, di descrivere la velocità e l’intensità della respirazione (pneumografo), il ritmo e i picchi delle pulsazioni
(sfigmomanometro) nonché la quantità di afflusso sanguigno nei quattro arti principali (pletismografo).
Nel caso in cui, ad esempio, Kasamori gli avesse chiesto: «Sei stato tu a uccidere quella donna?», Fukiya avrebbe anche potuto fingersi pacato controbattendo: «Sulla base di cosa mi sta accusando?» Tuttavia, qualora avesse mentito, una delle suddette macchine avrebbe di certo
rivelato l’aumento delle sue pulsazioni nonché l’eventuale alterazione della respirazione. Così, nonostante si sforzasse di anticipare tutte le probabili situazioni al fine di
superare le innumerevoli difficoltà poste dai test, in cuor suo sapeva che evitare quei sintomi sarebbe stato
praticamente impossibile. Stranamente, però, ogni qualvolta aveva provato a porre a se stesso delle domande, per quanto
queste potessero apparire rischiose e inaspettate non era riuscito ad avvertire
un effettivo cambiamento a livello fisico, e si era progressivamente convinto
che, se fosse riuscito a non sovreccitarsi, avrebbe potuto ingannare anche lo
strumento più accurato.
Continuando gli esperimenti, Fukiya giunse a una propria conclusione: l’esercizio reiterato avrebbe di certo alterato la performance del test
psicologico. Difatti si convinse che, sottoponendosi a più riprese alla stessa domanda, la reazione nervosa poteva diminuire al punto di
abituarsi completamente. Il che, come era intuibile, lasciava spazio a una
serie di possibilità, poiché non manifestare reazioni alle domande era uno stato raggiungibile solo se si
conoscevano in anticipo i quesiti.
Perciò, per un’intera settimana, Fukiya esaminò decine di migliaia di vocaboli contenuti all’interno del dizionario annotandosi quelli che avrebbero potuto essere chiamati
in causa in un eventuale test al fine di neutralizzarne l’impatto emotivo.
A quel punto non restava altro da fare che allenarsi con l’associazione delle parole, ma questo non rappresentava un problema: trattandosi
di semplici vocaboli sarebbe stato semplice ingannare l’interlocutore. Tra le varie metodologie impiegate nei test psicologici, l’associazione consisteva nel fare ascoltare alla persona trattata una serie di
parole quali shōji, scrivania, inchiostro, penna e farle associare nel più breve tempo possibile a questi altri termini. Nel caso di shōji, ad esempio, si potevano estrapolare parole come finestra, soglia, carta, porta e molte altre ancora. L’importante era che venissero prodotte senza nessun tipo di elaborazione e immediatamente dopo la prima suggestione. A tal proposito, la persona incaricata di suggerire i termini avrebbe
potuto inserirne anche alcuni correlati a un crimine, come coltello, sangue, denaro, portafoglio analizzando poi le associazioni prodotte.
Nel caso del delitto in questione, ad esempio, un individuo incauto avrebbe
potuto rischiare di associare al termine vaso il corrispettivo denaro, confessando involontariamente di avere sottratto le banconote sul fondo di un
vaso. Di contro, un individuo più attento sarebbe di certo stato in grado di scartare immediatamente il termine denaro sostituendolo, ad esempio, con porcellana.
Tuttavia per intercettare eventuali menzogne esistevano due modalità: la prima consisteva nel reiterare lo stesso termine utilizzato per la
suggestione dopo un certo intervallo di tempo. Così facendo, nella maggior parte dei casi, gli individui interrogati che
rispondevano onestamente non facevano altro che ripetere lo stesso termine che
era venuto loro in mente la prima volta, laddove coloro che intendevano
ingannare l’esaminatore proponevano in nove casi su dieci un termine diverso dal primo
rispondendo, ad esempio, al termine vaso prima con porcellana e successivamente con terra.
Un’altra modalità, invece, consisteva nel registrare con un’apparecchiatura il tempo trascorso tra la suggestione proposta e il termine
individuato dalla persona esaminata. Se, ad esempio, l’esaminato impiegava un secondo ad associare il termine shōji con porta e, successivamente, tre secondi per collegare vaso e porcellana, questo suggeriva che, nel secondo caso, l’esaminato aveva impiegato quei due secondi in più per occultare il primo termine che gli era venuto in mente (ovviamente, il
processo non era sempre così semplice). Di conseguenza, il ritardo nell’associazione non si generava mai per i termini proposti d’istinto, quanto piuttosto per quelli spesso privi di attinenza selezionati al
fine di ingannare gli esaminatori.
Oltre a queste esisteva invero anche un’altra modalità per la valutazione dei test psicologici. Essa consisteva nel raccontare nei
minimi dettagli i particolari di un delitto e poi farli ripetere alla persona
esaminata nella speranza che questi, nel caso fosse il vero colpevole, ne
fornisse altri che non erano presenti nel racconto dell’esaminatore (a questo punto, mi scuso sentitamente con voi lettori appassionati
di psicologia per queste mie prolisse spiegazioni, ma credo sia giusto
approfondire tali aspetti per condividerli con chi, diversamente da voi, non è versato in questo tipo di analisi e corre il rischio di non riuscire a
contestualizzare la trama del racconto).
Era indubbio che per affrontare tutte queste tipologie di test ci si doveva
allenare. E non solo. Secondo Fukiya, si doveva apparire del tutto naturali ed
evitare di mostrarsi inutilmente affettati. Paradossalmente, associare al
termine vaso le parole denaro e pino poteva rivelarsi una scelta vincente poiché chiunque, oltre all’assassino, avrebbe potuto conoscere i dettagli del delitto grazie alle indagini
in corso. In fin dei conti sarebbe stato del tutto naturale associare i
suddetti termini dato il profondo impatto che il caso aveva suscitato nell’opinione pubblica (senza calcolare che questa tecnica si sarebbe rivelata altresì utile nel caso in cui l’interrogato avesse dovuto ripetere la descrizione del luogo del delitto!).
Ciononostante, l’unico problema rimaneva il tempo. Per quello era necessario allenarsi al fine di
poter rispondere denaro o pino nel caso in cui fosse stato chiamato in causa un termine come vaso. Fu così che Fukiya trascorse ancora alcuni giorni a esercitarsi portando a compimento
la sua lunga preparazione.
Oltre a quel meticoloso allenamento, Fukiya sapeva che vi era un ulteriore
elemento che poteva giocare a suo favore nel caso non avesse reagito a dovere
alle domande che gli avrebbero posto: a essere interrogato, infatti, non
sarebbe stato solo lui, ma anche l’ipersensibile Saitō che, di fronte alle numerose domande che gli avrebbero
posto, di certo non sarebbe stato in grado di rispondere in modo obiettivo
mostrando, probabilmente, la sua stessa identica agitazione.
Mentre rifletteva su tali questioni, Fukiya cominciò a sentirsi a proprio agio trovando addirittura il tempo di intonare qualche
allegro motivetto. A quel punto non gli restava altro da fare che attendere la
chiamata del giudice Kasamori.
5.
Chissà se Kasamori avrebbe condotto il test con obiettività? E come avrebbe reagito alle domande Saitō? Fukiya sarebbe stato capace di
mantenere la calma come aveva previsto? Risparmierò a voi lettori prolisse disquisizioni in merito e cercherò di andare dritto a illustrarvi i risultati ottenuti tramite il test.
Il giorno dopo avere effettuato la prova, Kasamori si trovava nello studio di
casa sua ad analizzare i risultati. Stava giusto cercando di schiarirsi le idee
quando gli fu annunciata la visita di Akechi Kogorō.
I lettori che hanno avuto modo di leggere Il delitto della salita D. lo conosceranno di certo, ma dovete sapere che dopo quel caso costui si trovò coinvolto in altrettanti episodi che riuscì a risolvere brillantemente grazie al suo raro talento investigativo. Akechi
Kogorō era ormai diventato un’istituzione riconosciuta sia dagli esperti del crimine che dalla gente comune e,
grazie alla collaborazione con lui in alcuni casi, Kasamori stesso era ormai
suo intimo amico.
Dopo essere stato introdotto dalla cameriera, il viso sorridente di Akechi fece
la sua comparsa nello studio del giovane giudice. Erano ormai passati alcuni
anni dall’episodio della salita D. e Akechi non era più uno studente alla pari come una volta.
«Sembri piuttosto impegnato, eh?» esordì gettando un’occhiata sulla scrivania di Kasamori.
«Confesso che questa volta sono completamente perso» rispose il giudice girandosi verso l’amico.
«È il caso dell’anziana assassinata, giusto? Come sono andati i test psicologici?»
Essendosi incontrato più volte con Kasamori, Akechi era al corrente di tutti i dettagli delle indagini.
«Anche se i risultati sono abbastanza evidenti, in realtà non mi convincono molto. Ieri abbiamo fatto i test delle pulsazioni e dell’associazione verbale, ma quel Fukiya apparentemente non lascia trapelare nessun
tipo di reazione. Nonostante nel suo test delle pulsazioni vi siano molti punti
oscuri, la differenza con Saitō è impressionante. Guarda. Qui sono riportate le nostre domande e le pulsazioni
registrate: Saitō mostra una reazione che è lampante proprio come nel test delle associazioni. Se osservi i tempi di
reazione al termine vaso lo capisci immediatamente perché nel caso di Fukiya si vede come sia stato in grado di fornire un’associazione in tempi davvero ridotti, mentre Saitō ci impiega più di sei secondi!» disse mostrando all’amico la tabella con le annotazioni.
«Mi sembra lampante» proseguì il giudice dando il tempo al suo interlocutore di passare in rassegna la
tabella. «Da questi dati si evince come Saitō abbia espressamente utilizzato una tattica.
Lo si capisce dall’estrema lentezza delle risposte e dal fatto che i tempi di elaborazione vadano a
ripercuotersi non solo sui termini chiave, ma anche su quelli meno connotati. E
poi, osserva come in corrispondenza del termine denaro ha risposto ferro, laddove a rubare ha opposto cavallo: sono associazioni prive di un senso logico! Oltre a questo i tempi lunghi per
termini come vaso, denaro o pino lasciano intendere che abbia volutamente cercato di reprimere le associazioni
naturali. Di contro, Fukiya appare fin troppo disinvolto. Fornisce risposte in
tempi brevissimi e associando termini che un eventuale assassino cercherebbe di
evitare nel modo più assoluto. Osserva: alla parola vaso associa pino, a carta oleata accoppia nascondere, a crimine accosta omicidio. Se fosse veramente lui il colpevole, sarebbe un vero imbecille a fornire
risposte del genere, mentre sappiamo che si tratta di uno studente molto
brillante».
«Indubbiamente i dati parlano chiaro» rispose Akechi dopo aver riflettuto a lungo. Kasamori però ignorò l’espressione perplessa sul suo viso e proseguì il proprio ragionamento.
«Eppure, nonostante non vi siano elementi per sospettare di Fukiya, io non riesco
a convincermi della colpevolezza di Saitō. Nemmeno in presenza di dati più che lampanti come questi. Comunque, se anche venisse riconosciuto colpevole in
fase istruttoria, non è detto che alla fine venga condannato… e tuttavia io non mi do per vinto perché so che non accetterei che il mio verdetto possa essere ribaltato durante il
processo. Ecco spiegato, in breve, il motivo per cui non riesco ancora a
decidermi».
«Analizzando questi dati è possibile avanzare alcune interessanti osservazioni» rispose Akechi impossessandosi del foglio con la tabella. «Innanzitutto si può affermare che entrambi gli interrogati sono due soggetti decisamente studiosi.
Basta osservare la loro identica reazione al termine libro. Inoltre si intuisce come le associazioni fornite da Fukiya appaiano
estremamente materiali se non proprio intellettuali, laddove, al contrario, quelle di Saitō possono di certo definirsi più… gentili. Forse addirittura “liriche”! Basta osservare termini come donna, kimono, fiore, bambola, paesaggio o sorella minore: tutte suggeriscono una personalità sensibile e un temperamento fragile. Forse anche debole di costituzione:
difatti al termine disgusto ha associato malattia, e a malattia ha accoppiato la parola pneumopatia. Il che comprova la sua paura di potersi ammalare».
«Sì, è possibile anche questa interpretazione. Le associazioni di Saitō possono
prestarsi indubbiamente a molteplici letture…»
«A proposito» proseguì Akechi quasi a voler cambiare discorso, «hai mai riflettuto sulle eventuali imprecisioni di questi test psicologici? De
Quiros, criticando il presupposto del promotore dei test, tale Münsterberg, ricorda che, nonostante questa tecnica fosse stata ideata in
sostituzione della tortura, in realtà rischia di condannare gli innocenti e scagionare i colpevoli proprio come
accadeva nel caso della tortura stessa. Inoltre, se non sbaglio, è stato lo stesso Münsterberg ad affermare in qualche suo scritto che il test psicologico si
dimostra più efficace nel fare emergere nomi di luoghi, persone o oggetti direttamente dai
sospettati, ma che in altri casi può rivelarsi addirittura pericoloso. Forse sarà superfluo ricordartelo, ma penso sia un punto da tenere in considerazione».
«Certamente. Soprattutto se analizziamo il tutto dalla prospettiva peggiore.
Ovvio che sono a conoscenza di questi rischi» rispose quasi indispettito Kasamori.
«Il rischio di incorrere nell’interpretazione sbagliata, però, è sempre a portata di mano. Proviamo allora ad analizzare il tutto da una
prospettiva differente. Mettiamo che un uomo innocente e ipersensibile venga
sospettato di aver commesso un omicidio e venga arrestato sul luogo del
delitto. A quel punto sarebbe del tutto naturale che costui conosca tutti gli
elementi presenti sulla macabra scena. Quello che mi chiedo, però, è se una persona così possa reagire in modo del tutto spontaneo a un test psicologico. Di certo in
quelle condizioni sarebbe del tutto legittimo mettersi in allarme cercando di capire come rispondere alle domande. Di conseguenza, come affermava anche De Quiros,
sottoporre qualcuno a un test psicologico in un contesto emotivo di questo tipo
sarebbe come condannare a priori un innocente».
«Ti stai riferendo a Saitō, immagino. In effetti anch’io ho pensato la stessa cosa. Ecco perché, come ti ho anticipato, non riesco ancora a convincermi» rispose Kasamori con un’espressione sempre più corrucciata.
«In tal caso, sebbene Saitō sia stato colto col denaro in tasca, sarebbe comunque
possibile ipotizzare la sua innocenza. Mi chiedo allora chi, al di fuori di
lui, ha potuto assassinare l’anziana signora?»
Intercettando le parole di Akechi, Kasamori, visibilmente agitato, fece una
controdomanda:
«Mi stai dicendo che avresti in mente un’altra persona?»
«Esattamente» rispose Akechi con un’espressione compiaciuta. «A giudicare dai risultati del test, sono convinto che l’assassino sia Fukiya. Non ne ho ancora la certezza matematica, ma ne sono quasi
certo. Mi pare che Fukiya sia già tornato a casa, giusto? Se solo potessimo farlo venire qui, potrei fargli
qualche domanda per gettare un po’ di luce sul caso».
«Che cosa? Avresti dunque in mano qualche prova che lo incastra?» chiese sorpreso Kasamori.
Pacatamente Akechi proseguì nell’illustrare fin nei minimi dettagli la sua ipotesi all’amico, riuscendo alla fine a convincerlo del tutto. Accolte le richieste di
Akechi, Kasamori inviò dunque una domestica al dormitorio dove alloggiava Fukiya, col seguente
messaggio.
Il suo amico Saitō è stato ritenuto colpevole di omicidio. Siccome vi sono alcuni punti dei quali
vorrei discutere, La invito a raggiungermi immediatamente presso la mia
residenza.
Fukiya lesse il messaggio non appena rincasato al termine delle lezioni
universitarie. Non perse tempo e, in preda all’eccitazione, si recò da Kasamori, senza essere stato capace di prevedere la trappola che gli era
stata tesa.
6.
Dopo aver illustrato al suo ospite le ragioni che avevano portato all’incriminazione di Saitō, Kasamori aggiunse:
«Mi dispiace veramente aver dubitato di lei. Oggi, in realtà, l’ho chiamata qui proprio per esprimerle le mie scuse e raccontarle come sono
andati i fatti».
Detto ciò, ordinò alla domestica di servire il tè intavolando col suo ospite una piacevole e rilassata conversazione alla quale
si aggiunse anche Akechi. Il giudice istruttore introdusse l’amico qualificandolo come un avvocato incaricato dai parenti della vittima di
sistemare le questioni di successione legate all’eredità. Sebbene ciò rappresentasse una mezza verità, i lettori devono sapere che un nipote della vittima era effettivamente tornato
dalla campagna per accampare diritti sui beni dell’anziana signora. Di conseguenza l’affermazione del giudice non poteva dirsi del tutto fuori luogo.
Prendendo come spunto la vicenda di Saitō, i tre intavolarono varie discussioni
mentre Fukiya, ormai completamente a proprio agio, si rivelava tra loro l’interlocutore più loquace in assoluto.
Il tempo trascorreva veloce mentre fuori dalle finestre la luce fioca del
tramonto attraversava la stanza. Accortosi dell’orario, Fukiya si accinse a congedarsi:
«Se non vi dispiace, io toglierei il disturbo…»
«Ah! Dimenticavo!» irruppe d’improvviso Akechi. «Si tratta di un particolare futile, ma vorrei approfittare della sua presenza
per chiederle se si ricorda che sul luogo del delitto era presente un
paravento. L’oggetto è composto di due pannelli e pare sia stato danneggiato. Il fatto è che il paravento non era di proprietà della vittima ma le era stato affidato come garanzia per una somma ricevuta in
prestito. Il proprietario, però, adesso richiede un risarcimento per la lacerazione subita dall’oggetto nonostante l’avaro nipote della vittima affermi che quello squarcio è antecedente all’arrivo del paraventoin casa di sua zia. Sebbene sia un pezzo di indubbio valore, secondo me si
tratta di una questione senza importanza, che mi lascia alquanto perplesso.
Tuttavia, poiché lei si recava spesso in casa della vittima per fare visita al suo amico Saitō,
forse ha avuto l’occasione di vedere quel paraventoe di notare se avesse qualche lacerazione. Le sarei grato se potesse aiutarci in
tal senso. Probabilmente, però, adesso è troppo tardi per ricordarsi… in realtà abbiamo chiesto anche a Saitō, ma non siamo riusciti a capirci granché dato il suo eccessivo nervosismo. Come se non bastasse, non ho avuto nemmeno il
tempo di scrivere alla cameriera, che è ormai tornata al suo paese…»
Il paravento era stato effettivamente dato in garanzia, ma tutti gli altri
particolari riferiti da Akechi erano inventati di sana pianta. Fatto sta che
Fukiya, in un primo momento, quando sentì pronunciare il termine paravento sobbalzò. Fu solo dopo aver ascoltato la spiegazione di Akechi che il giovane studente
riuscì a ricomporsi e a mostrarsi più a suo agio. “Sarebbe inutile preoccuparsi adesso! Il caso è ormai risolto!” sussurrò in cuor suo. Bisognava solo pensare alla risposta, ma a quel punto avrebbe
dovuto reagire in modo del tutto naturale, come aveva fatto in precedenza.
«Come si ricorderà anche il giudice istruttore, non sono entrato che una sola volta in quella
stanza. Giusto due giorni prima dell’omicidio» rispose abbozzando un sorriso beffardo. La risposta si era rivelata più semplice del previsto.
«Però mi ricordo di quel paravento e posso confermarvi che quello squarcio non c’era quando l’ho visto!»
«Davvero? Ne è proprio sicuro? Io faccio riferimento a quel piccolo squarcio in prossimità del viso di Ono no Komachi, ha presente?»
«Certo!» replicò Fukiya fingendo di essersi ricordato del particolare. «Sul paravento erano dipinti i sei saggi della poesia classica e tra questi vi
era anche Ono no Komachi! Come dimenticarsi? E se il paravento fosse stato
deturpato non sarebbe passato di certo inosservato! Sarebbe stato impossibile
ignorare uno sfregio proprio sul viso della dama!»
«Allora mi perdoni se glielo chiedo, ma in tal caso lei sarebbe disponibile a
riferire questo particolare davanti al proprietario dell’oggetto in questione? È un uomo particolarmente attaccato al denaro e faccio molta fatica a trattare
con lui…»
«Ma certamente! Mi faccia sapere quando e le do la mia piena disponibilità!» replicò Fukiya ormai sicuro di sé, accettando la proposta di quell’uomo che credeva essere un avvocato.
«La ringrazio infinitamente» rispose sollevato Akechi grattandosi la testa come tutte le volte che si
trovava in uno stato di particolare eccitazione. «In realtà ero più che convinto che lei avesse visto quel paravento. Non a caso, in occasione del
test, lei ha stranamente accoppiato al termine dipinto la parola paravento. E non poteva essere diversamente dato che, oltre al fatto che nella pensione
dove alloggia non sono presenti paraventi, lei pare non abbia altri amici
intimi al di fuori del signor Saitō. È chiaro che il paravento a cui lei fa riferimento non può non essere quello dell’anziana vittima che, per qualche motivo particolare, pare aver lasciato in lei
un’impressione alquanto profonda».
Fukiya si raggelò. L’avvocato aveva colto nel segno. Ma perché mai si era lasciato scappare quel termine il giorno prima in occasione del
test? Il fatto di non essersene accorto fino a quel momento poteva forse
metterlo in pericolo? Ma in fin dei conti, in cosa poteva consistere il
pericolo? Non aveva forse controllato scrupolosamente lo sfregio, accertandosi
che non potesse rappresentare una prova del delitto che aveva commesso? No, non
vi era nulla di cui preoccuparsi. Poteva stare assolutamente tranquillo!
Eppure in quel frangente Fukiya non riuscì ad accorgersi di aver commesso un errore fatale.
«Davvero? Non me ne ero assolutamente reso conto, ma lei ha pienamente ragione.
Le porgo i miei complimenti per la sua acuta capacità di osservazione!» rispose impassibile affettando una certa naturalezza.
«Si figuri! Ci sono arrivato solo per caso!» rispose il finto avvocato in tono umile. «Anche se, in realtà, un altro particolare ha attratto la mia attenzione. Nulla di importante
ovviamente, ma ho notato che lei è riuscito ad affrontare gli otto termini chiave proposti durante il test di ieri
con una disinvoltura che non esiterei a definire quasi eccessiva. Mi riferisco
agli otto termini che sono qui segnalati con questa piccola circonferenza. Si
tratta solo di un mio scrupolo personale, giusto per allontanare qualsiasi
dubbio» disse Akechi mostrando il foglio con la tabella. «Mi è parso di notare che lei abbia impiegato per i suddetti termini un tempo di
reazione leggermente inferiore rispetto agli altri privi di una reale
connotazione: ad esempio, nel caso della parola vaso lei ha speso solo sei decimi di secondo. Mi lasci dire, una reazione di un’innocenza alquanto rara! Allo stesso tempo, però, ha impiegato un decimo di secondo in più per accostare la parola erba a verde, ovvero, per una delle associazioni più scontate all’interno dei trentuno termini presentati».
Fukiya cominciò ad avvertire un certo disagio: a che gioco stava giocando quell’avvocato? Stava parlando in buona fede o cercava piuttosto di insinuare
qualcosa? Evitando di lasciarsi trarre in inganno, lo ascoltò con attenzione al fine di comprendere la logica di quel ragionamento.
«In realtà appare impossibile associare termini quali vaso, cartaoleata, crimine così come tutte le altre parole chiave più velocemente di quelle meno significative. Nonostante tutto, però, lei pare sia stato in grado di farlo. Chissà perché? È proprio questo che ha catturato la mia attenzione, signor Fukiya, ma adesso mi
permetta di indovinare a cosa stava pensando in quel momento. Giusto un vezzo,
sa! La prego di perdonarmi se incapperò involontariamente in qualche errore».
Un fremito improvviso attraversò Fukiya senza che riuscisse a comprendere il motivo di tanta agitazione.
«Essendo a conoscenza dei pericoli a cui ci si espone con un test psicologico,
lei ha avuto il buon gusto di preparare in anticipo le risposte, o mi sbaglio?
Il suo piano era avere una risposta pronta per tutti quei termini che potessero
in qualche modo essere correlati al crimine. Non che io intenda criticarla
signor Fukiya, ma tenga presente che un test psicologico può rivelarsi un’arma a doppio taglio in grado di scagionare i colpevoli e incastrare gli
innocenti. Purtroppo per lei, però, ha studiato troppo. Non che lei volesse rispondere così velocemente, intendiamoci, ma ha finito per fornire risposte troppo celeri solo
per i termini chiave: questo è stato un errore fatale da parte sua. Era talmente preoccupato di perdere tempo
per quelle parole da non rendersi conto che un’eccessiva velocità avrebbe potuto esporla a un rischio ancora maggiore. E poiché la differenza di tempo impiegata per rispondere a quei termini è veramente minima, solo un attento osservatore sarebbe stato in grado di
cogliere questo piccolo particolare. Come ben saprà, anche il piano meglio architettato presenta sempre un punto debole» disse Akechi esponendo i motivi dei suoi sospetti. Dopo una breve pausa,
riprese il suo ragionamento:
«A questo punto è giusto interrogarsi sul motivo per cui lei ha risposto agli stimoli utilizzando
termini quali denaro, omicidio, nascondere che avrebbero di certo attratto i sospetti di chiunque. La ragione è invero molto semplice e si spiega con la sua estrema ingenuità, poiché se lei fosse l’assassino non avrebbe di certo potuto rispondere nascondere quando le fosse stata assegnata la parola carta oleata: difatti selezionare un termine così pericoloso con la naturalezza che lei ha mostrato durante il test dovrebbe
dimostrare la sua assoluta estraneità ai fatti, o mi sbaglio?»
Fukiya fissò dritto negli occhi il suo interlocutore. Perché mai la conversazione stava prendendo quella piega? Al giovane sembrò che fosse ormai troppo tardi per sviare il discorso. In preda all’agitazione, i muscoli del viso gli si erano irrigiditi al punto da non
permettergli di ridere, di piangere e nemmeno di mostrare una qualche
espressione di perplessità.
Logicamente non fu in grado di articolare neppure una risposta poiché era certo che, se avesse tentato di replicare, sarebbe di certo esploso in
grida di terrore.
«L’innocenza esibita nelle risposte è stata di certo la sua cifra più distintiva, signor Fukiya. Ecco perché le ho posto quella domanda sul paravento. Privo di qualsiasi pregiudizio, l’ho interrogata sicuro che mi avrebbe risposto. E le mie previsioni si sono
rivelate corrette. Dovremmo chiedere, però, al signor Kasamori se si ricorda quando è stato portato quel paravento in casa della vittima» disse Akechi affettando una certa ingenuità.
«Direi il giorno prima del delitto. Il giorno quattro dello scorso mese».
«Il giorno prima del delitto? Molto strano, non trovate? Proprio un attimo fa il
signor Fukiya ha ammesso di averlo visto ben due giorni prima dell’omicidio: quindi, il giorno tre. Tutto ciò appare invero illogico. A meno che, ovviamente, uno di voi non si stia
sbagliando».
«Signor Fukiya, è certo di ricordarsi bene?» chiese il giudice senza celare una vena di sarcasmo.
«È cosa ormai accertata che fino alla sera del giorno quattro quel paravento si
trovasse ancora presso l’abitazione del suo vero proprietario» aggiunse Akechi scrutando con attenzione l’espressione di Fukiya, che sembrava ormai quella di una bambina sul punto di
scoppiare in un pianto incontrollabile.
Quella era la trappola che Akechi aveva preparato per la sua vittima.
Consultandosi con Kasamori, aveva infatti saputo che il paravento non era
presente in casa della vittima se non dal giorno precedente all’omicidio.
«Che pasticcio!» continuò Akechi schernendo il giovane studente. «Si è concesso una distrazione a cui non può più rimediare, signor Fukiya. Perché mai ha affermato di aver visto una cosa che non poteva vedere? Non era quella
la prima volta che si era recato in casa dell’anziana? Purtroppo il fatto di aver notato il dipinto sul paravento ha finito
per incastrarla in modo definitivo perché nello sforzo immane che ha compiuto nel tentativo di apparire sincero ha dovuto
confezionare una nuova bugia, o mi sbaglio? Come avrebbe mai potuto accorgersi
due giorni prima del delitto se in quel salotto c’era un paravento? Quell’oggetto non aveva nulla a che fare con il suo piano e, anche nel caso in cui
fosse stato effettivamente sulla scena del crimine, di certo non avrebbe potuto
attirare la sua attenzione data la presenza di numerosi altri oggetti d’arte in un salotto così riccamente decorato. Appare del tutto normale, quindi, che lei abbia pensato
che il paravento che ha visto il giorno del delitto si trovasse lì anche due giorni prima. Ed è questo il motivo per cui le ho posto la domanda prevedendo già la sua risposta. Sembra quasi un’allucinazione, ma è invece un fatto banale: non a caso un criminale comune non avrebbe di certo
risposto come ha fatto lei. Chiunque infatti avrebbe cercato di nascondere la
verità a ogni costo. Per sua grande sfortuna, però, la sua estrema intelligenza, invero superiore a quella di un giudice come a
quella di un normale delinquente, ha fatto sì che io potessi intercettare le sue reali intenzioni, ovvero il fatto che, se si
fosse limitato a mostrarsi esplicito pur senza entrare nei particolari di quel
giorno, avrebbe potuto farla franca. Una modalità decisamente subdola, non crede? Così non ho potuto fare a meno di escogitare anch’io un piano, prendendola a modello! Che sfortuna, vero? Non avrebbe mai
immaginato che un povero avvocato completamente estraneo al delitto la
inducesse a confessare con una trappola del genere! Aaaah ahaahaa!»
Silenzioso, Fukiya impallidì mentre alcune gocce di sudore gli imperlavano la fronte. A quel punto cercare
di difendersi avrebbe peggiorato solo la situazione. Scaltro com’era, aveva ormai compreso che quel piccolo lapsus era equivalso a una
confessione in piena regola. Strano a dirlo, ma in quel momento, come in un
grande caleidoscopio, si succedettero nella sua mente gli episodi della sua
fanciullezza. Il silenzio si impadronì della scena.
«Riesce a sentire?» chiese Akechi dopo qualche istante. «Questo fruscio di carte proviene dalla stanza attigua, dove alcuni nostri
addetti hanno preso nota di tutto quello che ci siamo detti sin dall’inizio! Direi che può bastare! Portateci il testo!» Il fusuma si aprì e uno scrivano apparve portando con sé un mazzo di fogli.
«Adesso legga dall’inizio quanto ha scritto» gli ordinò Akechi. Dopo aver ascoltato l’intera trascrizione della conversazione, proseguì:
«Giunti a questo punto può firmare i documenti e apporvi l’impronta del suo pollice, signor Fukiya? Ormai non può più tirarsi indietro, no? Prima ha affermato di essere disponibile in ogni momento
per la questione del paravento, si ricorda? Probabilmente, però, non aveva immaginato di dover testimoniare in tali circostanze».
Fukiya sapeva benissimo di non poter rifiutare. Quasi a confermare le
eccezionali deduzioni di Akechi, appose la firma e le proprie impronte su quei
fogli. A testa bassa, fu costretto ad arrendersi all’evidenza.
«Come avevo già anticipato» proseguì Akechi rivolto a Kasamori, «Münsterberg aveva pienamente ragione quando affermava che il merito principale dei
test psicologici consiste nella possibilità di verificare luoghi, persone o oggetti di cui gli stessi sospettati potrebbero
essere a conoscenza. In questo caso, ad esempio, il punto era capire se Fukiya
avesse visto o meno quel paravento. Sugli altri particolari avremmo potuto
condurre centinaia di altri test che si sarebbero rivelati del tutto sterili
dato che il nostro interlocutore aveva già previsto ogni cosa, preparandosi fin nei minimi dettagli. Ma mi preme
aggiungere un’ultima riflessione. Quando si propongono test psicologici, penso sia del tutto
inutile utilizzare termini chiave trascritti su apposite tabelle o ricorrere
all’uso di particolari macchinari. Come si evince da quello che è successo oggi, il tutto può essere svolto anche in una normale conversazione. Come ci hanno insegnato i
grandi giudici del passato quali Ōoka Tadasuke, tutti siamo in grado di
applicare le recenti tecniche della psicologia. Basta farlo senza che l’interlocutore se ne accorga».
La banda della mano nera
黒手組・Kurotegumi
(Marzo 1925)
Prima parte. I fatti
Ecco un altro racconto che intende narrare le famose gesta di Akechi Kogorō.
Il fatto accadde circa un anno dopo il nostro incontro. Nonostante la sua
drammaticità, il caso si può definire oltremodo interessante poiché coinvolse direttamente alcuni miei parenti, lasciandomi dentro un ricordo
indelebile.
Inoltre fu proprio grazie a questo caso che riuscii a conoscere l’incredibile talento di Akechi nell’arte della crittoanalisi. Prima di entrare nei particolari della storia, però, ho pensato di sottoporvi innanzitutto il messaggio in codice che riuscì a decifrare dalla seguente cartolina:
Avrei voluto tanto farti visita, ma purtroppo non ne ho avuto la possibilità. Ora il tempo si è fatto mite, e verrò di certo a trovarti uno di questi giorni.
Ho apprezzato molto il tuo messaggio dove mi ringraziavi per il regalo che ti
avevo fatto.
Quella borsa l’ho cucita io stessa a mano. Si tratta di un mio hobby personale.
Ero preoccupata del fatto che ti arrabbiassi per la mia crudezza. Come procedono
le tue poesie in questi giorni? Ti prego di avere cura di te.
A presto
Il testo si presentava in questa esatta forma: a partire dal numero di caratteri
per riga fino alla lunghezza di ogni frase.
Passiamo adesso al racconto principale. In quel periodo, benché portassi sempre con me il mio lavoro, svernavo in un ryokan1 nella città termale di Atami. Impiegavo il mio tempo immergendomi nei bagni, passeggiando,
riposando e, a volte, dedicandomi alla pittura. Le giornate trascorrevano in
assoluta tranquillità, quando un giorno, rinfrancato dall’ennesimo bagno, mi sdraiai a dare un’occhiata al giornale su una poltrona in canapa sulla veranda soleggiata. D’improvviso la mia attenzione fu catturata da uno strano articolo.
All’epoca scorrazzava indisturbata a Tōkyō una cosca di ladri che si faceva chiamare
La banda della mano nera. Nonostante gli sforzi compiuti dalla polizia, la cosca era ancora in
circolazione tanto che, anche il giorno precedente, un facoltoso personaggio
della capitale era stato derubato. In realtà, la fama di questi delinquenti era aumentata dopo che avevano svaligiato un
ricco nobile scatenando una vera e propria fobia e gettando l’intera capitale nel panico. Dal canto loro, le pagine di cronaca locale non
facevano che alimentare la paura battendo notizie sulla banda ormai
quotidianamente. Anche quel giorno c’era un articolo a tre colonne corredato dal solito titolo sensazionalistico: I ladri fantasma. Essendoci ormai abituato tendevo a non prestarvi la minima attenzione, ma
scorrendo le righe sottostanti dove si elencavano le numerose vittime della
banda rimasi scioccato nel trovare un articoletto di dodici o tredici righe
sormontato da un titoletto che recitava: Dott. X derubato. Si dava il caso, infatti, che quel Dott. X fosse mio zio. Essendo il pezzo
molto breve non riuscii a estrapolare molte informazioni, ma, stando a ciò che riportava, sembrava che mia cugina Fumiko, figlia del Dott. X, fosse stata
rapita dalla banda e che fossero stati estorti alla famiglia sotto forma di
riscatto diecimila yen.
Anche se la mia famiglia è decisamente povera (tanto che io avevo dovuto usare i miei risparmi da pittore
per andare alle terme!), mio zio invece è oltremodo abbiente ed essendo direttore di due o tre grosse compagnie, era
naturale che rappresentasse un bersaglio ideale per la banda della mano nera.
Inoltre mi aveva sempre supportato economicamente, per cui non mi restava altro
da fare che impacchettare i miei bagagli e recarmi a Tōkyō per potergli stare
vicino. Il fatto di non aver saputo prima del riscatto da lui pagato
rappresentava già una grave disattenzione. Di certo doveva avere telefonato alla pensione dove alloggiavo abitualmente, ma, non avendo io avvertito nessuno del mio
viaggio imminente, era del tutto normale che fossi venuto a conoscenza della
tragedia attraverso il giornale.
Così preparai le valigie e tornai a Tōkyō. Non feci in tempo a svestirmi del mio
abbigliamento da turista che già mi trovavo in viaggio diretto alla villa di mio zio. Arrivato a destinazione,
la scena che si presentò ai miei occhi era la seguente: mio zio e la moglie sedevano di fronte all’altare buddhista intenti a recitare un mantra mentre, muniti di battaglio,
suonavano un tamburo sacro. Essendo entrambi ferventi adepti della scuola
buddhista di Nichiren, credevano ciecamente nella figura del fondatore. Il
risultato era che anche il più insignificante dei commercianti della zona non poteva avere accesso alla loro
abitazione senza che gli venisse chiesto quale fosse il suo credo religioso!
Nonostante tutto, trovai alquanto bizzarro che stessero pregando a quell’ora del giorno. Quando chiesi loro il motivo di tale comportamento, scoprii che
la vicenda del rapimento non si era ancora conclusa e che, sebbene il riscatto
fosse stato versato così come avevano richiesto i criminali, mia cugina non era stata ancora restituita
alla famiglia. Ecco spiegato il motivo delle loro ferventi preghiere di fronte
all’altare buddhista.
A questo punto, è utile spiegare come operava la banda della mano nera. Sono trascorsi ormai
alcuni anni, ma penso che qualcuno di voi lettori si ricorderà che per prima cosa questi criminali rapivano i figli delle loro vittime
richiedendo subito un riscatto. Successivamente inviavano un messaggio
intimidatorio dove indicavano la data, l’orario e il luogo di consegna del denaro, mandando in loco il capo della banda.
Il denaro veniva fatto recapitare direttamente al capo dalla persona rapita:
una modalità oltremodo ardita, se ci pensate! Tuttavia tale baldanza si accompagnava sempre
a un’estrema meticolosità che permetteva loro di non lasciare mai nessuna traccia né durante il rapimento, né durante l’invio dei messaggi o l’incasso del riscatto. Infatti, anche nel caso in cui le vittime avvertissero in anticipo la polizia comunicando il luogo dello scambio e permettendo l’invio di investigatori in loco, la banda riusciva sempre a non farsi cogliere in
trappola. È inutile soffermarsi sugli indicibili maltrattamenti che le persone in loro
ostaggio erano costrette a subire in un caso del genere! Personalmente mi ero
fatto l’idea che i crimini commessi dalla banda non potevano essere solo il frutto della
mente di qualche giovane sbandato. Piuttosto dovevano considerarsi il prodotto
di un gruppo di individui attenti e decisamente impavidi.
Come ho già avuto modo di raccontare, dopo la visita di questi malfattori i miei parenti
erano precipitati nello sgomento più profondo, poiché nonostante avessero pagato il riscatto mia cugina non era stata ancora
liberata. Finanche mio zio, che nel mondo dell’imprenditoria era da sempre conosciuto come il “vecchio volpone”, si trovava ad affrontare una situazione del tutto inaspettata che lo costrinse
a consultarsi con me, che ero privo di qualsiasi esperienza in merito. Mia
cugina Fumiko all’epoca aveva diciannove anni ed era dotata di una straordinaria bellezza, per cui
sospettai che il vero motivo per cui non era stata ancora rilasciata potesse
essere imputato a un probabile tentativo di stupro da parte dei malfattori o,
in alternativa, al fatto che, avendo ormai compreso la fragilità di mio zio, questi intendessero reiterare le richieste di denaro. A prescindere
dalle ipotesi però mio zio appariva ormai un uomo distrutto.
In famiglia erano in quattro e, oltre a mia cugina Fumiko, mio zio aveva un
figlio che si era appena iscritto alle scuole medie e sul quale in quel momento
non poteva contare. Di conseguenza fui io ad agire in veste di consulente in
sostituzione del figlio minore, svolgendo una serie di indagini sulla banda.
Quello che emerse dalle mie inchieste confermò in pieno le voci che già circolavano: difatti il modus operandi del gruppo criminale si rivelò ancora una volta così scaltro da indurre addirittura a sospettare la presenza di un qualche spettro
al suo interno. Come ho già accennato in occasione de Il delitto della salita D., nutrendo un profondissimo interesse nei confronti del crimine e dell’investigazione, di tanto in tanto gioco a fare il detective a livello
amatoriale. Di conseguenza, anche in occasione di questo caso, cercai di
competere con gli investigatori rompendomi il cervello per arrivare a una
soluzione che tuttavia non si concretizzò a causa della mancanza di indizi. Certamente mio zio era stato molto meticoloso
nel suo report agli inquirenti, ma io nutrivo forti dubbi sul fatto che questi avrebbero
risolto il caso. Di fatto, giudicando dai risultati ottenuti fino a quel
momento, non era possibile sperare in una soluzione rapida.
Così mi ricordai ancora una volta di Akechi Kogorō, l’unico che avrebbe potuto trovare una chiave di interpretazione. Subito mi
consultai con mio zio al quale avevo già accennato a più riprese del talento investigativo del mio amico e, nonostante non fosse molto
convinto delle capacità di Akechi, dato che in quel momento era interessato a ottenere qualsiasi
suggerimento utile al caso, acconsentì a convocarlo.
Mi precipitai in auto alla tabaccheria dove alloggiava e incontrai Akechi nella
sua angusta stanza al secondo piano, stipata di volumi fino al soffitto. Con
mio grande stupore venni a conoscenza del fatto che, ormai da qualche giorno,
stava collezionando ogni sorta di informazioni sulla banda nel tentativo di
proporre una propria interpretazione del caso e, giudicando da ciò che mi disse quella mattina, mi sembrò proprio che si fosse già fatto un’idea in merito. Gli parlai allora di mio zio e, poiché per lui non poteva esserci un’occasione migliore di avvicinarsi alla banda, accettò senza colpo ferire la mia richiesta di collaborazione e raggiunse insieme a me
l’abitazione dei miei parenti.
Qualche attimo dopo io e Akechi ci ritrovammo seduti di fronte a mio zio in un
lussuoso salone della villa, dove fummo raggiunti più tardi da Makita, uno studente alla pari che viveva in casa con loro. Poiché quest’ultimo aveva accompagnato mio zio il giorno della consegna del riscatto in veste
di guardia del corpo, fu convocato nel salone per poterci coadiuvare nella
ricostruzione dei fatti.
Durante la discussione ci vennero serviti biscotti, tè e moltissime altre leccornie mentre Akechi fumava una delle sigarette di
fattura straniera che gli erano state offerte, espirandone sommesso il fumo. Nonostante il buon cibo che accompagna sempre gli uomini di un certa statura lo avesse fatto ingrassare non poco, mio zio
appariva ancora come la vecchia volpe del mondo degli affari in grado di
mettere in soggezione i propri interlocutori. Makita e mia zia, entrambi di
costituzione gracile, gli sedevano di fianco. Il primo, in particolare, era di
statura talmente bassa da far spiccare ancora di più la baldanza fisica di mio zio. Dopo i convenevoli di rito, Akechi chiese di
raccontargli ancora una volta i fatti, nonostante io glieli avessi già riassunti prima.
«Il fatto è successo circa sei giorni fa, il tredici, verso l’ora di pranzo. Mia figlia Fumiko ci aveva detto che sarebbe andata da una sua
amica, così si è cambiata ed è uscita. La sera, però, non l’abbiamo vista rientrare. Giravano strane voci sulla banda della mano nera, per
cui mia moglie, in preda all’ansia, ha chiamato subito a casa dell’amica di Fumi, dove ci hanno risposto che mia figlia lì non c’era mai andata. Per noi è stato un vero colpo. Abbiamo telefonato a tutti i suoi amici che conosciamo, ma
non era andata da nessuno di loro. Dopo abbiamo chiamato tutti i ragazzi alla
pari e gli autisti che sono entrati e usciti quel giorno e abbiamo cercato in
tutte le direzioni, ma senza risultato, e abbiamo passato la notte in bianco».
«Mi perdoni se la interrompo, ma c’è stato qualcuno che ha visto fisicamente uscire sua figlia di casa?»
A quella domanda intervenne mia zia.
«Certo. Le donne della servitù e qualcuno dei ragazzi alla pari hanno detto di sì. In particolare Ume, una delle nostre serve, ha affermato di averla vista
uscire dal cancello…»
«Dunque è da quel momento che si sarebbero perse le tracce… e non l’avrebbero vista nemmeno i vostri vicini o qualche passante, giusto?»
«Esatto» rispose mio zio. «È uscita a piedi, e se avesse incrociato qualcuno durante il tragitto di certo l’avrebbero riconosciuta. Come ben saprà, trattandosi di un quartiere residenziale, nessuno dei nostri vicini è abituato a uscire in strada. Abbiamo anche provato a chiedere, ma pare che
nessuno l’abbia vista. Abbiamo esitato a recarci alla polizia, ma il pomeriggio del giorno
seguente abbiamo ricevuto un messaggio intimidatorio dalla banda: avevamo già dei sospetti, e alla fine è arrivato! Inutile sottolineare che mia moglie è scoppiata subito in lacrime. L’abbiamo consegnato alla polizia e adesso non l’abbiamo qui con noi, ma il testo diceva grossomodo di portare diecimila yen presso il pino solitario del campo T., la sera del quindici alle undici.
Aggiungeva che la persona che avrebbe dovuto consegnare il denaro doveva essere
sola e che, in caso di soffiata alla polizia, Fumiko sarebbe stata uccisa. Una
volta consegnato il riscatto, il giorno seguente mia figlia sarebbe stata
liberata».
Il campo T. è una piazza d’armi poco fuori città all’interno del quale, in un angolo a est, si trova una piccola macchia di alberi al
centro della quale cresce il pino in questione. Nonostante sia un campo aperto
nessuno passa mai da quelle parti, nemmeno di giorno. Di conseguenza, adesso
che era inverno e che il luogo appariva ancora più isolato, rappresentava lo scenario ideale per uno scambio di questo tipo.
«E dopo aver consegnato il messaggio alla polizia, questa non è riuscita a estrapolare nessun indizio?» chiese Akechi.
«Purtroppo no. Il messaggio è stato scritto su carta comune e la busta è una di quelle marroni da poco prezzo. Non vi sono segni particolari e gli
inquirenti hanno detto che nemmeno la calligrafia presenta elementi di
particolare interesse».
«Poiché il distretto di polizia è estremamente attrezzato per questo tipo di indagini, direi che non si sono
sbagliati. Ma il timbro postale? Da dove è stato inviato il messaggio?»
«Non c’era nessun timbro postale. Non è stato inviato tramite posta. Pare che qualcuno lo abbia lasciato direttamente
nella nostra buca delle lettere».
«E chi l’avrebbe prelevato dalla buca?»
«Io» rispose Makita. «Di solito sono io che ritiro la corrispondenza e la recapito alla signora. La
lettera della banda si trovava tra quella della prima consegna pomeridiana
delle tredici».
«Ci si dovrebbe anche chiedere chi ha infilato il messaggio nella nostra buca» aggiunse mio zio. «Ho chiesto al posto di polizia qui vicino, ma purtroppo non sono riusciti a
fornirci nessuna indicazione».
Pensoso, Akechi rimase qualche istante in silenzio. Sembrava quasi si stesse
sforzando di estrapolare qualche elemento da quello scambio apparentemente
infruttuoso.
«E dopo che cosa è successo?» proruppe sollevando il viso, risoluto nel voler ascoltare il seguito del
racconto.
«Ho avuto una mezza idea di recarmi alla polizia ma, trattandosi della vita di
mia figlia, ho rinunciato. Anche mia moglie era dello stesso parere. Fumiko per
noi non ha prezzo, così mi sono rassegnato a pagare il riscatto.
Come ho già anticipato, sul messaggio era scritto di recarsi da soli il quindici alle
undici di sera presso il pino del campo T. Così ho avvolto diecimila yen in banconote da cento in un foglio di carta bianca con l’intento di raggiungere il luogo dell’appuntamento. Nonostante ci fosse scritto di andare da solo, mia moglie,
terrorizzata all’idea, mi ha consigliato di portare con me uno dei nostri ragazzi alla pari: così, convinto che la sua presenza non avrebbe infastidito i delinquenti, ho deciso
di farmi accompagnare da Makita in veste di guardia del corpo, nel caso si
verificasse qualche imprevisto. Viene proprio da sorridere! Un anziano come me
costretto a comprarsi una rivoltella a questa età e ad affidarla a Makita!»
Lo zio abbozzò un sorriso amaro mentre io riuscii a stento a trattenere una risata,
figurandomi in testa la comicità di quella scena: un uomo importante come lui affiancato da un giovane
striminzito e all’apparenza stupido come Makita che si faceva strada nell’oscurità per raggiungere il luogo dell’appuntamento!
«Siamo scesi dalla macchina quattro o cinque isolati prima del campo, e io ho
raggiunto il pino facendomi strada con una torcia. Ho suggerito a Makita di
rimanere nascosto nell’oscurità, e lui mi ha seguito a una distanza di circa tre metri. Come vi ho anticipato,
poiché il pino è circondato da una fitta macchia di alberi, non era possibile capire se qualcuno
si fosse appostato all’interno. Date le circostanze, inutile sottolineare quanto io mi sia sentito a
disagio. Tuttavia ho raccolto tutto il mio coraggio e sono rimasto lì in attesa. Da quel momento sono trascorsi oltre trenta minuti… Makita, tu cosa stavi facendo intanto?»
«Signore, io penso di essere rimasto a una distanza di circa nove metri dalla
sua. Ero a pancia in giù nel boschetto con il grilletto premuto e con lo sguardo fisso sulla luce della
sua torcia. Mi è sembrato che fosse trascorso un certo lasso di tempo. Forse due o tre ore».
«E da che parte è apparso l’uomo della banda?» chiese impaziente Akechi. Sembrava particolarmente eccitato e lo capii dal
fatto che cominciò ad attorcigliarsi i capelli, come era solito fare in questi casi.
«Mi è sembrato che arrivasse dal campo. In pratica dalla direzione opposta a quella
che avevamo seguito noi».
«E come era vestito?»
«Non posso affermarlo con certezza, ma mi è sembrato che fosse vestito interamente di nero. In tutta quell’oscurità solo una parte del viso mi è apparsa illuminata. Perché in quel momento, attenendomi alle indicazioni dei criminali, avevo spento la
torcia. L’unica cosa di cui sono sicuro è che l’uomo era più alto di me: considerando che io sono un metro e sessantacinque, direi che
raggiungeva circa il metro e ottanta».
«E le ha detto qualcosa?»
«No. Una volta apparso di fronte a me si è limitato a puntarmi contro la pistola mentre teneva l’altra mano aperta per farsi consegnare il denaro. Gli ho consegnato il pacchetto
col contante e quando ho fatto per chiedergli di mia figlia si è portato l’indice alla bocca facendomi cenno di non parlare».
«E cosa è accaduto dopo?»
«Nulla. Si è allontanato lentamente con lo sguardo fisso su di me, e tenendomi la pistola
puntata. Poi è scomparso nella macchia. Sono rimasto impietrito per qualche istante, poi ho
chiamato a bassa voce Makita che è uscito dalla macchia provocando un leggero fruscio e chiedendomi se il bandito
se ne era andato».
«E lei, signor Makita, ha per caso visto quell’uomo dal punto dove era nascosto?»
«Purtroppo non sono riuscito a vederlo a causa dell’oscurità e degli alberi, però mi ricordo di aver sentito i suoi passi».
«E poi cosa avete fatto?»
«Io volevo ritornare indietro, ma Makita mi ha proposto di studiare le tracce
lasciate dall’uomo perché se in un secondo momento fossimo stati in grado di descriverle alla polizia
avrebbero rappresentato di certo un indizio importante. Non è così, Makita?»
«Esatto».
«E le avete trovate le tracce?»
«Appunto» esordì mio zio con un’aria stupita. «Stranamente non siamo riusciti a trovarne nemmeno una. E siamo sicuri di non
aver commesso nessun errore, dato che ieri anche la polizia si è recata sul luogo e non è stata in grado di rintracciarle. Trattandosi di un luogo appartato non è certo un punto di passaggio. Eppure, nonostante le nostre tracce fossero ancora
visibili, quelle del malfattore parevano sparite nel nulla!»
«Mmh… molto interessante. Potrebbe descrivermi meglio la scena, per favore?»
«Le nostre impronte si trovavano solo nella zona sottostante il pino. Tutto
intorno, invece, c’erano piccoli cumuli di foglie appoggiati sull’erba cresciuta. Quindi nella porzione di terreno sotto l’albero restavano solo le tracce dei miei geta e delle scarpe di Makita. Stranamente, nonostante il malfattore mi avesse
raggiunto sotto il pino per impossessarsi del pacchetto col denaro e avesse
calpestato il terreno dove sono state rinvenute le nostre tracce, delle sue non
vi era nemmeno l’ombra. E fra il punto in cui io ero in piedi e la zona coperta dall’erba c’erano circa quattro metri».
«E in quella zona non c’erano nemmeno tracce di qualche animale?» chiese Akechi con notevole perspicacia.
«Mi scusi, ma cosa intende per animale?» rispose mio zio con uno sguardo dubbioso.
«Intendo tracce lasciate da animali come cavalli o cani, ad esempio».
Ascoltando quello scambio di battute, mi ricordai di un caso di cui mi era
capitato di leggere sulla rivista Strand Magazine2, dove si raccontava di un uomo che era riuscito a tornare più volte sul luogo del delitto e a deviare i sospetti che si erano concentrati su
di lui calzando dei ferri da cavallo. Sono certo che anche ad Akechi era venuta
in mente la stessa cosa.
«Mah… personalmente non me ne sono accorto. Makita, tu hai notato qualcosa per caso?»
«Non ricordo molto bene, ma direi proprio di no…»
Dopo questo rapido scambio, Akechi sprofondò in un silenzio enigmatico.
Proprio come avevo pensato anche la prima volta che mio zio mi aveva raccontato
l’accaduto, mi convinsi che l’elemento centrale del caso fosse da ricercarsi nell’inspiegabile assenza delle tracce del malfattore.
Il silenzio si prolungò ancora per qualche istante.
«Ad ogni modo» irruppe mio zio, «ormai ero convinto che le cose si fossero sistemate, per cui ho tirato un
sospiro di sollievo e sono tornato a casa. A quel punto, la mattina seguente
avrebbero dovuto liberare mia figlia. Nella mia mente ero sicuro che un ladro
più è rispettabile e più è legato a una sorta di etica. Di certo non avrebbero potuto mentire. Eppure a
oggi sono passati già quattro giorni e di mia figlia nemmeno una traccia! È veramente scandaloso! Incapace di sopportare oltre l’attesa, ieri mi sono recato alla polizia per raccontare tutti i particolari
della vicenda. Purtroppo però sono subissati di casi da risolvere, e non sono stati in grado di aiutarmi.
Poi, per fortuna, mio nipote mi ha riferito di essere piuttosto in confidenza
con lei e così gli ho chiesto di invitarla qui…»
Mio zio concluse il suo racconto. Akechi, di contro, continuò con grande destrezza a porre domande su altri numerosi dettagli al fine di
aggiungere i tasselli mancanti a quell’intricato puzzle. Nulla di quello scambio, però, risultò particolarmente rilevante.
«A proposito» chiese infine. «Di recente sua figlia non ha ricevuto strane lettere o messaggi che vi hanno
insospettito?»
A quella domanda rispose subito mia zia.
«Normalmente sono io che controllo la sua posta e se fosse arrivato qualcosa di
sospetto di certo me ne sarei accorta, ma di recente non direi che…»
«Anche qualcosa di irrilevante. Vi prego di non esitare, e di raccontarmi
qualsiasi cosa abbiate notato».
Conoscendolo, Akechi aveva intercettato qualcosa nelle parole della zia e stava
insistendo per ottenere una riposta.
«Forse non c’entra molto con la scomparsa di mia figlia, ma…»
«La prego di raccontarmi tutto. Spesso negli eventi più insignificanti si nascondono indizi estremamente preziosi. La prego…»
«Allora ve lo racconterò. Dallo scorso mese arrivano delle cartoline indirizzate a mia figlia, da parte
di una persona a noi del tutto sconosciuta. Una volta mi ricordo di aver
chiesto a Fumiko se si trattava di un suo compagno di scuola, ma, nonostante
lei mi abbia risposto di sì, ero sicura che stesse nascondendo qualcosa. La cosa mi è parsa molto strana, ma proprio quando ho deciso di indagare su questa vicenda
lei è stata rapita. Avevo dimenticato completamente la faccenda fino a quando lei non
mi ha posto questa domanda. In effetti l’ultima cartolina è arrivata proprio il giorno prima che fosse rapita».
«Potrebbe mostrarmela per favore?»
«Certamente. Dovrebbe essere nella scatola dove Fumiko tiene le sue lettere».
Dopo di che la zia andò a prendere la cartolina che, come aveva anticipato, recava la data del dodici.
Il mittente a quanto pareva utilizzava lo pseudonimo Yayoi e aveva spedito la
cartolina da un ufficio postale del posto. Il contenuto era quello che ho
riportato all’inizio del racconto.
Presi la cartolina e la osservai con attenzione, ma nulla nel suo testo riuscì a insospettirmi: altro non era che un’accozzaglia di frasi inutili e dal tono effeminato. Nonostante ciò Akechi, in tono piuttosto serio, chiese di poterla prendere in prestito, quasi
avesse scoperto qualcosa di molto importante. Non avendo nessuna ragione per
rifiutare, mio zio acconsentì a consegnargliela anche se io non riuscivo a capire cosa avesse in mente il mio
amico.
A quel punto, quando ormai l’interrogatorio di Akechi era volto al termine, mio zio volle conoscere la sua
opinione personale sul caso. Dopo aver riflettuto a lungo, Akechi rispose:
«Esprimere un giudizio basandomi solo sul vostro racconto è piuttosto difficile… però potrei provare ad abbozzare una mia interpretazione dei fatti e magari riuscire
a riportare indietro vostra figlia nel giro di due o tre giorni».
Lasciammo la villa di mio zio camminando fianco a fianco per tutto il tragitto
fino a casa. Utilizzai vari pretesti per chiedere ad Akechi che idea si fosse
fatto sul caso, ma lui si limitò a rispondermi che era solo stato in grado di mettere a fuoco una parte del suo
piano di indagine, e nulla più.
La mattina seguente, dopo aver terminato la colazione, mi recai subito a casa
sua poiché fremevo dalla voglia di sapere in che modo intendesse risolvere il caso.
Nella mia mente lo immaginavo sepolto dalla sua montagna di libri e immerso in
una profonda meditazione come suo solito, ma quando salutai la proprietaria
della tabaccheria e feci per salire le scale, questa mi richiamò per fermarmi.
«Oggi non c’è! Stranamente è uscito molto presto stamattina!»
Le chiesi allora dove fosse mai andato a quell’ora, ma la donna rispose che non aveva lasciato nessun messaggio.
Possibile che avesse già iniziato le sue indagini? Trovai alquanto strano che un dormiglione come lui
fosse uscito così di buon’ora, e feci ritorno alla mia pensione. Tuttavia, non riuscendo a capacitarmi
della cosa, tornai una seconda e, successivamente, una terza volta a casa sua,
ma sempre senza trovarlo. Lo aspettai fino alle dodici del giorno successivo,
quando, non vedendolo ancora fare ritorno, cominciai a preoccuparmi. Anche la
proprietaria della stanza, in preda allo sconforto, si mise a cercare in camera
sua per accertarsi che non avesse lasciato qualche messaggio. Purtroppo però non trovò nulla.
Mi recai allora a casa dello zio, con l’intenzione di rivelargli l’accaduto. Come al solito, lui e la zia stavano recitando il loro mantra in onore
del fondatore della loro scuola ma, non appena gli raccontai della scomparsa di
Akechi, si scatenò un putiferio! La prima cosa che pensarono fu che, essendogli state affidate le
indagini sulla scomparsa di Fumiko, anche lui era stato rapito dalla banda, e
che tutto fosse colpa loro. Se così fosse stato non avrebbero mai potuto giustificarsi con i genitori di Akechi! Inutile sottolinearlo, ma mio zio e tutti gli altri presenti caddero in uno stato di profondo shock. D’altro canto, nonostante fossi sicuro che Akechi non avrebbe mai potuto mettersi
in pericolo, dal momento che tutte le persone intorno a me parevano ormai
averlo dato per spacciato caddi anch’io in preda all’ansia. E mentre discutevamo sul da farsi il tempo passava.
Si fece pomeriggio, ed eravamo ancora riuniti nella sala da pranzo a discutere
di questioni senza importanza quando giunse un telegramma.
SONO CON FUMIKO. PARTIAMO.
L’aveva inviato Akechi dalla città di Sōshū, nella prefettura di Chiba. Immediatamente alte grida di giubilo
invasero la stanza! Akechi era vivo e Fumiko stava tornando a casa! L’intera casa, che nei giorni precedenti era precipitata in una depressione
totale, pareva essersi di colpo risvegliata, quasi si stesse preparando per una
festa di nozze!
Aspettammo con impazienza ed era già il tramonto quando il viso sorridente di Akechi ricomparve davanti ai nostri
occhi. Dietro di lui, profondamente provata, c’era Fumiko. Preoccupati per lei, i genitori la fecero ritirare in una sala
attigua affinché potesse riposare, mentre noi rimanemmo a festeggiarne il ritorno con cibi e
bevande appositamente preparati per l’occasione. I miei zii non facevano altro che stringere la mano ad Akechi, e gli
assegnarono il posto d’onore a tavola ringraziandolo mille volte per l’impresa. La scena fu molto imbarazzante, ma la loro reazione era più che comprensibile poiché Akechi aveva scovato la banda della mano nera quando nemmeno la polizia
nazionale, dopo tante indagini, era riuscita a rintracciarla. Inoltre,
nonostante fosse un profondo appassionato di investigazione, nessuno avrebbe
mai immaginato che sarebbe stato in grado di riportare a casa mia cugina in così poco tempo. In definitiva aveva fatto tutto da solo ed era perfettamente
naturale che i miei parenti lo accogliessero in trionfo così come si accoglie un grande condottiero di ritorno da un’importante battaglia. Era un uomo eccezionale! E confesso che in quell’occasione la sua abilità mi aveva letteralmente lasciato senza parole. Eravamo tutti curiosi di
ascoltare l’avventura di questo eccelso investigatore, nonché di conoscere la vera identità dei membri della banda della mano nera.
«Mi dispiace molto, ma non posso rivelarvi nulla» esordì Akechi un po’ imbarazzato.
«Nonostante la mia incoscienza non sarei mai stato in grado di catturare quei
criminali da solo. Dopo una lunga riflessione ho solamente cercato di mettere
in piedi un piano che mi permettesse di riportare indietro vostra figlia sana e
salva. In altre parole, ho fatto in modo che me la consegnassero loro stessi
stringendo, però, un patto: loro avrebbero rilasciato Fumiko senza mai più molestarvi e restituito il riscatto di diecimila yen, mentre io, oltre a non rivelare nulla della banda, non avrei dovuto aiutare la
polizia nelle future indagini sul loro conto. E dato che il mio unico compito
era di aiutarvi a rivedere vostra figlia, ho pensato che, piuttosto che fallire
in tutti e due gli intenti, era meglio contrattare con la banda e tornare
indietro con Fumiko. Proprio per questo vi chiedo di non fare nessuna domanda
sulla banda nemmeno a vostra figlia. Questi sono i diecimila yen del riscatto. Sono vostri».
E con queste parole Akechi consegnò semplicemente la busta bianca a mio zio, nonostante tutti noi fremessimo per
ascoltare i particolari sulla banda. Eppure io non avevo perso del tutto le
speranze. Probabilmente Akechi non avrebbe rivelato la verità ai miei parenti, ma di certo si sarebbe confidato con me in un secondo momento,
data la nostra lunga amicizia. Con questo pensiero trascorsi tutto il resto
della serata in attesa della fine del banchetto.
Dopo tutto, anche se la banda era ancora in circolazione, ai miei zii bastava
aver ritrovato la serenità famigliare. Un altro brindisi si levò dalla tavola in festa mentre il viso di Akechi, che di certo non poteva
definirsi un bevitore, si colorava di un rosso intenso. Un’espressione decisamente gaudente andò a disegnarsi sulla maschera alticcia del mio amico. Allegri, continuammo a
conversare di argomenti leggeri, mentre l’eco delle nostre risate riecheggiava in tutta la casa. Nonostante sia inutile
riportare in questo contesto il contenuto di quelle conversazioni, ai lettori
potrebbe risultare utile conoscere almeno i dettagli di questo scambio:
«Hai salvato la vita a mia figlia! Ti prometto di esaudire qualsiasi richiesta tu
mi farai! Anche quella più assurda! Che ne dici? Non c’è qualcosa che vorresti in questo momento?» proclamò mio zio al colmo della felicità, porgendo un altro bicchiere al suo ospite.
«La ringrazio» rispose prontamente Akechi. «Dunque… c’è un mio amico che è letteralmente invaghito di sua figlia: lei accetterebbe mai una sua eventuale
proposta di matrimonio?»
«Ah ah ah! Sei proprio furbo! Se garantisci tu, direi che potrei anche accettare!» ribatté mio zio in tono semiserio.
«Anche se il mio amico fosse un cristiano?» la domanda improvvisa di Akechi parve stonare con l’atmosfera festaiola della serata. Fervente seguace della scuola di Nichiren, mio
zio abbozzò un’espressione contrariata.
«E sia! Nonostante io detesti i cristiani, prenderò in considerazione la proposta del tuo amico! Giusto perché lo presenti tu!»
«La ringrazio di cuore. Un giorno torneremo di certo a parlare di questo
argomento! Quindi non si dimentichi di quello che mi ha appena detto!»
Il dialogo suonò alquanto enigmatico: poteva essere interpretato come un semplice scambio nato
per allietare i commensali, ma anche considerato una vera e propria promessa. D’istinto mi venne in mente un film in cui l’attore John Barrymore interpretava il ruolo di Sherlock Holmes. In quel caso l’investigatore si innamorava di una giovane incontrata durante un’indagine e finiva per sposarla. Dentro di me non riuscii a trattenere un
sorriso.
Quella sera mio zio cercò di trattenerci a lungo, ma si era fatto ormai tardi, per cui gli comunicammo
che era giunto il momento di congedarci. Mentre accompagnava Akechi alla porta,
inserì nel suo taschino una busta contenente duemila yen. Nonostante questi tentasse di rifiutare, lo zio insistette che si trattava di
una piccola ricompensa per esprimergli la sua gratitudine.
Seconda parte. La realtà sommersa
«Ehi! Anche se comprendo bene la questione della promessa fatta alla banda,
almeno a me potresti raccontare cos’è successo!» dissi ad Akechi aspettando che si lasciasse alle spalle il cancello della villa
dei miei parenti.
«Certo!» mi rispose con insolita cordialità. «Che ne dici di parlarne davanti a un buon caffè?»
Dopo che ebbi accettato la sua proposta entrammo in una caffetteria, scegliemmo
un tavolo in un angolo appartato e ci sedemmo.
«Il punto di partenza per questo caso è stato la mancanza di impronte in quella macchia» esordì dopo aver ordinato un caffè, partendo con la sua disamina nel tipico stile da investigatore.
«C’erano circa sei ipotesi che avrebbero potuto avallare quella circostanza. La
prima è che sia tuo zio che la polizia non si fossero accorti delle impronte delle
scarpe poiché le avevano confuse con quelle di eventuali animali o uccelli. Ovviamente
lasciate a regola d’arte dai malfattori. Il secondo motivo, probabilmente del tutto irrazionale,
avrebbe potuto essere che uno dei rapitori si fosse calato dall’alto o avesse camminato su una fune in modo da sopraggiungere senza dover
calpestare il terreno, mentre il terzo avrebbe potuto partire dalla
considerazione che tuo zio e Makita avessero camminato sulle tracce lasciate
dai malfattori finendo per cancellarle. Una quarta spiegazione, invece,
potrebbe essere stata che le calzature dei rapitori fossero identiche a quelle
di tuo zio e di Makita. Ovviamente, tutte e quattro queste ipotesi potevano
essere vagliate con attenzione se solo si fosse andati a controllare di nuovo
il luogo dell’incontro. La quinta possibilità, invece, avrebbe potuto essere che il rapitore non fosse mai apparso in quella
macchia e che tuo zio, per qualche motivo sconosciuto, avesse messo in atto una
vera e propria messinscena. La sesta, e poi concludo, era che Makita stesso
fosse l’uomo da incontrare quella sera.
Convinto che fosse comunque necessario recarsi di nuovo sul posto, la mattina seguente sono tornato al campo T. Nonostante non sia stato in grado di raccogliere elementi sufficienti ad avvallare
le mie prime quattro ipotesi, sono comunque riuscito a restringere il mio
ambito di ricerca concentrandomi sulle altre due rimanenti. È stato proprio in quel frangente poi che ho fatto un’importante scoperta: la polizia, in realtà, aveva commesso una svista enorme, perché sul terreno erano presenti numerose tracce prodotte da un apparente oggetto
acuminato. In particolare, le tracce si trovavano per lo più sotto le orme dei geta di Makita, nonché sotto quelle delle calzature di tuo zio anche se, a prima vista, non
risultavano affatto visibili. Mentre le osservavo ho cominciato a riflettere,
quando all’improvviso sono stato colto da un pensiero, forse da una vera e propria
folgorazione! Un’idea fenomenale! Ebbene, Makita portava una larga cintura di mussolina che
fermava con un grosso nodo e che poco si adattava alla sua minuscola
corporatura. Vista da dietro, quella cintura gli conferiva in realtà un aspetto alquanto comico. Nonostante mi fosse venuto in mente quasi per caso,
grazie a questo elemento così insignificante ho avuto la netta sensazione di aver compreso tutto».
Dopo quelle parole, Akechi sorseggiò il suo caffè cominciando a fissarmi con un’espressione chiaramente canzonatoria. Con mio grande rammarico, però, non ero ancora in grado di seguire il suo ragionamento.
«E allora? Cos’hai capito?» gli gridai in preda a una profonda frustrazione.
«In altre parole, delle sei ipotesi di cui ti parlavo prima, la terza e la sesta
si sono rivelate esatte. In altre parole, il ragazzo alla pari Makita e il
malfattore sono la stessa, identica persona!»
«Makita!» sbottai quasi senza volere. «Ma è assurdo! Un uomo così stupido e onesto!»
«In tal caso» rispose Akechi in tono pacato «non mi resta che illustrarti punto per punto gli aspetti che tu consideri
assurdi».
«Ma sono infiniti!» gli risposi dopo aver riflettuto per un momento. «Prima di tutto mio zio ha affermato che l’uomo della banda era più alto di lui di circa quindici centimetri, raggiungendo quindi un’altezza di quasi un metro e ottanta. Makita, al contrario, è un vero e proprio nanetto!»
«D’altro canto dovremmo imparare a dubitare di uno scarto apparentemente così evidente! Da un lato abbiamo un uomo che è eccessivamente alto per gli standard giapponesi mentre, dall’altro, uno che è così basso da apparire quasi deforme. Si tratta di un contrasto più che evidente. Forse esagerato! Se solo Makita avesse usato dei trampoli più corti forse mi sarei anche potuto sbagliare, ma… Aaaahhhh! Non capisci? In pratica ha nascosto sul luogo dell’incontro un paio di trampoli accorciati e se li è legati ai piedi poiché impossibilitato a portarseli in mano. Difatti, data la distanza da tuo zio, in
quell’oscurità nessuno avrebbe mai potuto scorgerlo. Così, dopo aver recitato la parte del membro della banda, ha fatto finta di cercare
le tracce del malfattore con l’intento di cancellare quelle lasciate dai propri trampoli».
«Quindi tu sei convinto che mio zio non sia stato in grado di smascherare una
pagliacciata così ridicola? Prima di tutto ricordati che l’uomo sulla scena era vestito di nero e che Makita, invece, veste sempre abiti in
cotone bianco!»
«È proprio qui che entra in gioco la nostra cintura di mussolina! Un’idea veramente geniale! Attorcigliarsi addosso quella larga cintura nera gli ha
permesso di nascondere perfettamente il suo corpo minuscolo».
Tutto mi sembrava talmente banale che per un attimo mi sentii quasi preso in
giro.
«Allora stai dicendo che Makita ha lavorato per quelli? La cosa mi sembra del
tutto assurda… Per la banda della… mano nera…»
«Ci stai ancora pensando? Questo non è da te! Oggi mi sembri un po’ più lento del solito, o mi sbaglio? Mi sembra che tuo zio, così come tu e la polizia, siate in preda al panico scatenato dalla banda della mano
nera. Del tutto naturale per questi tempi, ma se solo aveste ragionato con
calma come siete soliti fare, avreste potuto risolvere il caso da soli senza
dover ricorrere al mio aiuto. Come avrai ormai capito, questo caso non ha nulla
a che fare con la banda della mano nera!»
Una certa confusione si impossessò della mia mente perché più ascoltavo il resoconto di Akechi e meno riuscivo a comprendere la verità. Una serie di dubbi affollavano i miei pensieri mescolandosi tra loro. Davvero
non sapevo più cosa domandargli.
«E allora perché prima hai detto di aver fatto un patto con la banda? Perché hai inventato un’idiozia simile? La prima cosa che non riesco a comprendere è questa: se tutto questo è opera di Makita, come mai non lo hai smascherato? In più Makita non è certo l’uomo che può rapire mia cugina per poi farla scomparire per dei giorni. E poi quando è sparita Fumiko lui è rimasto in casa tutto il giorno senza mai mettere il piede fuori dall’uscio! Figuriamoci! Uno come lui che riesce ad architettare un piano simile.
Inoltre…»
«Ma quante domande! Peccato: se fossi riuscito a decifrare quel messaggio
cifrato, o meglio, se ti fossi reso conto che quella cartolina era un messaggio
cifrato, non nutriresti il benché minimo dubbio su tutta questa faccenda!»
E così dicendo Akechi tirò fuori la cartolina firmata “Yayoi” che aveva preso in prestito qualche giorno prima da mio zio. (Mi dispiace
dovervi tediare, miei cari lettori, ma la potete andare a recuperare all’inizio di questo racconto).
«Senza questo crittogramma non avrei mai dubitato di Makita. Ecco perché posso affermare, senza ombra di dubbio, che è stata proprio questa cartolina il punto di partenza per la risoluzione del
caso. A dire il vero, benché nutrissi qualche sospetto, all’inizio non avevo compreso che si trattasse di un crittogramma. I miei dubbi sono
stati sollevati dal fatto che era arrivata proprio il giorno precedente alla
scomparsa di Fumiko. Inoltre, per quanto contraffatta in modo magistrale, si
intuiva che la calligrafia era quella di un uomo. Non a caso, quando le è stato chiesto di questo particolare, tua cugina è apparsa terribilmente imbarazzata. Ma veniamo al messaggio. Guardalo. Ogni riga
è composta di diciotto caratteri ben delineati, proprio come se fosse stata
scritta su di un foglio di carta per le composizioni3. Cosa succede, però, se andiamo a tracciare delle linee orizzontali sul testo del messaggio?»
Mentre mi illustrava il suo pensiero, Akechi estrasse una matita e disegnò alcune linee orizzontali sul foglio.
«Se faccio così, si capisce, no? Prova a seguire con lo sguardo le linee. Non vedi che ogni
riga che si viene a formare interseca sempre delle sillabe kana? Tranne una però. La prima in alto. Perché è composta interamente di caratteri cinesi!»
一好割此外湞叮袋自叱歌切
«Chiaro, no?» mi disse mentre con la matita seguiva la riga che si era formata in alto. «Non ci troviamo di fronte a una coincidenza. Se si fosse trattato di uno scritto
maschile sarebbe stato anche comprensibile, ma poiché intendeva essere un testo redatto da una donna, quindi in chiave poetica e più ricco di sillabe kana, appare davvero strano che solo una riga presenti tutti questi caratteri
cinesi. È stato questo che mi ha spinto a esaminarne il testo. Quella sera, dopo aver
fatto ritorno a casa, non ho fatto altro che pensare a questa cartolina e,
poiché in precedenza avevo avuto la fortuna di fare qualche ricerca sulla
crittografia, sono riuscito a decodificarne il testo senza particolari sforzi.
Vogliamo provare a dare un’occhiata? Prima di tutto isoliamo questa sequenza con i caratteri cinesi. A
prima vista sembrerebbe estrapolata dallo chīhā4, ma la frase apparirebbe senza senso se inserita nel contesto di quel gioco. Mi
sono allora chiesto se non fosse legata a qualche poesia cinese o a qualche
sutra buddhista, ma mi sono dovuto convincere che non era nemmeno questo il
caso. Mentre mi ingegnavo a trovare una mia chiave di lettura, mi sono accorto
che due caratteri erano stati cancellati e mi è sembrato molto strano che una lettera così ben scritta presentasse due cancellature così brutte. La cosa curiosa era che le cancellature si trovavano in corrispondenza del
secondo carattere delle due rispettive righe di riferimento. Dalla mia breve
esperienza, so che uno degli aspetti più complessi nella creazione di crittogrammi in giapponese riguarda la gestione
delle consonanti sonore e bilabiali. Di conseguenza ho immaginato che le
cancellature rappresentassero uno stratagemma per indicare che a ogni vocale
sonora andava attribuito un carattere cinese in alto. Se così fosse stato, a ogni carattere sarebbe corrisposta una sillaba. Nonostante non
sia stato particolarmente complesso comprendere questo trucchetto, il difficile è arrivato dopo. Lasciami però omettere tutti i complessi passaggi del mio ragionamento e permettimi di
saltare direttamente alle conclusioni.
La soluzione si trova nel numero di tratti di ogni carattere cinese, poiché bisogna contare separatamente i radicali che si trovano a sinistra e i tratti
restanti che stanno a destra. Ad esempio, nel carattere 好 sia il radicale di sinistra che la parte di destra sono composti ognuno di tre
tratti: stando così le cose, verrebbe a formarsi una combinazione del tipo 3:3. A questo punto è possibile riassumere tutte le singole combinazioni di ogni carattere in una
tabella».
Così dicendo, Akechi estrasse un foglietto di carta e disegnò il seguente schema.
一好 割 此 外 叮袋自叱歌切
Radicale 1 3 10 4 3 3 11 6 3 10 2
Parte rimanente 3 2 2 2 2 2 4 2
«Osservando queste cifre si nota come il numero più alto nei radicali sia 11, mentre quello per le parti rimanenti sia il 4. Non ti
suggeriscono niente questi numeri? Ad esempio la sequenza delle cinquanta
sillabe kana in giapponese? Se andiamo a elencare il numero di consonanti contenute nelle
sillabe kana, sono proprio 11! Guarda!»
«Potrebbe trattarsi anche di una semplice coincidenza, ma proviamoci! Immaginiamo
che il numero dei tratti dei radicali corrisponda a una consonante e che il
numero di tratti rimanenti a destra indichi una vocale. A questo punto il
carattere一, ad esempio, che presenta un solo tratto in totale, corrisponde alla prima riga,
quindi alla vocale A. Il carattere successivo好, invece, avendo tre tratti nel radicale corrisponde alla consonante S, ma poiché ha anche tre caratteri rimanenti a destra potrebbe corrispondere alla sillaba
SU che si trova proprio nella terza colonna della tabella. Se procediamo oltre
in questo ragionamento noterai che si verrà a formare la seguente sequenza:
アスヰチジシンバシヱキ
Considerando l’assenza di consonanti nella riga 1 della tabella e che i caratteri ヰe ヱnon vengono più utilizzati, mi viene da pensare che questi siano stati utilizzati al posto
delle vocali I ed E per completare il messaggio. Sulla base di questo
ragionamento, quindi, otterremo la seguente comunicazione: ci vediamo domani all’una in punto alla stazione di Shinbashi. È chiaro a questo punto che chi l’ha scritto deve essere un raffinato esperto di crittografia che invita in un
certo luogo e in una data ora una donna in età da marito. Mi verrebbe da dire un uomo. E non credo si possa immaginare
qualcosa di molto diverso da un appuntamento, o mi sbaglio? Ciò che intendo dire è che la banda della mano nera non c’entra nulla con questa sparizione e che, come minimo, sarebbe stato meglio
indagare sul mittente della cartolina piuttosto che pensare subito alla banda.
A questo punto, l’unica persona a conoscenza dell’identità di quel fantomatico mittente era Fumiko. Il che rappresenta di certo un
problema, ma, considerata la condotta di Makita, le difficoltà si sciolgono come ghiaccio al sole. In altre parole, se tua cugina è uscita di casa di propria volontà perché non ha lasciato un messaggio o, almeno, una lettera di scuse? Se a questo
aggiungiamo che proprio Makita era incaricato di raccogliere la posta la cosa
si fa ancor più interessante, non trovi? Secondo me la cosa stava più o meno così: Makita sospettava della storia di Fumiko e in un demente come lui, si sa, i
dubbi si annidano molto più velocemente che nelle persone comuni. Ha così raccolto il messaggio in codice di Fumiko, lo ha scambiato con una falsa
richiesta di riscatto da parte della banda della mano nera che ha poi
consegnato a tuo zio. Ecco svelato anche il mistero del perché il messaggio non è stato inviato per posta».
Akechi fece una breve pausa.
«Sono letteralmente scioccato, ma…» quando feci per controbattere allo scopo di sottoporgli alcuni dubbi Akechi
esordì:
«Aspetta!» e il suo discorso proseguì. «Dopo aver ispezionato la scena del crimine mi sono recato a casa di tuo zio
dove, fuori dalla porta, ho atteso Makita. Poco dopo questi è sopraggiunto con l’aria di chi era stato mandato a svolgere una commissione, e io ne ho
approfittato per portarlo in questo caffè, proprio al tavolo dove ci troviamo adesso! Poiché anch’io, come te, lo consideravo una persona onesta, ho pensato che dietro questo
caso si nascondesse qualcos’altro. Così, dopo averlo messo a proprio agio, l’ho rassicurato dicendogli che non avrei rivelato mai a nessuno il suo segreto e
che poteva contare su di me. Ovviamente ha finito per confessare tutto.
Credo che tu conosca un uomo di nome Hattori Tokio. Ebbene, essendo cattolico,
quel poveretto non solo si è visto rigettare da parte di tuo zio la richiesta di matrimonio indirizzata a
tua cugina, ma gli è stato altresì vietato di frequentare la casa per farle visita. I genitori sono spesso
personaggi alquanto bizzarri, non credi? Nemmeno tuo zio è riuscito a capire che quei due si erano innamorati l’uno dell’altra. Fumiko è una ragazza incantevole e di certo all’inizio non aveva la minima intenzione di fuggire di casa. Così, con l’innocenza tipica della sua età, ha pensato che nemmeno suo padre, con tutti i suoi pregiudizi religiosi,
avrebbe mai potuto separarla dal suo amato una volta che l’avesse sposato. Oppure ha probabilmente creduto che il tuo tanto testardo zio
avrebbe ceduto se solo lei lo avesse minacciato di scappare di casa. Qualunque
sia il motivo, Fumiko e il suo amato hanno deciso di scappare in direzione
della campagna per raggiungere la casa di un amico di Tokio, da dove si sono
premuniti di inviare numerose lettere. Lettere che, ovviamente, sono state
trattenute dalla prima all’ultima da Makita. È lì che ho deciso di partire per Chiba per tentare di dissuaderli, ma, una volta
giunto a destinazione, ho trovato solo una coppia perdutamente innamorata e del
tutto ignara del caos che si era creato a casa intorno alla vicenda della banda
della mano nera. Benché non ne fossi molto soddisfatto, dopo aver promesso ai due di aiutarli a
risolvere la questione li ho dovuti separare e sono partito insieme a Fumiko
alla volta di Tōkyō. Inutile ribadirlo, ma proprio perché mi ero preso a cuore la promessa fatta oggi ho strappato quell’impegno a tuo zio parlandogli di quel mio amico cristiano, ti ricordi?
Per ciò che riguarda Makita, invece, come avevo già avuto modo di intuire, si trovava anch’egli invischiato in una storia con una donna. Quando gli ho parlato era
distrutto dal pianto. Evidentemente anche un uomo come lui è in grado di innamorarsi. Non ho capito chi fosse la sua partner, ma pare che
fosse stata sedotta da un uomo d’affari o qualcuno di simile e che gli servisse un’ingente somma di denaro per poterla riavere. Quando glielo ho chiesto mi ha
detto che aveva intenzione di scappare una volta che Fumiko fosse tornata a
casa. In quel momento ho pensato alla grande forza dell’amore e al fatto che quell’ingegnoso piano fosse scaturito solo ed esclusivamente dall’innamoramento di quel semplicione».
Dopo averlo ascoltato tirai un sospiro di sollievo. Ero rimasto a lungo
concentrato per seguire quell’intricata relazione o forse lo stesso Akechi si era stancato di parlare. Mi
sentivo esausto. Rimanemmo a lungo in silenzio. Poi i nostri sguardi si
incontrarono.
«Il caffè si è raffreddato. Rientriamo, che ne dici?»
Akechi si alzò e stavamo per incamminarci ognuno verso la propria casa. Prima di separarci,
però, quasi si fosse ricordato all’improvviso di qualcosa, Akechi mi restituì la busta con i duemila yen che aveva avuto da mio zio.
«Per favore, questi dalli a Makita. Gli serviranno quando si sposerà. Mi dispiace davvero per lui».
Li accettai di buon grado.
«La vita è strana. Oggi ho fatto da sensale di matrimonio a ben due coppie di innamorati!» disse Akechi sorridendo felice dal profondo del cuore.
Occhi dalla soffitta
屋根裏の散歩者・Yaneura no sanposha
(Agosto 1925)
1.
Si trattava forse di un qualche disturbo psichico. Difatti, nonostante si
sforzasse, Gōda Saburō non trovava svago o occupazione che riuscisse ad
attirare il suo interesse.
Dopo aver concluso gli studi – anche se a scuola nel corso dell’ultimo anno ci era passato giusto qualche giorno – aveva provato una miriade di lavoretti che non erano riusciti a convincerlo.
Forse perché nessuno si avvicinava nemmeno lontanamente al lavoro della sua vita o,
probabilmente, perché la professione in grado di soddisfarlo non avrebbe mai potuto rintracciarla in
questo mondo. Non faceva altro che passare da un lavoro all’altro: quando andava bene rimaneva anche un anno. Nel peggiore dei casi, li
lasciava nel giro di un mese. Così, ormai rassegnato, gettò la spugna e rimase disoccupato, annoiandosi giorno dopo giorno.
Lo stesso accadeva per gli svaghi. Li aveva provati tutti: karuta1, biliardo, tennis, nuoto, alpinismo, go2, shōgi3, persino tutti i tipi di gioco d’azzardo. Sarebbe impossibile elencare qui i numerosi passatempi in cui si era
cimentato, eppure rimane il fatto che di quegli svaghi non ne era rimasto
nemmeno uno. Aveva addirittura acquistato l’enciclopedia dei passatempi e girato in lungo e in largo per provarli, ma così come era accaduto per il lavoro, non riuscì ad appassionarsi a nulla. Molti si troveranno concordi sul fatto che non
esistono a questo mondo due piaceri più sublimi dell’alcool e delle donne. Eppure, anche nei confronti di questi, il nostro Gōda
Saburō non riusciva a sviluppare nessun tipo di interesse. Sarà stato forse per la sua costituzione gracile, ma non aveva mai trangugiato una
goccia di alcool in vita sua. Per quel che riguarda l’altro sesso, invece, non è che non provasse attrazione o che non se la fosse mai spassata. Semplicemente
non riusciva a concepire le donne come lo scopo ultimo della sua esistenza.
«Piuttosto che strascicarmi in una esistenza lunga e vuota preferisco morire» rimuginava. Il lamento sembrava l’unico dono che la vita gli avesse concesso. Nonostante ciò, raggiunto il venticinquesimo compleanno non era ancora riuscito a mettere in
atto i suoi propositi suicidi.
Probabilmente sarà stato perché riceveva ogni mese del denaro dalla sua famiglia, che gli permetteva di tirare
avanti anche senza un lavoro. La serenità che questa situazione gli infondeva aveva di certo finito per renderlo
capriccioso. Difatti, come accadeva per lo svago e per i suoi lavoretti, quei
soldi li sperperava per cambiare continuamente abitazione tanto che non sarebbe
esagerato affermare che avesse ormai passato in rassegna tutte le pensioni dell’intera città di Tōkyō. Il copione era sempre lo stesso: non appena trascorsi una quindicina
di giorni o al massimo un mese, traslocava in cerca di una nuova sistemazione.
Capitava anche che tra una pensione e l’altra vagasse per strada come un mendicante. C’era addirittura chi l’aveva visto ritirarsi nei più remoti recessi delle montagne, alla stregua di un eremita. Sta di fatto che per
un uomo abituato alla ritmo cittadino come lui, il soggiorno prolungato sui
monti risultava troppo malinconico. Così, non appena lo si credeva partito per qualche lontana destinazione, eccolo
tornare alle luci e al traffico della capitale, quasi non riuscisse a resistere
al loro fascino, cambiando ogni volta la pensione di turno.
Quella in cui soggiornava in quel periodo, tale pensione Tōeikan, era stata costruita da poco, tanto che era ancora possibile percepire l’umidità dei muri. Fu proprio lì che Saburō fece una strabiliante scoperta. Ed è proprio di quella nuova scoperta e dell’omicidio a essa correlato che questo racconto intende trattare. Prima di
procedere nella narrazione, però, è necessario illustrare come il nostro protagonista incontrò un noto amante dell’investigazione di cui forse conoscerete il nome – tale Akechi Kogorō – mettendolo a conoscenza di un crimine di cui non si era reso conto fino a quel
momento, e raccontandogli quei dettagli che lo portarono successivamente a
interessarsi al caso.
I due si incontrarono per pura coincidenza in un caffè: l’amico che accompagnava Saburō conosceva Akechi. Gōda fu subito attratto dalla
sua aria perspicace, dal portamento e dalla tipica retorica da investigatore,
tanto da cominciare a fargli visita spesso. In breve tempo divennero così intimi che capitava anche che lo stesso Akechi lo andasse a trovare alla
pensione attratto, forse, dal suo aspetto fragile, elemento di probabile
interesse per le sue ricerche. Dal canto suo, Saburō ne gioiva dal profondo del
cuore, e non poteva che rimanere estasiato dalle affascinanti cronache di
delitti che l’amico gli proponeva ogni volta.
Tra queste vi era la storia del professor Webster che aveva assassinato un suo
collega con l’intenzione di incenerirne il cadavere nel forno del suo laboratorio, o quella
del delitto commesso dal filologo Eugene Aram, profondo conoscitore di svariate
lingue straniere, nonché promotore di illustri scoperte in ambito linguistico. Tra le altre cose, Akechi
gli aveva altresì raccontato la vicenda del critico d’arte e mago delle assicurazioni Wainwright, e quella di Noguchi Osaburō che
aveva bollito i glutei di un fanciullo per curare la lebbra del suocero. Vi
erano poi le innumerevoli ed efferate storie di mariti che assassinavano le
proprie mogli quali, ad esempio, quelle di Landru detto Barbablù, o di Armstrong che non potevano che divertire l’annoiato Saburō. Ascoltando i vivaci racconti di Akechi, quei delitti
acquistavano un immenso fascino al pari di una sgargiante e ricca pittura su
rotolo, tanto da riemergere poi vividi nella fervida immaginazione di Saburō.
Nei primi tre mesi che trascorsero dall’incontro con Akechi, Saburō fu in grado di dimenticare tutta la noia della vita
precedente. Cominciò ad acquistare svariati volumi di letteratura noir trascorrendo le proprie giornate immerso nella lettura. I suoi autori preferiti
rimanevano Poe, Hoffmann, Gaboriau e Boisgobey nonostante apprezzasse
particolarmente anche i romanzi d’investigazione. Difatti, ogniqualvolta ne ultimava uno, sospirando si stupiva di
quanti curiosi accadimenti potesse produrre il mondo, al punto di sognare di
commettere lui stesso uno di quei geniali e sensazionali misfatti di cui i
protagonisti si macchiavano.
Tuttavia per lui sarebbe stato impensabile commettere un qualsiasi crimine
contro la legge. Semplicemente perché non avrebbe avuto il coraggio di goderne, ignorando il dolore e l’onta che avrebbero investito la famiglia e gli amici. Inoltre più leggeva quelle storie e più si convinceva, tranne qualche rara eccezione, dell’impossibilità di poter sfuggire alle eventuali indagini della polizia, che riusciva sempre a
rintracciare una falla in quei delitti ben orchestrati e a giungere
inevitabilmente alla soluzione. Ecco cosa lo spaventava: nonostante si rendesse
conto che la sua infelicità derivava da una profonda apatia nei confronti del mondo, l’unica cosa che realmente lo affascinava era il crimine. Eppure la paura di
essere scoperto lo rendeva talmente insicuro da non permettergli di passare all’azione.
Così, dopo aver terminato le letture a sua disposizione, cominciò a inscenare alcune simulazioni di reato che ovviamente non prevedevano nessun
tipo di sanzione penale e che andrò a illustrarvi di seguito.
Dopo essersene in precedenza stancato, Saburō ricominciò a interessarsi al quartiere di Asakusa, il cui parco divertimenti, al pari di
una scatola di giocattoli che viene rovesciata e riversa a terra matite di ogni
colore, rappresentava un palcoscenico ideale per gli aspiranti criminali.
Vagava tra le varie attrazioni della zona cercando i cunicoli bui e stretti
dove a malapena ci si riusciva a infilare, oppure si perdeva volutamente nei
tipici spiazzi deserti sul retro delle latrine comuni, che non ti aspetteresti
mai di trovare ad Asakusa. Dopo di che, come fa un delinquente quando comunica
con i suoi complici, gironzolava segnando con un gessetto i muri lì intorno, oppure pedinava i passanti dall’apparenza facoltosa con l’aria di uno che intendesse borseggiarli. In altre occasioni si divertiva a
nascondere tra le assi di legno delle panchine pezzetti di carta su cui
annotava misteriosi numeri in codice per poi andarsi a nascondere nell’ombra e attendere che qualcuno li trovasse: pratica, questa, sovente utilizzata
nel caso di efferati omicidi. Certamente, oltre a questi, vi erano numerosi
altri diversivi sullo stesso tono che riusciva a montare per il gusto di
soddisfare il proprio piacere personale.
Spesso, ad esempio, girovagava di quartiere in quartiere travestito. A volte si
trasformava in un operaio, in un mendicante, altre volte in uno studente anche
se, tra i numerosi camuffamenti, quello da donna rimaneva di certo il suo
preferito. A tal proposito va ricordato come avesse preso l’abitudine di vendere i propri vestiti e gli orologi per racimolare il denaro
necessario ad accaparrarsi costose parrucche e vecchi abiti da signora. Dopo la
lunga ed estenuante preparazione che i suoi travestimenti richiedevano, avvolto
nel suo soprabito raggiungeva in piena notte l’uscio della pensione. Svestitosi del cappotto nel luogo più adatto, cominciava a vagare solitario per i giardini pubblici o si intrufolava
nei cinematografi di Asakusa all’orario di uscita, mischiandosi volutamente agli uomini per provocarli con i suoi
atteggiamenti audaci. Tra le allucinazioni derivanti da questa sua mania è necessario ricordare come si dilettasse nel prendersi gioco degli uomini
immaginando di impersonare donne fatali del calibro di Dakki no Ohyaku o di
Uwabami Oyoshi4.
Tuttavia questi “esercizi” criminosi non riuscivano a soddisfarlo del tutto. Certamente ogni tanto capitava che riuscisse a causare qualche spassoso
incidente in grado di appagarlo, ma la finzione rimaneva pur sempre finzione,
al punto che la mancanza di un pericolo reale – che rappresenta, secondo i gusti, il reale fascino del crimine – gli sembrò a un certo punto insulsa e del tutto inadeguata a corroborare la sua personale
eccitazione. Così, trascorsi tre mesi, gradatamente abbandonò questo tipo di divertimenti ponendo fine al contempo alle frequentazioni con il
fedele Akechi.
2.
Abbiamo fin qui narrato dell’amicizia tra Gōda Saburō e Akechi Kogorō e, in particolare, dell’inclinazione al crimine del primo. È giunto il momento, però, di tornare al tema centrale di questo racconto rivelando la scoperta fatta da
Gōda alla nuova pensione Tōeikan.
Saburō aveva atteso con impazienza il completamento della costruzione della
pensione e vi si era trasferito più di un anno dopo aver fatto la conoscenza di Akechi. Da quel momento in poi
cominciò a disaffezionarsi alle simulazioni di reato e, dato che non riuscì a sostituirle con altri passatempi simili, non gli restò che trascorrere le sue lunghe giornate immerso nella noia più completa. Appena trasferitosi alla pensione fece nuove amicizie ma, nonostante
queste riuscissero in qualche modo a distrarlo, continuava a provare un
costante disinteresse verso gli uomini. Dovunque andasse, qualsiasi pensiero,
espressione o parola mettesse in campo, non faceva altro che ripetere sempre i
medesimi gesti. E nonostante avesse cambiato appositamente pensione e fatto
nuovi incontri, nel giro di nemmeno una settimana sprofondò nuovamente in un vortice di noia indescrivibile.
Accadde circa dieci giorni dopo il suo trasloco alla pensione. Vittima dell’inedia più insostenibile, d’improvviso gli venne un’idea alquanto singolare.
Nella sua stanza al secondo piano, a lato di un tokonoma dozzinale, c’era un guardaroba all’interno del quale si trovava una robusta mensola posizionata giusto a metà tra l’architrave e il pavimento. Nella parte inferiore, sotto la mensola, Saburō
introdusse numerose valigie, mentre in quella superiore decise di riporre il futon5, ma non per estrarlo ogni volta e distenderlo sul tatami al centro della stanza. Piuttosto perché pensava di utilizzare l’intero spazio come alcova dove coricarsi. Certo, se avesse trovato una mensola
simile in uno di quei guardaroba dai muri sporchi e dal soffitto invaso dalle
tele di ragno come quelli delle pensioni dove aveva pernottato fino a quel
momento, non gli sarebbe mai venuta in mente un’idea simile! Ma questo guardaroba era diverso: era nuovo e perfettamente pulito.
In più il soffitto era di un bianco candido e sui muri tinteggiati con una fluida
pittura gialla non c’era traccia di macchia alcuna. Per quel che riguardava la struttura complessiva
della mensola, invece, sembrava quasi la cuccetta di una nave, tanto da
instillare in chi la osservava una strana voglia di provarla.
Fu così che Saburō decise fin dalla prima notte di dormire lì dentro. E poiché ogni stanza della pensione era dotata di una chiusura interna in modo che
nessun inserviente potesse entrare senza permesso, mantenne indisturbato la sua
eccentrica abitudine. Una volta coricatosi nel guardaroba, la comodità superava qualsiasi aspettativa. Sistemava ben quattro futon l’uno sull’altro prima di tuffarvisi sopra rimanendo con lo sguardo quasi appiccicato al
soffitto che bizzarramente continuava a fissare. E dopo aver chiuso
ermeticamente il fusuma, osservava filtrare sottili dalle fessure i raggi di luce elettrica che gli
davano la piacevole sensazione di essersi tramutato nel personaggio di un
romanzo di investigazione oppure in un ladro che spiava di nascosto la camera
della sua vittima. E più osservava più riusciva a disegnare con particolare smania quelle scene. Capitava anche che si
rifugiasse già dal mezzodì nel guardaroba e che all’interno di quella scatola rettangolare cominciasse a fumare le sue amate
sigarette sprofondando in un turbine di pensieri senza fine. Quelle volte il
fumo bianco e eccessivo che fuoriusciva dalle fessure del fusuma appariva così denso da far sospettare un vero e proprio incendio.
Tuttavia, dopo due o tre giorni passati a comportarsi in modo così bizzarro, Saburō si accorse di qualcos’altro. Lui che di natura si annoiava molto facilmente si stufò presto di dormire nel guardaroba. Non sapendo come spendere meglio il suo
tempo, stando disteso cominciò a scrivere sui muri all’interno del guardaroba e sul soffitto. Fu in quel momento che si accorse di un’asse del solaio in alto, giusto in corrispondenza della sua testa. Sembrava
traballante, quasi si fossero dimenticati di fissarla con i chiodi.
Incuriosito, provò a spingerla verso l’alto. In effetti l’asse si sollevò, ma quello che più lo stupì fu che, una volta lasciata andare, nonostante non fosse stata inchiodata,
tornava perfettamente in linea con le altre alla stregua di un meccanismo a
molla. Sembrava che qualcuno la stesse spingendo dall’alto.
Molto probabilmente su quell’asse si rintanava qualche strano essere vivente quale un grosso serpente,
ipotizzò Saburō. Subito venne travolto da un senso di disgusto. A quel punto non poteva
di certo scappare. Spingendo ancora una volta verso l’alto, oltre ad avvertire una forte resistenza, si accorse che ogniqualvolta provava a smuovere l’asse dall’interno proveniva un rumore sordo. Che strano! Non perse tempo e sradicò l’asse con tutte le sue forze. Proprio in quell’attimo, qualcosa cadde dall’alto con un grande fracasso. Con un gesto repentino d’istinto si spostò di lato, riuscendo a stento a evitare di essere colpito. E fu una fortuna,
altrimenti si sarebbe ferito in modo serio!
«Ma che cavolo!?»
Analizzando l’oggetto che stava per rovinargli addosso, provò una cocente delusione. Se si fosse trattato di qualcosa di interessante avrebbe
anche accettato di farsi male, ma era solo una pietra utilizzata a mo’ di peso di dimensioni addirittura inferiori a quelle che normalmente vengono
usate allo scopo. Nulla di strano. Saranno stati gli elettricisti che quando
sono saliti sul solaio avranno staccato l’asse e messo la pietra come peso per far sì che i topi non scendessero fin dentro il guardaroba, pensò.
Per quanto il tutto apparisse molto comico, quel fatto divenne l’occasione per scoprire un altro divertimento, in realtà, straordinario.
Per qualche istante rimase a osservare l’apertura simile all’antro di una grotta che si era prodotta proprio sulla sua testa. Poi, spinto
dalla sua innata curiosità, introdusse timidamente la testa nel buco e cercò di guardarsi intorno, nell’intento di scoprire cosa mai potesse nascondere l’interno di quel solaio. Era mattino, per cui il tetto doveva essere
completamente esposto alla luce del sole. Difatti da numerose fessure una
miriade di sottili raggi di luce filtravano nel sottotetto alla stregua di
riflettori rendendo l’ambiente stranamente luminoso.
La prima cosa a balzargli all’occhio fu una grossa trave che si allungava in orizzontale in alto, sinuosa come
un enorme serpente. Doveva essere molto lunga anche se a causa della forte
luminosità e della profondità dell’edificio non la si riusciva a vedere fino in fondo. Con lo sguardo offuscato,
riuscì solo a immaginarne la lunghezza. Perpendicolari a questa, simili alle costole
di un serpente, su entrambi i lati svariati travetti sporgenti si
ricongiungevano alla trave seguendo l’inclinazione del tetto. Tutto questo sarebbe stato più che sufficiente per considerarla una vista maestosa. Eppure da ogni travetto, a sostenere il soffitto, spuntavano altre sottili aste di legno che davano l’impressione a chi entrava di guardare l’interno di una grotta stalattitica.
«Che meraviglia!» bisbigliò involontariamente Saburō contemplando in estasi il tetto. La sua mente malata
non era in grado di sviluppare interesse verso ciò che gli altri consideravano normale. No, piuttosto lui era attratto da tutto ciò che poteva apparire insignificante.
E così da quel giorno cominciarono le sue visite in soffitta. Sia di notte che di
giorno, come un gatto che avanza immerso nel silenzio, cominciò a scivolare su quelle travi non appena poteva. Per sua fortuna, poiché l’edificio era stato appena costruito, non si trovavano ancora tele di ragno,
fuliggine, polvere, né escrementi di topo. Non ci si sporcavano nemmeno mani e gambe, né tanto meno i vestiti. Saburō scorrazzava liberamente per la soffitta con
indosso sola la camicia. E poiché era primavera, il sottotetto offriva una temperatura ideale: né troppo calda, né troppo fredda per la stagione.
3.
La pensione Tōeikan presentava una piantina del tutto simile a quella delle altre locande: si
sviluppava intorno a un giardino centrale quadrato attorno al quale erano
disposte le camere. Poiché anche la soffitta seguiva la disposizione dell’edificio, era anch’essa organizzata e collegata su tutti e quattro i lati. Ecco perché quando Saburō saliva dalla sua camera poteva girarla interamente dall’inizio alla fine ritornando poi sempre al punto di partenza.
Sebbene ogni stanza fosse divisa rigorosamente da muri e le porte fossero dotate
di serrature metalliche, una volta saliti nel sottotetto si avvertiva un vero e
proprio senso di liberazione, dal momento che era possibile gironzolare in
totale spensieratezza sopra qualsiasi camera senza doversi preoccupare di
nessuno. Addirittura, poiché sopra il tetto di ogni stanza vi era una pietra come quella che aveva trovato
in camera sua, avrebbe potuto anche spiarle o sgattaiolare all’interno per sgraffignare qualcosa. Passare per il corridoio, come già suggerito, sarebbe stato troppo rischioso data la pianta quadrangolare della
pensione. Di certo si sarebbe imbattuto in qualche cliente oppure nelle
inservienti di turno. Al contrario il sottotetto rappresentava la soluzione
ideale per non essere scoperti.
A quel punto decidere di spiare gli altri clienti carpendone gli eventuali
segreti rappresentava una ghiotta occasione a portata di mano. Infatti,
nonostante fosse stata edificata da poco, la costruzione presentava numerose
fessure aperte lungo tutto il soffitto. Forse nessuno se ne sarebbe mai accorto
osservando dall’interno delle camere, ma una volta saliti si rimaneva sorpresi dalla quantità di fessure e addirittura in qualche raro caso anche dalla presenza di buchi in
corrispondenza dei nodi sulle assi di legno.
Una volta scoperto il palcoscenico ideale della soffitta, in Gōda Saburō si
risvegliò repentina l’inclinazione al crimine che per qualche tempo pareva essersi sopita. Di certo,
sfruttando quel nuovo contesto, avrebbe potuto inscenare simulazioni di reato
ben più elettrizzanti di quelle che aveva messo in atto in precedenza. La sua felicità era indescrivibile! Come mai non si era accorto fino a quel momento di avere a
portata di mano un divertimento così eccitante? Fu così che cominciò a vagare nell’oscurità come un indemoniato, spiando dalle fessure i segreti dei dieci clienti della
pensione, con un senso di indescrivibile piacere. Finalmente, dopo tanto tempo,
riuscì a trovare un nuovo motivo per infondere un senso alla sua esistenza.
Al fine di rendere ulteriormente stimolanti le sue incursioni in soffitta,
Saburō non dimenticò di curare il proprio abbigliamento così come si addice a una vera ladra: maglia di lana marrone scuro aderente,
pantacalze in tono dello stesso colore – ma se avesse potuto, avrebbe di certo indossato quella maglia nera che aveva
visto al cinematografo nei film di Protea6 – e, infine, tabi e guanti. Di questi ultimi non vi era un effettivo bisogno perché la soffitta era stata costruita con legno grezzo sul quale era quasi
impossibile lasciare tracce di impronte digitali. Infine una pistola… certo… gli sarebbe piaciuto molto, ma si doveva accontentare di una semplice torcia!
A differenza del mattino, verso l’alba ci si trovava quasi interamente al buio. Abbigliato in tal guisa, Saburō avanzava nell’oscurità della soffitta attento a non provocare il benché minimo rumore. Scivolava lento sulle travi e avanzava attento su quel grosso
tronco in preda all’eccitazione, come se si fosse tramutato in un serpente. Erano tanti i brividi in
quei momenti che sarebbe inutile descrivere lo stato di piacere che riusciva a
raggiungere.
Era fuori di sé dalla gioia, e la cosa andò avanti ancora per qualche giorno. In quel periodo, come era prevedibile, furono
tanti gli eventi che lo divertirono. Per narrarli tutti, forse, non basterebbe
nemmeno un romanzo intero! Di conseguenza, dal momento che non sono
strettamente correlati alla storia che qui si sta raccontando, fornirò solo alcuni dettagli.
In effetti descrivere l’eccitazione che si prova a spiare qualcuno da un tetto può risultare alquanto complicato se non si è mai fatta un’esperienza simile. Anche nel caso in cui non si verifichi nulla di particolare,
il solo fatto di poter osservare individui che si mettono a nudo del tutto
ignari di quello che accade alle loro spalle è straordinariamente intrigante. In particolare, dopo averli osservati con
estrema attenzione, quello che più colpiva Saburō era notare come questi non solo cambiavano atteggiamento da
quando erano soli a quando si trovavano in presenza di altri, ma anche quanto
mutassero i lineamenti stessi dei loro visi passando dalla solitudine alla
compagnia. Inoltre, non potendole osservare orizzontalmente ma solo dall’alto, l’angolazione dello sguardo conferiva alle stanze sottostanti un aspetto alquanto
bizzarro: ciò che balzava all’occhio, infatti, erano principalmente le teste e le spalle delle persone, nonché le superfici superiori di librerie, scrivanie, armadi e bracieri. In più, a differenza dei tatami che parevano incasellare perfettamente tutti gli oggetti che si trovavano all’interno delle camere, i muri risultavano quasi del tutto invisibili.
Al di là del mero interesse voyeuristico, il mondo che si schiudeva lì sotto era fatto di scene che potevano spaziare dal comico fino al tragico.
Scene che poteva decidere di spiare senza che nessuno glielo impedisse. Una
volta, ad esempio, un impiegato, acceso sostenitore dell’anticapitalismo, allorché ricevette la lettera che gli annunciava un aumento di stipendio continuò a estrarla e riporla più e più volte nella ventiquattrore, rimirandola estasiato. In un’altra occasione, invece, vi fu lo speculatore che indossava con disinvoltura il
suo kimono migliore durante il giorno fingendo di essere un milionario, ma che prima di
coricarsi lo ripiegava come una brava massaia riponendolo con estrema
attenzione sotto il futon, leccandolo diligente ogniqualvolta vi trovava delle macchie (a quanto pare
questa tecnica funzionava bene in particolare per togliere le piccole macchie
di cibo). Vi era poi un giovane atleta brufoloso di una nota università, piuttosto codardo, che una volta, intenzionato a consegnare un biglietto
galante a una cameriera, lo appoggiò sul vassoio della cena che aveva appena consumato per poi riprenderselo e
rimetterlo infinite volte, sempre più a disagio. Il massimo che riuscì a fare alla fine fu portarsi a letto una prostituta e fare cose indicibili che,
per ovvi motivi, non possono essere qui riportate.
In particolare Saburō pareva piuttosto interessato ai conflitti emotivi che si
sviluppavano tra gli inquilini della pensione. Vi era chi, ad esempio, mutava
il proprio comportamento a seconda degli interlocutori. Chi, con accanito
risentimento, non appena si spostava in una stanza attigua malediceva l’interlocutore col quale aveva appena finito di chiacchierare allegramente.
Oppure vi era chi, come una farfalletta, volteggiava in lungo e in largo
elargendo complimenti per poi parlare male alle spalle delle persone non appena
ne aveva l’occasione. Nel caso delle donne, poi, tutto diventava ancora più interessante! Al secondo piano della pensione, ad esempio, viveva una
studentessa dell’istituto d’arte che non si accontentava certo di un ménage a tre dato che era coinvolta in una complessa relazione con ben cinque o forse
sei uomini! Ovviamente a cogliere le vere intenzioni della ragazza non erano di
certo i suoi pretendenti, quanto piuttosto lui, l’outsider della situazione: il guardone della soffitta! E così come nelle favole è sempre presente un mantello magico capace di far sparire d’incanto chi lo indossa, anche Saburō pareva essere uno dei protagonisti di
quelle fiabe perché riusciva a spiare in totale libertà senza essere mai scoperto.
Se avesse poi staccato le assi del soffitto delle altre camere il divertimento
sarebbe di certo aumentato. Purtroppo, però, non ne aveva il coraggio. Difatti una camera su tre, proprio come la sua,
presentava quelle strane pietre in corrispondenza del guardaroba che gli
avrebbero permesso di sgattaiolare dentro. Il rischio, però, era di imbattersi all’improvviso negli inquilini al loro rientro. Inoltre, poiché in tutte le camere c’erano degli shōji di legno con le vetrate, una volta all’interno si sarebbe corso il pericolo di essere visti da qualcuno all’esterno. Senza contare che nell’intervallo necessario per introdursi all’interno del guardaroba sollevando l’asse del soffitto, aprire il fusuma per entrare nella stanza e riarrampicarsi sulla mensola per risalire non si
doveva produrre il benché minimo rumore, perché se qualcuno in corridoio o nelle stanze attigue se ne fosse accorto sarebbe
stata la fine.
Ecco cosa accadde un giorno all’alba. Dopo aver concluso un giro completo in soffitta, Saburō stava tornando in
camera sua scivolando da una trave all’altra quando si accorse all’improvviso di una piccola fessura in un angolo del soffitto, giusto dalla parte
dell’edificio opposta rispetto alla sua stanza. Si trattava di una fessura del
diametro di circa sei centimetri dalla quale si irradiavano sottilissimi raggi
di luce. Incuriosito, la illuminò con la torcia e analizzandola si accorse che si trattava di un grosso nodo nel
legno che per più della metà era separato dall’asse, mentre per il resto era riuscito miracolosamente a rimanere attaccato a
essa senza produrvi un buco. Probabilmente, se avesse provato a grattare via il
nodo con le unghie, questo sarebbe saltato via con facilità. Saburō sbirciò dalla fessura e, dopo essersi assicurato che l’inquilino della stanza stesse dormendo, facendo attenzione a non produrre il
benché minimo rumore, dopo qualche tentativo riuscì a staccare il nodo. L’apertura che si venne a creare aveva giusto la forma di una tazzina di sakè rovesciata così da poter essere richiusa a piacimento con quel tappo naturale senza pericolo di
farlo cadere giù. E quindi nessuno, ovviamente, si sarebbe accorto di un’apertura così estesa sul soffitto.
Soddisfatto del suo lavoro, Saburō guardò all’interno della camera attraverso la fessura. A differenza delle altre che erano sì lunghe, ma non superavano mai la larghezza di qualche centimetro, questa nella
terminazione inferiore raggiungeva i tre centimetri, così da garantire una visuale privilegiata sulla stanza sottostante. Dopo aver perso
un po’ di tempo a sbirciare, Saburō si accorse per caso che, fra tutti gli ospiti
della pensione, quella era proprio la camera di un certo Endō, un diplomato
della scuola di odontoiatria che lavorava come assistente in una clinica in
città, un tipo dal viso anonimo e ripugnante che Saburō detestava con tutto se
stesso. L’interno della camera rivelava un ordine maniacale che non era dato rintracciare
fra gli altri inquilini della pensione. La collocazione della cancelleria sulla
scrivania, la disposizione dei libri negli scaffali e del futon sui tatami, quella strana sveglia di probabile importazione straniera vicino al cuscino
come il portasigarette laccato o il posacenere di vetro colorato comprovavano
una fissazione quasi patologica per l’ordine. Bastava osservare anche la postura composta che assumeva durante il
sonno! Purtroppo gli unici due elementi che stonavano con il suddetto ordine
erano la sua bocca aperta e il sonoro ronfo che emetteva mentre dormiva.
Mentre lo osservava dormire, Saburō aggrottò le sopracciglia quasi fosse testimone di una scena raccapricciante. Il viso in
sé e per sé era effettivamente gradevole. Come lui stesso strombazzava in giro, era un
volto che poteva sortire un qualche effetto sulle donne. I lineamenti così fiacchi e allungati gli conferivano un aspetto singolare. Nonostante i capelli
spessi e un ovale poco equilibrato, il viso piccolo appariva gradevole con le
sue corte sopracciglia, il naso affilato e gli occhi sottili che terminavano
con tanto di rughe ai lati, quasi a suggerire una fiacca risata. Le labbra, però, erano stranamente carnose. Saburō le detestava. A partire dal naso si creava
una sorta di avvallamento verso il basso dove la mascella superiore e la
mandibola sporgevano in avanti conferendo una strana luce al volto pallido e
alle labbra violacee. Probabilmente soffriva di una rinite ipertrofica che gli chiudeva il naso costringendolo a
respirare con la bocca spalancata: solo così si sarebbe potuto spiegare quel russare durante il sonno.
Ogniqualvolta lo osservava, però, Saburō avvertiva i brividi lungo la schiena e una voglia irrefrenabile di
colpire quelle guance anonime.
4.
Mentre lo guardava dormire, di colpo gli venne in mente una delle sue idee
bizzarre: se avesse sputato dalla fessura, probabilmente la sua saliva sarebbe
riuscita a infilarsi dritta nella bocca spalancata di Endō. Questo perché, neanche a farlo apposta, si trovava esattamente sotto il buco attraverso il
quale l’ignaro giovane veniva spiato. Dopo aver avuto quell’illuminazione, Saburō, che in fatto di abbigliamento aveva di certo strani
gusti, staccò il laccetto dei mutandoni che indossava sotto le pantacalze e lo tenne in
verticale in prossimità della fessura. Quindi lo avvicinò all’occhio come a voler prendere la mira. La coincidenza volle che il laccio, la
fessura e la bocca di Endō fossero perfettamente allineate! Se avesse sputato
da lì avrebbe di certo colpito il bersaglio!
Tuttavia non avrebbe mai potuto sputare su quel giovane, pensò. Ma quando era sul punto di tappare la fessura e allontanarsi, improvvisamente
un pensiero terrificante gli illuminò la mente. Il suo viso si fece pallido nell’oscurità della soffitta e il corpo intero cominciò a tremare. Sebbene non nutrisse un reale rancore nei suoi confronti, pensò che avrebbe potuto assassinare Endō.
Oltre a non provare un vero risentimento nei suoi confronti, c’era anche il fatto che lo conosceva da meno di sei mesi. Infatti, per una pura
coincidenza, i due avevano traslocato nello stesso giorno e si erano fatti
reciprocamente visita in tutto due o tre volte. Di conseguenza non si poteva
certo affermare che vi fosse tra loro un’intensa frequentazione. Ma perché mai ucciderlo? Di sicuro Saburō detestava il suo aspetto fisico e il suo
comportamento tanto da desiderare di calpestarlo, ma a parte questo il movente
principale di quel pensiero non era da ricercarsi nell’avversione verso l’individuo in particolare, quanto piuttosto nel fascino intrinseco che ammantava l’azione delittuosa. Come già accennato in precedenza, non ci si doveva stupire delle sue trovate dati il suo
stato mentale, che poteva definirsi del tutto anormale, e la sua spiccata
tendenza al crimine (ormai classificabile come vera e propria patologia) che lo
spingeva a identificare l’omicidio come il reato ideale. Eppure, nonostante avesse più volte pensato di uccidere, fino a quel momento aveva sempre avuto paura di
essere scoperto e si era visto costretto suo malgrado ad accantonare l’idea.
Ma in quel caso nessuno avrebbe mai potuto sospettare di lui, né tanto meno scoprirlo: tutto sommato si trattava di una vittima sconosciuta di
fronte alla quale non correva nessun pericolo fisico e di cui non si doveva
preoccupare troppo. A quel punto, l’unica cosa che poteva soddisfare la sua insolita bramosia era l’omicidio. E possibilmente un omicidio il più efferato possibile. Ma perché era così sicuro di non essere scoperto? Per rispondere a questo quesito sarà necessario entrare nei dettagli qui di seguito.
Trascorsi quattro o cinque giorni dal trasloco alla pensione, Saburō si era
recato in un caffè nelle vicinanze con un inquilino con cui era entrato in confidenza. Era stato
in quell’occasione che Endō si era seduto al loro tavolo per bere del sakè – anche se Saburō, in realtà, si limitò al caffè – e avevano stretto amicizia. Tornati insieme alla pensione, ancora in preda ai
fumi dell’alcool, Endō aveva proposto ai due di andare in camera sua, trascinandoli quasi
a forza. Pareva piuttosto su di giri e nonostante fosse ormai l’alba aveva chiamato un’inserviente e si era fatto versare del tè proseguendo con i suoi noiosi autoelogi. Era stato nel corso di quella notte
che Saburō aveva cominciato a detestarlo. Mentre si leccava le labbra paonazze,
con aria trionfale, aveva avuto il coraggio di affermare:
«Con quella cameriera una volta ho architettato un suicidio d’amore! Ero ancora uno studente di odontoiatria e procurarsi i farmaci era un
gioco da ragazzi. Mi procacciai della morfina. Giusto il quantitativo
necessario per assicurare a entrambi una dolce morte. Così ci incamminammo verso Shiobara7».
Mentre proseguiva il racconto si era alzato barcollando e si era diretto verso
il guardaroba. Aveva fatto scorrere bruscamente il fusuma e dal fondo di un baule aveva estratto una fialetta color marrone della
lunghezza inferiore a un mignolo che aveva mostrato ai suoi ospiti. All’interno della fialetta era contenuta una modesta quantità di una polverina luccicante.
«Eccola. Questa dose infinitesimale è sufficiente a uccidere due persone. Ovviamente voi due non dovrete rivelarlo a
nessuno».
Dopo di che aveva proseguito imperterrito nei suoi lunghi e noiosi discorsi. E
fu richiamandoli alla memoria che casualmente Saburō si ricordò della morfina.
«Lo ucciderò facendola colare dalla fessura sul soffitto! Sarà un crimine unico nel suo genere!»
Mentre rimuginava sul suo piano ingegnoso, era completamente in estasi.
Ripensandoci, sebbene quel piano così drammatico si presentasse complesso dal punto di vista organizzativo e anche se
si sarebbero potute prevedere di certo modalità più sbrigative per uccidere Endō, accecato dalla sua folle idea Saburō non riusciva
a farsi venire in mente null’altro. Ormai nella sua mente si rincorrevano veloci uno dopo l’altro solo ragionamenti in grado di avallare il suo piano ambizioso.
Innanzitutto bisognava rubare la morfina. Ma quello non era un grosso problema.
Sarebbe bastato introdursi nella camera di Endō e approfittare di una pausa nel
mezzo di una chiacchierata, tipo aspettare che si alzasse per andare in bagno.
In quel frangente sarebbe stato semplice ritrovare il baule ed estrarre la
fialetta. Sicuramente Endō non sarebbe andato a controllare il baule, e non se
ne sarebbe accorto come minimo per due o tre giorni. Ma anche nel caso in cui
se ne fosse accorto, dato che la detenzione di morfina era illegale, non
avrebbe mai potuto denunciarne a nessuno la scomparsa. Se avesse organizzato
tutto con attenzione non sarebbe mai riuscito a risalire all’autore del furto.
Ma a quel punto non sarebbe stato meglio rubare la morfina intrufolandosi in
camera direttamente dal soffitto? No, forse sarebbe stato troppo rischioso
perché, come già anticipato, non era possibile prevedere quando Endō sarebbe ritornato in
camera. In più, essendoci in ogni stanza degli shōji a vetri, qualcuno avrebbe potuto vederlo dall’esterno. A queste preoccupazioni si aggiungeva poi il fatto che sul soffitto
della stanza di Endō non c’era, come sulla sua, la pietra sull’asse. Quindi Saburō avrebbe dovuto staccare l’asse con le proprie mani per guadagnarsi una via di fuga. Ma chi avrebbe mai
corso un rischio simile?
No. Avrebbe dovuto sciogliere la morfina nell’acqua e farla colare nella enorme bocca di Endō, sempre spalancata a causa della
sua congestione nasale. L’unico punto di cui doveva accertarsi però era se l’uomo fosse in grado di deglutire il farmaco, ma forse non ci sarebbero stati
problemi dato che, se lo avesse diluito in piccole quantità molto concentrate facendolo cadere dalla fessura mentre l’altro dormiva, ne sarebbe bastata solo qualche goccia. Non se ne sarebbe nemmeno
accorto. E anche nel caso in cui se ne fosse accorto, a quel punto non avrebbe
potuto più rigettarlo. Saburō sapeva che la morfina era una medicina dal sapore
sgradevole. Tuttavia, poiché si trattava di diluirne una quantità molto limitata, pensò di ovviare al problema del gusto aggiungendo dello zucchero nell’acqua. A quel punto nessuno avrebbe potuto ipotizzare che del veleno fosse stato
fatto calare dal soffitto, e tanto meno Endō avrebbe guardato lì in alto.
Eppure l’effetto del farmaco dipendeva essenzialmente dalla costituzione dello stesso
Endō. Il rischio, difatti, era di sbagliare le dosi e di farlo soffrire senza
condurlo alla morte. Quello era il problema principale. Se fosse andata così sarebbe stato un vero peccato, ma almeno Saburō non avrebbe corso nessun
rischio. Questo perché avrebbe dovuto solo richiudere la fessura sfruttando anche l’assenza di polvere nel sottotetto. Non avrebbe lasciato nessuna traccia, e
avrebbe utilizzato dei guanti per non disseminare impronte digitali. E se
qualcuno avesse intuito il suo piano ingegnoso di certo non sarebbe mai potuto
risalire all’autore del gesto efferato. In particolare, dato che la sua frequentazione con
Endō era cosa recente, nessuno avrebbe mai potuto sospettare di eventuali
dissapori tra loro due. Ad ogni modo, senza doversi spingere così in là con il pensiero, sarebbe stato alquanto improbabile intercettare la direzione
dalla quale era caduto il veleno.
Almeno questi erano gli ingenui ragionamenti che attraversavano la mente di
Saburō mentre faceva ritorno in camera. Voi lettori, però, vi sarete ormai resi conto del grave errore che non fu in grado di prevedere
se non dopo aver messo mano alla realizzazione del suo piano inumano.
5.
In attesa dell’occasione propizia, quattro o cinque giorni dopo Saburō si recò in camera di Endō. Fino a quel momento si era dedicato a perfezionare il
proprio piano al fine di non incorrere in nessun tipo di rischio. E vi aveva
anche apportato dei miglioramenti. Tra questi, ad esempio, aveva pensato a come
sbarazzarsi della fialetta con la morfina una volta utilizzata.
Se l’omicidio fosse andato in porto l’avrebbe lasciata cadere dalla fessura del soffitto. Così facendo avrebbe ottenuto ben due enormi vantaggi: il primo era che favorendo il
ritrovamento di una prova così importante non si sarebbe più dovuto occupare dell’eventuale occultamento; il secondo era che se la fialetta fosse stata rinvenuta
nei pressi del cadavere tutti avrebbero pensato a un suicidio. Anche l’uomo che era stato in quella camera insieme a Saburō la sera della famosa
ubriacatura avrebbe senza dubbio potuto attestare che la fialetta apparteneva
allo stesso Endō. E se non bastava, quest’ultimo aveva anche il vizio di chiudersi a chiave in camera tutte le sere prima
di coricarsi serrando porte e finestre e impedendo qualsiasi accesso dall’esterno.
Quel giorno raccolse tutta la sua pazienza e conversò a lungo con Endō, fissando il suo viso ripugnante. A stento riuscì a trattenere la voglia fatale e prepotente di spaventarlo limitandosi a qualche
velato riferimento alle sue intenzioni omicide. “Tra poco ti eliminerò senza lasciare nessuna traccia. Smetterai così di ciarlare come una signorina! Ti conviene sfogarti adesso finché sei ancora vivo!” rimuginava osservando quelle labbra rigonfie che si muovevano senza sosta. E al
pensiero che si sarebbe presto trasformato in un cadavere cereo e tumefatto a
stento riusciva a trattenere la gioia.
E proprio mentre stavano parlando, così come aveva previsto, Endō si alzò per recarsi al bagno. Saranno state forse le dieci di sera. Saburō si guardò intorno con circospezione e, dopo aver sbirciato fuori dalle finestre, aprì con grande destrezza il guardaroba facendo attenzione a non produrre il benché minimo rumore. Dopo di che estrasse la fialetta di morfina dal baule senza il
minimo sforzo, dato che si ricordava dove Endō l’aveva riposta in precedenza. Il cuore batteva impazzito nel suo petto mentre del
sudore gelido gli scorreva sotto le ascelle. In effetti rubare quella fialetta
rappresentava il passaggio più pericoloso dell’intero piano omicida poiché Endō sarebbe potuto tornare da un momento all’altro e qualcuno avrebbe potuto carpire il suo segreto. Ma Saburō aveva pensato
anche a quello: a prescindere che lui venisse o meno scoperto, se Endō si fosse
accorto della scomparsa della fialetta – cosa di cui si sarebbe reso conto facilmente se solo avesse prestato la dovuta
attenzione data anche la presenza della fessura sul soffitto – a quel punto Saburō avrebbe abbandonato il suo piano. Si sarebbe trattato di un
semplice furto e certo non di un grosso crimine.
Come previsto, però, riuscì a impadronirsi abilmente della fialetta senza essere scoperto e, allorché Endō fece ritorno, senza destare sospetti concluse il discorso che avevano
intavolato prima per ritirarsi subito dopo nella propria camera. Una volta
dentro tirò tutte le tende, bloccò la porta dall’interno e si sedette alla scrivania. In preda all’agitazione estrasse dal taschino la graziosa fialetta marrone e la fissò.
MORPHINUM HYDROCHLORICUM (o.g.)
La scritta era riportata sull’etichetta. Probabilmente si trattava della sua grafia. Tempo addietro si era già imbattuto nella morfina in qualche volume di farmacologia, ma quella era la
prima volta che la osservava con i propri occhi. Si trattava di morfina
idrocloritica. Avvicinò la fialetta alla lampada elettrica e vide luccicare la poca polvere bianca
contenuta all’interno, che a stento avrebbe riempito la metà di un cucchiaino. Pareva quasi impossibile che un essere umano potesse morire
ingerendo quella sostanza.
Non avendo un bilancino per dosarla Saburō non poté che fidarsi delle parole di Endō: nonostante quella sera fosse ubriaco non
aveva di certo mentito. Inoltre, poiché la quantità riportata sull’etichetta era circa il doppio della dose letale, non avrebbe mai potuto fallire
il colpo.
Posizionò la fialetta sulla scrivania di fianco allo zucchero e all’acqua che aveva preparato e, con la precisione di un farmacista, cominciò a miscelare il tutto. Poiché a quell’ora tutti gli inquilini stavano ormai dormendo, il silenzio era tornato a
regnare nella pensione. Goccia a goccia, con un fiammifero che aveva intinto
nell’acqua, la fece ricadere all’interno della fialetta mentre il suo respiro indemoniato riecheggiava sinistro
nelle tenebre. Se si fosse osservata quella scena dall’esterno forse ci si sarebbe potuti rendere conto delle sue insane perversioni e
della soddisfazione che traeva dal compiere determinati gesti. In quel momento
la sua memoria richiamò alla mente l’immagine fiabesca di un’orribile strega che, avvolta nelle tenebre della sua caverna, fissava con il suo
ghigno malefico un enorme pentolone bollente ricolmo di veleno.
Eppure dal quell’istante in poi cominciò a farsi strada in qualche remoto angolo della sua coscienza un sentimento
inaspettato simile alla paura. E più passava il tempo, più quell’angoscia pareva invadergli l’anima.
MURDER CANNOT BE HID LONG, A MAN’S SON
MAY. BUT AT THE LENGTH TRUTH WILL OUT.
Quei lugubri versi di Shakespeare, che aveva imparato chissà dove in passato, irradiavano una luce accecante che pareva volersi imprimere
indelebile nella sua mente. Nonostante fosse profondamente convinto della
riuscita del suo piano, Saburō cominciava a rendersi conto di non poter opporre
nessuna resistenza all’ansia crescente.
Assassinare un uomo innocente solo per il gusto di provocarne la morte avrebbe
mai potuto definirsi un atto riconducibile a una persona sana di mente? O
piuttosto non era forse il pensiero di un indemoniato o di un folle? Quello
che, in realtà, si celava nel suo animo era così terrificante da non poter essere descritto.
L’alba sopraggiunse senza che se ne accorgesse e sprofondò nei suoi pensieri, mentre davanti ai suoi occhi la fialetta col veleno era ormai pronta. Esitò infinite volte pensando di sospendere il suo piano. Eppure alla fine non
resistette al fascino della morte.
D’improvviso però, mentre era assorto in mille pensieri, una verità ineluttabile riecheggiò con prepotenza nella sua mente.
«Mmh…»
Non riuscì a trattenere una risata isterica, pur rendendosi conto che il silenzio notturno
regnava intorno a lui.
«Che idiota! Stupido pagliaccio che sei! Pensavi di essere così intelligente nell’escogitare un piano del genere? La tua mente malata ha forse perso la capacità di distinguere una semplice coincidenza da una necessità fatale? Come hai potuto prevedere che la bocca spalancata di quel cretino si
allineasse perfettamente come la prima volta sotto quella fessura? No, è assolutamente impossibile!»
Era un errore imbarazzante che comprometteva il suo piano fin dall’inizio. Ma come aveva fatto a non accorgersene prima? Era un fatto del tutto
inspiegabile. Non era forse una prova schiacciante della incongruenza del suo
pensiero nonostante si sforzasse di apparire una mente illuminata? Eppure, se
da una lato la scoperta del suo errore lo gettò nello sconforto più profondo, dall’altro avvertì uno strano senso di liberazione.
“Grazie a questa svista non sarà più necessario commettere quel crimine efferato. Meno male” pensò.
Eppure a partire dalla mattina successiva, ogniqualvolta compiva le sue
scorribande nel sottotetto, quasi preso dal rimorso non mancava mai di togliere
il tappo dalla fessura e di controllare di nascosto i movimenti di Endō. Lo
faceva perché preoccupato dell’eventuale scoperta del farmaco da parte dell’uomo, ma anche perché interessato a vedere se il casuale allineamento precedente della bocca con la
fessura si sarebbe ripetuto ancora una volta. Ed è inutile ricordare che, ogniqualvolta passeggiava nel sottotetto, la fialetta
era sempre nel taschino della sua camicia.
6.
Accadde una sera, circa dieci giorni dopo l’inizio delle sue perlustrazioni. Durante quel periodo nessuno si era accorto della pena con la quale
frequentava quotidianamente il sottotetto. Definirla “estrema attenzione” forse non renderebbe onore a tutto l’impegno che aveva profuso. Difatti Saburō ricominciò ad aggirarsi sul soffitto della camera di Endō nutrendo in cuor suo la speranza
che l’occasione propizia si ripresentasse. Invocando tutte le divinità provò quindi a scoperchiare la fessura.
Forse i suoi occhi si erano ingannati, ma gli parve di vedere di sotto, come in
precedenza, la bocca spalancata di Endō nell’atto di russare giusto in corrispondenza della fessura. Si sfregò gli occhi e misurò ancora una volta con il laccetto l’angolazione. Non vi era ombra di dubbio: laccio, fessura e bocca formavano una
linea perfettamente retta! Stava quasi per lasciarsi scappare un grido di
esultanza ma, a fatica, riuscì a soffocarlo. Impallidì nell’oscurità, diviso tra la ritrovata gioia e un sentimento di indescrivibile terrore.
Estrasse la fialetta dal taschino e con le dita tremanti svitò il tappo. Prese la mira con il laccetto e… che gioia indescrivibile! A una a una le gocce scivolarono con precisione verso
il basso. Era fatta! Saburō chiuse veloce gli occhi.
“Se ne è accorto! Se ne deve essere accorto! Sì! E adesso dovrebbe cominciare a urlare a squarciagola! Sì!” pensò, e fece quasi per avvicinare le mani alle orecchie.
Tuttavia, contrariamente alle sue previsioni, Endō non accennò a muoversi. Che avesse ingoiato il farmaco era sicuro, ma come mai non
manifestava nessuna reazione? Riaprì gli occhi con trepidazione e provò a sbirciare in basso ancora una volta. Fu allora che vide Endō sbadigliare e
portare entrambe le mani verso la bocca per poi sprofondare di nuovo in un
sonno profondo. A volte le cose vanno meglio del previsto. Del tutto
addormentato, non si era minimamente accorto di avere ingerito la pozione
letale.
Quasi lo stesse divorando con lo sguardo, Saburō fissò immobile il povero Endō. Rimase in quello stato meno di venti minuti, anche se
a lui parve fossero trascorse due o forse tre ore, allorché Endō riaprì improvvisamente gli occhi. Si alzò a sedere e cominciò a ispezionare con lo sguardo l’interno della stanza. Quasi avesse le vertigini, si guardò intorno piegando il collo e sfregandosi gli occhi. Stava blaterando qualcosa di
incomprensibile e gesticolava come in preda alla follia. Poi affondò il capo nel cuscino e cominciò a rigirarsi nel letto.
Gradualmente smise di rivoltarsi e i movimenti cessarono. Cominciò però a russare con vigore mentre il viso si faceva di un rosso intenso, quasi fosse
in preda ai fumi dell’alcool. Gocce di sudore gli imperlavano la punta del naso e la fronte. Di sicuro
in quel corpo che in apparenza era sprofondato in un sonno profondo era in
corso la battaglia decisiva tra la vita e la morte. Solo a pensarci veniva la
pelle d’oca.
Qualche istante dopo il rossore del viso si tramutò in un bianco pallido per poi avvicinarsi quasi a un blu intenso. Senza che se
ne accorgesse, Endō aveva smesso di russare e pareva che la respirazione stesse
perdendo gradualmente forza. Il torace sembrava non muoversi più, ma quando Saburō pensò che stesse per esalare l’ultimo respiro avvertì ancora un sussulto delle labbra e una flebile reazione del torace. La cosa si
ripeté ancora per due o tre volte fino a quando… smise completamente di muoversi. Era fatta. Sul viso, ormai liberatosi dal
cuscino, si disegnò un ghigno sinistro che non si era mai visto in questo nostro mondo mortale. La
sua anima aveva ormai raggiunto l’aldilà.
Saburō trattenne il respiro e strinse forte le mani sudate. Mentre era ancora
assorto in contemplazione, per la prima volta sospirò. Era finalmente diventato un assassino. Riflettendoci, però, si era trattato di una morte dolce. La sua vittima non aveva prodotto nessun
lamento, né aveva mostrato in viso i segni del dolore. Semplicemente era morto durante il
sonno.
“È questo allora che si prova a uccidere qualcuno? Che delusione…” pensò in preda allo sconforto più profondo. Quell’atto che aveva idealizzato fino al punto di considerarlo il massimo della
fascinazione in realtà non differiva granché dalle banalità di tutti i giorni. Se il tutto poteva concludersi così facilmente avrebbe senz’altro potuto uccidere ancora. Seppure in parte scoraggiato, una paura
indecifrabile cominciò poco a poco a impossessarsi di lui.
E così come nell’oscurità più profonda l’architrave si incrociava con le altre travi del sottotetto ricordando le
sembianze di una tarantola, così Saburō rimase incollato al soffitto a contemplare il cadavere. Per un attimo
avvertì un senso di nausea. Sentì dei brividi lungo i muscoli del collo e rimase in ascolto. Gli pareva quasi di
udire una voce che lo chiamava da lontano. Distolse senza volerlo gli occhi
dalla fessura e prese a fissare il buio che lo circondava. Sarà stato perché aveva rivolto lo sguardo verso una fonte di luce, ma gli sembrò di intravedere di fronte a lui mille luci gialle di varie dimensioni che
apparivano per poi subito dileguarsi nell’oscurità. Osservando con attenzione, sullo sfondo di quella visione si stagliava la
bocca enorme di Endō.
Fino a quel momento tutto era filato liscio come da programma. Versò dalla fessura sul soffitto le ultime gocce di morfina rimaste nella fialetta – all’interno ne era rimasta ancora qualcuna – e tappò il buco, poi accese la torcia per verificare che nessuna traccia fosse rimasta
nel sottotetto. Dopo essersi accertato di non aver commesso qualche
disattenzione si arrampicò su per la trave di colmo e ritornò nella propria camera.
«Il lavoro è terminato».
La testa e il corpo parevano intorpiditi intanto che un’ansia crescente lo portava lentamente a convincersi di aver dimenticato qualcosa
lassù. Cominciò a cambiarsi mentre era ancora all’interno del guardaroba quando, all’improvviso, si accorse di non avere con sé il laccetto che aveva utilizzato per calcolare l’angolo di caduta del veleno. L’aveva dimenticato nel sottotetto? Mentre cercava di ricordarsi dove avesse
potuto lasciarlo, in preda al panico provò a tastare le tasche sui fianchi. No, lì non c’era! L’agitazione sembrava essersi impossessata completamente di lui. Cominciò a controllare tutto ciò che indossava, ma il laccio sembrava sparito. Come aveva potuto dimenticare un
oggetto così importante? Non l’aveva rimesso nel taschino subito dopo aver versato la morfina? Eccolo! Tirò un sospiro di sollievo quando riuscì a estrarlo insieme alla torcia dal taschino, ma… si accorse che insieme a quegli oggetti, qualcos’altro era rimasto lì dentro… il minuscolo tappo di sughero della fialetta che conteneva il veleno!
Quando aveva fatto cadere la morfina l’aveva riposto nel taschino per paura di dimenticarlo. Dopo aver fatto scivolare
la fialetta dal buco, però, aveva lo aveva tenuto con sé. Era un oggetto insignificante, ma doveva sbarazzarsene se non voleva essere
scoperto. Si fece coraggio convincendosi che l’unica cosa da fare era risistemare il tappo sulla scena del delitto facendolo
cadere dalla fessura.
Quella sera Saburō si coricò nel suo futon intorno alle tre del mattino. Era già da qualche tempo che aveva smesso di dormire all’interno del guardaroba, ma a causa della eccessiva eccitazione non riusciva
comunque a prendere sonno. Il fatto di aver dimenticato il tappo di sughero nel
taschino lo portò a presumere che forse aveva commesso qualche altro errore. Poiché la preoccupazione lo stava divorando, al fine di tranquillizzarsi forzò la sua mente offuscata a ripercorrere passo dopo passo le azioni di quella sera
cercando di rintracciare, ove vi fosse stata, una qualche svista. Dopo un’attenta disamina gli parve di non aver riscontrato nulla di anomalo. Il suo
delitto sembrava non presentare la benché minima sbavatura.
Trascorse la notte a pensare, fino a quando all’alba non udì in corridoio i primi passi degli altri inquilini che si recavano al bagno
comune. A quel punto si alzò e cominciò a prepararsi in fretta per uscire. Era terrorizzato mentre immaginava il
momento della scoperta del cadavere. Come avrebbe dovuto comportarsi in quel
frangente? Di certo avrebbe dovuto sforzarsi di non assumere alcun tipo di
comportamento insolito tale da far ricadere su di lui i sospetti. Fino all’eventuale ritrovamento pensò che uscire dalla pensione fosse la decisione più appropriata anche se sarebbe apparso alquanto singolare che si allontanasse
senza consumare la prima colazione. “Giusto! Cosa sto combinando?” accorgendosi dell’errore si infilò di nuovo sotto le lenzuola.
Prima della colazione passarono ancora un paio d’ore che trascorse nel panico più completo. Per sua fortuna dal momento in cui consumò in fretta il pasto mattutino fino alla sua uscita dalla pensione non accadde
nulla. Una volta fuori ne approfittò per vagare senza meta da un quartiere all’altro cercando di ingannare il tempo.
7.
Il suo piano aveva funzionato a meraviglia.
Quando fece ritorno, verso l’ora di pranzo, il cadavere di Endō era stato rimosso e il sopralluogo della
polizia si era ormai concluso. Come previsto, tutti si erano convinti della
tesi del suicidio tanto che la polizia stessa pareva non avesse intenzione di
condurre ulteriori indagini.
Nonostante nessuno riuscisse a comprendere il motivo di quel gesto, osservando
il suo comportamento abituale, tutti pensavano che la causa scatenante potesse
essere stata una relazione sentimentale finita male. Si vociferava che Endō di
recente fosse stato lasciato da una donna e in effetti un tipo come lui non era
affatto difficile immaginarselo ripetere frasi del tipo «Sono disperato!» o «Mi ha lasciato!» Proprio per questo, nonostante simili supposizioni non costituissero certo un
motivo sufficiente a sostenere la tesi del suicidio, tutti finirono con l’avvallare quella ipotesi senza metterla in discussione.
Non solo. In mancanza o meno di una reale motivazione, non vi era ragione alcuna
per sospettare di quella morte. Prima di tutto sia la porta che le finestre
erano chiuse dall’interno. E poi la fialetta contenente il veleno, che d’altronde tutti sapevano appartenere alla vittima, era stata ritrovata proprio
vicino al cuscino. Nessuno, quindi, avrebbe mai potuto avallare un’ipotesi così stupida come quella dell’avvelenamento dal soffitto.
Nonostante ciò Saburō non riusciva a tranquillizzarsi del tutto e trascorse il primo giorno in
preda all’ansia. Passati due o tre giorni, però, non solo cominciò a rasserenarsi, ma trovò addirittura il coraggio di sentirsi un vero e proprio genio del crimine.
«Ed eccovi qui! Poveri stupidi! Nessuno di voi in questa pensione si è reso conto che alberga tra voi un efferato assassino!»
Il suo atteggiamento spavaldo poggiava sulla sua personale convinzione che quell’efferato delitto non sarebbe mai stato scoperto. E sebbene il proverbio “è una gioia per il giusto che sia fatta giustizia, mentre è un terrore per i malfattori” potesse sembrargli frutto di una propaganda superata o di una superstizione popolare, si convinse che qualsiasi delitto, se ben orchestrato,
potesse invece dissolversi nell’oblio del tempo. Eppure a notte fonda gli sembrava ancora che la maschera
mortuaria di Endō tremolasse di fronte ai suoi occhi come una fioca fiammella
cimiteriale, con l’intento di scaraventarlo nel terrore più profondo. Dopo queste visioni decise di sospendere le sue incursioni nel
sottotetto. Era giusto una sua mera preoccupazione che presto si sarebbe
dileguata. Sarebbe bastato che nessuno scoprisse la verità sul suo crimine.
Qualcosa però accadde tre giorni dopo la morte di Endō. Aveva appena cenato e stava
canticchiando un motivetto con uno stuzzicadenti tra i denti quando,
inaspettatamente, fece la sua apparizione dopo una lunga assenza Akechi Kogorō.
«Ciao!»
«È un po’ che non ci si vede».
Nonostante si fossero salutati in maniera amichevole, Saburō non riuscì a non avvertire un senso di disagio alla visita improvvisa dell’aspirante investigatore.
«Si dice che qui sia stato trovato uno che è morto per avvelenamento».
Akechi una volta accomodatosi in camera tirò subito in ballo l’odioso argomento. Data la sua innata curiosità, tipica di un detective, si era senz’altro precipitato lì dove viveva l’amico dopo essere stato informato da qualcuno della morte di Endō.
«Sarebbe morfina allora. Non ero in giro quando è stato scoperto il corpo e non ho sentito tutti i particolari, ma pare che si
sia trattato di un suicidio d’amore».
Per non dare l’impressione di voler evitare l’argomento, Saburō fece finta di mostrarsi interessato e gli rispose.
«Che tipo quello!»
Non appena udite le sue parole, Akechi ne approfittò per porgli alcune domande sulla personalità della vittima, sulla causa del decesso, nonché sulla modalità del suicidio. Benché intimidito dalle prime domande, Saburō cominciò gradualmente a rispondere con scaltrezza, quasi a volersi prendere gioco dell’amico.
«Ma tu cosa ne pensi? Non credi si tratti piuttosto di un omicidio? Non che io ci trovi una ragione in particolare, ma non trovi che siano
fin troppi i casi di omicidio catalogati all’inizio come suicidi?»
Certo. L’intuito tipico del detective non poteva non condurlo a quelle osservazioni.
Nonostante ciò, quasi con l’intento di schernirlo, Saburō ribatté affettando un certo buonumore.
«Non te lo saprei dire. A dire il vero ti confesso che anch’io, quando ho sentito questa storia, ho avuto qualche perplessità sulla causa del decesso. D’altronde adesso non si potrebbe nemmeno entrare in camera sua».
«Quello non sarebbe un problema!» rispose trionfante Akechi. «Nella stanza qui di fianco vive un amico di Endō del suo stesso paese! Il padre
gli ha chiesto di conservare tutti i suoi effetti personali. Se gli dicessi che
ti conosco di certo ce la mostrerebbe!»
Così i due si recarono insieme nella camera della vittima. Mentre percorreva il
corridoio però Saburō fu colto da una strana premonizione.
“L’assassino che accompagna l’investigatore sulla scena del delitto è una scena che non si è mai vista prima!”
Riuscì a trattenere a stento un sorriso compiaciuto e forse, per la prima volta in
vita sua, si sentì realmente padrone della situazione. Gli venne quasi voglia di urlare a se
stesso «Ehi, boss!» così come fanno quei farabutti che si rivolgono ai propri capi quando li
accompagnano in spiaggia al mare.
Poiché l’amico di Endō – un certo Kitamura, che aveva tirato fuori la storia della delusione d’amore – conosceva di fama Akechi, non ebbe nessuna esitazione a mostrargli la stanza
della vittima. Stando a lui, quello stesso pomeriggio il padre di Endō era
arrivato dal paese per celebrare una prima cerimonia funebre. Tutti gli effetti
della vittima quindi si trovavano ancora in camera così come lui li aveva lasciati.
L’insolito decesso di Endō era stato scoperto quando Kitamura era già uscito per recarsi al lavoro e i dettagli precisi del ritrovamento gli erano
stati raccontati da amici che si trovavano alla pensione. Come fosse all’oscuro di tutto, Saburō si inserì nel racconto di Kitamura riportando le chiacchiere che aveva avuto modo di
raccogliere fino a quel momento.
Mentre ascoltava la conversazione tra i due, Akechi si aggirava attento per la
camera quando, a un tratto, la sua attenzione venne catturata dalla sveglia
sulla scrivania. La fissò a lungo, forse a causa delle insolite decorazioni.
«Questa è una sveglia, giusto?»
«Sì» rispose prontamente Kitamura. «Endō ne andava fiero. Era un tipo molto puntiglioso. Tutte le sere prima di
andare a letto la puntava alle sei del mattino, tanto che mi svegliavo sempre
anch’io a quell’ora perché la sentivo squillare! Come la mattina in cui l’hanno trovato morto. È proprio perché l’avevo sentita suonare che non riuscivo a capacitarmi dell’accaduto».
Akechi ascoltava le parole di Kitamura attorcigliando una folta ciocca dei suoi
capelli intorno a un dito. A giudicare dallo sguardo pareva molto interessato
all’argomento.
«È sicuro che ha suonato anche quella mattina, giusto?»
«Sì. Ne sono certo».
«E non l’ha raccontato alla polizia?»
«No… ma perché mi chiede una cosa del genere?»
«Come perché? Non lo trova strano? Un uomo che decide di suicidarsi punta la sveglia per
alzarsi la mattina successiva?»
«Certo, è strano…»
Era palese che fino a quel momento l’incauto Kitamura non si era affatto accorto della incongruenza. Difatti, sebbene
non avesse ancora compreso appieno il ragionamento di Akechi, dovette ammettere
a se stesso che la cosa appariva davvero anomala. La porta chiusa dall’interno, la fialetta col veleno ritrovata in prossimità del cadavere, nonché tutta un’altra serie di dettagli parevano allinearsi in modo da portare chiunque a
sostenere la tesi del suicidio.
Mentre ascoltava il loro scambio di battute, a Saburō sembrava che gli stesse
crollando la terra da sotto i piedi. Era stato incauto a condurre Akechi in
quella stanza.
L’indagine di Akechi proseguì con crescente minuziosità. Naturalmente il soffitto non poteva sfuggire al suo occhio indagatore. Cominciò così a picchiettare sulle assi del solaio, una alla volta, in cerca di una qualche
traccia, ma a Saburō sembrò che l’amico non si fosse accorto del suo stratagemma. E infatti non proseguì oltre nel suo accertamento.
La giornata si concluse in un nulla di fatto. Una volta ispezionata la camera di
Endō, Akechi tornò nella stanza di Saburō e dopo aver chiacchierato insieme all’amico di altri argomenti fece ritorno a casa sua. Tuttavia fu proprio durante
quell’ultima chiacchierata che emerse il dettaglio fondamentale per la risoluzione
dell’intera vicenda.
Fu quando Akechi estrasse dalla tasca una sigaretta per accendersela.
«Non ti ho visto fumare nemmeno una sigaretta. Hai smesso?»
Aveva ragione. Nonostante fosse un accanito tabagista, negli ultimi due o tre
giorni non aveva toccato una sigaretta.
«È strano, non trovi? Ma me ne sono del tutto dimenticato. Anche adesso che ti
vedo fumare non mi viene affatto voglia».
«Da quando?»
«Sarà da due o tre giorni a questa parte. Da quando ho comprato questo pacchetto.
Giusto… era domenica, quindi direi che sono tre giorni che non fumo. Ma non saprei
dirti perché».
«Quindi dal giorno in cui Endō è morto, giusto?»
Saburō trasalì. Di certo non poteva esistere un nesso logico tra la morte di Endō e il fatto
che non lui fumasse più. Lì per lì abbozzò un sorriso, ma ripensandoci con attenzione la domanda di Akechi non appariva
affatto priva di senso. Non a caso quella repulsione improvvisa per il fumo
stranamente continuò anche in seguito.
8.
Da quel momento il pensiero di quella sveglia lo ossessionò tanto da non dormirci la notte. Eppure, anche nel caso in cui la tesi del
suicidio fosse stata scartata, chi avrebbe mai potuto sospettare di lui?
Purtroppo, però, essendoci di mezzo Akechi, Saburō non riusciva affatto a mettersi tranquillo.
Trascorsero circa due settimane e Akechi non si fece più vivo.
“È fatta!” pensò.
Cominciava ad allentare la tensione e riuscì a trascorrere alcuni giorni nella più assoluta tranquillità malgrado qualche incubo lo tormentasse ancora durante la notte. In particolare
quello che lo rendeva più felice era che, dopo l’efferato omicidio, aveva stranamente iniziato a sviluppare un certo interesse
verso tutti quegli svaghi che fino a quel momento aveva considerato noiosi. In
quel periodo infatti cominciò a uscire quasi tutti i giorni in cerca di distrazione.
Una sera, dopo aver fatto ritorno in camera verso le dieci, decise di coricarsi
presto e andò per estrarre il futon dal guardaroba. Ma nel momento in cui fece scorrere il fusuma…
«Aaah!» Saburō indietreggiò di qualche passo con un urlo spaventoso.
Stava sognando o era impazzito? Dal soffitto male illuminato del guardaroba vide
penzolare capovolta la testa scapigliata del povero Endō!
Pensò di abbandonare la stanza e si diresse d’istinto verso la porta, ma subito gli venne il dubbio di essere stato vittima di
un’allucinazione. Tornò timidamente sui propri passi e provò a gettare una seconda occhiata al guardaroba, ma… non si era affatto sbagliato! Anzi, in quell’istante gli sembrò che la testa avesse abbozzato addirittura una sorta di sorriso malefico!
Un altro grido straziante riecheggiò nella stanza mentre Saburō, deciso ad abbandonarla, corse impazzito verso l’entrata. Nell’atto di scostare lo shōji, però, si udì una voce.
«Goda… Goda!»
Qualcuno ripeteva il suo nome dall’interno del guardaroba.
«Sono io! Io! Non c’è bisogno di scappare!»
Non era la voce di Endō… ma si ricordò di averla già sentita. Apparteneva a qualcun altro. Immobile, volse lo sguardo terrorizzato
alle proprie spalle…
«Scusami… Scusami davvero!»
A quelle parole stupito vide fuoriuscire dal solaio sopra il guardaroba Akechi
Kogorō, proprio come era solito fare lui.
«Non era mia intenzione spaventarti» disse uscendo vestito in perfetto stile occidentale. «Volevo solo provare a imitarti!» lo schernì sorridendo.
Era tutto vero e più spaventoso di qualsiasi spettro: Akechi aveva intuito tutto.
Sarebbe impossibile descrivere quello che attraversò la mente di Saburō in quell’istante. Come la ruota di un mulino a vento, i suoi pensieri viaggiavano così veloci da non permettergli di pensare ad altro. Restò lì immobile a fissare il volto di Akechi.
«Veniamo subito al punto: questo bottone è tuo, giusto?» esordì l’amico come se stesse affrontando una questione di ordinaria amministrazione.
Aveva in mano un bottone che non esitò a mostrare a Saburō.
«Ho provato a chiedere anche agli altri inquilini, ma nessuno di loro aveva perso
un bottone come questo. Ah, ecco! Non è forse di quella camicia? Manca giusto il secondo!»
Preso alla sprovvista, lo sguardo gli cadde subito in direzione del petto. Aveva
ragione: gli mancava un bottone. Non se ne era minimamente accorto.
«È della stessa forma, non ci sono dubbi. A proposito, sai dove l’ho trovato? Nel sottotetto ovviamente! Proprio in corrispondenza della camera di
Endō»
Come aveva fatto a non accorgersi di averlo perso? Aveva usato anche la torcia
per controllare di non aver lasciato nulla dietro di sé.
«Lo hai ucciso tu il nostro Endō, o mi sbaglio?»
Akechi abbozzò un sorriso disarmante, che in quell’istante a Saburō parve disgustoso come non mai. Lo sguardo acuto del detective
andò a conficcarsi dritto come una saetta sul suo volto imbarazzato.
Non aveva più via di scampo. Qualsiasi astuto ragionamento avesse montato Akechi, si sarebbe
trattato solo di illazioni contro le quali ci si sarebbe potuti difendere.
Purtroppo, però, quella prova inaspettata lo metteva con le spalle al muro.
La sua espressione infantile tradì una voglia irrefrenabile di pianto. Quegli istanti gli sembrarono eterni. Ma
rimase lì impalato senza proferire parola. Solo, ogni tanto, nel suo sguardo offuscato
affioravano misteriose, lontane immagini della sua fanciullezza.
Passarono circa due ore durante le quali i due si confrontarono a lungo nella
stanza.
«Ti ringrazio per avermi confessato la verità» concluse Akechi. «Non ho nessuna intenzione di denunciarti alla polizia. Volevo solo verificare
che i miei sospetti fossero fondati. Come detective, l’unica cosa che mi sta a cuore è scoprire la verità. Null’altro. E poi, per questo crimine… non esisteva nessuna prova! Il bottone della camicia… era solo uno stratagemma! Sapevo bene che non avresti mai confessato in
mancanza di un reperto. L’ultima volta che ti ho fatto visita mi ero accorto che ti mancava il secondo
bottone e ho provato a sfruttare l’occasione. Così sono andato in una merceria e l’ho ordinato. Nessuno è in grado di accorgersi quando perde un bottone. E tanto meno tu che eri in
preda all’agitazione del momento. Così ci ho provato!
Come avrai già intuito, ho incominciato a credere alla tesi dell’omicidio a partire dall’episodio della sveglia. Così mi sono recato a fare visita al questore di questa giurisdizione il quale mi ha
fatto parlare con uno degli agenti che avevano effettuato il sopralluogo.
Stando ai dettagli che mi ha rivelato, pare che la fialetta contenente la
morfina fosse scivolata nel pacchetto di sigarette disseminando il farmaco all’interno. Sebbene gli agenti non abbiano dato molta importanza a questo
dettaglio, non pensi, invece, che sia un po’ strano? Endō era una persona estremamente puntigliosa. Come avrebbe potuto un
uomo deciso a suicidarsi e pronto a morire nel suo giaciglio inserire la
fialetta nel pacchetto di sigarette facendo colare il contenuto all’interno?
Dopo questo episodio i miei sospetti si sono rafforzati. In particolare perché tu avevi smesso di fumare dal giorno della morte di Endō. Non era singolare la
coincidenza fra questi due avvenimenti? Allora mi sono ricordato della tua
passione per le simulazioni di reato e della tua perversa inclinazione al
crimine.
Da allora ho fatto più volte visita a questa pensione ispezionando la camera di Endō senza che tu te
ne accorgessi. Dato che avevo già intuito che l’unico passaggio possibile per l’assassino era il soffitto ho cominciato a controllare i movimenti di ogni
inquilino. Proprio come facevi tu durante le tue incursioni nello stesso sottotetto. Ho spiato camera tua a lungo attraverso le assi del soffitto e non mi è sfuggita la tua tensione di questi giorni.
E più indagavo, più i miei sospetti convergevano su di te. Peccato solo che non fossi in possesso
di nessuna prova. Ecco perché ho messo in piedi tutta quella sceneggiata!» una risata fragorosa si diffuse tutta intorno.
«Scusami davvero! Direi che è venuto proprio il momento di salutarci. Non credo avremo ancora occasione di
incontrarci, perché a questo punto avrai deciso di costituirti».
Saburō non seppe reagire in alcun modo all’inganno architettato da Akechi. Il suo sguardo rimase fisso e non si accorse
nemmeno dell’uscita di scena del giovane detective. “Cosa si proverà a essere condannato a morte?” si chiese nella sua solitudine.
Il giorno in cui aveva fatto cadere la fialetta dalla fessura gli era sembrato
di non aver visto dove era andata a finire. Ma non era così. Aveva visto tutto. Il resto della morfina si era sparso nel pacchetto di
sigarette. Ma il suo subconscio aveva voluto fagocitare quell’immagine. Ecco perché aveva sviluppato quell’avversione psichica nei confronti del fumo.
La poltrona umana
人間椅子・Ningen isu
(Ottobre 1925)
Ogni mattina, poco dopo le dieci, Yoshiko era solita salutare il marito che si
recava in ufficio e, una volta sola, si appartava nell’ala in stile occidentale della casa dove era situato lo studio che divideva con
lui. Anche quel giorno si trovava lì, immersa nella stesura di un lungo racconto da pubblicare per l’estate imminente su un numero speciale della rivista K.
Di recente era diventata una scrittrice così famosa da potersi permettere di offuscare anche il prestigio dell’illustre marito, impiegato presso la segreteria del Ministero degli Esteri. Ecco
perché, quasi ogni giorno, riceveva innumerevoli lettere adoranti da parte dei suoi
sconosciuti fan.
Anche quella mattina si trovava nello studio. Sedendosi alla scrivania, decise
di dare una scorsa veloce alle lettere prima di gettarsi a capofitto nel
lavoro. Si trattava sovente di missive redatte con lo stesso identico
canovaccio fatto di lamenti. Eppure lei, con la tipica premura femminile, aveva
deciso di leggerle comunque, a prescindere dai commenti che contenevano.
Dopotutto si trattava pur sempre di scritti indirizzati a lei.
Cominciò con la corrispondenza più rapida per poi concludere la lettura con due lettere sigillate e una cartolina.
Passate in rassegna queste ultime si accorse però di aver tralasciato una missiva piuttosto corposa: pareva contenesse un
manoscritto. Non c’era nessun messaggio di accompagnamento, ma accadeva spesso che Yoshiko ne
ricevesse senza nessuna presentazione. Nella maggior parte dei casi si trattava
di lunghi componimenti insignificanti. Nonostante ciò quel giorno pensò di leggere almeno il titolo, così tagliò la busta ed estrasse i fogli all’interno.
Anche questa volta il suo intuito aveva avuto ragione: si trattava di un
manoscritto rilegato. Per una qualche strana ragione, però, non vi erano riportati né il titolo, né il nome dell’autore. Lo scritto esordiva con il termine Signora, destinato chiaramente a richiamare la sua attenzione. Interdetta, Yoshiko dubitò ancora una volta che si trattasse di una lettera, ma scorrendo con gli occhi le
prime righe fu percorsa da un insolito disagio misto a un vago malessere.
Infine la sua innata curiosità prevalse e proseguì la lettura tutto d’un fiato.
Signora,
lei di certo non mi conosce e mi scuso profondamente per questa mia apparizione
improvvisa. La prego di perdonarmi se può.
Quanto le verrà rivelato in questa mia missiva la lascerà profondamente turbata. In questo momento ho commesso un crimine di cui lei
stessa si è resa testimone. Un reato inusuale che avverto il bisogno irrefrenabile di
confessarle.
Qualche mese or sono mi dileguai dal mondo degli uomini per condurre una vita
che potrei definire senza nessuna remora “mostruosa”. Nessuno in questo mondo era a conoscenza delle mie azioni e, se tutto fosse
andato per il verso giusto, di certo io non sarei mai ritornato.
Tuttavia, di recente, un indicibile cambiamento ha fatto sì che io mi ricredessi tanto da avvertire il bisogno profondo di espiare la mia
colpa. Di certo alcuni temi di questa narrazione potranno risultare insoliti,
però la prego di leggere fino in fondo il mio scritto. Se sarà in grado di farlo comprenderà il perché di certe mie azioni e, soprattutto, il motivo per cui io ho sentito il bisogno
di confessarmi proprio con lei.
Ebbene, da dove posso cominciare? Essendomi allontanato dagli uomini e non
avendo scritto per lungo tempo mi trovo adesso alquanto a disagio a comunicare
tramite lettera. In ogni caso però, non avendo altra possibilità, comincerò a narrarle i fatti dal principio, nell’ordine in cui si sono svolti.
Da quando sono venuto al mondo mi vedo intrappolato mio malgrado in un corpo
dalle fattezze orribili: la pregherei di non dimenticare mai questo
particolare. Se così non fosse e lei dovesse accettare una mia eventuale proposta di incontrarci
senza nulla sapere delle mie sembianze, non potrei sopportare la vista del suo
disgusto nel confrontarsi con questo mio viso orripilante, aggravato nelle sue
fattezze dalla vita malsana che sono stato costretto, ahimè, a condurre nel corso degli anni.
Il destino è stato crudele nei miei confronti. Eppure, sebbene intrappolato in questo corpo
raccapricciante, nel mio petto è sempre arsa in segreto una passione incontrollabile che mi ha permesso di
dimenticare sia il mio viso mostruoso che le mie umilissime origini di
artigiano. Ed ecco perché nonostante il mio infimo stato sociale sono sempre riuscito a serbare dentro me
i miei amati e irraggiungibili sogni!
Se solo avessi avuto origini più illustri, certo con la forza del denaro mi sarei potuto crogiolare nei più svariati divertimenti dimenticando così le indicibili fattezze del mio viso! E se solo fossi stato dotato di un qualche
talento artistico, ad esempio il dono della poesia, avrei forse potuto ignorare
più facilmente la noia che ha caratterizzato la mia vita. Purtroppo per me, però, sono nato in una famiglia di umili artigiani e da mio padre, che era
mobiliere, ho ereditato un mestiere che ci ha assicurato a stento la
sopravvivenza.
Io sono sempre stato un esperto di poltrone. Ne costruivo di tutti i tipi. Anche
nel caso di richieste complesse le mie creazioni riuscivano sempre a sposarsi
con i gusti della clientela, tanto che altre aziende avevano messo gli occhi su
di me passandomi numerose commesse e ordinazioni di primissimo livello. In
particolare, nel caso delle poltrone di lusso, mi arrivavano molte richieste
per il mio design di schienali e braccioli, oppure vi era chi aveva curiose
preferenze per i cuscini interni o per le dimensioni di ogni singolo
componente. La realizzazione richiedeva uno sforzo che andava ben oltre l’immaginazione di un semplice dilettante. Eppure, dopo tutto l’impegno profuso, non vi era gioia più grande per me di vedere realizzate le mie poltrone. Forse rischierò di sembrarle impertinente, ma è una sensazione paragonabile a quella che provano gli artisti nel contemplare i
propri capolavori dopo averli portati a termine.
Una volta realizzate le mie poltrone per prima cosa mi accertavo personalmente
della seduta. Quelli erano i pochi istanti in cui riuscivo a percepire un
indistinto senso di soddisfazione in quella mia vita spenta da artigiano. E
proprio in quei frangenti la mia mente si librava cominciando a fantasticare su
quale nobile signore o affascinante dama si sarebbero potuti sedere sulle mie
poltrone. Di certo, per poltrone così ben fatte, ci sarebbero state residenze alla loro altezza, con stanze lussuose
atte ad accoglierle: i muri avrebbero di sicuro ospitato pitture a olio di
famosi pittori e sul soffitto chiunque avrebbe potuto ammirare sfarzosi
lampadari, scintillanti come gioielli. Costosi tappeti avrebbero ornato i
pavimenti, mentre sulle scrivanie destinate alle mie creazioni favolose piante
occidentali sarebbero fiorite a profusione rilasciando tutto intorno soavi
fragranze. Ogni qual volta sprofondavo in quelle fantasie mi sembrava di
divenire io stesso il proprietario di quelle lussuose residenze, raggiungendo
solo per qualche istante un indescrivibile senso di piacere.
Col tempo le mie effimere chimere andarono moltiplicandosi sempre più mentre io, misero e schivo qual ero, in quel meraviglioso mondo divenivo un
giovane nobile di altro rango che si adagiava leggero sulle poltrone da lui
stesso realizzate. E lì, sempre al mio fianco, vi era la donna dei miei sogni che sorridendomi con
tenerezza ascoltava attenta i miei ragionamenti. Ma non vi era solo quello.
Nella mia immaginazione le stringevo la mano intessendo con lei dolci
conversazioni fatte di sussurri, tipiche degli innamorati.
Tuttavia quelle fantasiose chimere erano destinate a infrangersi puntualmente
contro la voce rumorosa della mia vicina di casa o contro i pianti isterici di
un bambino malato del vicinato. In quei momenti, ancora una volta, la cruda
realtà mi si palesava con le fattezze del mio corpo cadaverico e orripilante. E una
volta tornato in me mi accorgevo di non assomigliare nemmeno lontanamente a
quel giovane nobile di cui avevo sognato: mi trovavo, invece, patetico nella
mia bruttezza e costretto a prendere atto delle mie reali sembianze. E quella
bellissima donna che qualche istante prima mi sorrideva… chissà dove sarebbe mai potuta esistere? Nemmeno quella bambinaia dall’aspetto sudicio che tutta imbrattata di polvere si intratteneva allegra nelle
vicinanze mi avrebbe mai degnato di uno sguardo. Di quelle fervide fantasie
rimanevano solo le mie poltrone. Eppure, un giorno o l’altro, anche quelle sarebbero state portate via in un mondo a me completamente
sconosciuto.
Così ogni volta che ne terminavo una ero assalito da un senso di vuoto. Una
sensazione di disgusto che non riuscirei a descrivere, e che col tempo non
riuscii più a sopportare.
Cominciai a pensare seriamente che sarebbe stato meglio morire piuttosto che condurre una vita così meschina. E mentre maneggiavo senza sosta il mio scalpello, piantavo i chiodi o passavo le vernici dall’odore penetrante, non facevo altro che dare forma a quel pensiero. Eppure, mi
ripetevo, piuttosto che morire e abbandonare questo mondo forse doveva esserci
un altro modo. Ad esempio… e fu così che quel pensiero cominciò gradualmente a trasformarsi in un’ossessione mostruosa.
Fu proprio in quel periodo che mi venne commissionato un modello di poltrona in
pelle che non avevo mai realizzato. Quattro poltrone destinate a un hotel nella
città di Y gestito da una compagnia estera. Anche se la compagnia avrebbe potuto
ordinarle direttamente dal proprio paese di origine, alla fine le
commissionarono a me grazie all’intermediazione delle aziende giapponesi per le quali lavoravo, che avevano
convinto l’acquirente della qualità per nulla inferiore delle mie poltrone. Per essere all’altezza delle loro aspettative mi dedicai anima e corpo alla realizzazione di
quell’opera lavorando senza sosta anche la notte e rimanendo spesso a digiuno. Ci misi
tutto me stesso tanto da dimenticare tutto ciò che mi circondava.
Una volta terminata la lavorazione provai un’insolita soddisfazione. Era un vero e proprio capolavoro e io stesso ne rimasi
letteralmente estasiato. Come d’abitudine spostai una delle quattro sedie in una zona illuminata del parquet e
provai a sedermi. Era di una comodità indescrivibile! I cuscini interni non risultavano né troppo morbidi né troppo duri. Non amavo particolarmente le tinture, e la sensazione al tatto del
cuoio color grigio naturale risultava oltremodo gradevole, mentre lo schienale
importante sosteneva con delicatezza la colonna vertebrale mantenendo la
corretta inclinazione della poltrona. I braccioli si rigonfiavano morbidi
disegnando una linea aggraziata che combinata con tutti gli altri elementi
garantiva una certa armonia. Sembrava proprio che quella poltrona
rappresentasse la materializzazione fisica del comfort!
Il mio corpo in estasi vi sprofondò soddisfatto mentre le mie mani accarezzavano gentili i braccioli. Come sempre
la mia fervida immaginazione prese il largo in un arcobaleno di colori
accecanti. Si trattò forse di un’allucinazione? Eppure l’immagine mi apparve così vivida e terribile che pensai seriamente di essere impazzito.
Mentre mi trovavo immerso in quello stato, un’idea strabiliante si fece strada repentina nella mia mente. Sarà stata la voce del demonio a sussurrare dentro di me? Un pensiero assurdo e inquietante mi istigava
sinistro seducendomi con il suo fascino letale.
Probabilmente all’inizio quella ingenua reazione scaturì dal desiderio di non allontanarmi da un oggetto che avevo realizzato con tanta
cura, al punto da volerlo seguire ovunque. E mentre le mie appassionate
fantasie si scatenavano, un’idea prese forma quasi all’improvviso legandosi a un pensiero spaventoso. Impazzii completamente e decisi
di mettere in pratica quell’enigmatica illusione.
Afferrai in fretta una delle quattro poltrone e la smontai. Al fine di attuare
il mio insolito piano, la ricomposi ancora una volta a mio piacimento.
Trattandosi di una poltrona di dimensioni importanti, il rivestimento in pelle
della seduta era teso fin quasi a sfiorare il terreno, mentre sia lo schienale
che i braccioli risultavano tanto voluminosi da creare all’interno una cavità sufficientemente ampia da ospitare un corpo umano senza destare nessuna
attenzione. Poiché al suo interno la poltrona conteneva numerose molle e un robusto telaio di
legno, con una serie di accorgimenti feci in modo di modificarla affinché le ginocchia potessero entrare dove c’era la seduta e il collo e il dorso si potessero inserire nella parte interna
dello schienale. A chi si fosse introdotto dentro, sarebbe bastato sedersi per
poter spiare senza essere scoperto.
Apportare le modifiche non fu complesso, e riuscii a completare il mio lavoro
senza particolari sforzi. Per permettere a chi stava all’interno di respirare e captare i rumori provenienti da fuori creai un’impercettibile fessura nel pellame che rivestiva la poltrona e, all’interno dello schienale, proprio ai lati della testa, inserii due piccole
mensole atte a ospitare provviste quali borracce e pane secco. Per i bisogni
fisiologici introdussi un grande sacchetto di gomma, e poi mi vennero in mente
altri piccoli adattamenti che realizzai pian piano con cura. Con le sole
provviste si sarebbe potuto resistere all’interno per due o tre giorni senza destare nessun sospetto. In altre parole,
avevo trasformato la mia poltrona in un loculo dove celare un essere umano.
Indossai una maglietta, aprii la botola che fungeva da entrata sul fondo della
poltrona e vi penetrai all’interno. Fu una sensazione strana. Immerso nell’oscurità respiravo a fatica: mi sembrava quasi di essermi introdotto all’interno di una tomba. E, molto probabilmente, non vi dovevano essere differenze
tra quella poltrona e un normale loculo funerario poiché una volta al suo interno, quasi avessi indossato un mantello magico, riuscivo a
sparire completamente dal mondo degli uomini.
Di lì a poco un incaricato della compagnia che aveva commissionato l’ordine venne a ritirare le quattro poltrone con un grosso carro. Uno degli
apprendisti (con il quale dividevo la stanza) accolse l’incaricato senza accorgersi di nulla, ma nel momento in cui andarono a caricare
la poltrona dove io ero nascosto l’uomo della compagnia, irritato, esclamò: «Ma questa pesa un quintale!?» Io, che mi trovavo all’interno, trasalii. Subito dopo, però, mi resi conto del peso eccezionale di una normale poltrona da salotto, e tirai
un sospiro di sollievo avvertendo il riverbero prodotto dal movimento del carro
propagarsi in una sensazione bizzarra dentro di me.
Nonostante la mia profonda preoccupazione nel pomeriggio la poltrona giunse all’hotel al quale era destinata. Non fu collocata in una stanza privata, ma in una
sorta di lounge dove i clienti si davano appuntamento, leggevano i quotidiani e
fumavano. Diciamo pure un punto di grande passaggio. Ma questo lo capii solo in
un secondo momento.
Forse avrà già intuito che l’obiettivo principale di questo mio singolare comportamento era poter
sgattaiolare solitario fuori dalla poltrona, vagare all’interno dell’hotel e commettere qualche furto. Infatti chi avrebbe mai potuto immaginare che
un uomo si nascondesse all’interno di una poltrona? E invece, io, alla stregua di un’ombra, potevo razziare in assoluta libertà l’hotel spostandomi di camera in camera per poi ritornare alla mia poltrona una
volta che i clienti avessero cominciato a schiamazzare. Mi bastava controllare
il respiro e abbandonare tutti alle loro inutili ricerche! Lei conosce, per
caso, i paguri che vivono sul bagnasciuga delle spiagge? I paguri hanno la
forma di grossi ragni e, nel momento in cui gli esseri umani spariscono,
assumono un atteggiamento pomposo e incedono con fare tracotante. Tuttavia,
quando avvertono il minimo rumore di passi, rientrano a velocità sostenuta nel proprio guscio lasciando all’esterno le loro disgustose e pelose zampette anteriori per studiare con attenzione il pericolo. Ecco. Io ero un paguro perché, al posto del guscio, avevo la mia poltrona e, in luogo della spiaggia, potevo
muovermi temerario all’interno dell’hotel!
Il mio piano stravagante, proprio per la sua estrema bizzarria che superava la
comune immaginazione, si rivelò un vero e proprio successo. Dopo tre giorni dal mio arrivo all’hotel avevo quasi portato a termine l’intero lavoro. Non riuscirei a descriverle la gioia che provavo quando, diviso
tra la paura e il piacere, mettevo a segno i miei colpi! Così come non potrei definire il sentimento che avvertivo quando mi trovavo a spiare
in silenzio gli schiamazzi della gente che, a una punta dal mio naso, si
scapicollava a destra e a manca urlando senza sosta. Chissà quale strana fascinazione mi portava a godere così tanto?
Adesso però non intendo proseguire oltre con i dettagli dei furti da me commessi perché, in realtà, all’epoca avevo scoperto altro. C’era qualcosa, infatti, che mi deliziava ben oltre il semplice ladrocinio. Si
trattava di un piacere che oltrepassava la soglia dell’inspiegabile. Ecco perché la vera finalità della mia missiva è proprio in quello che sto per confessarle.
Devo ritornare all’inizio. A quando le poltrone vennero portate nella lounge dell’hotel.
Una volta sistemate, i proprietari dell’hotel si occuparono di testare la seduta. Dopo di che nella stanza ritornò il più assoluto silenzio. Probabilmente erano usciti tutti. L’idea di sgattaiolare fuori dalla poltrona appena arrivato all’hotel però mi terrorizzava. A lungo (o almeno quella era stata la mia sensazione) cercai
di non produrre il benché minimo rumore concentrando tutti i miei sforzi nell’ascolto e valutando con attenzione tutto quello che poteva accadere intorno a
me.
Dopo qualche istante udii avvicinarsi – probabilmente dal corridoio – qualcuno che incedeva con fare pesante. A due o tre passi di distanza dalla
poltrona il rumore scomparve quasi del tutto, assorbito dal tappeto sul
pavimento. Captai un respiro impetuoso e, proprio in quell’istante, colto quasi alla sprovvista, il corpo gigantesco di un occidentale
precipitò sulle mie ginocchia rimbalzando due o tre volte sulla seduta soffice della
poltrona. Il sottile strato di cuoio della poltrona risultava appena
sufficiente a separare le mie cosce dal suo robusto posteriore, al punto che ne
avvertivo il tepore. Le sue spalle larghe andarono ad appoggiarsi proprio all’altezza del mio petto, mentre le sue mani pesanti si sovrapposero perfettamente
alle mie, sotto il cuoio. L’uomo si accese un sigaro e, in quel momento, un’essenza ricca e virile si diffuse attraverso il rivestimento in pelle.
Signora, provi solo per un attimo a immaginare la situazione. Riesce a figurarsi
quanto fosse bizzarra? In preda al terrore, nell’oscurità di quel loculo, non seppi fare altro che rannicchiarmi rigido mentre il sudore
grondava copioso. Confuso, pensai di aver perso le mie facoltà mentali.
Il primo giorno, oltre a quell’uomo, si sedettero su di me numerose altre persone. Nessuno, però, fu in grado di accorgersi che sotto quel morbido cuscino in realtà si celavano le cosce di un essere umano in carne e ossa.
Era il paradiso. Una beatitudine oscura dove il corpo si trovava intrappolato e
avvolto da un mero strato di pelle. Un mondo seducente nonostante la sua
stravaganza. Un universo grazie al quale si potevano percepire gli uomini
diversamente da come lo si fa con gli occhi. Bastavano la voce, il respiro, l’eco dei passi, il fruscio degli abiti, oppure i muscoli flessuosi che con grande
elasticità reagivano perfettamente al contatto. Io ero in grado di distinguerli attraverso
il tatto. Alcuni al tocco risultavano talmente grassi da sembrare pesce marcio.
Al contrario, altri erano così magri che pareva di toccare degli scheletri. In ogni caso, che fosse la
curvatura della spina dorsale, l’apertura delle scapole, lo spessore delle cosce, la lunghezza delle braccia o
dell’osso sacro, in ognuno di quei corpi c’era sempre qualcosa di diverso nonostante qualche lieve somiglianza. Tutto stava
a dimostrare come gli esseri umani, oltre all’apparenza fisica e alle impronte digitali, possano essere percepiti con
precisione anche attraverso gli altri sensi.
Queste osservazioni valevano altresì per l’altro sesso. Il più delle volte le donne possono essere giudicate per la bellezza o meno del loro
aspetto fisico. Nonostante si possa non essere d’accordo con tale consuetudine, all’interno del mondo che si schiudeva nella poltrona questo non rappresentava
affatto un problema, poiché tutto quello che percepivo non era che un corpo praticamente nudo, dotato di un
tono di voce e di un odore.
Gentile signora, spero che il mio racconto non l’abbia disturbata troppo perché adesso vorrei narrarle della prima donna che si sedette sulla poltrona e per la
quale sviluppai una violenta passione.
Dalla voce, posso dirle che si trattava di una giovane donna straniera.
Approfittando della stanza vuota, entrò a passo di danza canticchiando un motivetto a bassa voce come se le fosse
appena successo qualcosa di bello. Avvertii che si era fermata di fronte alla
poltrona, poi di colpo si gettò su di me col suo corpo morbido e voluttuoso. Non ne compresi il motivo, ma all’improvviso scoppiò in una fragorosa risata, agitando mani e piedi e saltellando come un pesce
impazzito catturato nella rete. Per circa mezz’ora non fece altro che canticchiare seduta sulle mie ginocchia e dimenare il suo
corpo pesante a ritmo del motivetto che stava intonando.
Questo fu per me un evento eccezionale e del tutto inaspettato. Io, che fino ad
allora avevo considerato le donne entità sacre e forse anche spaventose, in quel momento mi trovavo nella stessa stanza
e nella stessa poltrona a stretto contatto con una straniera che nemmeno
conoscevo, diviso da lei solo da un sottile strato di pelle che mi permetteva
addirittura di avvertirne il calore. E nonostante tutto, lei non faceva altro
che affidarmi fiduciosa il peso del suo corpo, con la libertà di chi non può essere visto e ispirata solo dai suoi pensieri egoistici. Dall’interno della poltrona io invece facevo finta di abbracciarla, mentre oltre lo
strato di cuoio riuscivo anche a baciarla sul collo: in quelle condizioni ero
completamente libero di fare tutto ciò che mi passava per la testa!
Dopo questa preziosa scoperta l’obiettivo primario dei furti scivolò in seconda posizione, tanto fui sopraffatto dal fascino di quel mondo fatto di
sottili sensazioni. E così cominciai a pensare seriamente che l’universo all’interno della poltrona potesse rappresentare la mia vera dimora. Io, che
apparivo così ributtante e timoroso, avevo sempre provato un gigantesco complesso di
inferiorità, provavo vergogna di me stesso e conducevo un’esistenza miserabile alla stregua di un inetto in un mondo fatto di luce e
apparente equità. Eppure, se solo avessi sopportato l’angustia fisica della mia nuova dimora, avrei potuto avvicinare seducenti
bellezze, ascoltarne la voce e sfiorarne la pelle riscattandomi così da quel mondo di luce che non mi permetteva né di parlare, né di accostarmi a loro.
L’amore in poltrona! Chi non è mai entrato lì dentro non potrebbe mai coglierne il mistero e l’estasi inebriante! Era un amore fatto solo di tatto, suono e olfatto. Un amore
che nasceva nell’oblio e non poteva appartenere al mondo esterno. Una passione infernale che
rivelava quanto inimmaginabile, grottesco e terrificante può essere il mondo degli uomini se solo agli occhi viene impedito di vedere.
All’inizio pensavo di abbandonare l’albergo una volta portati a segno tutti i miei furti. Tuttavia, con mio grande
stupore, continuai a vivere nella poltrona con il desiderio sempre più ingombrante di non lasciarla mai più.
Nel corso delle mie uscite notturne prestavo sempre più attenzione a non produrre il benché minimo rumore e a non essere scorto da nessuno. Di certo non correvo
particolari pericoli, ma confesso che il fatto di riuscire a vivere così a lungo all’interno della poltrona senza essere scoperto meravigliò anche me.
Mi trovavo costretto in quello spazio angusto con le braccia e le ginocchia
piegate, con il corpo interamente intorpidito e senza la possibilità di potermi alzare. Quando riuscivo a uscire per raggiungere la cucina dell’albergo e il bagno mi trovavo costretto a strisciare per terra tanto era il
dolore. Riesce a immaginare, cara signora, fino a che punto fossi impazzito?
Nonostante le pene che ero costretto a sopportare non avevo nessuna intenzione
di abbandonare quello strano mondo.
Per ciò che riguarda l’hotel, vi erano dei clienti che lo eleggevano a dimora privata anche per un paio
di mesi. Tuttavia, dato che la maggior parte degli ospiti pernottavano solo per
poche notti, anche i miei fugaci amori si succedevano repentini, tanto che
riesco a ricordarli non tanto per il loro aspetto esteriore quanto piuttosto
per le caratteristiche fisiche che riuscivo a percepire.
C’era chi, come un giovane puledro, appariva virile e dotato di una corporatura
tonica e snella e chi, invece, al pari di un rettile, poteva contare su un
corpo sinuoso che riusciva a muovere con estrema elasticità. Altri risultavano grassi come palloni di gomma che rimbalzavano molli insieme
al loro strato adiposo, mentre c’era chi, al pari di una scultura greca, era dotato di un corpo statuario fornito
di una muscolatura armoniosa e ben distribuita. Oltre a questi, c’erano donne che possedevano ognuna caratteristiche ed elementi di fascinazione
ben distinti.
E nel passare da un’amante all’altra ebbi anche l’occasione di assaporare esperienze mistiche del tutto particolari.
Una volta ricordo di aver ospitato sulle mie ginocchia l’ambasciatore di uno stato molto potente (di cui ero venuto a conoscenza tramite
un amico giapponese molto aggiornato sull’attualità), dotato di una corporatura a dir poco maestosa. Poiché era noto a livello internazionale più come poeta che come diplomatico, mi fregio con particolare orgoglio di avergli
sfiorato con molta trepidazione la pelle. In totale penso di essere stato a
contatto con circa ventitré persone della stessa nazionalità, che si sono tutte volatilizzate dopo aver fatto lunghi discorsi. Non che io ci
capissi granché ma almeno posso testimoniare che, ogni volta che gesticolavano, agitavano su e
giù i loro corpi curiosamente accaldati procurandomi un prurito indescrivibile.
In quei momenti finii per immaginare anche questo! Se dal retro dello strato in
pelle della poltrona io fossi riuscito a mirare direttamente al cuore e a
colpire quell’ambasciatore con una lama affilata, che cosa sarebbe mai potuto accadere? Di
certo gli avrei procurato una ferita letale che non gli avrebbe permesso di
rialzarsi mai più! E di certo l’intero entourage politico del suo paese e tutti i quotidiani avrebbero montato
una polemica senza fine. Ovviamente le relazioni diplomatiche tra i nostri
paesi ne sarebbero uscite inevitabilmente compromesse, per non parlare della
perdita di un simile personaggio a un puro livello artistico. Eppure io sarei
stato in grado di commettere con le mie stesse mani un crimine del genere. E più riflettevo su questo aspetto, più riuscivo ad avvertire un senso di inspiegabile trionfo.
In un altro caso ricordo che pernottò all’hotel una nota danzatrice proveniente da un altro stato estero. Anche se si
sedette solo una volta sulla poltrona, avvertii più o meno ciò che avevo percepito con l’ambasciatore. Tuttavia nel suo caso, per la prima volta, riuscii a sperimentare
un’esperienza del tutto platonica riguardo alla bellezza del corpo femminile. La
sua incomparabile avvenenza non mi diede il tempo di formulare alcun tipo di
pensiero volgare. Piuttosto rimasi ad adorarla con profondo rispetto, come si
fa davanti a un’opera d’arte.
Oltre a queste ricordo di aver fatto numerose altre esperienze. Alcune rare, altre bizzarre. In certi casi – confesso – anche rivoltanti, ma poiché l’obiettivo di questa mia missiva non è dilungarmi nei particolari di questi avvenimenti, mi permetta di andare dritto
al punto della mia narrazione.
Passato qualche mese dal mio arrivo all’hotel accadde qualcosa che cambiò la mia singolare esperienza: il gestore dell’albergo, per qualche motivo a me sconosciuto, dovette fare ritorno al proprio
paese così che tutta la mobilia e gli altri beni presenti nell’edificio passarono a un’azienda giapponese. Quest’ultima decise di sostituire la precedente conduzione di lusso dell’hotel con una gestione più popolare e maggiormente remunerativa. Di conseguenza la mobilia in eccesso
venne affidata a una grande agenzia di commercio di arredi che la mise all’asta. Naturalmente tra gli articoli in vendita c’era anche la mia poltrona.
Non appeni ne venni a conoscenza rimasi pietrificato. Forse quella sarebbe stata
l’occasione per ritornare nel mondo degli uomini e ricominciare una nuova vita. In
tal caso, le somme di denaro che ero riuscito a sottrarre sarebbero state più che sufficienti per condurre un’esistenza molto diversa da quella precedente. Ripensandoci, però, se da un lato il repentino cambio di gestione mi aveva fatto perdere buona
parte delle speranze, dall’altro apriva la via a nuove occasioni. Difatti, sebbene io abbia amato diverse
donne nell’arco di quei mesi, le mie interlocutrici erano pur sempre di nazionalità straniera. Di conseguenza, nonostante possedessero corpi assolutamente
invidiabili, a livello mentale avvertivo sempre un vago senso di
insoddisfazione. Cominciai a pensare che non avrei mai trovato il vero amore se
non fossi riuscito a incontrare una donna giapponese. Quel pensiero si stava
lentamente facendo strada proprio quando la poltrona venne messa all’asta. Probabilmente l’avrebbe acquistata un cliente giapponese per sistemarla in una residenza
privata. O almeno era quello che speravo nel profondo. Fu così che decisi di prolungare ancora per un breve periodo la mia permanenza all’interno della poltrona, in attesa di sviluppi.
Rimasi due o tre giorni presso l’agenzia di commercio di arredi in preda alla disperazione. Fortunatamente, però, non appena ebbe inizio l’asta la poltrona fu venduta. A quanto pare, sebbene ormai consumata, era ancora
in grado di attrarre l’attenzione dei possibili compratori grazie alla sua bella fattura.
L’acquirente era un funzionario pubblico che viveva in una grande città non molto lontana da Y. La poltrona venne trasportata fino alla sua residenza
su un camion che amplificava a dismisura le vibrazioni prodotte dal manto
stradale della provinciale. Durante il tragitto pensai di morire. Eppure la
gioia di aver trovato un acquirente giapponese riuscì a farmi sopportare tutto il disagio di quello spostamento.
L’acquirente era proprietario di una villa sfarzosa e la poltrona era destinata a
un ampio studio posizionato nell’ala in stile occidentale. Con mia immensa soddisfazione constatai che lo studio
veniva sovente utilizzato dalla giovane e avvenente padrona di casa ma quasi
mai dal marito, effettivo acquirente della poltrona. Così riuscii a trascorrere insieme alla signora quasi un mese ininterrotto. A parte
all’ora di pranzo e quando andava a coricarsi, il suo corpo morbido era sempre a
contatto col mio. Il motivo di tanta vicinanza era dovuto al fatto che la
signora in quel periodo rimaneva quasi segregata nello studio, profondamente
immersa nella sua attività di scrittura.
È superfluo ribadirle in questo contesto quanto fosse immenso l’amore che provavo per lei. Era la prima giapponese a cui ero riuscito ad
avvicinarmi e, in più, era di una bellezza mozzafiato. Posso affermare senza nessuna ombra di dubbio
di essermi innamorato per la prima volta, tanto che tutto ciò che avevo vissuto all’hotel, se paragonato a quest’inusitato sentimento, non poteva affatto definirsi amore. Era una sensazione che
non avevo mai provato: la sua compagnia non mi bastava mai. Col tempo però iniziai a tormentarmi e a chiedermi se non fosse il caso di comunicarle in
qualche modo la mia vicinanza.
Desideravo fosse cosciente della mia presenza. Egoisticamente pretendevo che mi
amasse, anche se non sapevo come trasmetterle il mio sogno. Di certo, se avesse
scoperto che all’interno della poltrona si nascondeva un uomo, in preda allo shock avrebbe
rivelato tutto al marito e alla servitù. Oltre a mandare all’aria la mia esistenza mi sarei macchiato di un crimine indicibile e avrei dovuto
anche subire una pesante condanna penale.
Nonostante tutto però cercai di instillare in lei l’amore attraverso il comfort che poteva avvertire nel sedersi sulla poltrona. Indubbiamente, essendo un’artista, era dotata di una particolare sensibilità che oltrepassava quella delle comuni mortali. Se solo avesse percepito la vita
all’interno della poltrona e se ne fosse innamorata smettendo di considerarla un
mero oggetto mi sarei accontentato senza pretendere null’altro.
Così feci in modo di accoglierla con incredibile garbo ogni qual volta si gettava su
di me. Se appariva estenuata allargavo in modo impercettibile le gambe per
aggiustare la posizione del corpo, mentre nei momenti in cui mi pareva sul
punto di addormentarsi oscillavo con cautela le ginocchia in modo da cullarla
dolcemente.
Non saprei dire se la mie attenzioni furono premiate o se si fosse trattato di
una mia percezione errata, ma mi parve che in quel periodo la signora avesse
cominciato a provare una sorta di affezione verso la poltrona. Come un neonato
in seno alla propria madre o come una fanciulla che d’istinto cerca l’abbraccio del suo giovane amante, nell’aggiustare il proprio corpo la mia signora si abbandonava con profonda dolcezza,
quasi in preda alla nostalgia.
Giorno dopo giorno il mio ardore divampava sempre più, tanto che finii col dimenticare me stesso approdando a un desiderio che non
esiterei a definire spaventoso. Pensai che se fossi riuscito per una sola volta
a scorgerne il viso o a scambiare con lei qualche parola, in quel medesimo
istante sarei potuto morire.
Dolce signora, ormai avrà già compreso tutto. Le chiedo umilmente di perdonare la mia ardente passione e l’insano amore che provo per lei. Sono io quel miserabile che, dopo l’acquisto da parte di suo marito della poltrona nella città di Y, le ha dedicato questo fuoco senza fine.
Mia signora, le rivolgo una sola preghiera. Sarebbe così caritatevole da volermi incontrare almeno una volta affinché io, essere misero e ripugnante, possa trovare conforto nelle sue parole? Non le
chiedo altro. La prego di raccogliere dal profondo della mia infelicità questa umile richiesta!
Al fine di poter scrivere questa missiva, ieri notte sono uscito da casa sua.
Chiederle di persona di poterla incontrare sarebbe stato impossibile se non fin
troppo rischioso e, nel momento in cui lei leggerà questo mio scritto, starò vagando intorno alla sua abitazione pallido di terrore.
Se dovesse mai accettare questa mia sfrontata proposta ponga per favore un
fazzoletto sul vaso di garofani che si trova vicino alla finestra dello studio.
Sarà quello il segnale che anticiperà il mio arrivo alla porta di ingresso, nonché la mia visita solitaria.
La misteriosa lettera si chiudeva con quell’ardente preghiera. Arrivata a metà dello scritto, pallida, Yoshiko era stata assalita da un brivido di terrore.
Inconsciamente balzò in piedi e corse d’istinto fuori dallo studio dove era la poltrona dirigendosi verso il salotto in
stile giapponese nell’ala opposta della casa. Pensando di cestinarla non proseguì nella lettura, ma, una volta raggiunto il salotto e dopo averla appoggiata su
di una piccola scrivania, continuò a scorrerla in preda all’ansia.
I suoi presentimenti si erano rivelati più che fondati!
La verità si era palesata in tutto il suo orrore! La poltrona sulla quale si era seduta
tutti i giorni era infestata da uno sconosciuto pervertito!
«Ma è disgustoso!»
Quasi fosse stata investita da un secchio di acqua gelida, brividi le corsero
lungo tutta la schiena mentre un tremore quasi incontrollabile le attraversava
il corpo.
Rimase imbambolata a chiedersi come affrontare la situazione. Avrebbe dovuto
controllare la poltrona? Ma sarebbe mai stata in grado di fare una cosa così disgustosa? Anche nel caso in cui non vi avesse trovato nessuno, sarebbero di
certo rimaste tracce di cibo e gli altri sporchi oggetti appartenuti a quell’uomo.
«Signora, è arrivata una lettera».
Colta alla sprovvista, Yoshiko si girò di scatto. La domestica recava una missiva che sembrava essere stata appena
recapitata.
L’afferrò per aprirla, ma non appena lesse l’intestazione un fremito agghiacciante la scosse con tale forza da farle quasi
cadere lo scritto di mano. La calligrafia era identica a quella dell’altra inquietante missiva ed era indirizzata ancora una volta a lei.
Rimase interdetta, senza riuscire a decidere se aprirla. Raccogliendo tutto il
proprio coraggio strappò la busta e terrorizzata cominciò a leggere. La lettera era molto concisa. Eppure le poche, bizzarre frasi che
conteneva la fecero trasalire.
Mi rammarico profondamente per averla disturbata così all’improvviso. Sono da sempre un suo appassionato ammiratore. Quello che ha
ricevuto nella busta a parte è un mio maldestro manoscritto. Sarei immensamente felice se, dopo la lettura,
lei potesse inviarmi qualche commento. Per qualche misteriosa ragione pare che
lei lo abbia ricevuto prima che io scrivessi questa missiva. A questo punto
presumo che abbia ormai finito di leggerlo. Posso chiederle che impressione le
ha fatto? Se anche in minima parte fossi riuscito a emozionarla non vi sarebbe
per me gioia più grande!
Come avrà notato lo scritto non ha titolo. Avevo pensato, però, di intitolarlo La poltrona umana.
La saluto cordialmente scusandomi per aver approfittato del suo tempo prezioso.
Il bacio
接吻・Seppun
(Dicembre 1925)
1.
Yamana Sōzō era al settimo cielo. Di recente l’aria che lo circondava sembrava impregnata della dolce e morbida fragranza delle
rose e poteva dirsi un uomo felice sia quando svolgeva in silenzio il proprio
lavoro seduto alla scrivania decrepita sia quando consumava il suo pasto
estraendolo dalla scatola rettangolare di alluminio. Ogni giorno attendeva
impaziente le quattro per precipitarsi fuori dall’ufficio e attraversare in fretta il viale di salici, veloce come il freddo vento
autunnale, avvolto in quell’aria contraddistinta da un’insolita leggerezza. Solo un mese prima infatti il giovane era convolato a nozze
con la sua incantevole sposa.
Accadde un giorno alle quattro, l’orario in cui l’uomo si apprestava a rincasare frettoloso dall’ufficio quasi fosse uno studente che avesse udito il trillo della campanella
alla fine delle lezioni. Con la coda dell’occhio, Sōzō gettò un’occhiata al caporeparto Murayama intento a riordinare la montagna di documenti
riversi sulla sua scrivania e poi, rapido come un fulmine, corse in direzione
dell’uscita per incamminarsi verso casa.
Ogni volta che percorreva la strada del ritorno la sua fervida immaginazione
prendeva il largo e il quadro che ne emergeva era quasi sempre il seguente: “Ohana, con il suo fermaglio di stoffa rosso tra i capelli, sarà di certo appoggiata al braciere di legno in soggiorno, con la cena che mi avrà preparato con cura. Di certo avrà sulle labbra un accenno di sorriso (le piace molto farlo!) e sarà lì ad attendermi sull’uscio, pronta a gettarsi tra le mie braccia svelta come una lepre! Oh, amore
mio! Oggi voglio farle proprio uno scherzo!” pensò avvicinandosi all’entrata sorridendo all’idea di prendere alla sprovvista la sua sposa. In punta di piedi scostò piano la grata della porta di entrata e aprì lo shōji. Fece attenzione a togliersi le scarpe senza produrre il benché minimo rumore e scivolò veloce in salotto.
“Adesso potrei schiarirmi la voce e spaventarla con un colpo di tosse! Invece no!
Forse sarebbe meglio spiarla e vedere cosa fa quando è a casa da sola!”
Ma quando sbirciò all’interno del salotto da una fessura nello shōji, Yamana Sōzō si irrigidì e il suo volto si fece pallido. Il motivo di quello stupore era da ricercarsi
nella scena bizzarra che inaspettatamente si aprì davanti suoi occhi.
2.
Come aveva immaginato, Ohana era seduta di fronte al braciere dove aveva appena
finito di preparare la cena che aveva coperto con un canovaccio. Tuttavia non
sorrideva affatto. Anzi, la sua espressione era seria, preoccupata come se
stesse per scoppiare da un momento all’altro in un pianto disperato. La donna teneva stretta tra le mani una fotografia
e continuava a baciarla e a stringersela al petto. Una vista insopportabile per
Sōzō!
Scioccato da quella scena imprevista, si sentì il cuore in gola. Prima indietreggiò di qualche passo e poi spalancò deciso lo shōji.
«Ehi! Sono a casa!» annunciò sorpreso, come se si chiedesse il motivo di tanto silenzio. Una volta entrato,
andò a sedersi sul lato opposto del braciere.
«Oh…!» la donna reagì con un gridolino sommesso. Colta di sorpresa, infilò velocissima la fotografia nell’obi del kimono ma il suo volto tradiva un disagio evidente. Dopo qualche attimo di esitazione
riprese il controllo e accolse il marito:
«Oh, non mi ero accorta che eri ritornato! Perdonami!»
Quelle parole eccessivamente cortesi avevano lo scopo evidente di ingannarlo.
Almeno fu quello che percepì Sōzō. E il fatto di aver nascosto la fotografia lo comprovava in modo più che esplicito. Un attimo prima, sbirciando dallo shōji, si era illuso che lei stesse stringendo tra le mani la sua fotografia, ma a
giudicare dall’agitazione dipinta sul suo viso era chiaro che si era sbagliato.
“Si tratta senz’altro di quel tipo! Murayama!” pensò Sōzō. Aveva buoni motivi per sospettare di lui.
Ohana era una lontana parente di Murayama e aveva alloggiato da lui per un lungo
periodo. Non a caso, era stato proprio grazie alla sua intermediazione che Sōzō
aveva potuto sposarla. Nonostante fosse il suo caporeparto, non c’era una grossa differenza di età tra i due giovani tanto che, come lui, anche Murayama era sposato. Tuttavia,
stando alle voci che correvano in giro, la reputazione di sua moglie non era
particolarmente buona. Ma come avrebbe mai potuto tradirlo Ohana? Sōzō era un
uomo dotato di così tanto fascino…
Eppure vi era un altro motivo per sospettare di lei. Difatti Ohana si recava
spesso a casa di Murayama: in meno di un mese di matrimonio gli aveva già fatto visita quattro o cinque volte. Addirittura in più di un’occasione era rincasata in tarda serata.
Rimuginando su questi particolari Sōzō riusciva a stento a trattenere l’ira, al punto che gli sembrava che il petto stesse quasi per scoppiargli da un
momento all’altro trafitto dal dolore. Ormai travolto da una crescente gelosia non poté fare altro che celare il risentimento consumando in silenzio la cena insieme
alla consorte. Finito di mangiare non poteva di certo chiudersi nel suo studio,
almeno non prima di avere scoperto il soggetto ritratto nella fotografia. Così quella sera i due continuarono a lanciarsi a vicenda sguardi indagatori, in
preda a un reciproco imbarazzo.
«Chi c’era in quella foto?» avrebbe voluto chiederle Sōzō, ma la tosse gli strozzò a più riprese la gola, costringendolo a limitarsi a osservare il comportamento
sospetto della moglie. La sola gelosia però non avrebbe risolto l’enigma. La sua mente subdola gli suggerì allora di spiare Ohana prima di andare a letto, al fine di intercettare il
luogo dove avrebbe nascosto la fotografia. Solo a quel punto avrebbe potuto
recuperarla e svelare il mistero che lo tormentava.
3.
Ohana si alzò e lasciò il salotto decisa. Probabilmente intendeva dirigersi verso il ripostiglio. Nonostante Sōzō fosse solo un umile
impiegato, dal momento che suo padre era stato un vassallo di basso rango
durante l’epoca Tokugawa, la vecchia casa di famiglia che aveva ereditato era così spaziosa da potersi permettere anche un ripostiglio. Ohana doveva avere
intenzione di nascondere lì la fotografia. Tuttavia, essendoci più di un armadio all’interno del ripostiglio, a meno che non l’avesse seguita sarebbe stato impossibile per Sōzō capire in quale la moglie l’avrebbe nascosta. Con questo pensiero l’uomo si alzò in silenzio e, alla stregua di un’ombra, cercò di seguire la donna.
La sua intuizione si rivelò fondata: era appena entrata nel ripostiglio e si trovava proprio di fronte agli
armadi. Riusciva a sentire il rumore di una chiave che girava. Ma in quale
Ohana avrebbe nascosto la fotografia? E in quale cassetto? Avvicinò il volto a un foro nello shōji largo giusto quanto un occhio e, grazie alla luce fioca della lampadina, riuscì in qualche modo a sbirciare all’interno. Fece molta fatica a mettere a fuoco la scena, ma gli parve che la donna
si trovasse proprio in prossimità dell’armadio di fronte all’entrata del ripostiglio e che avesse aperto il cassettino in alto a sinistra.
Essendo lei di spalle, Sōzō riuscì giusto a intravedere che introduceva qualcosa all’interno per poi richiudere tutto in gran fretta. Dopo di che la moglie si
accinse a uscire per tornare in salotto.
Poiché non poteva assolutamente permettersi di essere scoperto, Sōzō a sua volta
sgattaiolò in gran fretta verso il salotto dove arrivò giusto in tempo per portarsi alla bocca la bottiglietta di sakè.
Palesemente imbarazzati, i due continuarono a studiarsi con sguardo
inquisitorio, esitando a prendere parola e, dato che l’aria si era fatta alquanto pesante, alla fine scambiarono due o tre battute su
argomenti del tutto insignificanti. L’orologio segnava le nove e, nonostante fosse ancora presto, Sōzō decise di
coricarsi.
A notte fonda, dopo aver controllato il respiro della moglie, Sōzō si alzò furtivo aggiustandosi la vestaglia e sgusciò fuori dalla camera da letto. Come era prevedibile, si diresse verso l’armadio incriminato. In preda all’agitazione, aprì il cassettino in alto a sinistra che aveva intravisto quella sera ed ebbe la
conferma che i suoi sospetti non erano privi di fondamento: all’interno c’erano numerose fotografie di varia grandezza, e in cima ce ne era una con un
ritratto a mezzo busto di Murayama. Nonostante le mani gli tremassero
vistosamente, riuscì a passarle in rassegna una a una. Tranne quella però ritraevano tutte parenti di Ohana. Non c’era più alcun dubbio! “Maledetta! Perché mi hai fatto una cosa simile?” pensò Sōzō in preda alla disperazione, mentre il gelo invadeva il suo corpo
provocandogli un tremore tanto intenso da costringerlo a digrignare i denti.
4.
La mattina seguente afferrò senza proferire parola il pranzo preparatogli dalla moglie e si affrettò verso l’ufficio. Una volta arrivato, i visi dei suoi colleghi gli apparvero odiosi:
tutti pronti a prostrarsi al caporeparto per un misero stipendio! D’istinto avrebbe voluto prenderli tutti a calci senza eccezioni! Ma nonostante ciò si sedette alla sua scrivania senza salutare nessuno e si mise a fissare la
postazione di Murayama con gli occhi carichi di disprezzo.
Ed eccolo lì! Dopo qualche istante apparve con la sua bella giacca e l’ingombrante borsa porta-documenti sotto il braccio. Dopo aver ricevuto un timido
benvenuto dagli altri impiegati, andò a sedersi alla sua scrivania dove appoggiò con un rumore secco la borsa. Sōzō continuava a fissarlo impietoso, evitando
accuratamente di salutarlo.
Dopo aver sistemato velocemente i documenti, Murayama si schiarì la voce e in tono altezzoso ordinò a Sōzō di avvicinarsi:
«Yamana, puoi venire un attimo, per favore?»
Sōzō ebbe un attimo di esitazione. Avrebbe voluto ignorarlo, poi, seppur
controvoglia, si alzò e si diresse verso la sua scrivania. Rimase lì impalato e muto, senza chiedergli nemmeno il motivo di quell’improvviso rapporto. A quel punto il caporeparto, che era all’oscuro di tutto, attaccò con la sua solita predica:
«Hai visto queste statistiche? Non emergono le medie, che sono i dati più importanti!»
Con una rapida occhiata Sōzō rintracciò il proprio errore. In passato aveva sempre accettato le critiche ritirandosi al
proprio posto in silenzio, ma quel giorno le cose dovevano andare diversamente.
Prigioniero della collera, rimase in silenzio limitandosi a fissare dritto il
proprio interlocutore.
«Cosa ne pensi? Inutile mettere in fila tutti questi dati se non inserisci le
medie! Dovresti saperlo, giusto?»
«Davveroooo??!» esplose a voce troppo alta Sōzō, strappando con violenza i documenti dalle mani
dell’uomo e ritornando al proprio posto. E Murayama, che avrebbe dovuto ricominciare
con il solito sermone, non poté fare altro che rimanere imbambolato alla sua postazione con gli occhi sgranati
nel vuoto.
Tornato alla propria scrivania, Sōzō prese a scrivere con foga. Non pareva, però, stesse mettendo mano alle statistiche. Dando una scorsa al foglio bianco sul
quale stava scrivendo, si riusciva a intravedere solo l’intestazione, che a caratteri cubitali riportava:
RICHIESTA DI DIMISSIONI
5.
Alla stregua di uno studente delle elementari che consegna la bella copia del
tema alla maestra, Sōzō sbatté il foglio sulla scrivania dell’allibito caporeparto e se ne tornò baldanzoso a casa. Erano solo le undici del mattino.
«Ohana, vieni qui un attimo!» disse andandosi a sedere di fronte al braciere. Colta dai sensi di colpa per l’episodio della sera precedente, la donna gli rispose:
«Che sorpresa, caro! Che succede? Non ti senti bene, per caso?»
«No, sto benissimo. Oggi ho dato le dimissioni. Volevo comunicartelo. Siccome l’ho fatto per alcuni contrasti con Murayama, ti chiederei di non recarti più nella sua casa d’ora in avanti. Devi prometterlo»
«Ma…» rispose sorpresa la donna.
«E poi tu custodisci anche una sua fotografia, se non sbaglio! La porteresti qui,
per favore?»
Il tono dell’uomo era così minaccioso che la donna non riuscì a opporsi. Dopo che la moglie gli ebbe consegnato la fotografia, Sōzō con lo
sguardo carico di disprezzo la strappò di fronte a lei e la gettò nel fuoco del braciere. Dopo di che il suo viso si distese in un’espressione compiaciuta.
A quel punto Ohana avrebbe dovuto rendersi conto e comprendere il motivo del suo
gesto. E infatti, dopo aver ascoltato le ragioni del marito, come fanno di
solito le donne quando vengono colte sul fatto, mise il broncio e finse di
piangere per muovere Sōzō a compassione. Sta di fatto però che doveva confessargli di avere nascosto la fotografia.
Eppure su questo la donna non disse una parola. D’altro canto Sōzō era assolutamente sicuro di aver controllato il cassetto e di
non essersi sbagliato, per cui, con l’aria da vincitore, si distese e continuò a fissare impassibile la moglie.
In quel momento Ohana avrebbe dovuto accasciarsi a terra e scoppiare in un
pianto disperato, e invece reagì con una risata ambigua che lo colse di sorpresa.
«Ma allora era questo che intendevi! Esagerato! Io e Murayama… ah ah ah! Sei proprio un uomo diffidente! Quella fotografia altro non era che… la tua fotografia!» disse arrossendo e nascondendo il viso con le mani.
«La mia fotografia? Non credere di potermi prendere in giro! Ti ho seguita fino
all’armadio e ho visto dove l’hai messa! A parte la foto di Murayama, in quel cassetto non ce ne erano altre
che ritraessero degli uomini! La mia no di sicuro!»
«Ma è proprio per questo che è strano! C’erano molte fotografie, e tu eri mezzo addormentato! Tengo solo la tua
fotografia nella scatola in quel cassetto. In quale hai guardato?»
«In quello dell’armadio centrale. Quello in alto a sinistra!»
«Come? Quello centrale… strano, però! Ieri sera ho riposto la foto nell’armadio di sinistra! Il cassetto è quello in alto a sinistra, ma l’armadio è un altro!»
«Impossibile! Stai cercando di ingannarmi! Ho spiato dal foro nello shōji ed era l’armadio centrale! Le tue affermazioni sono assurde. Era l’armadio al centro! Ne sono sicuro! Non avrei mai potuto confondere la sinistra
con il centro!»
«Ma è strano…»
«No. Per niente, invece! Lo dici solo perché ti vergogni! E adesso smettila con questa messa in scena!»
«Ma…»
«Non ci sono né ma né perché. Posso dirti solo che non mi sono sbagliato!»
Lo scambio si fece alquanto equivoco: di fronte al marito che sosteneva di aver
ritrovato la fotografia nell’armadio al centro del ripostiglio, Ohana si ostinava a dire che si trattava,
invece, di quello sul muro di sinistra. Uno scarto di opinioni il loro che
corrispondeva giusto a un’angolazione di novanta gradi.
6.
«Ah! Ho capito» esclamò all’improvviso Ohana.
«Vieni a vedere! Ho capito! Ho capito!» disse tirando il marito per la manica del kimono. Sōzō la seguì controvoglia fino al ripostiglio.
«Ecco! Tu ti sei confuso con questo!» disse indicando un armadio nuovo in stile occidentale. L’aveva acquistato sul finire dell’anno precedente con gli interessi dei risparmi a termine accumulati con i bonus
del marito. Ma che cosa c’entrava con la questione della fotografia?
«Riesci a capire? Si tratta dello specchio sull’anta dell’armadio! L’altra sera l’anta era aperta e si trovava proprio di fronte al foro dello shōji! L’armadio al centro era coperto dall’anta e lo specchio rifletteva l’armadio di sinistra! Ovviamente a te è sembrato di vedere quello al centro, ma non era così!»
Quindi l’anta con lo specchio dell’armadio di sinistra era aperta a quarantacinque gradi proprio in prossimità del foro nello shōji e aveva creato un’illusione ottica per cui l’armadio sembrava al centro del ripostiglio. La tesi era plausibile dato che i
due armadi erano molto simili nella forma e che quella notte Sōzō aveva
guardato in fretta, con la sola luce fioca della lampadina. Forse si era
sbagliato… era completamente spiazzato.
La sua conclusione era stata troppo affrettata. Forse non era la fotografia di
un altro uomo, ma il ritratto del suo amato Sōzō che Ohana stringeva a sé baciandolo appassionatamente! Un errore imperdonabile! Avrebbe dovuto essere
contento e invece, travolto dall’ira, aveva addirittura rassegnato le dimissioni!
Aveva invertito l’ordine degli eventi! Risollevatasi dopo gli infami sospetti calati su di lei,
Ohana scoppiò in un pianto liberatorio.
Cosa avrebbe fatto l’indomani Sōzō senza un impiego? Con i tempi che correvano di certo non sarebbe
stato facile trovarne un altro. Data anche la sua posizione sociale, la
decisione si era rivelata avventata proprio come quella di vietare alla donna
di recarsi a casa di Murayama. In fin dei conti quelle visite erano solo
finalizzate a far ottenere al marito una promozione. D’altro canto chi avrebbe mai voluto far visita al caporeparto del proprio
consorte, pensò tra sé e sé Ohana. Come aveva potuto covare Sōzō tutto quel rancore e quell’afflizione senza nemmeno conoscere le sue reali intenzioni? La sua reazione era
stata invero esagerata.
Imbarazzato, Yamana Sōzō rimase in silenzio. Paralizzato. «La gelosia spazza via tutto quello che trova intorno» sussurrò umiliato.
Eppure, miei cari lettori, sebbene l’uomo possa apparire a tratti subdolo, dà prova invero di una perseveranza e di una sollecitudine che si contrappongono
al temperamento delle donne, le quali celano sovente nel profondo della loro
anima una scaltrezza innata, mascherata dietro un aspetto inoffensivo. Non ne è un esempio anche il caso di Ohana? La si deve considerare una donna trasparente
così come si sforza di apparire, oppure una creatura dal lato oscuro che la espone
al sospetto e all’inattendibilità? E se avesse messo in scena lei il trucco dello specchio? Se avesse baciato e
stretto a sé proprio la fotografia di Murayama invece che quella di suo marito Sōzō?
L’unica verità è che suo marito, Yamana Sōzō, non era dotato di una malizia tale da alimentare
un sospetto così grave.
Fukiya Seichirō, Gōda Saburō e l’ignoto artigiano di
poltrone: tre personalità disturbate nella società Taishō di Edogawa Ranpo
di
Francesco Vitucci
Probabilmente i nomi di Fukiya Seichirō, Gōda Saburō nonché l’ignota personalità dell’artigiano di poltrone non suggeriranno molto agli appassionati di mystery di fattura occidentale. Tuttavia nell’ambito della critica noir giapponese questi nomi sono spesso citati non solo perché appartengono a protagonisti di spicco di tre capolavori di Edogawa Ranpo
(rispettivamente Il test psicologico, Occhi dalla soffitta e La poltrona umana), ma anche perché rappresentativi di un universo sociale che spesso sfugge all’attenzione del lettore contemporaneo. Al fine di procedere a una descrizione
dettagliata di questi caratteri nonché di contestualizzarne il comportamento, è tuttavia d’uopo un riferimento storico al momento in cui Ranpo decide di mettere in scena i
predetti personaggi.
L’universo geo-sociale di Ranpo, come ricorda Seth Jacobowitz1, è già racchiuso all’interno del suo stesso pseudonimo con il riferimento al fiume Edo (Edogawa, appunto) che lambisce la zona a sud dell’omonima capitale giapponese (oggi Tōkyō): questo sottile gioco di parole
permette a Ranpo di veicolare l’attenzione dei lettori sugli antichi quartieri della città situati nell’area meridionale (shitamachi), dove dal periodo Tokugawa (1603-1868) in poi la cultura popolare si interseca
con il mondo dei mercanti e degli artigiani. In questo modo Ranpo riesce a
fondere nel suo pseudonimo (che non a caso richiama il nome dello stesso Edgar
Allan Poe) lo spirito borghese del periodo con le innovazioni del mondo moderno, giunte in Giappone alla fine del diciannovesimo secolo2. Tale operazione intende comunicare in modo inequivocabile l’interesse dell’autore verso la congiuntura complessa che il Giappone si trova ad affrontare già sul finire del periodo Meiji (1868-1912) con il passaggio da una società feudale “chiusa” di stampo classico a una “aperta” e, quindi, più moderna. Il periodo Taishō, in particolare, nonostante si contraddistingua per l’inedita libertà di espressione che favorisce la diffusione delle mode più svariate grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione (radio e quotidiani) e
della cultura di massa, produce altresì cambiamenti vistosi sia in ambito logistico (si pensi alla diffusione di tram e
metro nelle grandi città) che nello stile di vita3: e non è un caso che Ranpo ambienti proprio nei quartieri di Kabukichō e Asakusa alcuni
dei suoi primi racconti4.
In una prospettiva storico-sociale, Fukiya Seichirō, Gōda Saburō nonché il misterioso artigiano di poltrone sono da inserire nel contesto
spazio-temporale degli anni Venti giapponesi e più precisamente del 1925, anno in cui Ranpo li fa esordire. Tutti e tre si muovono
nei quartieri popolari della capitale dove orde di giovani sfaccendati si
barcamenano in cerca di una posizione sociale: molti di questi sono studenti
alla pari, disoccupati che si fanno mantenere dalle famiglie residenti nelle
aree rurali del paese, oppure neolaureati in cerca di una professione nelle
nuove metropoli. Ciò non stupisce affatto poiché, come ricorda Chiba Shunji5, i trenta anni di relativa pace che si collocano tra la fine del conflitto
russo-giapponese (1904) e lo scoppio di quello sino-giapponese (1937) sono
caratterizzati da un alto tasso di disoccupazione, che porta all’emergere di una generazione di giovani incapaci di realizzarsi concretamente
nella tanto promettente società “moderna”. Nella prima descrizione che Ranpo stesso fornisce della complessa personalità di Gōda Saburō si intuisce quanto i suoi personaggi appaiano intimamente annoiati dal periodo storico che si trovano ad attraversare:
(…) Dopo aver concluso gli studi – anche se a scuola nel corso dell’ultimo anno ci era passato giusto qualche giorno – aveva provato una miriade di lavoretti che non erano riusciti a convincerlo.
Forse perché nessuno si avvicinava nemmeno lontanamente al lavoro della sua vita o,
probabilmente, perché la professione in grado di soddisfarlo non avrebbe mai potuto rintracciarla in
questo mondo (…).
Indubbiamente a parlare qui è Ranpo stesso, il quale riflette nel passaggio citato la propria frustrante esperienza come contabile nel cantiere navale Toba6, nonché le continue peregrinazioni lavorative che da uomo sposato con prole dovette
affrontare in attesa di affermarsi come scrittore. Fatto sta che il mondo a cui
egli fa riferimento nei propri racconti non lascia il tempo né a Gōda Saburō, né alle altre giovani menti criminali che popolano questo suo primo universo
narrativo di crearsi uno spazio di affermazione ideale o una dimora dove
sentirsi protetti (anjū no chi), lontani da una realtà esterna in continuo mutamento e per questo così “fastidiosa”, come suggerisce Ōtsuki Kenji7. Paradossalmente questo spazio lo ritrovano in una sorta di cosmo buio e
silenzioso che ricorda l’utero materno dal quale cercano di ristabilire con l’esterno un contatto, che si materializza tuttavia nell’atto oggettivo del reato, nonché nella conseguente presa di coscienza della propria sconfitta sociale8: in Occhi dalla soffitta, Gōda Saburō si rinchiude nel proprio armadio per poi aggirarsi silenzioso nell’oscurità di un sottotetto con l’intento di spiare le proprie ignare vittime, laddove in La poltrona umana il misterioso artigiano si nasconde all’interno del suo sofà quasi a volersi godere da quella prospettiva privilegiata la scena dei crimini
che va commettendo. Entrambi però sembrano non essere in grado di sviluppare il coraggio necessario per
fuoriuscire da quello spazio e affermare all’esterno la propria reale identità: in particolare, nel caso dell’artigiano di poltrone, questo è frutto di un complesso di inferiorità a sua volta causato dal suo misero aspetto esteriore. Un aspetto che, come
ricorda Gonda Manji, riflette il desiderio recondito di mutare in toto le
proprie sembianze fisiche (henshin ganbō)9 e che rappresenta uno degli stilemi caratterizzanti la scrittura di Ranpo di
questo primo periodo:
(…) Il destino è stato crudele nei miei confronti. Eppure, sebbene intrappolato in questo corpo
raccapricciante, nel mio petto è sempre arsa in segreto una passione incontrollabile che mi ha permesso di
dimenticare sia il mio viso mostruoso che le mie umilissime origini di
artigiano. Ed ecco perché nonostante il mio infimo stato sociale sono sempre riuscito a serbare dentro me
i miei amati e irraggiungibili sogni! (…)
L’opposizione tra il mondo “onirico” interiore e quello reale, unita all’incapacità di adattarsi a una società che cambia a un ritmo sempre più incalzante, crea un vuoto incolmabile tra il privato e il pubblico dei
protagonisti che si manifesta in personalità spesso doppie e dai tratti chiaramente ambigui: Gōda Saburō per esempio è uno studente annoiato che ama il crossdressing e che pedina per diletto i passanti in strada fingendosi un borseggiatore.
Nonostante Ranpo non lo puntualizzi, ha chiare tendenze omosessuali che si
manifestano nella sua passione con l’imitazione delle dive del cinema muto, nell’acquisto di parrucche e vecchi abiti da signora, nonché nei tentativi di sedurre gli uomini all’uscita dei cinema di Asakusa. Come lui, però, anche i personaggi che spia dalla soffitta della sua pensione sono doppi:
accesi anticapitalisti che adorano il denaro, uomini di modeste origini che
fingono di essere milionari, atleti dalla condotta apparentemente rigorosa che
frequentano prostitute, e innocenti studentesse che intrattengono relazioni con
numerosi partner. Questa doppiezza stimola la fantasia e le perversioni di Gōda
al punto che si aspetta di ricevere da coloro che spia una rinnovata
eccitazione10 riservando la morte, invece, a chi non riesce a destare in lui nessuna curiosità. Come ricorda Gonda Manji11, sebbene il tema del doppio sia mutuato direttamente da autori quali Stevenson
(Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, 1886) e Poe (William Wilson, 1839), in Ranpo pare affondare le radici in un recondito desiderio di
alienazione dalla realtà che sfocia in un aperto voyeurismo, grazie al quale è possibile osservare il mondo da una prospettiva “altra” (lo spiare senza essere scoperti) immaginando per sé nuove identità possibili.
L’unico orizzonte che si schiude di fronte agli annoiati12 protagonisti rimane, dunque, il desiderio di fuga. Una bramosia di infrangere
lo status quo che trova la propria forma ideale nel reato. È il caso di Fukiya Seichirō, il quale sin dall’inizio de Il test psicologico non comprende il reale motivo della propria stessa volontà omicida, sebbene ne avverta gli impulsi infernali, incapace di opporvi
resistenza:
Non saprei descrivere nel dettaglio le ragioni che hanno spinto Fukiya Seichirō
a commettere un crimine così efferato, poiché, se anche le conoscessi, di certo non avrebbero una vera attinenza con la
storia che sto per narrarvi (…). Possibile però che un essere umano possa compiere un gesto così efferato per motivazioni tanto banali? (…) Qualsiasi fosse la ragione, passarono ben sei mesi da quando a Fukiya venne in
mente di compiere quel gesto. Fino a quel momento si era arrovellato sul da
farsi e aveva cercato di analizzare a fondo la questione per poi giungere alla
conclusione che uccidere era assolutamente necessario (…).
Allo stesso modus operandi perviene anche Gōda Saburō, per quanto decida di uccidere quasi per gioco sulla
scorta dei racconti dello stesso Akechi Kogorō e grazie all’interesse destatosi in lui per la letteratura noir e per le simulazioni di reato; lo stesso vale, seppure con modalità differenti, per l’artigiano di poltrone, il quale non riesce a fare a meno di quel contatto
proibito che lo lega alle sue ignare vittime, sebbene sia cosciente della
liminalità della propria condotta:
(…) C’era qualcosa, infatti, che mi deliziava ben oltre il semplice ladrocinio. Si
trattava di un piacere che oltrepassava la soglia dell’inspiegabile. (…) Era il paradiso. Una beatitudine oscura dove il corpo si trovava intrappolato
e avvolto da un mero strato di pelle. Un mondo seducente nonostante la sua
stravaganza. Un universo grazie al quale si potevano percepire gli uomini
diversamente da come lo si fa con gli occhi (…).
Nonostante l’impossibilità di opporsi alla seduzione del reato, è importante sottolineare come in queste prime opere di Ranpo l’atto criminoso non rappresenti mai il fulcro della narrazione13: a confermare tale osservazione è Akechi stesso in Occhi dalla soffitta quando comunica a Gōda di non avere la
minima intenzione di denunciarlo alla polizia, poiché il suo interesse per il caso è giustificato solo da una personale curiosità intellettuale:
(…) «Ti ringrazio per avermi confessato la verità» concluse Akechi. «Non ho nessuna intenzione di denunciarti alla polizia. Volevo solo verificare
che i miei sospetti fossero fondati. Come detective, l’unica cosa che mi sta a cuore è scoprire la verità. Null’altro» (…).
Dalla citazione si evince come già in questo periodo Ranpo non mostri interesse verso i temi del mantenimento e
della ricostituzione della legalità: difatti, oltre al fatto di non spiegare mai le motivazioni recondite che
guidano i protagonisti al reato, non scivola nemmeno nella trappola banale
della rappresentazione antonimica bene-male, astenendosi del tutto sia dal giudizio morale, sia dal presentare come eroi i
propri detective. In alcuni dei suoi primi racconti, a confermare tale
impostazione è la mancanza della cosiddetta prova regina che contribuisce a sfumare ulteriormente il rapporto tra chi commette il
crimine e chi è preposto a risolverlo14: come suggerisce Yamamae Yuzuru, Ranpo propone sì delle soluzioni ai propri enigmi, ma non fornisce mai prove schiaccianti di
colpevolezza15. Piuttosto ciò che sembra interessargli davvero sono i gusti del pubblico che, come egli
stesso affermerà più tardi negli anni della maturità, aveva imparato a conoscere sin dai suoi esordi16. Ecco allora che anche la sua passione per gli studi di psicologia, che negli
anni Venti avevano conosciuto una diffusione e un successo senza precedenti in
Giappone e i cui maestri Ranpo non manca mai di citare nei suoi racconti (si
pensi a Münsterberg o De Quiros), altro non rappresenta che un escamotage narrativo utile
a destare l’interesse dei lettori, nonché a introdurre nella neonata letteratura noir giapponese elementi di pura novità stilistica.
Ritornando al Giappone interbellico in cui Ranpo si trova a scrivere, verrebbe
da chiedersi quale fosse il suo giudizio su quella società Taishō che tanto nitidamente si riflette nelle opere del primo periodo. Come ha
suggerito di recente la scrittrice giapponese Kirino Natsuo in un convegno su
Edogawa17, la responsabilità critica verso gli argomenti che come scrittore tratta permette a Ranpo di
mantenere uno sguardo vigile sulla società all’interno della quale opera. Non a caso l’autore esordisce nel 1923, anno del terribile terremoto del Kantō e, sebbene i
suoi racconti fossero destinati a un vasto pubblico, non rinuncia mai a un’attenta osservazione del Giappone contemporaneo. Altri scrittori prima di lui si
erano espressi in modo critico nei confronti della modernizzazione veloce e superficiale che il paese si era trovato ad affrontare agli inizi del ventesimo secolo18, ma Ranpo pare rifuggire l’aperta disapprovazione contrapponendovi la follia dei suoi personaggi come
specchio critico del tempo: se analizzate in questa prospettiva, le turbe
psichiche dei Gōda Saburō, Fukiya Seichirō nonché dell’artigiano di poltrone non andranno interpretate come mera rappresentazione di un
disagio sociale. Piuttosto andranno inquadrate nell’ottica di una diversità che include l’orrore, la menzogna19, la volgarità, l’attrazione per il crimine e l’ossessione sessuale come l’altra metà di una realtà nascosta (seppure sempre latente e necessaria) ingenerata da un mondo che muta
a un ritmo non più controllabile. Ranpo mette dunque in scena la solitudine e la follia nei suoi
personaggi, ma in un’accezione differente e cioè focalizzandosi sull’aspetto creativo di queste manifestazioni, quasi a considerarle espressioni
fondamentali dell’essere umano. Non a caso nei suoi racconti la narrazione dell’orrore e la bruttezza gettano luce sulle zone d’ombra e sugli abissi dell’animo senza mai piegarsi all’autocensura e al giudizio morale. Ecco il perché delle dualità interno-esterno, notte-giorno, luce-ombra che si rintracciano nella suddivisione che Ranpo stesso propone nei propri
racconti tra fatti e realtà sommerse o tra fatti e deduzioni: intendono suggerire proprio la complementarità di una società “in transito”, fatta di sogni spaventosi e perturbanti, ma caratterizzata anche da un’apparente fiducia “diurna” verso il progresso.
La galassia Taishō che Ranpo intende condividere con il lettore si presenta
quindi nella crudezza dei crimini che essa stessa ingenera attraverso i propri
attori deviati e le figure di femmes fatales che popolano la prima produzione noir giapponese. Tali devianze conferiscono allo stile di Ranpo un chiaro gusto eroguro (erotico-grottesco), giustificato dall’alienazione dei personaggi: difatti, nonostante il filone si diffonda negli anni
Trenta come espressione dell’avanguardia storica e della cultura di massa, Ranpo decide di inserirlo nelle
proprie narrazioni con il chiaro scopo di mettere in luce le tensioni e gli
eccessi prodotti dalla rapida assimilazione del capitalismo, dell’industrializzazione e delle ideologie nazionalistiche di fine Ottocento. Come
sottolinea Seth Jacobowitz20, l’eroguro di Ranpo è probabilmente legato al tentativo di rinnovare la fiorente cultura Tokugawa che
era stata repressa dal mito della civiltà e dell’illuminazione (bunmei kaika) durante il periodo Meiji (1868-1912) sfruttandone l’intrinseca ambiguità non solo per veicolare il mero gusto per il bizzarro e per ciò che veniva percepito come decadente, ma anche per mostrare le forti
contraddizioni intrinseche alla modernità stessa21.
Non è un caso, infatti, che in questa primissima produzione lo stesso Akechi Kogorō
appaia anch’egli come un personaggio contraddittorio e “in transito”, in cerca di una propria affermazione sociale. Innanzitutto nelle sue prime
apparizioni Ranpo non racconta praticamente nulla di lui: sconosciute sono le
sue fonti di reddito così come i suoi legami affettivo-familiari; si sa che risiede al secondo piano di
una tabaccheria, in una camera in affitto ricolma di volumi dove viene sovente
ritratto nel gesto annoiato di arrotolarsi attorno al dito i ciuffi della sua
folta chioma di capelli. Ritratto come un eccentrico ventenne dai capelli
scompigliati e abbigliato in yukata è ancora lontano dall’eleganza dandy e dalla vita avventurosa che lo contraddistingueranno negli anni a venire. In
realtà nella sua incompletezza il primo Akechi altro non è che un escamotage per raccontare la gioventù di quel periodo così cangiante: girovaga per la città e appare nei locali più frequentati nei momenti meno attesi; non è ancora un investigatore professionista e tanto meno accetta denaro dopo aver
risolto i casi che gli vengono affidati. Come le personalità deviate che osserva, Akechi è un flâneur che vaga per le vie di Tōkyō, che alla stregua di un’antenna capta le novità e le contraddizioni del mondo senza mai giudicarle a priori. Non parla mai di sé, ma ci narra delle mode del tempo, del fascino decadente della metropoli, degli
intrattenimenti, dei divertimenti popolari e della letteratura, unitamente a
quelle sotterranee insoddisfazioni che si fanno strada nella mente dei
personaggi che di volta in volta va analizzando. Come lui stesso ci ricorda ne Il delitto della salita D., il suo amore per l’osservazione sociale gli deriva da una profonda curiosità verso i crimini perpetrati dal mondo ed è giustificato da un interesse verso quelli che egli stesso non esita a definire gli “studi umani” che a sua volta Ranpo dissemina nei propri racconti attraverso i temi dell’urbanizzazione, della privacy, della sessualità “anormale” e del progresso scientifico svuotato dell’etica. Ecco allora che anche le personalità dei giovani protagonisti qui presentati (Akechi incluso) ad altro non
serviranno che ad attrarre il lettore verso il lato oscuro della modernità, instillando una riflessione profonda sullo stato attuale della società. In conclusione, come ricorda Kawana a questo proposito:
(…) Piuttosto che deviare l’attenzione dei lettori dai loro problemi quotidiani, dai dilemmi e dalle
sofferenze, gli scrittori di detective fiction del periodo interbellico hanno
spinto coloro in cerca dell’intrattenimento a guardare dritto negli occhi quelle sfide. Come “pittori” della vita moderna, questi scrittori hanno svolto il ruolo di guida verso il
lato oscuro della modernità costringendo i propri lettori a esaminare i problemi da nuove angolazioni nonché a escogitare soluzioni sia all’interno che all’esterno dello spazio testuale22.
Note ai racconti
Il delitto della salita D.
1: Le bambole di crisantemi (kiku ningyō) si ottengono vestendo bambole a grandezza umana con fiori e foglie di
crisantemo di vari colori. La tradizione risale al tardo periodo Edo
(1603-1868) e pare fosse particolarmente florida nel quartiere di Sugamo dell’attuale Tōkyō.
2: Gli shōji sono porte divisorie scorrevoli costituite da uno scheletro ligneo all’interno del quale sono inseriti fogli di carta bianca traslucida o, in epoche più recenti, vetro.
3: I sentō sono bagni pubblici a pagamento. Nati come bagni inglobati all'interno dei
templi buddhisti, conobbero negli anni Sessanta del XX secolo il loro periodo
di massima diffusione nelle aree urbane del Giappone soprattutto grazie alla
loro estrema economicità. Nonostante siano andati calando negli ultimi anni, essi rappresentano ancora
un luogo in cui è possibile passare il tempo in compagnia di amici, familiari, vicini di casa o,
anche, estranei.
4: I soba sono spaghetti/vermicelli di grano saraceno dalla tipica colorazione marrone.
Vengono consumati in brodo oppure freddi.
5: Lo yukata (letteralmente, abito da bagno) è un indumento estivo di tipo informale composto da uno strato di cotone. Ne
esistono varie tipologie e il suo utilizzo risale al periodo Heian (794-1185).
Nel contesto di questo racconto, il termine yukata viene spesso sostituito dall’iperonimo kimono.
6: Il tatami è un materassino di paglia rettangolare intrecciato e pressato con paglia di riso
utilizzato come pavimento nelle case tradizionali giapponesi. Esso è altresì utilizzato come unità di misura degli ambienti. Le misure più frequenti sono 90 cm x 180 cm, oppure 85 cm x 180 cm.
7: Il fusuma è un pannello verticale rettangolare costituito da una struttura in legno a
reticolato ricoperta da cartone e da uno strato di carta o tessuto su entrambi
i lati che scorrendo funge da porta all’interno delle abitazioni tradizionali giapponesi.
8: I geta sono calzature tradizionali giapponesi unisex composte da una suola di legno
rialzata da due tasselli e sormontata da una stringa che divide l’alluce dalle altre dita del piede. Sono sovente indossati con abiti tradizionali
quali kimono e yukata. Possono essere indossati sia con i tabi che a piedi nudi.
9: I tabi sono calzini tradizionali giapponesi che arrivano alla caviglia e che separano
l’alluce dalle altre dita del piede. Vengono sovente indossati con sandali geta, zōri e calzature analoghe. I tabi di colore bianco sono portati sotto i costumi tradizionali giapponesi. Quelli di
colore blu e nero vengono utilizzati dagli uomini a scopo di viaggio, laddove
quelli a fantasia e colorati sono indossati principalmente delle donne. Vengono
altresì impiegati nel teatro e dai praticanti di arti marziali. Modelli più alti con la suola in gomma sono utilizzati nell’ambito della carpenteria e altre professioni affini.
10: Kanda Hakuryū era il nome d’arte di Totsuka Iwatarō (1889-1949), celebre declamatore divenuto nel 1912
quinto Kanda Hakuryū.
11: Lo obi è una fusciacca o cintura esterna indossata insieme al kimono nata nel periodo Kamakura (1185-1333) grazie all’abbandono da parte delle donne dei pantaloni da cerimonia (hakama). Spesso si caratterizza per la complessità e la bellezza dei nodi che sono situati solitamente al centro sulla schiena.
Per lo yukata maschile è di fattura molto meno sofisticata.
12: Ranpo fa qui riferimento ai cavi di tungsteno delle lampadine dell’epoca che provocano spesso improvvisi black-out. Il ritorno della luce, in quei casi, avveniva normalmente in modo automatico.
13: Il volume fu in realtà pubblicato nel 1908. Ranpo fa riferimento ai dati riportati nella traduzione
giapponese dell’epoca.
14: Ōoka Tadasuke (1677-1752) era un famoso giudice noto per la sua estrema
intelligenza e incorruttibilità.
Il test psicologico
1: Il tokonoma è una alcova rialzata presente nelle stanze arredate in stile autoctono
giapponese (washitsu) dove sono solitamente esposte pergamene dette emakimono, composizioni floreali
(ikebana) o bonsai. Il tokonoma fece la sua comparsa durante il periodo Muromachi (1336-1573).
2: Ono no Komachi (825-900?) è un’illustre poetessa giapponese del periodo Heian (794-1185). Nota per la sua
maestria nel comporre poesie waka, era altresì conosciuta per la sua incomparabile bellezza.
3: Ranpo fa qui riferimento alle strade in terra battuta degli anni Venti in
Giappone. Come le strade esterne, anche la zona adiacente al genkan dove si toglievano le calzature prima di entrare in casa era in terra battuta.
Il fatto che questa zona sia stata intonacata rappresenta un elemento di novità importante all’interno della narrazione.
3: Il biwa è il liuto piriforme a manico corto. Il manico e la cassa armonica sono a forma
di pera e le corde dello strumento sono di seta. Il biwa pare sia stato importato nell’ottavo secolo dalla Cina e, nella tradizione locale giapponese, è spesso suonato da monaci itineranti per recitare poemi della letteratura
guerresca.
La banda della mano nera
1: Il ryokan è una tipologia di locanda in stile tradizionale giapponese probabilmente
risalente al periodo Edo (1603-1868). Le camere dei ryokan sono caratterizzate da una serie di arredi classici quali il pavimento in
tatami, pannelli scorrevoli (fusuma), rifiniture interne in legno, alcove (tokonoma) dedicate all’esposizione di calligrafie, ikebana e piccole sculture, nonché dall’assenza di mobilio e di letti. Sovente dalle finestre è possibile godere della vista di un giardino in stile giapponese. La cucina dei ryokan è solitamente raffinata e viene servita utilizzando ceramiche pregiate e
contenitori di lacca oltremodo eleganti.
2: Ranpo fa qui riferimento all’articolo del giornalista e scrittore George R. Sims (1847-1922) intitolato Originality in Murder comparso nel numero di ottobre del 1915 della rivista Strand Magazine.
3: Da questo momento in poi, ai fini della narrazione, la disamina della lettera
terrà conto della sua scrittura originale in lingua giapponese. Di conseguenza
emergerà dalla descrizione di Ranpo la presenza di kana (caratteri fonografici) e di caratteri cinesi (kanji) all’interno del testo che non permetteranno più di fare riferimento alla lettera tradotta in italiano all’inizio del racconto.
4: Il gioco cinese d’azzardo dello chīhā si sviluppò in Cina e conobbe molto successo in Giappone durante l’epoca Meiji (1868-1912).
Occhi dalla soffitta
1: Lo Uta karuta (“carte delle poesie”) o semplicemente Karuta è un gioco tradizionale giapponese praticato soprattutto a Capodanno. Le duecento
carte con le quali si gioca riproducono brevi composizioni giapponesi tratte
dall’antologia classica Hyakunin isshu (XII-XIII sec.): metà presentano la prima parte delle poesie (uta), mentre le restanti ne contengono
il prosieguo. Queste ultime vengono sparse davanti ai giocatori mentre le altre
le raccoglie un declamatore che le legge una alla volta, scegliendole a caso.
Il primo giocatore che prende tra le carte sparse quella che contiene la fine
della poesia che il declamatore sta leggendo si aggiudica la carta. Lo stile
delle liriche è del tipo tanka o waka.
2: Il go è un gioco da tavolo di origine cinese a due giocatori. Si gioca tramite pedine
di colore bianco e nero su di una scacchiera dotata di un griglia formata da
diciannove traverse per diciannove colonne. Lo scopo del gioco è il controllo di una zona maggiore della scacchiera (goban) di quella controllata dall’avversario.
3: ll gioco dello shōgi conosciuto anche come gioco degli scacchi giapponesi si pone come obiettivo
quello di fare scaccomatto al re avversario. Come per gli scacchi, i giocatori
sono due (bianco e nero) e giocano su una scacchiera (shōgiban) composta da una griglia di nove traverse per nove colonne. Le caselle non sono
differenziate dal colore dello sfondo. Ogni giocatore ha a disposizione venti
pedine.
4: Dakki no ohyaku fu una prostituta di alto rango (yūjo) vissuta nel quartiere di Gion verso la metà del periodo Edo (1603-1868) la quale, coinvolta in svariati scandali a livello
politico, ispirò successivamente numerosi drammi e componimenti musicali. Il nome deriva da
quello della principessa cinese Daji (Dakki, in giapponese) originaria dello stato di Yōsu che visse negli ultimi anni
della dinastia Shang (1600-1046 a.C.) e che fu rapita dall’imperatore Zhou. Conosciuta per il suo sadismo e la sua estrema crudeltà, venne giustiziata dall’imperatore Wu dopo la caduta della dinastia Shang. Uwabami Oyoshi è il personaggio principale del dramma kabuki Uwabami Oyoshi uwasa no adauchi (1866) dove l’omonima protagonista diviene amante dell’assassino del marito per vendicarne la morte.
5: Il futon è il materasso arrotolabile giapponese. È formato da diverse falde di cotone rivestite con una fodera trapuntata.
6: Protea è il nome della protagonista di una serie di film muti inaugurati dal regista
Victorin-Hippolyte Jasset (1862-1913). Il ruolo della protagonista, spia
internazionale in grado di mettere a segno sensazionali furti, era interpretato
dall’attrice francese Josette Andriot (1886-1942).
7: Shiobara è una località termale situata nella prefettura di Tochigi, a nord di Tōkyō, famosa per la sua
estrema bellezza e come luogo preposto ai suicidi d’amore. Shiobara è altresì citata nel romanzo gotico di Ozaki Kōyō (1868-1903) intitolato Konjiki yasha.
Note alla postfazione
1: The Early Cases of Akechi Kogorō, Fukuoka, Kurodahan Press, 2014: pp. IX-XIX.
2: Non a caso, è Ranpo la componente “straniera” del nome di penna che richiama anche il mito baudelairiano del flâneur.
3: Si pensi all’illuminazione elettrica, agli arredi in stile occidentale, agli oufit in stile francese o inglese del detective Akechi Kogorō che fanno da cornice a
molti racconti di Ranpo di questo periodo.
4: Nei suddetti quartieri di Tōkyō si diffondono sale cinematografiche, sale da
ballo, caffè e cabaret che rappresentano i punti di attrazione principali per la gioventù del tempo. Per un approfondimento sul cinema si può consultare il saggio di Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965) dal titolo Katsudō shashin no genzai to shōrai in Luisa Bienati, Bonaventura Ruperti, Asa-Bettina Wuthenow, Pierantonio
Zanotti (a cura di), Letterario, troppo letterario – Antologia della critica giapponese moderna, Venezia, Marsilio, 2016: pp. 115-122.
5: Edogawa Ranpo tanpenshū, Tōkyō, Iwanami shoten, 2008: pp. 357-376.
6: Yamamae Yuzuru, “Masashiku shugyoku no shoki tanpengun”, Edogawa Ranpo zenshū – dai ikkan, Tōkyō, Kōbunsha, 2004: pp. 723-734.
7: Edogawa Ranpo Besuto Serekushon 1, Tōkyō, Kadokawa bunko, 2008: pp. 206-213.
8: In tutto ciò, gli elementi allogeni giocano un ruolo fondamentale poiché diventano essi stessi lo strumento materiale del crimine prestandosi così alle fantasie e agli intenti criminali dei suddetti personaggi: non è un caso, ad esempio, che la poltrona di Ningen isu sia la vera protagonista del racconto e che ponga in ombra anche il suo ignoto
artigiano.
9: Gonda Manji, Nihon tantei sakkaron, Tōkyō, Futaba Bunko, 1996: p. 42. Si consulti anche la raccolta di racconti e
saggi Ranpo no henshin, Tōkyō, Kōbunsha bunko, 2017.
10: Kawana Sari, Murder Most Modern, Minneapolis-London, University of Minnesota Press, 2008: pp. 41-44.
11: Gonda Manji, (ibidem): pp. 38-39.
12: Edogawa Ranpo tanpenshū, (ibidem): pp. 360-363.
13: Gonda Manji, (ibidem): p. 43.
14: In Occhi dalla soffitta, sebbene Gōda Saburō sia indubbiamente colpevole, Akechi lo induce a confessare tramite l’inganno senza essere in possesso di alcun reperto realmente compromettente. Lo stesso accade ne Il delitto della salita D. dove Ranpo non fornisce mai la prova della colpevolezza del sospettato.
15: Yamamae Yuzuru, (ibidem): p. 731.
16: A questo proposito, nel saggio Kaidan nyūmon Ranpo afferma che in Giappone, a differenza dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, la maggior parte del pubblico apprezza di più il mistery che il giallo di fattura classica occidentale proprio perché più legato ai temi della psicanalisi, della devianza e del grottesco. Lo stesso
Chiba Shunji (2008) ricorda come i soggetti preferiti di questo primo periodo
siano, non a caso, l’ossessione per le lenti e gli specchi, quella per il travestitismo con relativo
desiderio di metamorfosi corporea, la doppia personalità e il voyeurismo, nonché casi di omicidio dai risvolti raccapriccianti. Ranpo stesso affermerà come le personalità turbate dei propri personaggi ricevevano maggiore attenzione poiché riuscivano a stimolare la fantasia dei lettori.
17: Shōsetsuka no yume to kyōki (Rêves et folie d’un écrivain). Intervento di Kirino Natsuo all’interno del convegno internazionale “Edogawa Ranpo ou les labyrinthes de la modernité japonaise” svoltosi a Parigi il 14-15/10/2016 consultabile al link:
http://www.mcjp.fr/fr/agenda/edogawa-ranpo-ou-les-labyrinthes-de-la-modernite-japonaise.
18: Natsume Sōseki lo denuncia nel suo saggio Gendai Nihon no kaika (1911). Per un approfondimento si consulti: Luisa Bienati, Bonaventura Ruperti,
Asa-Bettina Wuthenow, Pierantonio Zanotti (a cura di), Letterario, troppo letterario – Antologia della critica giapponese moderna, Venezia, Marsilio, 2016: pp. 94-97.
19: Non a caso Fukiya Seichirō mente alla polizia per trascinare in carcere il
suo amico Saitō Isamu.
20: The Edogawa Ranpo Reader, Fukuoka, Kurodahan Press, 2008: pp. 13-16.
21: Non è un caso che alcuni degli oggetti utilizzati per commettere i crimini siano
chiaramente artefatti allogeni: si pensi alla poltrona utilizzata come camera
nascosta per sopire i reconditi desideri sessuali dell’artigiano, oppure all’interruttore della luce elettrica che crea forte imbarazzo nelle indagini de Il delitto della salita D.
22: Kawana Sari, (ibidem): pp. 11. (traduzione dell’autore del saggio).
Nota biografica
Edogawa Ranpo1 (江戸川乱歩), pseudonimo di Hirai Tarō (1894-1965), nasce a Nabari nella prefettura di Mie
da una famiglia di estrazione samuraica. All’età di due anni i genitori si trasferiscono nella città di Nagoya dove egli trascorre l’adolescenza fino all’iscrizione nel 1912 all’università Waseda a Tōkyō dove sceglierà la facoltà di economia. Durante gli anni di studio universitario, oltre a essere
influenzato da Edgar Allan Poe2 (1809-1849), Arthur Conan Doyle (1859-1930) e Maurice Leblanc (1864-1941), Ranpo
riconoscerà altresì la fascinazione di scrittori quali Fortuné du Boisgobey (1821-1891), Charles Baudelaire (1821-1867), Émile Gaboriau (1832-1873), Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965), Uno Kōji (1891-1961), Satō Haruo (1892-1964), Kuroiwa Ruikō
(1862-1920), Richard Austin Freeman (1862-1943) e G.K. Chesterton (1874-1936)
dando vita a una vasta produzione letteraria che ispirerà gli scrittori giapponesi del periodo pre e postbellico. Durante e dopo gli
studi lavorerà in vari ambiti svolgendo una serie di impieghi (dipendente in una ditta
import-export, contabile in un cantiere navale, redattore, consulente di
aziende pubblicitarie, venditore di rāmen, gestore di un negozio di libri di seconda mano) che influenzeranno non poco i
temi della sua prima produzione letteraria.
Il suo debutto avviene nel 1923, anno del grande terremoto del Kantō, sulla
rivista Shinseinen (“Nuova gioventù”) con la pubblicazione del racconto La moneta da due sen (Nisen dōka, 弐銭銅貨) seguito nel 1928 dal romanzo La belva nell’ombra (Injū, 陰獣). Fino al suo esordio è interessante sottolineare come nessun autore giapponese si fosse mai cimentato
con la moderna detective story, nonostante lo straordinario successo riscosso
in quegli anni dalle traduzioni di opere di fattura straniera dello stesso
genere. In particolare, già da questo primo periodo, Ranpo mostra una straordinaria capacità nel descrivere e calarsi nella psiche malata dei suoi personaggi (affetti
spesso da vere e proprie turbe psichiche) creando situazioni bizzarre e ricche
di suspense. Non a caso ricorrono sovente nei suoi primi racconti i temi dell’erotismo, del grottesco e del voyeurismo intrisi di un’estetica decadente svincolata da qualsiasi intento morale e/o politico (eroguro nansensu). Ciò emerge, in particolare, nelle sue opere datate 1925 quali Il delitto della salita D. (Dīzaka no satsujin jiken, D坂の殺人事件), Occhi dalla soffitta (Yaneura no sanposha, 屋根裏の散歩者) e La poltrona umana (Ningen isu, 人間椅子)3 dove Ranpo si concentra sovente sulle devianze dei propri protagonisti senza
affidarsi necessariamente al delitto come causa scatenante della narrazione4. La suddetta impostazione permette all’autore di gettare le basi per una completa fusione tra il mystery di fattura
occidentale e la tradizione autoctona proponendo tematiche fino ad allora quasi
sconosciute (si pensi all’ossessione per gli specchi, al tema del travestitismo e della deformità fisica) intendendo con ciò sottolineare il disagio e l’incapacità della società giapponese nel conformarsi ai nuovi stili di vita consolidatisi tra la fine del
periodo Meiji (1868-1912) e all’inizio dell’era Taishō (1912-1926). In particolare, come ricorda Seth Jacobowitz nella sua
introduzione all’antologia The early cases of Akechi Kogorō (2014), attraverso la suddetta fusione Ranpo intende porre sullo stesso piano
le proprie opere con quelle degli autori stranieri tradotte in Giappone: ne
sono un esempio le numerose citazioni che ne arricchiscono i suoi racconti,
nonché la chiara ambientazione autoctona che contribuisce a ricreare il locked-room mystery all’interno delle case giapponesi, come avviene anche in Dīzaka no satsujin jiken.
Negli anni Trenta Ranpo scrive già per numerose riviste imponendosi nel panorama mystery giapponese attraverso la figura dell’investigatore Akechi Kogorō che fa la sua prima comparsa nel 1925 nel racconto Il delitto della salita D. Akechi, sebbene affiancato negli anni a venire dalla figura di Kobayashi Yoshio
(la sua prima apparizione è nella novella Il vampiro, Kyūketsuki人吸血鬼 del 1930), diviene di fatto il detective di riferimento della sua vasta
produzione letteraria fino al periodo postbellico quando le opere di Ranpo
perderanno, a causa della censura sempre più pressante, la matrice eroguro per indirizzarsi volutamente verso il genere avventuroso5. Di questi anni sono anche i romanzi La lucertola nera (Kuro tokage, 黒蜥蜴, 1934), Il leopardo umano (Ningen hyō, 黒人間豹, 1934), L’uomo misterioso dai venti volti (Kaijin nijūmensō, 怪人二十面相, 1936), Lo stemma del demonio (Akuma no monshō, 悪魔の紋章, 1937), La stella oscura (Ankokusei, 暗黒星, 1939), Il clown dell’inferno (Jigoku no dōkeshi, 地獄の道化師, 1939), unitamente alle novelle I misteriosi crimini del Dottor Mera (Mera hakase no fushigina hanzai, 目羅博士の不思議な犯罪, 1931), Il demone (Oni, 鬼, 1932), L’archibugio (Hinawajū, 火縄銃), La melagrana (Zakuro, 石榴, 1934) e ai primi saggi sull’arte della scrittura noir tra i quali La lingua del demone (Oni no kotoba, 鬼の言葉, 1936). Nel 1939, due anni dopo lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese
(1937-1945), il governo censura la ristampa del racconto Il bruco (Imomushi, 芋虫, 1929) poiché tacciato di corrompere l’ideologia filobellica del periodo6 assestando un duro colpo alle finanze di Ranpo che tanto dipendevano dai diritti
provenienti dalle proprie opere.
Nonostante la sua produzione prosegua anche negli anni del conflitto
nippo-americano (1941-1945) adeguandosi ai dettami della censura, Ranpo firma i
propri racconti con uno pseudonimo diverso (Komatsu Ryūnosuke), forse per
dissociarsi da tutte le costrizioni subite che tanto lo avevano condizionato in
quel periodo. Da febbraio fino a giugno del 1945 viene evacuato insieme alla
moglie e al figlio Ryūtarō dal quartiere di Ikebukuro a Tōkyō nella prefettura
di Fukushima, nel nord del Giappone. Al ritorno nella capitale, nonostante i
raid aerei americani, egli trova miracolosamente intatto il suo studio dove può continuare a scrivere e recensire, nonché riprendere a tenere conferenze e prendere parte anche a trasmissioni
radiofoniche nelle quali presenta i migliori romanzi polizieschi di fattura
straniera. Questo periodo vede Ranpo impegnarsi con tutte le sue forze nella
diffusione del genere mystery in Giappone: prima, nel 1946 sostenendo la rivista Hōseki (“Il gioiello”, 宝石) di cui diverrà direttore dal 1957 al 1965, poi nel 1947 con la fondazione del “Club degli autori di romanzi di investigazione” (Tantei sakka kurabu, 探偵作家クラブ) che nel 1963 diverrà ufficialmente la “Associazione degli scrittori mystery del Giappone” (Nihon suiri sakka kyōkai, 日本推理作家協会). Questo sarà il periodo più florido per Ranpo in termini di saggi: scriverà, difatti, numerosi volumi e articoli sulla storia del mystery giapponese,
europeo e americano tra i quali: Il castello fantasma (Gen’eijō, 幻影城, 1951), Trenta anni di romanzi di investigazione (Tantei shōsetsu sanjūnen, 探偵小説三十年, 1954), Il mistero dei romanzi di investigazione (Tantei shōsetsu no nazo, 探偵小説の謎, 1956), Gli autori di romanzi di investigazione stranieri e le loro opere (Kaigaitanteishōsetsusakka to sakuhin, 海外探偵小説作家と作品,1956), I miei sogni e la verità (Wagayume to shinjitsu, わが夢と真実,1957) e Saggi di Ranpo (Ranpo zuihitsu, 乱歩随筆, 1960). Oltre alle suddette opere, nel decennio 1940-1950 dedica parte del suo lavoro
alla diffusione del lavoro del suo amico antropologo Iwata Jun’ichi (1900-1945) che si era occupato del tema dell’omosessualità in Giappone, mentre nel 1956, con l’aiuto quinquennale di un collaboratore bilingue, pubblica in inglese la sua
prima raccolta di racconti intitolata Japanese Tales of Mystery & Imagination per la casa editrice Tuttle. Queste sue prime pubblicazioni all’estero gli garantiscono una notorietà che gli verrà riconosciuta anche da Ellery Queen il quale lo accosterà a giallisti del calibro di Agatha Christie (1890-1976) e Edgar Wallace
(1875-1932). Nello stesso periodo comincia il lungo fenomeno della
trasposizione delle sue opere in manga e lungometraggi per il cinema che si
protrae fino a oggi. Tra i film di fattura giapponese più noti si ricordano7: Issunbōshi (“Il nano”, 1927), Tsurara no bijo (“La donna stalattite”, 1950), Kaijin nijūmensō (“L’uomo misterioso dai venti volti”, 1954), Seidō no majin (“Il mago di bronzo”, 1955), Shōnen Tanteidan (“Il club dei giovani detective”1956), Kumo otoko (“L’uomo ragno”, 1958), Kuro tokage (“La lucertola nera”, 1962), Mōjū (“La belva cieca”, 1969), Yaneura no sanposha (“Occhi dalla soffitta”, 1970), Oshie to tabi suru otoko (“Il viaggiatore con il quadro di stoffa”, 1994), Ranpo (1994), Ningen isu (“La poltrona umana”, 1997), Dīzaka no satsujin jiken (“Il delitto della salita D.”, 1998), Gemini (1999), Ranpo jigoku (“L’inferno di Ranpo”, 2005), Shitsuren satsujin (“Omicidio d’amore”, 2010) e Kyatapirā (“Caterpillar”, 2010). Malato di arteriosclerosi e affetto dal morbo di Parkinson, Ranpo muore
di emorragia cerebrale nel 1965 lasciando in eredità venti romanzi, cinquantatre racconti brevi e novelle, nonché numerosi saggi sulla letteratura di investigazione. Prima del suo decesso, nel
1955 l’Associazione degli scrittori mystery del Giappone da lui fondata gli dedica il premio Edogawa Ranpo (Edogawa Ranposhō, 江戸川乱歩賞) assegnato ogni anno in Giappone dalla casa editrice Kōdansha al miglior
scrittore della panorama mystery.
Note
1: Anche trascritto Rampo.
2: Il suo stesso nome d’arte è la trascrizione fonetica in giapponese di quello dell’autore americano.
3: Eletto miglior racconto dell’anno della rivista Shinseinen.
4: Non a caso, le digressioni sugli studi di psicologia rappresentano un tratto
dominante di queste prime composizioni.
5: Si ricordano, a questo proposito, le novelle che hanno come protagonisti
Akechi e Kobayashi coinvolti nel cosiddetto “Club dei giovani detective” (Shōnen Tanteidan,少年探偵団).
6: L’opera racconta la storia di un veterano di guerra divenuto tetraplegico a causa
delle ferite in riportate in battaglia.
7: Alcuni di questi titoli sono stati proposti in più versioni.
ATMOSPHERE LIBRI
dall’Arabia Saudita
Badriya al-Bishr: Profumo di caffè e cardamomo
Abdo Khal: Le scintille dell’inferno
dall’Argentina
Carlos Busqued: Sotto questo sole tremendo
María Inés Krimer: Sangue kosher
dal Brasile
Federico Bonassi: Terra di nessuno
Luis Fernando Verissimo: Borges e gli oranghi eterni
dal Canada
Linden MacIntyre: L’uomo del vescovo
dal Cile
Ramón Díaz Eterovic: L’oscura memoria delle armi
Diego Muñoz Valenzuela: Fiori per un cyborg
Diamela Eltit: Imposta alla carne
dalla Corea del Sud
Lee Eung-jun: Vita privata di una nazione
Ch’ae Mansik: Una vita ready-made e altri racconti
dalla Danimarca
Helle Helle: Dai cani
Eva Maria Fredensborg: Non colpire due volte
dalla Cina
Autori vari: Shanghai suite
Chan Koonchung: La vita da sogno di Champa il tibetano
Yan Lianke: Il podestà Liu e altri racconti
Wei Wei: L’estate della svolta
dall’Egitto
Tareq Imam: Le mani dell’assassino
dall’Estonia
Tiit Aleksejev: Il pellegrinaggio. Una storia della prima crociata
dalla Finlandia
Mikko Rimminen: La giornata del naso rosso
Kati Hiekkapelto: Colibrì
Harri Nykänen: I giorni del pentimento. Il caso del detective Ariel Kafka
Kati Hiekkapelto: Senza scampo
Maria Turtschaninoff: Maresi. Cronache del monastero rosso
Maria Turtschaninoff: Naondel. Cronache del monastero rosso
dalla Francia
Julie Grelley: Angeli
Antoine Laurain: Il cappello di Mitterrand
Anouar Benmalek: Il rapimento
dalla Georgia
Erlom Akhvlediani: Vano e Niko e altre storie
dalla Germania
Iris Hanika: L’essenziale
Tom Hillenbrand: Frutto del diavolo. Un thriller culinario
Tom Hillenbrand: Oro rosso. Il secondo caso del chef Xavier Kieffer
dal Giappone
Autori vari: Scrivere per Fukushima
Ekuni Kaori: Stella stellina
Yumoto Kazumi: Amici
Hamao Shirō: Il discepolo del demonio
Hara Tamiki: Il paese dei desideri. Il ricordo di Hiroshima
Akutagawa Ryūnosuke: La scena dell'inferno e altri racconti (1915-1920)
Higashino Keigo: La colpa
Sumii Sue: Il fiume senza ponti
Abe Kōbō: Il quaderno canguro
Yokomitsu Riichi: Shanghai
AA.VV. (Natsume Sōseki, Dazai Osamu, ecc.): Lo scudo dell’illusione
Inui Tomiko: I segreti della casa sotto l’albero
Akutagawa Ryūnosuke: Kappa e altre storie
dalla Grecia
Kostas Hatziantoniou: Agrigento
da Haiti
Lyonel Trouillot: I figli degli eroi
dall’India
Joydeep Roy-Bhattacharya: L’attesa
dall’Indonesia
Oka Rusmini: La danza della terra
Leila S. Chudori: Ritorno a casa
dall’Inghilterra
Ghada Karmi: In cerca di Fatima. Una storia palestinese
dall’Islanda
Jón Hallur Stefánsson: Il piromane
da Israele
Orly Castel-Bloom: Textile
Ronit Matalon: Il suono dei nostri passi
Nava Semel: E il topo rise
Shimon Adaf: Volti bruciati dal sole
Alon Altaras: Nostro figlio
Mira Magen: Lo dirà il tempo
Judith Katzir: Carissima Anna. Un amore impossibile
dall’Italia
Leonidas Michelis: Il ragazzo di Jànina
Quintin Contreras: La talpa. La verità rivelata
Mario Falcone: Un’amara verità
Roberto Agostini: Il cuoco di Burns Night
Francesca Palumbo: La vita è un colpo secco
Claudio Gargioli: Menù letterario tipico romano
Tiziana Sferruggia: La signora Rosetta, ovvero la felicità provvisoria
Erika Gallini: Tutto panna chantilly
Alessandra Pepino: Cattivi presagi
Carmine Mari: Il regolo imperfetto
Marco Bigliazzi: In bianco
Alessandra Pepino: Il ladro di ricordi
Leonidas Michelis: Al passo delle cicogne bianche
AA.VV.: I delitti della città vuota
AA.VV.: I delitti della gelosia
Claudio Gargioli: La mia cucina romana
Mauro Di Leo, Strambetty: Il mio primo Dostoevskij. Il coccodrillo: un caso straordinario
Mauro Di Leo, Arianna Papini: Il telefono. Poesia di Kornej Čukovskij
Mauro Di Leo, Strambetty: Il mio primo Čechov. L’avventura di una cagnolina
dalla Lituania
Laura Sintija Černiauskaitė: Il respiro sul marmo
dalla Moldavia
Vladimir Lorčenkov: Italia mon amour
dalla Norvegia
Kjersti Annesdatter Skomsvold: Più corro veloce, più sono piccola
Lars Maehle: La porta scura
Torkil Damhaug: Il signore del fuoco
Lars Saabye Christensen: Beatles
Frode Granhus: Vortici
Frode Granhus: La tempesta
dal Perù
Enrique Prochazka: Casa
dalla Polonia
Magdalena Tulli: Difetto
Michał Witkowski: Margot
Mikołaj Łoziński: Libro
dalla Repubblica ceca
Jaroslav Rudiš: Il cielo sotto Berlino
Emil Hakl: Genitori e figli
Michal Viewegh: La bio-moglie
Michal Viewegh: Fuori gioco
Petra Soukupová: Sparire
Michal Ajvaz: L’altra Praga
dalla Repubblica di Macedonia
Lidija Dimkovska: Vita di scorta
dalla Romania
Florina Ilis: Cinque nuvole colorate nel cielo d’Oriente
Gabriela Adameşteanu: Una mattinata persa
Stelian Tănase: Morte di un ballerino di tango
Bogdan Suceavă: Miruna, una storia
Mihail Sadoveanu: La scure
dalla Russia
Natal’ja Ključareva: Un treno chiamato Russia
Andrej Gelasimov: La sete
Michail Elizarov: Il bibliotecario
Oleg Zajončkovskij: Felicità possibile. Un romanzo del nostro tempo
Michail Elizarov: Cartoni
Anna Starobinec: Zero
Vladimir Sorokin: La giornata di un opričnik
Fazil’ Iskander: Conigli e boa
Sergej Aksakov, Gal’ja Zenko: Il fiore scarlatto
dalla Scozia
Tracey S. Rosenberg: La ragazza nel bunker
dalla Serbia
Uglješa Šajtinac: Doni modesti
dalla Slovacchia
Jana Beňová: Café Hyena
dalla Slovenia
Andrej Blatnik: Cambiami
Andrej Blatnik: Capisci, vero?
dalla Spagna
Martin Casariego: Il branco e la nebbia
Menchu Gutiérrez: Dietro la bocca
Andrés Barba: Piccole mani
Manuel De Pedrolo: Seconda origine
Belén Gopegui: Voglio essere punk
Jorge Carrión: I morti
Pep Coll: Le signorine di Lourdes. La vera storia di Bernadette
Manuel Baixauli: L’uomo manoscritto
Jordi Cussà: Il ragazzo di Sarajevo
Rafael Balanzá: Ti ucciderò
Josan Hatero: La pelle. Un bestiario di amanti
Maite Carranza: Parole avvelenate
Clara Usón: Cuore di napalm
Ana María Matute: Paradiso disabitato
Isabel-Clara Simó: Io e mio fratello
Pedro De Paz: La via tracciata
Jordi Sierra i Fabra: Campi di fragole
dagli Stati Uniti d’America
Lyn Miller-Lachmann: Gringolandia
Mitali Perkins: Ragazzi di bambù
Matthue Roth, Rohan Daniel Eason: Il mio primo Kafka
dal Sudafrica
Hawa Jande Golakai: L’effetto Lazzaro
dalla Svezia
Lars Pettersson: Kautokeino, un coltello insanguinato
Carin Bartosch Edström: Quintetto. Il suono della morte
dalla Svizzera
Jürg Amann: Il comandante
Carole Allamand: La penna dell’orso
Linus Reichlin: La nostalgia degli atomi
dall’Ungheria
Attila Bartis: Tranquillità
Indice
Il delitto della salita D.
Il test psicologico La banda della mano nera Occhi dalla soffitta La poltrona
umana Il bacio
Postfazione di Francesco Vitucci
Note ai racconti
Nota biografica
bambina che i suoi due fratelli scompaiono nell’oscurità. E con loro svanisco anche io bambino.
Nel mio posto segreto è sempre piena estate.
Una volta io, da bravo bricconcello, sto salendo sull’albero di fichi bianchi della casa della bimba. Oltrepassata la siepe di
cipresso di casa mia, sono venuto a fare il ladro. Questo ladro divora uno dopo
l’altro i frutti dalla cui attaccatura, quando li cogli, esce il latte. Le foglie
di fico spandono intorno un buon profumo.
Dalla casa vicina, una costruzione occidentale vecchio stile, esce la bimba
piccola.
Anche io, ladro senza paura, pensando di essere scoperto nascondo il viso all’ombra di una grande foglia di fico.
La bimba viene avanti e, con gentilezza, si rivolge a me che sto sull’albero: «Ne prendi uno anche per me?»
Io, povero ladro, mi trasformo subito in un angelo sceso dal cielo per cogliere
il fico.
«Grazie!» dice con gratitudine lei, e mentre pesta l’ombra corta ritorna nella casa da dove è venuta. Pensando alle perle di sudore sul naso della bimba con il collo
sottile, il ladro sul ramo di fico disegna un castello nel cielo azzurro. Un
castello immaginario dove un giorno vivrà con quella bambina.
I nuvoloni estivi si alzano verso l’alto e anche il mio castello si estende all’infinito nel cielo azzurro…
Come vedete nel mio posto segreto non c’è un piccolo principe sceso dalle stelle e nemmeno l’allegra riva di un fiume dove riecheggia il flauto di Pan, ma la mia casa, dove
sono realmente nato e cresciuto, prima che sparisse bruciata da un’incursione aerea. Quello per me è diventato un posto speciale. Ora non ci sono più tracce né della mia abitazione, né della bambina circondata dagli olmi verso cui mi sono girato e rigirato pieno
di nostalgia quando, scolaretto delle elementari, sono partito per lo
sfollamento di massa. E finché vivrò non incontrerò mai un’altra volta la bimba che sembrava un diavoletto che viveva lì…
Avevo continuato a pensarla così per più di dieci anni ma un giorno, da un amico incontrato per caso sul treno, ebbi sue
notizie.
«Lei si ricorda di te. Ha detto che qualche volta le piacerebbe incontrare il
bambino della casa vicina che era bravo a volteggiare sulla sbarra».
Sul momento non riuscii a rispondere. Il mio amico senza curarsene continuò: «Che nostalgia, eh? Dopo tanto tempo poter parlare con lei di quando eravamo
piccoli. Anche se da parte sua non ha detto molto. Con te probabilmente si
sarebbe aperta di più. Le piacevi più di me già allora!»
Quell’amico con cui avevo passato la fanciullezza, con al centro la casa della bimba,
come allora era gentile ma un po’ rude.
«Perché non vai a trovarla una volta? Guarda, mi ha detto che l’indirizzo è questo».
L’amico mi scrisse l’indirizzo della ragazza su un foglietto di carta e me lo diede.
Sentendo che non avrei sopportato che un estraneo mettesse piede senza permesso
nel mio posto segreto, mi separai da lui che avrebbe voluto continuare a
parlare.
Anche se in realtà avrei voluto sapere molte più cose di lei.
Lungo la strada del ritorno strappai minuziosamente in tanti pezzetti il
foglietto.
“Nel ricordo di quella ragazza devo rimanere sempre il bambino vivace e birichino
che volteggiava sulla sbarra! E poi quella del mio posto deve essere per sempre
la bambina che sembrava un diavoletto!”
Il foglio, ridotto in mille pezzi, dalle mie mani si sparpagliò nel vento.
Da quel giorno passarono alcuni mesi.
In mezzo alla posta arrivata la mattina e che stavo smistando sul tavolo dove
lavoro, c’era un pacchetto. Mentre pensavo che fosse il contributo di un lettore, vidi il
nome del mittente sul retro e le mie mani tremarono.
Moriyama Yuri, il nome scritto con un pennarello blu era quello della bambina
del mio posto segreto.
In fretta scartai la busta e, aperto il quadernone all’interno, cominciai a leggere.
Era il racconto del suo posto segreto.
Lei, a due passi dal mio, aveva avuto un regno molto molto più meraviglioso.
Mi resi conto che mi stava mostrando la parte sconosciuta del mio posto
incantato e fui trascinato nella sua storia.
La stanzetta dei libri
Al primo piano c’era una piccola biblioteca.
La porta della stanza, che dava su un corridoio in penombra, raramente si
trovava aperta. Di solito era ben chiusa, come per tenere alla larga chiunque volesse entrare. Quello era l’angolo più silenzioso e appartato di tutta la casa.
Aprendo con un cigolio la massiccia porta di quercia, come vere pareti si
trovavano tre librerie che arrivavano quasi al soffitto, e volumi di ogni sorta
avevano riempito prepotentemente gli scaffali. Accanto ai libri antichi in
cinese stavano quelli stranieri che nel periodo Meiji il nonno aveva letto con
piacere. Poi nell’angolo vicino erano allineati circa duecento piccoli tascabili leggermente
coperti di polvere.
In poche parole questa biblioteca era la dimora serena dove riposavano vecchi
libri che avevano svolto senza intoppi il loro lavoro.
Nei pressi del soffitto di questa stanza silenziosa c’era la dimora del Piccolo Popolo: in uno spazio triangolare prodotto dalla
finestra dell’abbaino sul tetto e dal ripiano più alto dello scaffale a est… lì abitavano delle personcine in miniatura.
Proprio fuori dalla finestrella del soffitto si stendevano i rami folti del
grande olmo giapponese del giardino. D’estate l’ombra delle sue foglie verdi faceva da tenda alla loro casa e, in inverno, i
tiepidi raggi del sole la riempivano attraverso la cima spoglia rendendola una
specie di veranda.
A parte l’atmosfera solenne per la combinazione di polvere, muffa e odore di carta fine,
tipici delle stanze dei libri, non c’era un ambiente più adatto per essere abitato dalla gente del Piccolo Popolo.
Sarebbe stato impossibile trovare un posto migliore di quello, dove non venivano
estranei e si poteva vivere senza essere visti da nessuno.
I due esserini erano giunti in quella casa, che si trovava nella periferia di
Tōkyō, poco dopo la sua costruzione, verso la fine del periodo Meiji, e da
allora abitavano lì senza grandi problemi.
A voler essere precisi, era stato durante le vacanze estive del 1913 che le due
personcine, nate in Inghilterra, erano arrivate per la prima volta in quella
casa sballottate nel cestino portato da Moriyama Tatsuo, il suo nuovo
proprietario.
A quell’epoca Tatsuo era al terzo anno delle elementari e portava il kimono sul blu e l’hakama per andare a scuola.
Era successo tutto il giorno in cui il piccolo Tatsuo aveva ricevuto il cestino
da Miss MacLachlan, l’insegnante di inglese che da Yokohama stava per tornare nel suo paese.
Miss MacLachlan era un’educatrice venuta in Giappone dall’Inghilterra circa a metà del periodo Meiji. Insegnava inglese nella scuola femminile di Yokohama e,
invece di stare nel dormitorio, abitava da sola in una casa di periferia dove
teneva anche lezioni di conversazione per i bambini delle elementari del
vicinato. Dopo vent’anni in Giappone l’insegnante ora stava per tornare nella sua terra e, quando il bambino dei
Moriyama che conosceva fin dalla nascita era andato a salutarla, lo aveva
condotto nella sua casa ormai vuota.
Il tappeto con gli animali che Tatsuo calpestava sempre con gusto quando andava
là era già stato riposto da qualche parte, e anche i quadri alle pareti erano stati tolti
tutti. La stanza appariva molto triste.
Dal suo bagaglio ammucchiato in un angolo Miss MacLachlan aveva tirato fuori un
vecchio cestino da picnic e, facendolo tenere ben stretto dal più piccolo dei suoi allievi, gli aveva detto: «Puoi dare tu il latte alle personcine in miniatura che sono qui dentro? Ogni
giorno devi metterne un bicchiere sul davanzale della finestra!»
Poi d’improvviso aveva fissato Tatsuo negli occhi, spalancati per lo stupore. Nei
capelli color grano di Miss MacLachlan, venuta in Giappone poco più che ventenne, si mescolava ormai qualche ciocca bianca, e i suoi occhi
inchiodati a quelli di Tatsuo erano di un misterioso grigio intenso.
«Tatsuo Moriyama, sei un ragazzino che ama gli uccellini e gli insetti e che
mantiene le promesse. Hai capito, vero? Mi prometti che farai quello che ti sto
chiedendo?» Miss MacLachlan aveva supplicato il piccolo scolaro con fervore.
«Sì, maestra, porterò il latte! Non solo il latte, qualche volta porterò anche dei biscotti perché la mamma è brava a farli».
Tatsuo, che fin da piccolissimo aveva sentito storie di fate dalla sua
insegnante, aveva capito subito chi erano le personcine in miniatura. Per la
prima volta Miss MacLachlan aveva abbozzato un sorriso nel sentire il bimbo che
le rispondeva come fosse a scuola.
«Oh, no! I biscotti non servono. Da sempre il cibo di queste piccole persone è il latte. Mi raccomando, Tatsu, non ti dimenticare di metterlo in questo
bicchiere e di lasciarlo ogni giorno sulla finestra. Se gli esseri umani si
dimenticano i poveri esserini non sopravvivono».
Miss MacLachlan aveva preso dalla tasca un bicchierino di un azzurro
meraviglioso in cui sembrava essersi sciolto un pezzo di cielo. Il piccolo
calice, assorbiti i raggi del sole dalla finestra, aveva cominciato a
luccicare. E poi l’interno della stanza da tetro improvvisamente si era fatto brillante e gioioso.
Attraverso il manico del cestino si era sentito un brusio leggerissimo. Tatsuo,
irrigiditosi, aveva alzato lo sguardo su Miss MacLachlan.
Allungata improvvisamente la mano, l’insegnante aveva aperto la chiusura del vecchio cestino e il coperchio si era
sollevato con un cigolio. La luce azzurra che veniva dal bicchiere era
penetrata festosamente nella fessura di appena cinque centimetri, e negli occhi
di Tatsuo di colpo si erano impressi due visini, come di piccole bambole, e
nelle sue orecchie era entrato un mormorio quasi impercettibile, simile al tono
più alto del piano o a un soffio di vento.
Finché, passato quell’attimo, come in un sogno Miss MacLachlan aveva richiuso il coperchio dicendo: «Hanno detto che si possono far vedere da te e che ti seguiranno. Va bene, Tatsu?
Proteggili in modo che non siano visti da nessun altro, mi raccomando».
Prima di rendersene conto Tatsuo aveva preso dall’insegnante lo splendente bicchiere azzurro.
«E ora torna a casa, addio!»
Miss MacLachlan aveva dato un frettoloso bacino di saluto sulla guancia di
Tatsuo ed era scomparsa nella stanza in fondo.
Del perché quella donna inglese avesse dovuto tornare in patria lasciando qui i piccoli
esserini e, inoltre, del perché fosse stato scelto Tatsuo, che aveva appena dieci anni, per prendersene cura,
parleremo in qualche altra parte di questa storia. Adesso occupiamoci di loro e
del primo incontro con la famiglia Moriyama.
Gli esserini erano due, il nome del maschio era Balbo Ash e quello della sua
nervosa moglie Fern Ash. Di mestiere Balbo faceva le scarpe ed era un omino con
le mani robuste. Fern era una brava donna di casa, che amava il pulito, e il
fatto che nella biblioteca dei Moriyama non ci fossero ragnatele e simili era
tutto merito suo.
Quando per la prima volta erano stati portati a casa Moriyama, Balbo e Fern non
si erano stabiliti da subito nella stanzetta dei libri. All’inizio Tatsuo aveva deciso di mettere il loro cestino dentro l’armadio dei giocattoli dove non c’era pericolo che potessero essere visti. Ma lì vivevano addirittura sei topi domestici. La prima giornata era trascorsa senza
intoppi, ma di notte i grossi topi avevano rosicchiato in continuazione il
cestino prendendolo per un perfetto affilatore.
I poveri Balbo e Fern avevano dovuto sentire per tutta la notte il rumore
spaventoso dei denti dei topi come fossero tuoni.
La mattina dopo, quando Tatsuo, portato il latte, aveva visto i segni del
rosicchiamento, era rimasto senza fiato per lo spavento. Immediatamente aveva
aperto un po’ il coperchio del cestino e sia Balbo che Fern erano sani e salvi, ma quasi
morti di paura. Stando così le cose, era necessario trovare subito un posto sicuro. Tatsuo aveva
ispezionato tutta la casa e sentito l’odore di chiuso della sala del pianterreno, dove c’era il pianoforte, gli era venuta in mente la biblioteca del primo piano ancora
più deserta.
E così era salito al secondo piano e dopo aver corso per il corridoio buio aveva
aperto con una spinta la pesante porta di quercia.
Dentro la biblioteca c’era un colore ambrato per i raggi del sole che penetravano dalla finestra del
tetto. Tatsuo aveva scoperto un posto confortevole vicino al soffitto nell’apertura triangolare formata dall’alta libreria e dal soffitto obliquo. La luce solare che filtrava tra le foglie
dell’olmo tremolava.
Senza indugio Tatsuo era tornato nella sua camera, era andato a prendere Balbo e
lo aveva portato via avvolto nel suo fazzoletto. Anche all’omettino era subito piaciuta la tranquillità di questo posto. Il bambino era ritornato un’altra volta nella sua stanza, aveva tirato fuori dall’armadio dei giocattoli il cestino e portato anche Fern al primo piano.
Stringendo intorno a sé le cose messe per loro nel cesto da Miss MacLachlan, Fern, pallida e stremata
come un’emigrante dopo la traversata dell’oceano in tempesta, era arrivata alla stanzetta dei libri.
Tatsuo aveva tolto qualche volume dalla libreria e creato una scala segreta. Nel
caso improbabile in cui le domestiche fossero entrate nella stanza e avessero
deciso di passare lo spolverino sulla libreria, a meno che non fossero salite
su quella scala non sarebbero arrivate alla casa degli esserini.
Da quel momento erano trascorsi ancora parecchi giorni prima che la loro dimora
lì sopra, dove prima non c’era niente, fosse finalmente pronta.
Visto che il cestino non era stato messo sulla libreria perché troppo grande, Tatsuo aveva dovuto costruire da solo una nuova casa per i
piccoli. La loro abitazione che, guardando da sotto, aveva l’aspetto di libri poggiati l’uno accanto all’altro, ad un certo punto era finita. Due scatole vuote di sigarette Gelbe Sorte,
prese di nascosto dalla stanza del padre, erano diventate i comodi lettini di
Balbo e Fern.
Tatsuo aveva preso due pezzi di seta soffice bianca e rosa dal cassetto della
macchina da cucire della madre e li aveva consegnati alla piccola Fern. Lei,
con il suo piccolo ago, ne aveva ricavato due tendine per il letto e con gli
avanzi di quelle aveva confezionato della biancheria graziosa per il bimbo che
stava per nascere.
Le giornate estive passate a inventarsi questo e quello per completare la casa
degli esserini erano state molto divertenti per il bambino.
Né Balbo né Fern si erano ancora abituati a farsi vedere da lui e lavoravano alacremente
con le proprie mani nel punto dove i suoi occhi non potevano arrivare.
Tatsuo, una volta al giorno, riempiva di latte il bicchiere di vetro azzurro, si
arrampicava sulla libreria e lo poggiava sul davanzale della finestrella dell’abbaino. Qui non c’era pericolo che qualcuno sbirciasse da fuori. Lo spettacolo dell’intera biblioteca che, da cupa, improvvisamente si illuminava di allegria quando
i raggi del sole, penetrati attraverso il vetro, risplendevano nel bicchiere
azzurro, era sempre una cosa entusiasmante.
Pensando che la vita delle piccole persone nella stanzetta si reggeva sul
bicchiere di latte lasciato da lui, il bambino provava un fiero senso di
responsabilità e il cuore gli tremava per l’emozione.
Anche se Fern era un po’ orgogliosa e non gli aveva mai mostrato in che modo venisse usato il latte per
la cucina degli Ash, con quello i due neonati, Iris la femminuccia e Robin il
maschietto, crescevano bene.
Quando Tatsuo era andato alle medie, dopo aver svolto il suo compito per
millequattrocentosettantasette volte senza dimenticare un giorno, la sorellina
Yukari aveva preso il suo posto.
Yukari era una bambina di costituzione delicata. Già da anni si era accorta del lavoro segreto di suo fratello, versare nel
bicchiere azzurro il latte e portarlo nella biblioteca al secondo piano, ma
essendo di carattere riservato non aveva chiesto niente.
Poi, quando Tatsuo era entrato alle medie e ogni giorno aveva preso a rincasare
tardi, Yukari, vedendo che quel compito gli era diventato gravoso si era
offerta per la prima volta di aiutarlo.
Nonostante chi portava il latte fosse cambiato Balbo e la sua famiglia non erano
intimoriti da Yukari. Spesso a casa da scuola perché di salute cagionevole, già da prima era entrata nella stanzetta e quando Tatsuo non c’era leggeva spesso libri e riviste. E quindi da allora sia Balbo che Fern
avevano provato simpatia per la tranquilla bambina.
Per lei questo nuovo compito era il più piacevole che potesse desiderare. Malaticcia e sempre bisognosa dell’aiuto dei familiari, per la prima volta aveva la possibilità di prendersi cura di qualcuno.
Ogni volta che il bicchiere di vetro azzurro faceva risplendere la stanzetta dei
libri, Yukari sentiva una gioia senza paragone. La bambina aveva portato, uno
dopo l’altro, i kimono e il mobilio in miniatura delle sue bambole agli esserini. La
brava casalinga Fern, guardandosi attorno nella propria casa improvvisamente
rimpicciolita dove stavano allineati la credenza, la lampada e la cucina a gas
lucente, aveva emesso un sospiro di gioia.
Tuttavia la debole Yukari non aveva potuto continuare a lungo a occuparsi di
loro. L’inverno successivo a causa di una polmonite aveva lasciato questo mondo.
Proprio in quel periodo era ospite a casa Moriyama una ragazza particolare, nata
all’estero. Cugina di Tatsuo e Yukari, era stata mandata lì dallo zio Jun che viveva in Australia per avere un’educazione giapponese, aveva dodici anni e si chiamava Tōko.
Al contrario della malaticcia Yukari, Tōko era una ragazzina in salute e con un
carattere forte. Appena venuta in Giappone, senza abituarsi all’educazione formale di qui, quando tornava da scuola entrava furtivamente in
quella stanzetta dei libri al secondo piano e si immergeva nella lettura di
testi di ogni tipo. Per lei, a cui era sempre piaciuto leggere, la biblioteca
dei Moriyama era una montagna di tesori inestimabili. Poi, spesso, mentre
entrava e usciva questa bambina dall’occhio attento si era resa conto della presenza di piccoli esseri che abitavano
vicino all’abbaino.
«Tatsu, quegli ometti che stanno sul soffitto, li fai vedere anche a me?» aveva chiesto un giorno al cugino con insistenza e fissandolo diritto negli
occhi.
Ormai quindicenne, Tatsuo, non sapendo che dire, era arrossito in volto. Era lui
che ultimamente, dopo la morte di Yukari, aveva ripreso a occuparsi del latte
sul davanzale.
Anche se riusciva a cavarsela in quella situazione, la sera si era consigliato
con Balbo e gli altri e aveva deciso di confidare il segreto a quella cugina un
po’ strana.
«Prometti che non lo dirai a nessuno. E poi ogni giorno dovrai assolutamente
mettere alla finestra il bicchiere di latte».
«Uhm…»
Quando Tatsuo aveva finito di parlare Tōko, come se non lo stesse prendendo sul
serio, aveva guardato il cugino e riso, ma ricevendo davvero il piccolo
bicchiere azzurro era rimasta incredibilmente affascinata dalla sua bellezza.
Dopo qualche istante la ragazzina aveva domandato: «Quando posso incontrare quella gente, io?»
«Eh, chissà! Se sarai paziente e continuerai a portare il latte per molti giorni, per
decine di giorni, senza dimenticartene, credo che loro si faranno vedere».
«Che bello!» aveva detto Tōko sgranando gli occhi. «Ti adoro, Tatsu! Quindi te lo prometto!»
E poi la ragazzina, per esattamente settantasette giorni, senza farsi notare né dai genitori di Tatsuo né dalle domestiche aveva continuato a portare sulla finestra della stanzetta dei
libri il latte per i piccolini.
La sera del settantasettesimo giorno da quando Tōko aveva ricevuto quel compito,
Robin e Iris, i figli di Balbo e Fern, erano scesi con facilità dalla casa vicina al soffitto e saliti con aria amichevole sulle spalle di
Tōko. Di temperamento impetuoso, Tōko era stata contentissima di quella
testimonianza di fiducia da parte dei bambini e aveva riso e pianto nello
stesso tempo.
Anche in seguito la ragazza era rimasta in quella casa e per lungo tempo aveva
assolto con gioia il compito di portare il latte. Iris e Robin avevano
familiarizzato con lei più che con chiunque altro e quando leggeva i libri in quella stanza salivano
sempre sulle sue spalle. In particolare Robin si divertiva molto a dondolarsi
come su un’altalena appeso ai suoi lunghi capelli.
Quando il latte portato da lei era arrivato alla
duemilasettecentosettantasettesima volta di seguito senza mancare mai, la
ragazza si era sposata con l’adorato Tatsu, allora studente universitario, divenendo la giovane sposina della
famiglia Moriyama.
Da allora erano passati quasi vent’anni. Adesso, nel giugno del 1943, il signor Moriyama Tatsuo era un tranquillo
studioso di letteratura inglese di quarant’anni, mentre sua moglie Tōko aveva superato i trentacinque ed era mamma di tre
bambini, e naturalmente abitavano nella casa sotto il grande olmo dove si
trovava la stanzetta dei libri. L’abitazione dei Moriyama, che non era stata distrutta dal fuoco durante il
terremoto del 1923, in seguito ad ampliamenti e adattamenti di una parte del
giardino e delle stanze, nel tempo era piuttosto cambiata e soltanto l’angolo nella stanzetta dei libri era rimasto esattamente come prima.
Qui ora vivevano serenamente i coniugi Moriyama, un bambino di nome Shin, una
bambina di nome Yuri e la famiglia di Balbo. Tetsu, l’altro figlio, da poco aveva lasciato quella casa, in cui aveva vissuto per
diciassette anni, perché in primavera era entrato alla scuola superiore di Kyoto.
Nata a Sidney, Tōko aveva continuato a portare il latte a Balbo e ai suoi anche
dopo essere diventata la giovane padrona di casa. Poco tempo dopo aveva dato
alla luce Tetsu e quando il bimbo aveva compiuto otto anni, dopo essersi
consigliata con Balbo e Fern, aveva passato l’impegno del bicchiere sul davanzale al quieto figlio maggiore. Quando Tetsu
aveva raggiunto i tredici anni, Shin, il fratello minore di nove, aveva
ricevuto a sua volta quel compito.
A differenza di Tetsu, di carattere riflessivo, Shin era un tipo irruente come
la signora Tōko, e timido. Aveva anche un lato dolce, quando era piccolo aveva
guardato instancabilmente l’entrata di un formicaio distrutto ed era capitato che fosse corso a portare
delle uova fresche al cavallo del carretto caduto sulla salita vicino casa.
Shin lo avevano fatto aspettare a lungo, ma quando gli era stato passato dal
fratello l’importante incarico di portare il latte aveva pensato a un dispositivo perché la polvere non entrasse nel bicchiere, trasformato il frigorifero giocattolo di
latta portato dalla zia Yukari e ideato una tecnica per infilarci i pezzetti di
ghiaccio vero. Grazie a lui da quell’estate Fern aveva potuto presentare sulla tavola della famiglia Ash dei piatti
usando il latte fresco. E soprattutto Fern gli era grata perché la paura che il latte potesse andare a male era scomparsa del tutto.
Ciononostante sia Balbo che Fern si erano accorti che a un certo punto gli occhi
di Shin, quando li guardava, erano diventati molto freddi. Soprattutto Fern,
tanto contenta delle sue premure, aveva detto scuotendo il capo tristemente: «Cosa è successo a quel bambino negli ultimi tempi? Non so perché ma mi fa un po’ paura…»
Compiuti tredici anni da poco, Shin si faceva vedere di rado. L’impegno del latte dalla fine dell’anno precedente era stato assunto dalla sorellina Yuri.
Dopo aver studiato a scuola fino a tardi per l’esame di entrata alle medie provinciali, allievo prediletto dall’insegnante di educazione fisica, un ex militare, Shin aveva cominciato a
prendere lezioni di kendō. La signora Tōko, quando il figlio piccolo le aveva
annunciato che al primo anno delle medie avrebbe desiderato sostenere l’esame di ammissione alla scuola di avviamento all’accademia militare, era rabbrividita senza dire nulla. Infatti, fino ad allora,
né nella famiglia Moriyama né tra i loro amici c’era mai stato un bambino che di propria iniziativa avesse aspirato a entrare
nell’esercito. Notando il dolore dato a sua madre, Shin aveva detto con orgoglio che
era bello studiare avendo scelto da solo la propria strada.
Quando di rado entrava nella stanzetta per prendere dei libri con parole come
patriota o esercito, che si nascondevano lì in mezzo, ne usciva in fretta. Anche se Fern e gli altri lo osservavano con
nostalgia dalla casa vicino all’abbaino, Shin se ne andava imbronciato facendo finta di non notare il loro
sguardo.
Yuri, nove anni compiuti da poco e ultima figlia dei Moriyama, era la fedele
portatrice del latte. Chiunque avesse conosciuto la zia diceva a Yuri che
sembrava Yukari rinata. Anche per Balbo, Fern e gli altri quando vedevano Yuri
esile e malaticcia, il tempo di circa dieci anni anni scompariva
improvvisamente e sembrava che lì ci fosse la zia.
Una volta Yukari aveva detto a Balbo: «Questa è proprio una bella stanza silenziosa, ma sempre chiusa non è un po’ soffocante? Chiediamo a mio fratello Tatsuo di fare un buco di aerazione».
Mentre pensava di parlare a Tatsuo di questa idea, Yukari era morta per la
febbre alta di una polmonite acuta.
Tuttavia proprio nell’ultimo periodo Yuri, senza sapere niente, aveva avuto la stessa idea. Se un
venticello fresco fosse entrato in quella stanzetta piena di polvere come
avrebbe vissuto meglio la famiglia di Balbo!
Più risoluta nei propositi della zia, aveva chiesto subito al fratello Tetsu,
tornato dalla scuola di Kyoto per le vacanze estive, di creare un foro di
aerazione.
Testu aveva accettato di buon grado e con gli attrezzi da falegname aveva
realizzato una piccola apertura vicino alla finestra del soffitto. Fuori era
stata costruita una tettoia perché la pioggia non entrasse. Inoltre era stato installato un ventilatore giocattolo
di Yuri nella parte interna. Quando Balbo e Robin, unite le proprie forze,
giravano la chiavetta, andava per un periodo sufficientemente lungo, e un
fresco venticello si immetteva nella stanza.
Dopo circa trent’anni l’aria fresca era passata attraverso la cima dell’olmo entrando nella stanzetta dei libri.
Iris, che stava cominciando a imparare da Fern a lavorare a maglia, aveva
annodato sul ventilatore un nastro del colore dell’arcobaleno, fatto tingendo i fili di ragno.
La piccola Yuri, sentita la voce felice degli esserini levatasi lassù, aveva sorriso.
«Tetsu, anche tu da piccolo portavi il latte ogni giorno?» aveva chiesto Yuri al fratello più grande guardandolo piena di ammirazione.
«Io? Sì, io l’ho portato per cinque anni da quando ne avevo otto senza interruzione… anche se qualche volta mi ha aiutato la mamma! Ma qui non è cambiato niente, vero? A Tōkyō non si è ancora a corto di latte?» aveva esclamato, guardando con compassione la sorellina, Testu che, tornato
dopo molto tempo, sembrava improvvisamente adulto.
«Yuri, mi sa che d’ora in poi portare il latte sarà un compito piuttosto difficile».
I due uomini
Robin aveva appena compiuto otto anni.
Gli appartenenti al Piccolo Popolo, dalla nascita fino ai cinque anni, crescono
come i bambini umani, ma dai cinque in poi crescono solo di un anno ogni
cinque. Per questa ragione anche se i membri della famiglia Moriyama
invecchiavano di anno in anno, Balbo e Fern erano ancora sulla quarantina.
Robin e Iris, nati quando Tasuo faceva le elementari, ora che lui aveva appena
compiuto quarant’anni erano bambini di nove anni lei e otto e qualche mese lui, e anche adesso si
godevano il periodo dell’infanzia proprio come trent’anni prima.
Dopo aver appreso l’alfabeto dal padre Balbo, Robin stava imparando a leggere usando un bell’albo illustrato come libro di testo. Per il piccolo questo libro era qualcosa di
molto grande ma dagli esseri umani veniva chiamato libro in miniatura di
Sazanami della casa editrice Nakanishiya, ed era un volume grazioso e dalle
pagine larghe.
Comprato dai genitori in occasione del quinto compleanno di Yukari, la zia morta
giovane, quel libricino illustrato non era mai stato visto né da Shin né da Yuri, perché quando il piccolo Robin lo aveva trovato a cinque o sei anni, in un secondo se
ne era innamorato e aveva chiesto con insistenza al padre di portarlo in casa.
Balbo era contrario a portare quel fardello così grosso dallo scaffale di sotto fino alla loro abitazione vicina all’alto soffitto, ma Robin non sentiva ragioni. Perciò insieme a Fern, rischiando la propria vita, lo avevano accontentato. E comunque
adesso i due genitori erano molto soddisfatti del proprio lavoro perché il figlioletto, così poco diligente, apriva senza stufarsi solo quel libro e studiava ogni giorno.
La sua pagina preferita del libro Lo zoo era quella della tigre.
«La ti-gre cor-re nel-la bo-sca glia di quattro-mi-la chi-lo-me-tri, ma qui non c’è la bo-sca-glia».
Fino ad allora Robin aveva aperto la pagina della tigre e l’aveva letta ad alta voce con quella sua intonazione particolare centinaia di
volte. Così, in qualsiasi posto le trovasse, sapeva leggere sillabe come ti, gre, cor e re
e riusciva addirittura a scriverle.
Anche quel mattino, come sempre, Robin sistemò il libro nel posto più luminoso sotto l’abbaino e si mise a guardare la sua tigre preferita. I raggi chiari dell’aria settembrina penetravano luccicanti dalla cima dell’olmo e sembrava proprio di trovarsi in un bosco. Robin pensava che la tigre del
libro fosse molto infelice. Mentre l’orso bianco, il cervo, il leone e il lupo erano tutti tranquilli nel proprio
spazio di due pagine, soltanto la sua tigre stava seduta nel centro di una
pagina sola, in uno spazio angusto.
«Ci sono! Adesso faccio la boscaglia per la mia tigre, qui in questo spazio
bianco!»
Robin corse nel ripostiglio di Fern e tornò portando sulle spalle un pennarello verde che molto tempo prima era caduto a
Tatsuo nella stanzetta dei libri ed era stato messo da parte dalla brava
donnina riordinatrice.
«Robin! Che stai facendo?» gridò la madre dalla cucina.
«Sto imparando a scrivere».
Alla risposta di Robin, Fern fece un cenno di soddisfazione con la testa e,
insieme a Iris, continuò il suo lavoro di lavare, stendere e tingere dei colori dell’arcobaleno i fili di ragno raccolti qua e là nella stanzetta dei libri.
Robin si strinse nelle spalle e piano piano appoggiò in orizzontale il volume grande quasi quanto lui. Poi, aperta la pagina della
tigre, si mise a cavalcioni sul pennarello verde e cominciò a scorrazzare intrepidamente sopra il libro per disegnare la boscaglia.
In quel momento al piano di sotto di casa Moriyama, nella stanza davanti, la
porta sbatté violentemente e poi seguirono voci sconosciute e rudi.
Sia Balbo che, seduto davanti al tavolo da lavoro, stava cucendo le scarpette
rosse della figlia, sia Fern e Iris in cucina, sia Robin sopra il libro all’improvviso drizzarono le orecchie. Anche il signor Tatsuo, la cui voce non
avevano quasi mai sentito, sembrava che stesse litigando. E poi si udì il rumore di più persone che stavano camminando in lungo e in largo per la casa. I passi di due
di loro salirono le scale e, attraversando il corridoio, si avvicinarono alla
stanzetta dei libri.
Balbo prese fra la braccia Robin, e Fern Iris: i piccoli esserini si dileguarono
in un attimo nell’angolo più scuro della libreria. Balbo mise una mano sulla bocca di Robin che voleva
chiedere qualcosa.
La pesante porta di quercia dell’entrata si aprì con un cigolio e nella stanzetta dei libri, dove da molti anni non era entrato
nessuno oltre alla famiglia Moriyama, apparve la sagoma di due uomini. Questi,
osservando la libreria che si estendeva per tutta la stanza con uno sguardo
affilato come di un falco che ha adocchiato la preda, cominciarono a tirarne
fuori il contenuto. I libri stranieri con la custodia rossa, le preziose opere
complete di volumi con la copertina in pelle e poi riviste piene di polvere e
altri ancora venivano tolti a casaccio dagli scaffali e ammucchiati sul
pavimento.
Fern stava per gridare ma si premette sulla bocca i bordi del grembiule. Sulla
soglia della porta c’era un’altra persona, una donna: era Tōko, un tempo eccentrica ragazza, oggi la signora
Moriyama. Con un vestito serio e un taglio di capelli corto la signora Tōko
guardava con occhi severi quegli uomini. Poi, mordendosi le labbra, disse: «Cosa volete fare con queste anticaglie? Qui ci sono per lo più i libri dei bambini».
«Signora, pare che in casa sua i bambini leggano libri di questo genere…» disse uno dei due uomini e, con fare odioso, le consegnò un testo in tedesco con la copertina nera.
«Ah, Kropotkin! Questo è sicuramente di mio suocero…»
«Lo porto comunque in ufficio».
Presi molti dei libri ammassati sul pavimento, i due uomini uscirono in fretta
dalla stanza. La pesante porta si chiuse con un cigolio e la signora Tōko li
seguì.
Il rumore dei passi nel lungo corridoio si spense. In lontananza fu sbattuta un’altra porta e seguì un lunghissimo silenzio.
Balbo e Fern, pallidi in viso, si scambiarono un’occhiata nella loro casetta. Nei vent’anni che avevano abitato lì era la prima volta che capitava un evento funesto. Anche se non avevano capito
bene cosa fosse successo, percepirono con chiarezza che qualcosa di
terribilmente brutto stava per abbattersi sulle persone grandi della famiglia
Moriyama.
Iris, spaventata, aveva nascosto il viso fra le ginocchia di Fern. E questa,
pensando che la timida figlia che di solito non parlava neppure agli altri
membri della famiglia dovesse aver avuto un forte shock, le disse: «Tutto a posto, non c’è da preoccuparsi. Noi siamo noi, finiamo di tingere il filo rimasto. Dicono che
l’ape indaffarata non ha tempo per rattristarsi, no? E queste sono le parole di un
grande poeta inglese!»
Il maschietto, Robin, non era pauroso come Iris, ma si era stupito che, oltre ai
membri della famiglia Moriyama, ci fossero altri esseri umani. Poi, notando l’abbattimento dei genitori, chiese con preoccupazione: «Avremo il latte stasera? Yuri non si dimenticherà?»
«No! Yuri non si dimenticherà» rispose Balbo a mezza voce, e si sedette al suo tavolino da lavoro.
La sera sentirono il rumore dei leggeri passi di Yuri che, come sempre con la
sua andatura silenziosa, era venuta a portare il bicchiere azzurro su un
piccolo vassoio.
Quando entrò nella stanza messa sottosopra esitò leggermente, ma dopo poco posò il latte sul davanzale della finestra come di consueto. Anche in una giornata
del genere la luce azzurra del bicchiere rischiarò la stanza.
Yuri aveva gli occhi gonfi dal pianto.
Balbo e gli altri abbassando la voce, ascoltarono quello che la bambina stava
dicendo come se si stesse rassicurando da sola mentre riordinava ad uno ad uno
nella libreria i volumi rimasti sul pavimento.
«È impossibile che il babbo abbia fatto delle cose brutte. È impossibile che il babbo abbia fatto delle cose brutte».
Come avevano sentito Balbo e Fern, quello era stato il primo giorno in cui un’ombra scura si era insidiata nella serena casa Moriyama.
Da quel momento Yuri andò due volte al giorno nella stanzetta dei libri, una a prendere il bicchiere
vuoto e l’altra a riportarlo pieno.
Gli esserini vedevano l’ombra di tristezza sul suo visino.
Usando una parte del latte Fern cominciò a preparare del formaggio da conservare.
Per molto tempo ancora, però, alle creaturine non fu dato di conoscere il motivo dell’afflizione di Yuri.
Ma un giorno, inaspettatamente, entrò Shin mentre stava litigando con la sorella.
«Il babbo è colpevole! E un liberale. Io lo sapevo da tempo. Ammira solo le cose straniere
e ha detto che la guerra del Giappone è sbagliata. Non credi che sia antipatriottico tutto questo? Perciò è stato preso dalla polizia, non c’è niente da fare, sai?»
«Non è vero. Il babbo non ha fatto niente di male!»
«Yuri, se non fosse così perché lo avrebbero portato via? È colpevole!»
«Non è vero. Non è così. Non capisci niente! La polizia non capisce niente! È impossibile che il babbo abbia fatto qualcosa di male!»
Sia Balbo che Fern stavano osservando con compassione Yuri, sconvolta come non l’avevano vista mai, che alzava la voce. Dopo essersi guardato intorno scrutando
la libreria, Shin sollevò lo sguardo verso la finestrella da cui entrava la luce come se avesse notato
qualcosa di sgradevole.
Fern sentì un brivido lungo la schiena.
«Yuri, porti ancora su quella roba tutti i giorni?» domandò il giovane.
La bambina annuì tra i singhiozzi. Dal momento che il fratello aveva cambiato argomento si era
sentita sollevata, tuttavia lui proseguì: «Non si deve fare una cosa del genere in un periodo di crisi! Nella nostra casa
prendiamo il latte al mercato nero? Anche se dicono che non è sufficiente il latte per i soldati feriti al fronte!»
Yuri guardò sorpresa il fratello.
Un periodo di crisi… latte al mercato nero… al fronte… erano cose che anche lei sentiva ripetere ogni giorno a scuola. “Non chiedere niente fino alla vittoria”, “il lusso è un nemico”… ma che tra queste cose e gli esserini di casa ci fosse un legame non lo aveva
mai pensato.
Non esaurire il latte per i piccoli Balbo e Fern, non dimenticare il latte
quotidiano per loro che non possono vivere senza quel pochino: questo era il
compito che dovevano eseguire i bambini nati e cresciuti in casa Moriyama,
succedendo naturalmente ai genitori.
«Ma Shin, anche tu fino all’anno scorso hai fatto la stessa cosa, no?»
Yuri guardò distrattamente il fratello, come si guarda uno con cui non si riesce più a comunicare.
«Mentre tutti stanno combattendo nella nostra famiglia c’è troppa indifferenza!»
Balbo vide Shin uscire dalla stanza dopo aver scagliato queste parole come
pugnali. Anche se i raggi del sole verdi e dorati si riflettevano allegramente
sul bicchiere azzurro ebbe la sensazione che la stanzetta dei libri di colpo
fosse diventata tetra.
Nella casa degli esserini del Piccolo Popolo Fern, aggrottando la fronte
severamente, stava pensando di aver fatto proprio bene a preparare il formaggio
di riserva.
“Visto che non si sa cosa succederà d’ora in avanti sarà meglio fare più attenzione a non sprecare neanche una goccia di latte”.
Mentre cuciva davanti al tavolo da lavoro le scarpe rosse di Iris – la pelle di prima qualità veniva dalla copertina di una vecchia agenda – Balbo aveva sentito la discussione di Yuri e Shin senza farsi sfuggire una
parola. Aveva capito che i giorni difficili che non avevano mai avuto adesso si
erano avvicinati. Lui e la sua famiglia avevano trascorso anni sereni in quella
stanzetta tranquilla, ma intanto fuori si stava scatenando una terribile
tempesta.
Balbo non aveva saputo niente dei vari avvenimenti sfortunati dopo il Grande
Terremoto del Kanto del 1923. Non aveva saputo delle varie battaglie, del
sangue versato da decine di migliaia di persone per la guerra pianificata dal
Giappone e che stavano continuando le ostilità fra il Giappone stesso e l’Inghilterra, dove lui era nato.
Tuttavia una serie di avvenimenti adesso aveva toccato anche la stanzetta dei
libri: erano venuti due uomini che avevano portato in prigione Moriyama Tatsuo,
il figlio chiamava suo padre antipatriota e ora che la realtà gli si era mostrata anche Balbo, ignaro di tutto, sentiva acutamente la
violenza della tempesta fuori.
L’ometto abbassò la testa brizzolata sul proprio tavolino da lavoro.
“Non riesco a capire. Cos’è successo a Shin? Perché lui, che era così gentile, è stato colto da questa trasformazione che finora non aveva preso nessuno dei
bambini Moriyama?”
Balbo sentì profondamente l’impotenza di essere minuscolo nell’irritazione di non riuscire a comprendere la causa di quel cambiamento. Dopodiché riprese le scarpe e cominciò a cucire a una velocità impressionante.
«Balbo, non stancarti troppo!» lo pregò Fern.
«Che penserà Yuri? Se anche lei diventerà una patriota come Shin, che ne sarà di noi?»
Poi l’omino fece segno alla moglie che Iris stava ascoltando. La bambina, seduta
vicino alla mamma, stava lavorando ai ferri i fili di ragno, tinti dei colori
dell’arcobaleno, per fare dei graziosi nastri. A parte quando puliva la stanza o
quando aiutava la mamma in cucina a preparare il pranzo per tutti, Iris
sferruzzava in continuazione. I piccoli ferri d’avorio, appartenuti a una bambola con le sembianze di una pastorella, erano
stati passati a Fern dalla madre, Beatrice Belladonna Took, quando era una
ragazza e viveva ancora in Inghilterra. Da lei aveva imparato a lavorare a
maglia e, come tradizione del Piccolo Popolo, lo aveva insegnato alla figlia.
Fern più che stare seduta a lavorare ai ferri preferiva preparare il formaggio o
riordinare le stanze, quindi il lavoro a maglia e di rammendo della famiglia
Ash adesso veniva svolto tutto da Iris.
Fern spostò lo sguardo dalla figlia a Robin. Il ragazzino, salito sul telaio della
finestra, stava guardando fuori assorto. E lo studio? Stava per chiedergli, ma
si trattenne.
“Farlo studiare per che cosa? Quel bambino dovrebbe imparare altro più che che a scrivere…”
La donnina sospirò chiedendosi se avessero fatto bene a far credere ai figli che al mondo c’erano solo loro quattro del Piccolo Popolo e le persone grandi della famiglia
Moriyama che portavano il latte.
Poi improvvisamente si alzò e, con dei pezzi di candela, cominciò a stendere la cera sul filo di cotone che usava Balbo per cucire le scarpe, per
renderlo più scivoloso.
Robin stava guardando due piccioni posati su un ramo dell’olmo fuori dalla finestra del tetto. In quel momento nella sua testa non c’erano né lo studio, né la gioia di parlare con la tigre che stava nel libro.
“Io devo conoscere quello che c’è fuori. Anche io sono rinchiuso qui, non c’è nessuna differenza con la tigre”.
Robin, a modo suo, la pensava così. Il suo mondo, nel quale aveva sempre pensato ci fossero loro quattro del
Piccolo Popolo, le persone grandi della famiglia Moriyama incaricate di portare
da mangiare, e poi la sua maestosa amica tigre nel libro illustrato che gli
piaceva tanto, quella mattina era stato distrutto. Man mano che le ore
passavano Robin considerava sempre più grave l’intrusione dei due grandi uomini nella stanzetta dei libri. Yuri era totalmente
depressa. Anche suo padre Balbo era assai taciturno. La madre Fern era molto
nervosa, versava il latte avanzato dei bambini, per quanto poco fosse, in un
piccolo vaso, lo faceva bollire di nuovo e con la metà del latte portato da Yuri preparava del formaggio di scorta.
“Se potessi volare verso il cielo infinito sul dorso di quel piccione, se lo
facessi, forse capirei che nel mondo abitano non solo quattro o cinque persone,
ma molte di più: decine, anzi centinaia!”
Robin osservò con lo sguardo sognante i piccioni fuori dalla finestra: uno bianco e uno
grigio da un po’ si stavano riposando su un ramo dell’olmo. Anche solo quelle zampine che stringevano forte il legno sembravano tre
volte il palmo delle sue mani.
Tempo prima il bambino aveva visto una cartolina dove un uomo montava un grosso
cavallo tre volte più grande di lui.
“E io andrò fuori e farò amicizia con quei piccioni. Poi gli salirò in groppa e andrò in giro su di loro come fossero cavalli!”
E così Robin cominciò a studiare sul serio il modo di uscire fuori dalla mansarda.
Dopo pranzo sia Balbo che Fern, come sempre, andarono a letto per il sonnellino
pomeridiano.
Iris era seduta sulla piccola sedia a dondolo e come al solito stava
sferruzzando. Mentre muoveva le mani, il nastro, diventato sempre più lungo, luccicava.
«Iris, io a vado a dare un’occhiata al foro di aerazione del tetto. C’è qualcosa che non va perché l’aria non entra bene» disse Robin rivolgendosi alla sorella.
Iris lo guardò meravigliata. Poi annuì come se fosse d’accordo.
Il cuore di Robin cominciò a battere forte. Salì agilmente sul tetto e cercò di scuotere il ventilatore che stava sul foro di areazione, montato saldamente
da Tetsu durante le vacanze estive, ma nonostante lo agitasse con tutte le sue
forze quello non si mosse per niente. Il piccolino allora passò tra le pale del ventilatore e lentamente infilò la testa nel foro. A causa della tettoia di protezione che sporgeva non si
vedeva il cielo. L’aria calda ma rinfrescante penetrava dall’alto. Robin alzò le braccia. Successivamente spingendo con una sola gamba sul telaio che copriva
il ventilatore si appese al bordo esterno del buco. Essendo leggero dondolò un po’ in sospensione e si lanciò sotto la tettoia.
Inondato dalla luce del sole e dall’aria Robin capì di essere veramente una creatura minuscola. Soffocando il desiderio di esultare
levò gli occhi sull’olmo. I suoi rami si estendevano alti e grandi, ancora di più di quello che aveva visto dalla mansarda, allungando la loro ombra sul tetto
della casa dei Moriyama, come una nera catena montuosa, e sull’erba del giardino circondato da dalie e malve.
Oltre il prato Robin vide un bosco verde e un susseguirsi di tanti tetti rossi,
neri e blu intenso! “Se sotto ognuno di quelli abitassero quattro o cinque esserini e quattro o
cinque persone grandi, la gente a questo mondo sarebbe tantissima!”
E non solo, guardando fisso dalla parte opposta, in direzione della discesa
lontana, le piccole case di tetti di tegole continuavano all’infinito. Poi là, lontano, luccicava il mare bluastro.
“Non lo sapevo! Non lo sapevo! Il mondo è enorme!”
E i suoi occhi si riempirono di lacrime.
Iris sapeva che suo fratello era passato dal buco di aerazione del tetto ed era
uscito fuori. Fuori, dove in trent’anni da quando erano lì né Balbo né Fern erano mai andati!
Passarono due minuti. Ne passarono cinque. Ma Robin non tornava. Iris cominciò ad aver paura. Pensò che forse era il caso di svegliare i genitori dal sonnellino ma, quando stava
alzandosi dopo aver messo giù il lavoro a maglia, dal foro scesero due piccole gambe.
Robin aveva una faccia seria. Silenzioso andò nell’angolo della stanza e fissò la parete.
“Quel ragazzino ha visto il mondo fuori. E un giorno lo dovrà far conoscere anche a me!”
Con gli occhi pieni di paura e desiderio Iris portò lo sguardo sul foro di areazione. Poi, come se non si fosse accorta di niente,
tornò a lavorare i fili di ragno.
La storia delle fate
Sia fuori che dentro la stanzetta dei libri si stavano verificando via via dei
cambiamenti.
Robin, durante il pisolino pomeridiano dei genitori, usando la pialla e lo
scalpello della cassetta degli attrezzi del padre aveva ingrandito un po’ alla volta il buco della presa di areazione. Era così grande che anche Balbo, con le sue spalle larghe, sarebbe riuscito a passarci
attraverso facilmente in caso di emergenza.
Inoltre il piccolo esserino aveva fatto amicizia con un piccione di quelli che
venivano a posarsi sui rami dell’olmo. Era il più tranquillo, era grigio e si chiamava Yahei.
Stando sotto la tettoia per la pioggia, sul foro di areazione, Robin aveva
osservato a lungo quello che faceva questo piccione. Quando si era accorto che
era fortemente irritato perché desiderava grattarsi dietro le ali, mentre non c’era nessuno nei paraggi gli aveva rivolto la parola: «Signore! Signore! È successo qualcosa?»
Questo aveva guardato l’insolito esserino sgranando gli occhi tondi e rossi. Poi, non riuscendo a
trattenersi, aveva chiesto: «Mi potresti grattare sulla schiena?»
Robin timidamente si era avvicinato al grosso uccello e aveva grattato con forza
l’attaccatura delle ali che gli facevano prurito.
«Gru gru, ah! Che sollievo!» aveva detto Yahei. Dopodiché sia Robin che il tranquillo animale avevano sentito che tra loro c’era ormai una certa confidenza.
Il giorno dopo Robin era stato contento che il piccione gli avesse rivolto la
parola. Yahei si era separato dagli altri e si era avvicinato da solo in volo.
Anche lui era incuriosito dalla natura intrepida del piccolo esserino.
Benché non fossero passati nemmeno dieci giorni da quando si erano conosciuti, un
pomeriggio Robin disse a Yahei: «Mi piacerebbe tanto salirti in groppa e volare nel cielo, anche per una sola
volta!»
Il piccione acconsentì con piacere, così Robin, dimostrando il suo coraggio, dalle zampette rosse del suo grosso amico
si arrampicò sul suo dorso. Però, appena le sue manine toccarono l’attaccatura delle piume di Yahei, questi spiccò in volo sbattendo le ali, Robin cadde sopra il tetto e nel trambusto si aggrappò alle tegole.
«Oops, mi dispiace!» si scusò ripetutamente il piccione Yahei, tornato indietro, ma i suoi occhi stavano
ridendo. «Non ce la faccio, mi fa troppo il solletico! Non ci riesco a farti salire!»
Robin rinunciò a volare, che non significava rinunciare del tutto, e per il momento si
accontentò di ascoltare i racconti da Yahei che conosceva tante cose.
Il piccione sapeva che un giorno di settembre il signor Moriyama Tatsuo era
uscito di casa e non era ritornato. Poi raccontò a Robin che adesso il signor Tatsuo era chiuso in gabbia da qualche parte e che
la signora Tōko spesso gli portava da mangiare. Gli disse anche che, essendo il
padrone di casa chiuso in gabbia, le due domestiche dei Moriyama avevano preso
congedo ed erano tornate al loro paese e la signora Tōko aveva tolto il prato e
aveva fatto un orto dove aveva piantato le verdure autunnali. Robin l’aveva visto con i propri occhi. E aveva notato che non era successo solo al
giardino dei Moriyama, anche gli altri giardini del vicinato erano diventati
orti. L’esperto Yahei aggiunse anche che il nuovo interramento nell’angolo del giardino era il cosiddetto “rifugio antiaereo”.
Frattanto nella casina della stanzetta dei libri Balbo era indaffarato a fare
scarpe. Al momento, strappata la splendida copertina da un’agenda di pelle nera, stava tagliando degli scarponcini con i lacci per Robin.
Quella vecchia agenda di grandi dimensioni sembrava sufficiente anche per un
paio di scarpe con il tacco basso per Fern.
«Balbo, ma cosa ti ha preso? Così incaponito a fare scarpe… Quelle rosse per Iris, le altre lavorate marroni per te e adesso per Robin e
per me» disse Fern in cerca di una spiegazione.
«In origine fare le scarpe era il mio lavoro, no? Nonostante ciò mi sento strano. È come se qualcuno mi stesse sulla schiena e incessantemente mi sollecitasse: “Presto! Cuci! Finisci il lavoro”».
Le scarpe fatte da Balbo erano un prodotto di prima qualità e, vivendo soltanto in quella stanza di libri, un paio avrebbe dovuto durare
venti o trenta anni.
“Quest’uomo vuole farne ancora di nuove anche se quelle che indossiamo si possono
portare per altri dieci anni”.
Fern ebbe un terribile presentimento: “Quest’uomo non si starà preparando per il giorno in cui non potremo più stare in questa casa tranquilla e nascosta?”
E poi, per liberarsi di questo pensiero, disse con un’allegra risata: «Ehi Balbo, quando sono pronte le scarpe nuove per tutta la famiglia facciamo una
festa danzante come un tempo!»
Alla mente di Balbo in un lampo riaffiorò la scena del lontano passato, quando gli altri del Piccolo Popolo danzavano
numerosi. Si raccontava che la sera della festa del solstizio d’estate, odorosa di grano maturo, i piccoli esserini ballassero allegramente fino
a consumare le scarpe, e successivamente sia suo nonno che suo padre per un
certo periodo erano sommersi dal lavoro per farne di nuove.
Sul viso tormentato del marito Fern aveva visto comparire l’espressione serena che rievocava il passato. Ma non era durato per molto. Balbo
aveva distolto gli occhi da lei e non aveva risposto nulla.
Anche intorno alla piccola Yuri c’erano stati dei cambiamenti. Le uscite della signora Tōko, legate in qualche
modo al signor Tatsuo, erano aumentate e, siccome non c’erano più le domestiche, gli impegni della bambina una volta tornata da scuola erano
cresciuti di parecchio. Il carbone scarseggiava e già da tempo il gas aveva smesso di uscire. Era venuta a mancare anche la
carbonella. Yuri si procurava i ceppi ancora verdi, andando a “fare legna” nei cespugli del giardino. Quando questi si erano seccati un po’, li metteva nel fornello di terracotta e accendeva il fuoco.
Balbo e i suoi si erano accorti delle sue mani terribilmente screpolate quando
ogni giorno veniva con il latte, sostituito qualche volta da quello in polvere.
Tutte le volte che la bambina portava il bicchiere azzurro le parole dette quel
giorno da Shin le ritornavano in mente come una spina.
Non si deve fare una cosa del genere in un periodo di crisi! Non c’è neanche il latte per i soldati feriti…
Il latte che lei beveva era un lusso? E darne una piccola parte agli esserini
era una cosa brutta? Tuttavia solo con quel po’ di latte la loro vita era garantita. Lei li adorava. I piccoli esserini che,
sopra lo scaffale, condividevano il suo dolore in silenzio quando sprofondava
nella tristezza pensando al padre che non c’era! Yuri avrebbe fatto qualsiasi sforzo per farli continuare a vivere.
Ma d’altra parte Moriyama Yuri era al secondo anno delle elementari. Non solo a Shin,
ma anche a lei, scolara della scuola nazionale, veniva insegnato ogni giorno
che doveva diventare una coraggiosa giovane giapponese “per il Paese” più che qualsiasi altra cosa. Le parole in tempi difficili, antipatriottico e
traditore riecheggiavano nella sua mente in modo spaventoso come un oscuro
schiocco di frusta.
Quel giorno era l’otto di ottobre.
La mattina presto anche Yuri e i suoi compagni si erano radunati al santuario di
Hachiman per l’esercitazione di corsa. Sulla ghiaia risuonava lo scalpiccio della scolaresca
intera. Tutti gli alunni, con una fascia bianca intorno alla testa, stavano
correndo ordinatamente senza fiatare. Ridere, chiacchierare e cose simili non
erano permesse. E prima di tutto, per bambini piccoli come lei, nel bel mezzo
della corsa l’energia di ridere e chiacchierare se ne era andata.
A metà del secondo giro la piccola aveva cominciato ad avvertire un dolore acuto ai
fianchi. Al terzo stava ansimando senza riuscire più a parlare. Pensando di essere sul punto di crollare aveva corso disperatamente
per un altro giro. Infine, arrivata a metà del quarto, improvvisamente davanti ai suoi occhi tutto era sembrato giallo e
si era inginocchiata sulla ghiaia.
Quando dopo un po’ aveva riaperto gli occhi la fila di fasce bianche stava ancora correndo con un
forte e continuo scalpitio. Yuri era stesa sulla gradinata del santuario di
Hachiman. Vicino c’era Shin, con la fascia bianca e i piedi scalzi. Lui era il capogruppo della sua
classe.
«Moriyama!! Accompagna a casa tua sorella!» gli aveva detto l’insegnante di ginnastica con un tono di vero disprezzo verso Shin che aveva una
sorella debole.
«Vergognati!» questa parola uscì dalla bocca di Shin come uno sputo. La rabbia si leggeva nei suoi occhi.
La bambina, in fiamme per l’umiliazione, si alzò senza aiuto.
«Posso tornare a casa da sola!»
In cuor suo aveva pensato che il fratello l’avrebbe seguita e si era incamminata ma, senza che nessuno le andasse dietro,
aveva sentito soltanto il rumore sulla ghiaia dei passi di Shin che ritornava
in fila.
Quando finalmente la bambina era arrivata a casa, la signora Tōko stava per
uscire. Indossava larghi pantaloni da lavoro riadattati e reggeva moltissimi
pacchi.
«Yuri, cos’hai fatto?»
«Non sto bene».
«Ti hanno fatto correre troppo, vero? Prepara il futon e riposati». Alla bambina non piaceva per niente rimanere in casa da sola.
«Mamma, stai andando dal babbo, vero? Portami con te!» La signora Tōko diede uno sguardo severo alla figlia.
«Non si può. Non è un posto per te».
Come poteva farle incontrare suo padre, così sciupato dopo solo un mese, attaccato dai pidocchi e dalle pulci, in fondo a un
edificio con le sbarre di ferro? Anche se tutti gli oggetti di questo metallo
come i tegami, le pentole, finanche le campane dei templi erano stati
consegnati per ordine del governo, lì le grandi sbarre di ferro c’erano ancora. Inoltre non era sicuro neanche che la visita fosse permessa… Mentre si sforzava di ritrovare la calma, disse con tranquillità: «Yuri, rimani a badare alla casa, questo è il piacere più grande che mi puoi fare».
Presi il contenitore delle vivande e la biancheria da portare al marito, la
signora Tōko uscì.
Quando Yuri tornò verso casa dopo aver accompagnato con lo sguardo la sagoma della madre vide un
piccione grigio che si posava sul tetto basso vicino alla stanzetta dei libri.
Dopo aver aperto lentamente le ali il piccione si levò con un frullo verso i rami alti dell’olmo… Mescolato a quell’energico sbattere Yuri sentì un suono leggero, come di un flauto.
Era Robin che si trovava sul dorso del piccione!
Yahei si fermò lentamente sui rami dell’olmo.
Robin aprì gli occhi serrati e si guardò attorno di nuovo.
«Io…io… per la prima volta sono salito su un piccione!»
Yuri non si era accorta di Robin. Mentre sentiva di avere la febbre alta e che
le girava la testa era entrata in casa.
Quella sera, per quanto Balbo e i suoi la aspettassero, la piccola non arrivava.
Verso le sette e mezza Fern, nascondendo il viso irritato, mise in tavola il
formaggio di riserva avvolto in una vecchia carta argentata di cioccolatini.
«A tavola! Venite!» disse con naturalezza.
“Che sarà mai successo a Yuri? Non sarà che non verrà mai più?”
Tutti quanti desideravano chiedere la stessa cosa, ma sia Balbo che Fern
mangiarono il formaggio in silenzio. Gli esserini provarono quasi fino al
disgusto quanto fosse insipida e triste la tavola senza il latte nel bicchiere
azzurro. E questo non era solo un problema di sapore o di mancanza di liquidi.
Il latte portato sotto la finestra, senza saltare un giorno, da Tatsuo, Yukari
e Tōko quando erano piccoli, e poi dall’attuale generazione Moriyama, Tetsu, Shin e Yuri, non era semplicemente cibo, ma
il simbolo dell’amore verso di loro e di un sentimento autentico di chi considerava la loro vita
più preziosa di qualsiasi cosa…
La cena terminò rapidamente.
«Speriamo che non sia successo niente a Yuri» ruppe il ghiaccio Balbo alla fine.
«Yuri è andata a scuola presto stamattina, poi dopo un po’ è tornata, aveva il viso pallidissimo e sembrava che non stesse bene» intervenne Robin facendosi trascinare nel discorso.
Balbo e Fern si scambiarono uno sguardo.
«Robin! Stai dicendo che l’hai vista tu?»
Fern aveva gli occhi fuori dalle orbite. Robin si coprì la bocca.
«Io ho solo sentito i suoi passi. Erano deboli e ho pensato così».
Balbo e Fern tacquero con l’espressione di chi non è preparato a sapere una verità ancora più sconvolgente.
«Robin!» esordì Balbo alla fine. «Da dove sei andato fuori?»
Robin abbassò gli occhi e non rispose.
“Non solo sono andato fuori. Oggi sono anche salito su un piccione…”
Gli occhi di Iris si volsero al buco per il ricambio dell’aria sul soffitto. Quelli di Fern scoprirono nuove tracce di scalpello sul foro.
La donnina afferrò l’orlo del grembiule sul punto di gridare: «Non sarai…»
In quel momento si sentirono dei passi fuori dalla stanza.
I piccoli esserini chiusero la bocca simultaneamente. Fu Yuri a entrare. La
bambina portava il latte nel solito bicchiere. Ma le mani che tenevano in alto
il vassoio tremavano leggermente.
Arrivata sotto lo scaffale rimase immobile, si vedeva che non aveva la forza di
arrampicarsi e portarlo nel posto sotto l’abbaino.
Da sopra Robin si mosse per prendere il latte dalle mani di Yuri pensando
toccasse a lui. Ma Fern lo trattenne. Fuori dalla stanza si sentirono altri
passi. Silenziosi e di un adulto.
Entrò la signora Tōko.
La donna, quando vide la figlia, si avvicinò in fretta alla libreria.
«Yuri, lascia fare alla mamma».
Con i pantaloni da lavoro indosso, la signora Tōko si arrampicò con agilità e pose la mano sul calice azzurro.
Balbo e i suoi sentirono il rumore del liquido versato e videro che il bicchiere
era stato rimesso subito sotto la finestra.
Era pieno di latte schiumoso e come sempre fece brillare nella stanza una luce
allegra e gioiosa.
«Yuri, adesso puoi andare a dormire, vero? Stai tranquilla, eh?» disse la signora Tōko alla figlia. Lei rimase in silenzio, impassibile.
«Rispondimi, stamattina la maestra ti ha detto qualcosa?»
Yuri scosse il capo.
«Allora è stato tuo fratello?»
Yuri abbassò la testa e la signora Tōko sospirò.
«Dai, raccontami e chiudiamo qui il discorso. Cosa ti ha detto?»
Yuri riferì con voce rotta quello che era successo la mattina al santuario di Hachiman. Ma
mentre raccontava si rese conto che in realtà c’era ben altro che avrebbe voluto dire.
«Davvero? Allora stamattina sei tornata a casa da sola?» domandò la signora Tōko completando la frase della bambina. «Yuri, anche Shin è da compatire, sai? Lui crede veramente che il padre imprigionato e la sorella
di costituzione delicata siano cose per cui sentirsi in colpa verso la patria.
Ha deciso di diventare, almeno lui, un perfetto “giovane giapponese” al posto degli “antipatriottici” membri della famiglia Moriyama. Anche a me ha detto spesso di darmi più da fare per la patria; ma vedi, io non posso fare come dice lui. Non penso di
dover provare rimorso verso il Paese per le vicende di vostro padre o perché tu non sei robusta. Anche io, sai, non credo assolutamente sia giusto che la
polizia trattenga non si sa fino a quando il papà, che non ha fatto niente di male ed è stato portato via solo per “idee pericolose”, senza indagini accurate. E ancor meno credo sia giusto che il Paese combatta
con gli altri senza nutrire a sufficienza i bambini deboli».
E dopo aver detto queste parole asciugò con il palmo della mano il sudore sulla fronte di Yuri.
«Perdonami! Stamattina quando sei ritornata a casa da sola ero tanto preoccupata.
Era arrivata la notizia che il nonno di Nojiri, ammalatosi dall’angoscia per vostro padre, è peggiorato. Anche la nonna è anziana, non si può abbandonare così. Dal momento che vostro padre è l’unico figlio credevo che gli avrebbero permesso di uscire per vederlo in punto
di morte, oggi sono andata solo con questo pensiero e invece dal carceriere mi è stato urlato che stavo dicendo una follia».
Yuri sollevò gli occhi e guardò la madre. La conosceva bene: la mamma era una persona originale e divertente
con un qualcosa di ragazzina che non aveva mai perduto. Ma quella che si
trovava in quel momento davanti ai suoi occhi era una donna magra, calma, con
dei pantaloni da lavoro riadattati. Al posto dell’allegra persona di quando il babbo era ancora a casa era diventata una di quelle
donne forti che non si perdevano d’animo per poco.
«C’è un’altra cosa… c’è un’altra cosa che ti devo chiedere» disse Yuri prendendo coraggio. «Shin lo ha detto tempo fa: se c’è il latte bisogna darlo ai soldati feriti, non si deve dare a “loro”. Io che bevo il latte del mercato nero e che lo do a loro non tradisco la
patria?»
La signora Tōko fece una risata irritata.
«Yuri, pensaci: perché non dovresti dividere un po’ del tuo latte con delle persone care?» rispose guardando la piccola con il suo innato sguardo penetrante. «Tu e Shin forse non lo sapete, ma ci sono tante persone che sbagliano. Per
esempio tante persone importanti commettono errori con il brillante modo di
dire “per il Paese”. Se non ci fosse stata la vicenda di vostro padre, anche io, come Shin, avrei
avuto solo nobili pensieri per il Paese. Ma per la prima volta ho capito quanto
possa essere in errore un paese che rinchiude un uomo libero dicendo che è pericoloso. Vostro padre sarà rilasciato sicuramente presto, ma se restasse dentro io non mi potrei
allontanare da Tōkyō. Se io non potessi stargli vicina e non potessi più portargli da mangiare vostro padre morirebbe. Yuri, per questo motivo, quando
verrà il momento in cui i bambini non potranno più rimanere a Tōkyō, dovrai andare con tuo fratello Shin a Nojiri, nella casa dei
nonni. E poi, in qualsiasi posto tu vada, continua a occuparti del latte per “loro”. Me lo prometti?»
Yuri assentì un po’ impaurita.
«Se riesci a proteggere la loro fragile vita aiuti anche quella di tuo padre. Non
ci si può fare nulla ma io la penso così. Probabilmente Shin si metterebbe a ridere. Ma quando tuo padre era piccolo ha
ricevuto in custodia “quella gente” e il bicchiere azzurro dall’insegnante straniera, e questo non sarebbe di per sé niente di speciale, ma mentre continuava a portare il latte sicuramente deve
aver percepito qualcosa. Per esempio il pensiero di non essere d’accordo con la guerra del nostro paese e cose simili sono nati nel suo cuore
mentre proteggeva “quella gente” e hanno finito con l’attecchire saldamente».
Balbo e Fern stavano guardando la signora Tōko dallo scaffale. E lei continuò a parlare con voce bassa per tirar su di morale la piccola Yuri come se volesse
convincersi da sola.
«Yuri, in un libro che ho letto molto tempo fa c’era la storia della vedova Whitgift che aiutò le fate. Questa donna viveva nei pressi della Palude di Romney. Quando Enrico
VIII d’Inghilterra aveva fatto la Riforma religiosa le fate, che erano state fin dai tempi antichi in quel paese, non avevano avuto
più il permesso di rimanere. Soltanto Puck non si era arreso al suono delle campane
delle chiese, al sale e all’acqua corrente che loro non sopportavano.
Le fate amavano i campi e i boschi della bella Inghilterra e siccome avrebbero
voluto vivere lì per sempre, la Palude di Romney era piena dei loro lamenti. La cosa giunse all’orecchio della vedova Whitgift che ne rimase profondamente colpita. E così fece spingere in mare un battello dai suoi figli permettendo a tutte loro di
fuggire in Francia. Si dice che tutte le fate arrivarono in Francia sane e
salve e che la vedova Whitgift e i suoi discendenti ricevettero lo strano
potere di vedere attraverso i muri di pietra».
«Anche il babbo ha ricevuto quel dono, vero?» chiese Yuri, ricordando i vari racconti che aveva sentito dal padre quando era
piccola.
«Beh, forse sì, forse no. Comunque io quando ho letto quel libro ho deciso che se avessi
incontrato degli esseri tipo le fate mi sarei presa cura di loro. E questo è diventato realtà: ho aiutato Tatsu e ho cominciato a portare il latte agli esserini del Piccolo
Popolo».
«Con Tatsu intendi il babbo?» chiese Yuri imbarazzata.
«Certo. E poi, non ne sono sicura, ma mi sembra che ci sia un legame tra il fatto
che anche ora, in quel posto, tuo padre non pensi di cambiare le sue idee e noi
continuiamo a portare il latte a quella gente. Il nostro paese sta combattendo
contro quello di Balbo. Ma se adesso Balbo e gli altri sono gli ultimi esserini
rimasti sulla terra, grazie al fatto che tuo padre parecchi anni fa si è preso cura di loro, proteggere la loro fragile vita non è qualcosa di grande valore? In tutti questi anni siccome sono scoppiate
frequentemente delle guerre in tutto il mondo anche i pochi esserini rimasti in
vita negli angoli dei villaggi e delle città dei vari paesi forse sono stati sterminati. Quindi se noi continuiamo a
proteggere Balbo e i suoi sicuramente saremo ringraziati da tutti gli esseri
umani del mondo che considerano preziosa la piccola gente.
L’ombra scura delle preoccupazioni svanì dal viso febbricitante di Yuri.
“Ah! Ma io non sono sicura neanche di poter proteggere la vita di Tatsuo e di
questi bambini, figuriamoci la piccola gente…” Mentre pensava così la signora Tōko ritornò in soggiorno sorreggendo Yuri lungo il corridoio diventato scuro.
In casa di Balbo genitori e figli stavano bevendo il latte fresco scambiandosi
sguardi sereni.
Sia la preoccupazione per la consegna tardiva del latte sia la faccenda della
rivelazione delle uscite di Robin erano state dimenticate. Né Balbo né Fern avevano mai pensato di essere gli ultimi quattro esserini rimasti al
mondo.
«Non ho mai sentito nominare la vedova Whitgift. I nostri antenati più che fate erano nani. Anche dopo quella maledetta Riforma religiosa sono rimasti
in Inghilterra».
«Esatto. Persone che si occupano di prepararci il latte nel bicchiere azzurro da
qualche parte di sicuro ci sono» disse Fern. Solitamente preoccupata, alla luce del piccolo recipiente riempito
di latte dalle mani della signora Tōko, la donnina adesso si sentiva sollevata.
Il piccione Yahei, Robin e la tigre
L’anno vecchio si era concluso ed era cominciato quello nuovo.
La vita della famiglia di Balbo nella stanzetta dei libri era diventata giorno
dopo giorno più scomoda. Anche il contenuto del bicchiere azzurro portato da Yuri era diventato
spesso latte acquoso, fatto con la polverina. Pensando al nutrimento dei suoi
familiari, Fern qualche volta portava in tavola il formaggio di riserva
preparato con il latte vero.
Durante l’inverno quando i fiori di ghiaccio brillavano sul finestrino del solaio Balbo,
poiché soffriva di un dolore nevralgico alle gambe, se ne stava quasi sempre a letto.
La figlia Iris, prendendo un vecchio guanto dimenticato tempo prima da Shin e
che se ne stava anch’esso nel ripostiglio di Fern, aveva fatto ai ferri una calda coperta per il
padre. Anche se la lana vecchia perdeva l’elasticità e si strappava sempre, legandola con il nastro intrecciato di filo di ragno
Yuri aveva realizzato una morbida coperta color cammello.
Con l’arrivo della primavera anche Robin, fino allora paralizzato dal freddo, aveva
ripreso vivacità, spesso tentava la fuga dalla presa di ventilazione del soffitto, eludendo il
controllo dei suoi genitori.
L’olmo, che in inverno sembrava un albero morto, era ricoperto da una nuvola di
germogli verde chiaro e ai suoi piedi si schiudevano i boccioli bianchi e rosa
a forma di conchiglia del cotogno. Ben presto le corone bianche dei fiori di
magnolia cominciarono a spiccare come fari sui boschetti dei giardini di tutte
le case.
Quello fu l’ultimo inizio di primavera di Tōkyō ancora ignara che sarebbe bruciata. Per
Robin, che l’anno precedente non conosceva niente di quel mondo così vasto, il paesaggio che si vedeva scappando dalla stanzetta dei libri era di
una bellezza incredibile.
La signora Tōko cercava di convincersi che almeno una cosa buona era che il
marito, messo nel carcere preventivo di Nakano come uno dei liberali che
portavano il paese alla rovina, fosse riuscito a superare l’inverno senza difficoltà in quella “villa” circondata da sbarre di ferro. Quando finalmente le fu concessa una visita andò con le gemme di prugno del giardino e Tatsuo cercò di toccare di nascosto i petali del fiore. Anche quando a Nojiri, dove la neve
cade copiosa, era morto suo padre, seguito subito dopo da sua madre, in
entrambe le occasioni Tatsuo non era potuto uscire dalla “villa”.
Mentre i discorsi sull’evacuazione degli scolari come Yuri venivano ripresi da tutti un po’ da ogni parte, la bambina aveva cominciato la terza elementare alla scuola
nazionale e Shin, come suo desiderio, era stato preso nella scuola media della
provincia, della quale una buona percentuale di studenti entrava nella scuola
preparatoria dell’esercito e dell’accademia navale.
Da Tetsu, che si trovava in una scuola superiore di Kyoto, giungevano ogni tanto
lettere di preoccupazione per la condizione del padre in prigione. In queste
lettere che sembravano non essere passate sotto gli occhi della censura dei
professori, erano inclusi con sincerità dubbi sul combattimento tipici di uno studente. Inoltre Tetsu qualche volta si
lamentava della mancanza di cibo. Alla fine di febbraio la signora Tōko gli
mandò un pacchetto con dei mochi di riso ottenuti in cambio di un kimono. Il ragazzo
aveva scritto un po’ scherzando che, avendoli ricevuti quando non c ’era nessuno, aveva pensato di mangiarseli da solo, ma visto che in quel
dormitorio non c’era niente per riscaldarli, appena aveva portato nella stanza il ferro elettrico
che si usa per sciogliere lo stagno i mochi in un secondo si erano vaporizzati
perché i compagni erano accorsi in fretta e furia attirati dall’odore di bruciato e se li erano mangiati appena bruciacchiati e senza che
fossero pronti. Inoltre aveva scritto della commozione quando, alla partenza
dei soldati per il fronte nel dicembre dell’anno prima, aveva accompagnato a Kyoto tanti compagni più grandi che andavano incontro a morte certa.
Un giorno di maggio Robin, salito per il buco dell’aria, stava in piedi sotto i raggi abbaglianti del sole. Le foglie novelle dell’olmo ondeggiavano suscitando un senso di frescura e il cielo azzurro si
estendeva senza confini. La terra del giardino, trattenendo la pioggia di due o
tre giorni prima, faceva brillare la sabbia come fossero pepite, e il suo buon
profumo solleticava il naso del bambino.
Robin uscì dall’ombra della tettoia e, superate alcune tegole tiepide grazie alle fronde delle
foglie dell’olmo, stava aspettando il suo amico grigio. Nell’ultimo periodo il piccione Yahei era sembrato molto impegnato. Dopo essersi
fatto vedere per un attimo nei giorni di pioggia, il giorno prima non era
venuto, forse quello sarebbe passato.
Dentro i fiori di azalea di color rosa intenso, bzzzz bzzzz, si sentiva il
ronzio delle api.
«Robin!» si sentì sussurrare, e lui si girò. I suoi occhi si spalancarono.
All’ombra della tettoia per la pioggia c’era il visino di Iris che guardava.
«Iris!» balbettò Robin.
«Robin, ti prego, vienimi vicino!» disse la bambina paralizzata.
Robin oltrepassò la tettoia con molta prudenza e arrivò vicino a Iris.
«Anche io finalmente ho visto fuori! Ma, Robin, non riesco a muovermi per la
paura».
Robin prese le mani della sorella e la fece sedere all’ombra del riparo per guardare fuori senza pericolo. Il cuoricino di Iris batteva
così forte che anche il fratellino poteva sentirlo.
Iris si coprì gli occhi con entrambe le mani. Poi lentamente le tolse e guardò con gioia il cielo azzurro. Robin poteva comprendere perfettamente la
meraviglia della sorella.
“Io la prima volta ero eccitatissimo! Ma come mai persino la timida Iris avrà deciso di provare a uscire?”
Da lontano arrivava il rumore del battito delle ali che con vigore spostavano l’aria. Forse era il piccione Yahei che si stava avvicinando ai rami dell’olmo.
«Iris, il mio amico sta arrivando! Anche se è grande non ti fa niente. È un piccione e si chiama Yahei» spiegò Robin alla sorella.
«Lo sapevo» rispose Iris. «Un giorno da sotto, dalla finestra del soffitto, ho visto che ti portava sul
dorso. È bello? Robin, non dire al tuo amico che sono uscita. Però gli devi chiedere una cosa, se ha mai visto qui intorno della piccola gente
come noi, e inoltre se non sta succedendo qualcosa di terribile nel mondo…» esclamò in fretta Iris che solitamente non parlava quasi per niente. Robin guardò stupito la sorella.
Grugru grugru, chiamava Yahei con voce bassa dai rami dell’olmo.
«Ascolta, Robin! Il babbo e la mamma già da un pezzo “sentono” qualcosa e sono molto preoccupati. Nonostante ciò non stanno facendo niente. Noi dobbiamo sapere che cosa sta succedendo…»
Grugru! Dalla cima dell’albero il richiamo di Yahei si fece più forte. Spinto da quello, Robin corse fuori da sotto la tettoia.
Sul solito grosso ramo dell’olmo Yahei, fermo, lo stava aspettando. Vedendo la sagoma fedele e rassicurante,
Robin si tranquillizzò.
«Che bel tempo, vero?» disse Yahei.
«Dove era andato?» chiese Robin.
Yahei, guardando Robin con gli occhi pensierosi, rispose: «Ieri i miei compagni sono migrati di nuovo in campagna. Anche Shirane e Yohei
che venivano qui spesso, hai presente? La femmina con le piume bianche e quello
piccolo grigio. Ormai gli amici rimasti sono pochi».
Pensando che fosse il momento giusto per chiedere cosa stesse per succedere,
Robin domandò: «Signore, sta per accadere qualcosa di brutto? Da che cosa sono scappati via i
suoi compagni?»
Il piccione Yahei chinò il capo e guardò a lungo il piccolo Robin. Poi, scuotendo la testolina, disse: «Ma tu non sai nulla? Stanno succedendo delle cose terribili. Non ti ho
raccontato niente di quello che è successo la scorsa estate nel bosco di Ueno?»
Robin scosse la testa senza dire una parola.
«Che gli esseri umani avevano cominciato una guerra lo sapevi, no? Sembra che
intorno all’anno scorso la situazione sia gravemente peggiorata. Anche tu avrai saputo da
tempo che non solo comincia a scarseggiare il cibo per noi, ma anche per gli
esseri umani, vero? Ma la cosa terribile è che lo scorso agosto sono stati uccisi tutti gli animali feroci dello zoo di
Ueno. il motivo era che in un’incursione aerea a Tōkyō… cioè, se fossimo stati attaccati dagli aerei nemici gli animali imbizzarriti
sarebbero stati pericolosi».
Robin conosceva lo zoo. Aveva tanti amici in quel libro illustrato intitolato Lo
zoo.
«Signore, quindi anche la tigre è stata uccisa?»
«Ahimè! La tigre, il leone, i leopardi. Da due o tre anni molti dei miei compagni si
erano trasferiti lì, dove non c’era la preoccupazione di essere uccisi e mangiati perché, rispetto ai posti fuori, c’era tanto cibo. Ma secondo il racconto di uno di loro, l’uccisione del leone, della tigre e degli altri è stata una cosa oltremodo atroce. Nonostante ci fossero molte persone contrarie
fino all’ultimo a uccidere gli animali, tra quelli che lavoravano allo zoo, non ci fu
niente da fare perché era un ordine del governo. In particolare il racconto dell’uccisione degli elefanti per la loro intelligenza…»
Yahei vedendo che le labbra di Robin stavano tremando smise di raccontare. Da
quando aveva sentito che la tigre era stata uccisa il bambino aveva smesso di
ascoltare le parole del piccione. La tigre, che lui adorava nel libro
illustrato, era stata uccisa dalle mani degli uomini… Nello zoo di Ueno forse non c’era la boscaglia dove correre… era sempre, sempre chiusa in una gabbia stretta, ma essere uccisa dalle mani
dell’uomo… Con un braccio sugli occhi Robin singhiozzava violentemente per la tigre amica
del libro e per quella uccisa.
Yahei si girò da un lato in silenzio. Sentì di non poter sopportare l’improvvisa disperazione del suo piccolo amico.
Poi Robin, dopo essersi sfregato gli occhi, gli disse timidamente: «Scusi, ma io avevo un’amica tigre da prima. E… la guerra? Verrà ancora più vicina?»
«Mah! Questo non lo so neanche io. Se devo dire quello che so, dall’autunno in cui sono stati uccisi gli animali, le cose che si trovavano nelle
abitazioni eleganti sono state portate un po’ alla volta nelle campagne. Lo strano è che, per quanto le case fossero grandi, a forza di spedire la roba adesso sono
rimaste completamente vuote. Le persone lo chiamano sfollamento. Probabilmente
hanno cominciato a farlo perché ritengono che Tōkyō stia diventando pericolosa».
Robin pensò che avrebbe dovuto riferire tutto quello che stava dicendo Yahei a Iris, senza
eccezione. Poi gli vennero in mente le altre parole della sorella.
«Signore, conosce qualcuno della mia razza? Ha incontrato qualche altro essere
piccolo come me?»
Sembrava che Yahei non avesse capito la domanda di Robin.
«Noi non chiamiamo “sfollare” il cambiar casa. Noi diciamo “migrare”».
«Non intendevo questo. Yahei, quanti del Piccolo Popolo ha visto qui intorno?» chiese Robin con impazienza.
Yahei lo guardò stupito.
«Io non ho mai incontrato nessuno come te se non in questo posto. Ci sono altri
come te? Non sei solo?» domandò Yahei inquieto.
Pensando di dirgli “Lì c’è mia sorella” Robin chiuse la bocca.
Qualcosa gli suggerì che era meglio non sconvolgere troppo questo amico tranquillo.
«Lei ha un padre e una madre, no? Anche io ho la mia famiglia».
Poi Robin chiese: «Nella sua famiglia ci sono dei bambini?»
Yahei tirò indietro la testolina.
«Sembro così vecchio? Guarda che sono ancora giovane! Anche se mi comporto proprio come un
vecchio visto che il cibo scarseggia sensibilmente. I miei anziani genitori, in
primavera, sono migrati nel Shinshū. Adesso io sono qui da solo».
Poco dopo Yahei lasciò Robin e si diresse in volo verso la foresta del santuario di Hachiman. Da
dietro la sagoma del piccione aveva un’aria triste. Robin si sentì mortificato di non aver pensato per niente alla situazione dell’amico fino ad allora.
“Yahei è rimasto a Tōkyō dove il cibo scarseggia per l’amicizia con me… e io non me ne sono neanche reso conto”.
Quella notte quando Balbo e Fern furono addormentati nel letto Gelbe Sorte,
Robin parlò sottovoce a Iris. La luce della stanzetta dei libri era completamente spenta e
intorno era buio.
«Iris, sei ancora sveglia?»
«Uhm, raccontami tutto quello che ti ha detto il piccione» sussurrò di rimando la sorella. Robin raccontò ogni cosa che aveva sentito da Yahei senza tralasciare nulla. E Iris sospirando
disse: «Ovviamente nelle vicinanze non ci sono altri come noi; Robin, la cosa mi
preoccupa, io non dico mai niente ma mentre lavoravo a maglia ho sentito quello
che si sono detti Yuri, Shin e la signora Tōko. La famiglia Moriyama, in
particolare madre e figlia, hanno detto che ci proteggeranno. E i nostri
genitori vanno avanti fidandosi, ma io ho sentito che all’esterno incombe una forza terribile contro la quale anche loro non possono far
niente. Quindi volevo trovare altri come noi per non restare gli ultimi quattro
della nostra razza».
«Ci siamo solo noi quattro?» sussurrò Robin a Iris.
«Forse è così o forse no» rispose lei con voce flebile.
«In ogni caso non dobbiamo perderci d’animo. Robin, tu sei coraggioso ed è una gran cosa che tu sia diventato amico di quel piccione!»
«Sì, ma non so fino a quando Yahei rimarrà qui. Quando a Tōkyō non ci sarà più da mangiare dovrà volare verso la campagna».
Iris non rispose.
Anche dopo che la sorella si fu addormentata, respirando con leggerezza, Robin
non prese sonno per un bel po’ di tempo. Davanti ai suoi occhi scorrevano uno dopo l’altro gli animali con cui aveva giocato centinaia di volte nel libro in
miniatura Lo zoo. Il dromedario con la gobba come un casco di banane, il leone,
il leopardo, l’orso bianco, il grosso elefante e poi la tigre che gli piaceva tanto…
«Non vogliamo morire! Non vogliamo morire! Vogliamo vivere!»
Gli animali dello zoo spalancavano la bocca, inferociti, e ruggivano. La voce
della loro rabbia riecheggiava nell’oscurità che circondava Robin. Anche il piccione Yahei stava arrivando in volo da
qualche parte sbattendo le ali grigie e gridando insieme alla tigre: «Non vogliamo morire! Non vogliamo morire! Vogliamo vivere!»
Robin strinse i pugni e a poco a poco si addormentò.
Le ghiande non crescono sugli olmi
La stagione delle piogge era cominciata presto, alla fine di giugno era già finita e arrivò luglio.
Un giorno giunse un pacchetto con sopra il simbolo della Croce Rossa dai
genitori della signora Tōko che abitavano a Sidney.
Era stato affidato alla nave di questa organizzazione e doveva arrivare per il
Natale del 1942: che giro aveva fatto dato che era arrivato miracolosamente a
casa Moriyama nel luglio del 1944?
Yuri sciolse lo spago delicatamente ed estrasse il contenuto: due pacchetti di
zucchero bianco e sei saponi, due scatolette di brodo di carne e due di
sardine, tre etti di lana (era filo di lana grossa di un bellissimo azzurro),
sei asciugamani e poi… una tavoletta di cioccolato.
La bambina premette il naso nei fili di pura lana nuovissimi e nei veri
asciugamani e disse che il gomitolo di lana soffice profumava della nonna di
Sidney, e l’asciugamano spesso e consistente del nonno.
«Sebbene tu non abbia mai incontrato i tuoi nonni!» esclamò ridendo la signora Tōko all’osservazione della figlia. Le sue mani eliminarono le pieghe della carta del
pacchetto come accarezzandole e aveva gli occhi lucidi.
Poi ripose sullo scaffale i due tipi di consommé per il giorno in cui si sarebbero riuniti tutti a tavola con i bambini, una
volta che Tatsuo fosse tornato a casa. In quei giorni anche Tōko aveva
cominciato a pensare con prudenza che portare prodotti stranieri da Tatsuo che
si trovava dietro le sbarre era una cosa che poteva destare il sospetto di
essere una spia.
La sera dell’apertura del pacchetto Yuri non si dimenticò di portare il latte con un po’ di zucchero bianco e un pezzo di cioccolata alla piccola gente di casa sua.
Sia nella famiglia Moriyama che nella famiglia Ash il sapore dolce del
cioccolato e dello zucchero intenerì il cuore per un po’. Persino a Shin, che solitamente era aggressivo, si illuminò il viso imbronciato quando mangiò il pancake salato preparato da Yuri con sopra lo sciroppo dolce.
Un giorno verso fine di luglio Fern cominciò a sentirsi inquieta dalla mattina.
Dal momento che lo zucchero bianco portato da Yuri era sempre di meno, pensò di preparare delle tortine al latte il più dolci possibile come pranzo per la famiglia Ash. La farina per le tortine
veniva fatta con le ghiande raccolte fuori da Robin e ridotte in polvere da
Balbo.
Le fughe di Robin da qualche tempo erano guardate con occhio benevolo. Il latte
acquoso che portava Yuri aveva fatto decidere a Fern di preparare quelle in
sostituzione delle solite torte. Adesso Robin andava fuori apertamente
attraverso il buco dell’aria una volta al giorno. Fern riteneva che le sue uscite sul tetto di casa
Moriyama a raccogliere le ghiande fossero una cosa inevitabile.
Vicino alla cucina si sentiva crr crr, era il temperino di Balbo che riduceva in
polvere le ghiande.
L’omettino aveva terminato di fare le scarpe nuove per tutta la famiglia e da
tempo era diventato mugnaio. Aveva trasformato in un attrezzo per macinare la
farina un vecchio temperamatite trovato tra le cianfrusaglie del ripostiglio di
Fern. Infilata la ghianda nel buco per la matita, la temperava girando. Per
continuare, anche quando la ghianda si assottigliava molto, aveva fabbricato un
dispositivo che regolava la lama.
Fern chiamò la figlia che stava lavorando a maglia nella stanza accanto: «Iris!» Come al solito non giunse alcuna risposta.
«Iris! Vieni un momento ad aiutarmi!» chiamò ancora Fern mentre stava mettendo l’ultimo pezzetto di zucchero bianco nella farina di ghiande. In una situazione
normale la ragazzina sarebbe corsa a dare una mano, senza dire una parola,
invece non arrivò.
«Iriiis!Iriiis!»
Fern cominciò a innervosirsi.
Vicino alla presa d’aria del soffitto della camera da letto si sentì un rumore sordo.
Poco dopo Iris entrò in cucina e cominciò a impastare in silenzio. Nella farina di ghiande versò a gocce il latte diluito con l’acqua e lavorò l’impasto con abilità.
Fern vide che le sue gote erano in fiamme. I suoi capelli odoravano di sole. Poi
il respiro era affannato come uno che fosse arrivato di corsa.
«La nostra signorina silenziosa è diventata un maschiaccio!» disse la mamma ironica.
«Raccogliere la ghiande è un lavoro da uomini, se tua nonna Beatrice Took vedesse sua nipote che sale e
scende da un buco del soffitto…»
Iris fece un sorrisetto e continuò a lavorare la pasta con zelo. I suoi occhi brillavano di presa in giro. Quando
Fern terminò di impastare la farina mescolata allo zucchero bianco, Iris insaporì nuovamente con il sale la farina di ghiande e versò il latte dal bicchiere azzurro, poi con impegno cominciò un nuovo impasto.
«Iris! Sto per avere un attacco isterico! Impastando con così tanta farina intendi preparare tortine per dieci giorni?»
Iris naturalmente non rispose, impastò la farina con le sue manine, la stese sul tagliere e con lo stampo tagliò i panetti uno dopo l’altro.
Fuori dal buco di aerazione si sentì un vigoroso battito d’ali e poi Robin che scivolava giù dal foro con forza.
«Mmm… ho una fame da lupi!» disse Robin appena entrato in cucina.
Quindi con un tonfo mise sul pavimento la sacca fatta a mano da Iris. Dentro
luccicavano le ghiande dell’anno passato.
«Iris! Oggi a fine pranzo abbiamo anche la frutta!»
Da un altro sacco tirò fuori un lampone di colore arancione e ben maturo. Avvolto in una foglia, non
si era schiacciato ed era intatto.
«Balbo! Balbo! Io non so più che fare!»
La povera madre si precipitò al tavolo da lavoro di Balbo tenendosi le tempie con le due mani.
«Balbo! Che pensano mai i nostri figli delle regole dei genitori? Si sono
dimenticati del rispetto dovuto? Iris, inammissibile per una ragazza, è andata fuori e anche se la rimprovero sorride beffarda. E Robin fa delle cose
inconcepibili. È andato a prendere i lamponi in groppa a un piccione! È terribile! E se cadesse per terra? E se fosse visto da un altro volatile e
inseguito?»
Balbo abbassò lo sguardo sulla macina e continuò a muovere il braccio. Fern cominciò a piangere nascondendo il viso nel grembiule ricamato a mano.
«Tu sei troppo debole con i ragazzi e loro si prendono gioco di noi!»
Dalla cucina giunsero il crepitio della torta al latte che scivolava nella
padella e il profumino di cottura. Il fuoco del fornello dove stava la padella
veniva sempre acceso da Robin esponendo alla lente d’ingrandimento i raggi del sole che entravano dalla finestra del soffitto.
«Fern» cominciò Balbo con tranquillità, «guarda che i ragazzi stanno pensando più di noi, sai, riguardo al fatto che forse non potremo continuare per sempre la
vita che facciamo ora. Cioè che dobbiamo andare via da qui…»
Fern trattenne il respiro e guardò Balbo. Poi lo interruppe gridando: «No! No! Non voglio! Andarsene da qui, perché? Abbandonare questa stanza così tranquilla e andare in un posto pericoloso, perché?»
«E se questa casa fosse distrutta dal fuoco? Anzi, se ancor prima questa casa
passasse in mani diverse, cosa faremo?»
«In questo caso Yuri ci aiuterebbe! E se la famiglia di Yuri venisse a mancare
allora anche io morirei con loro!» disse Fern con disperazione.
«Se dici così farai ridere i ragazzi! Anche io finora ho pensato intensamente a che cosa si
deve fare. Ma ho soltanto pensato e non ho trovato una soluzione. Non mi
sarebbe mai venuto in mente di uscire fuori o andare in giro su un piccione. Al contrario sembra che i ragazzi da soli stiano
realizzando passo passo cosa si deve fare».
Balbo smise di parlare e guardò Fern. Negli ultimi sei mesi era visibilmente invecchiata. Ai suoi capelli
biondo chiaro se ne erano aggiunti molti bianchi. Forse l’aveva sciupata così tanto il vivere nell’incertezza del futuro, pur mantenendo la tranquillità e tirando avanti con la cucina povera. Balbo, dando qualche affettuosa pacca
sulla schiena della moglie, sprofondata nei singhiozzi, disse: «Su, la tortina al latte sembra pronta. Ritroviamo il buon umore e mangiamo. Poi
su quello che faremo ci consulteremo con Iris e Robin».
Sul tavolo del soggiorno erano allineati, in porzioni da due, il piatto con l’appetitosa tortina al latte appena sfornata e quello del dessert di lampone
guarnito con una foglia. Soltanto per due.
«Iris! Robin!» chiamò Balbo verso la cucina con voce inquieta, ma non ci fu alcuna risposta dai
ragazzi.
«Balbo!»
Fern spalancò gli occhi e si guardò attorno per la casa. Ovunque c’era silenzio. Iris e Robin se ne erano andati!
«No, aspetta!» gridò frettolosamente Balbo alla moglie per fermarla. Fern non piangeva più. Lasciata la mano di Balbo stava andando di corsa sotto al buco della presa d’aria della camera da letto e infervorata si arrampicò con mani e piedi.
Non soffermiamoci su quanto tremassero le gambe di Fern sotto le sue lunghe
sottane. In ogni caso salì. Poi il suo viso pallido sbirciò verso l’ombra della tettoia.
Subito dopo quello rotondo di Balbo si accostò al suo. La faccia dell’ex calzolaio, e ora mugnaio, era diventata rossa per l’inquietudine e la tensione.
Balbo si arrampicò sul bordo del buco e come aveva fatto un giorno Robin con Iris porse la mano a
Fern e la fece sedere senza pericolo sul davanzale.
«Oh santa pazienza! Guarda là!» disse Balbo sospirando.
Quasi sulla cima del grande olmo, tra i rami di altezza vertiginosa, c’era un piccione grigio in attesa. Lì vicino era sospesa un’amaca luccicante con sopra Robin e Iris, come i piccoli di un ragno. Non c’erano dubbi che quell’amaca nel cielo fosse opera della ragazzina.
E poi i tre stavano nel bel mezzo di un allegro pranzetto.
«Balbo, in questa zona non ci sono querce» disse Fern poco dopo. «Ahhh… ecco! Non era possibile che ci fossero ghiande su questo tetto, eh?!» aggiunse con aria confusa mentre guardava le querce che si vedevano svettare in
lontananza nel bosco del santuario di Hachiman.
Dall’amaca sospesa sull’olmo Robin e Iris stavano guardando i genitori che erano usciti.
«Iris, alla fine sono venuti fuori anche quei due!»
«Che la mamma salisse sul tetto non avevo neanche cercato di immaginarlo» disse Iris con commozione.
Da un ramo alto anche il piccione Yahei guardava gli esserini anziani.
«Possiamo dire che l’esercitazione di evacuazione di oggi è stata un successo, così se ci sarà un’incursione aerea i vostri genitori potranno scappare» commentò Yahei come valutando la cosa.
«Signor Yahei, dobbiamo tutto a lei!»
«È vero, è tutto grazie a te!» dissero Iris e Robin, ringraziando dal profondo del cuore il grosso amico.
Subito dopo, quando Balbo e Fern con fatica ritornarono dal tetto nella stanza
sottostante (scendere dal buco era molto più difficile che salire), si diressero verso la tortina al latte. Senza quasi dire
niente mangiarono la torta dolce e i lamponi freschi.
«Balbo, i ragazzi ci hanno superato, vero?» se ne uscì Fern dopo un po’. «Senza che noi lo sapessimo siamo stati nutriti da loro».
«Lasciamo perdere le ghiande, che non crescono sugli olmi lo avevo pensato anche
io da un pezzo» Balbo concluse così, si sedette davanti alla macchina per macinare e, crr crr, cominciò a temperare la farina di ghiande per il pasto sostitutivo.
Proprio il giorno precedente la signora Tōko era stata chiamata all’assemblea dei genitori della classe di Yuri dal direttore della scuola nazionale
ed era stata informata dello sfollamento di massa. In luglio l’esercito giapponese a Saipan era stato completamente distrutto. Nel momento in
cui questa notizia aveva incupito l’animo della gente, era stato tirato fuori il discorso del trasferimento in
gruppo dei bambini di città nelle campagne.
Questo fatto e che effettivamente fossero state fissate le date era stato un
grande shock per padri e madri che avevano bambini, per quanto rassegnati al
fatto che potesse succedere.
In quello stesso giorno in tutte le case si erano tenute riunioni di famiglia e
poiché in fin dei conti era qualcosa per il paese, i genitori avevano deciso di
separarsi dai figli. Ma, limitatamente a chi aveva familiari o amici, la gente
invece dello sfollamento di massa aveva preferito lo sfollamento presso
parenti.
Anche in casa Moriyama, quel pomeriggio, si tenne un consiglio di famiglia con l’esclusione del padre Tatsuo e di Tetsu. Se i nonni di Nojiri fossero stati vivi
Yuri senza nessuna esitazione sarebbe potuta andare lì. Ma gli anziani della famiglia Moriyama l’anno precedente erano morti uno dietro l’altro. Adesso nella casa di Nojiri abitavano due lontane parenti.
La destinazione del trasferimento di Yuri era nella prefettura di Yamagata, ma
la signora Tōko non aveva il coraggio di abbandonare la figlia, di salute
cagionevole, in un posto freddo e sconosciuto.
«Per una bambina viziata come Yuri essere educata in gruppo sarebbe una medicina!
Gli altri bambini sono al settimo cielo per lo sfollamento di massa e si
sentono tutti come soldati, tu invece non ci vai! Sei proprio capricciosa!» protestò con la madre e la sorella Shin che, dopo essere entrato alle medie, era
diventato ogni giorno più patriota.
Yuri capì perfettamente le parole del fratello. Anche le compagne di terza come Michiko,
Yasuyo e Akiko avevano parlato con entusiasmo dello sfollamento e del poter
mangiare il riso bianco se fossero andate nella prefettura di Yamagata.
C’erano anche degli amici che si preoccupavano seriamente perché era un disonore non poter sfollare essendo stati scartati alla visita medica.
Ma Yuri, essendo Yuri, da un certo periodo ebbe un solo pensiero.
«Io non andrò allo sfollamento di massa. Andare da sola a Nojiri per me va bene. Ma non andrò in gruppo, come potrei portare “loro” con me?»
Shin la guardò con odio.
«Questo è il motivo? Non se ne può occupare la mamma?»
«No, la mamma è già impegnata a pensare al babbo. Io ho accettato di accudirli» disse Yuri stranamente risoluta.
Shin stava perdendo la pazienza. Ultimamente era esasperato dal fatto che sua
sorella si prendesse ancora cura dei piccoli esseri nati in Inghilterra. Dall’inizio dell’anno precedente era stato addirittura proibito cantare canzoni americane e
inglesi. Nonostante ciò lei si ostinava su cose come non poter andare allo sfollamento per loro,
appartenenti al paese nemico. Il ragazzo pensò che sarebbe stata una soddisfazione dare un ceffone con un bel paf sul viso
minuto della sorella.
«Shin, che ne dici di andare allo sfollamento con Yuri e trasferirti alle medie
di Nojiri?» propose con dolcezza la signora Tōko.
«No, non ci penso neanche» rispose il ragazzo contrariato «Io, nelle scuole medie di campagna. È sicuro che in questo modo l’anno prossimo fallirei l’entrata alla scuola preparatoria. Nelle nostre medie ci sono tanti ragazzi che
danno l’esame di ammissione per la marina e l’esercito e studiamo con rigore fino in terza. Noi non abbiamo bisogno di
partecipare al reclutamento dei lavoratori che vanno in fabbrica, al posto di
questo studiamo per il nostro paese che è una cosa più importante. Yuri deve andare allo sfollamento di gruppo. Non andarci è da traditori della patria!»
Mentre parlava in un accesso d’ira afferrò per le spalle la sorella e la scrollò con forza. Era furioso e non l’avrebbe lasciata andare fino a che lei non avesse detto “ci vado!”
«Smettila! Minacciare una bambina piccola!» disse la signora Tōko e, guardando Shin che incombeva sulla bimba facendo le
veci dell’Impero del Grande Giappone, all’improvviso sul suo viso apparve un sorriso ironico. Quel sorriso ravvivò la rabbia del figlio.
«Non va bene! Una madre che non è seria!» Shin lasciò le spalle di Yuri e salì di corsa al primo piano. Il viso della bambina cambiò colore e questa andò dietro al fratello. Al di là di ogni aspettativa Shin si diresse verso la stanzetta dei libri.
«Mamma, vieni! Shin…» Yuri, davanti alla pesante porta, si aggrappò da dietro alla maglietta di Shin.
Sullo scaffale Balbo e Fern tesero l’orecchio al rumore di passi che si avvicinavano nel corridoio. La porta di
entrata si aprì con un cigolio e apparve il viso pieno di odio di Shin. Dietro si sentì il grido di Yuri: «Balbo! Fern! Presto, nascondetevi!»
Iris e Robin erano ancora fuori dalla stanza.
«Fern, intanto usciamo!»
Balbo le prese la mano e corse sotto il buco della presa dell’aria.
Il ventilatore che prima, nell’entusiasmo, non aveva dato preoccupazione, adesso era considerato un ostacolo.
Fern passò attraverso le sue pale e con un salto arrivò sul bordo del buco. Balbo la spinse da dietro e subito si arrampicò anche lui.
Quando Shin si arrampicò sullo scaffale, guardò nella casa del Piccolo Popolo. Balbo e gli altri non erano da nessuna parte.
Shin vide il frigorifero, che lui stesso aveva costruito, in fondo alla cucina.
Anche se adesso il ghiaccio non era disponibile si vedeva che la scrupolosa
Fern lo teneva ancora con grande cura e il frigo brillava come nuovo. Davanti
al tavolino da lavoro di Balbo il vecchio temperamatite stava rotolando. Lì vicino erano ammucchiate cinque ghiande.
Il bicchiere, che anche Shin conosceva bene, inondava di luce azzurra la casa
degli esserini. Guardando quella gradevole luce Shin sentì venir meno le forze. Molto lentamente scese dallo scaffale.
Sotto Yuri era in lacrime. Lei che raramente parlava e non piangeva mai aveva
gridato e pianto con i singhiozzi.
«Yuri, guarda che i tuoi esserini non ci sono!» disse Shin alla sorella e se ne andò dalla stanzetta dei libri.
Yuri non sapeva che Balbo e gli altri erano andati fuori attraverso il buco dell’aria. Comunque visto che gli occhi di Shin non si erano fermati su di loro, per
il momento aveva tirato un sospiro di sollievo. Nel breve attimo del
raggiungimento della stanza inseguendo Shin, Yuri aveva capito di voler bene a
quegli esserini più di qualsiasi altra cosa. E che non si prendeva cura di loro per abitudine, in
quanto bambina nata nella famiglia Moriyama, ma dal profondo del cuore
intendeva proteggere le loro vite.
«Balbo, Fern, è tutto a posto adesso!»
«Iris! Robin! Venite fuori, va tutto bene!» chiamò, perché si facessero vedere mentre pensava che li avrebbe protetti qualsiasi cosa fosse
successa.
Addio stanzetta dei libri!
Iris e Robin stavano sull’amaca trascorrendo tranquillamente il dopo pranzo. In quel momento:
«Robin!» chiamò il piccione Yahei. «I tuoi genitori ti stanno cercando!»
E infatti Fern e Balbo erano usciti dal tetto e stavano agitando le braccia. Ma
non come prima, sembrava che fossero inseguiti da qualcosa.
«Yahei, portami, in fretta!» chiese confusamente Robin all’amico. Poi, veloce come il vento, gli balzò in groppa.
Quando Yahei discese attraverso l’aria, Balbo e Fern, aggrappati saldamente al cornicione del riparo della
pioggia, stavano gridando. Proprio come le persone scampate a un’inondazione aspettano l’elicottero di soccorso, così questi stavano protendendo le braccia.
«Yahei, potresti portare delicatamente quei due sull’amaca?» chiese Robin stando sulla groppa dell’amico.
«Vado!» rispose il piccione, e avvicinatosi a Balbo e a Fern con un sonoro e vigoroso
battito d’ali, allargò il più possibile le zampette per poter afferrare i loro corpicini.
Fern lanciò un grido. Balbo rimase in silenzio.
In un attimo Yahei li tirò su e arrivò in volo vicino all’amaca. Iris prese la mano della madre e la fece accomodare al centro. Poi,
quando entrò Balbo, l’amaca dette un cigolio e oscillò su e giù come una barca.
Infine, dalla groppa del piccione Robin vi si lanciò sopra.
«Ma cos’è successo, mamma?» chiese il ragazzino con impazienza.
Fern fissò il figlio e la figlia con il viso pallido, ma non riuscì a rispondere.
«Chiedo scusa di essere ricorso a provvedimenti di emergenza. Visto che sembrava
una situazione estremamente urgente…» si scusò Yahei con Balbo. Questi, dopo essersi calmato, spiegò la faccenda di poco prima ai figli e al grosso piccione.
«Quando eravamo sul tetto, pur sentendo Yuri che diceva “Adesso è tutto a posto!” eravamo terrorizzati da Shin che era entrato di corsa nella stanzetta. Quel
caro ragazzo, perché ha cominciato ad odiarci così? Ho creduto davvero che ci avrebbe uccisi…»
Robin e Iris si scambiarono un’occhiata. Che il pericolo arrivasse in quel modo nessuno dei due lo aveva mai
neanche lontanamente immaginato.
L’invito a uscire fatto precedentemente ai genitori era stato solo per stupirli e
mostrare un po’ la loro abilità a quei due, sempre troppo timidi.
«Noi potremmo vivere qui per qualche tempo. Il cibo lo andiamo a prendere io e
Iris. Shin non ci può inseguire fin quassù!» disse Robin per consolare la mamma. Lo sguardo del saggio piccione Yahei era
rivolto verso il cielo dove era apparsa una nuvola. Era un nuvolone grosso che
sembrava avrebbe portato la pioggia da un momento all’altro.
Fern si aggrappò al bordo dell’amaca e fece per guardarsi intorno. Sentendosi male per l’altezza eccessiva, con gli occhi chiusi disse: «Balbo, io scendo. In questo posto così in alto finirei per morire».
«Ma Fern! Giù potrebbe esserci Shin!»
Il viso di Balbo era nuovamente contratto dalla paura.
«Ma… ma io non posso stare in un posto così in alto e tanto visibile. Iris, Robin! Fatemi scendere! Chiedete al vostro
amico di portarmi giù».
Robin e Yahei per prima cosa completarono una ricognizione di sotto, poi Iris
scortò la madre e, afferrate le zampine di Yahei, scesero giù. Il nostro Balbo era ancora indeciso seguirle o meno. Ma, viste moglie e figlia
sistemate in casa senza pericolo, chiese timidamente a Yahei: «Scusi, con calma potrebbe far scendere anche me? Anche io ho le vertigini se
salgo in un posto alto».
Il piccione Yahei, amico fedele del figlio, fece scendere delicatamente Balbo
sul tetto. E poi, per rimuovere l’amaca di Iris e Robin, prese il volo un’altra volta.
«Grazie mille! Da quando è diventato amico dei nostri figli?» chiese Balbo quando Yahei scese.
«Mah, dallo sorso autunno, mi sembra! La prima volta che Robin mi è salito in groppa non riuscivo a sopportare il solletico, ma adesso lui sta su
di me come se fosse l’aria! Gru gru» disse il piccione mentre ridacchiava. «I membri della mia famiglia sono migrati in campagna, ma io non mi sono sentito
di allontanarmi da qui dove ci sono Robin e Iris. A proposito, voi pensate di
andare in qualche posto con la gente di questa casa?»
All’oscuro di tutto Balbo non era in grado di rispondere.
«Beh, ci penserò. Stasera ne parlo con la famiglia…»
Guardandolo dubbiosamente il piccione disse: «Fate attenzione, se non vi affrettate non si sa cosa può succedere».
Balbo si asciugò il sudore della fronte e salutò il saggio amico dei figli.
Quella notte, sentendo il rumore della pioggia che aveva cominciato a cadere,
Balbo e gli altri, vicino al letto di Fern, tennero il consiglio di famiglia.
La sera Yuri, venuta a portare il latte, aveva visto che i piccoli esserini
erano tornati a casa, si era sentita sollevata e aveva detto: «Io forse sfollerò con voi a Nojiri, nella provincia di Shinshū. Va bene? Preparatevi. Vi porterò con me sicuramente»
I due adulti della famiglia Ash non avevano capito la parola “sfollerò”. Allora Robin, come aveva sentito da Yahei, aveva spiegato ai genitori che
sfollare era la stessa cosa che migrare. E inoltre aveva raccontato che nell’agosto precedente gli animali feroci dello zoo erano stati uccisi per l’avvicinarsi di una terribile incursione aerea.
Fern stava nel letto come una malata. Per gli eccessivi avvenimenti dell’intera giornata era ridotta a un’ombra di se stessa.
«Io vado con Yuri, perché stare a Tōkyō è pericoloso» espresse la sua opinione Iris, abitualmente silenziosa.
Ma sia Fern che Balbo, per quanto fossero terrorizzati da Shin, erano incapaci
di decidere di allontanarsi dalla tranquilla stanzetta dei libri nella quale si
erano abituati a vivere per lunghi anni.
«Se mi portate in un luogo alto come l’olmo o dove piove, morirò. Fortunatamente oggi siamo stati visti solo da Yahei, ma se ci mettiamo in
viaggio chissà quali terribili cose possono succedere…» disse Fern con voce fioca mentre fuori si sentiva il rumore della pioggia
intensa.
«Noi trent’anni fa siamo stati messi nel cestino dal signor Tatsuo e venire qui è stato molto duro. Il cesto non era come l’amaca di oggi: ondeggiava in su e in giù, a destra e a sinistra».
Balbo cominciò a ripetere con insistenza i fatti di un tempo.
Ma Robin interruppe il discorso dicendo: «Senti, babbo, se voi volete proprio rimanere qui, io e mia sorella seguiremo
Yuri. E anche il piccione Yahei. Migreremo in campagna».
Riprendendo l’autorità paterna, Balbo ammonì la sconsideratezza dei ragazzi.
«Robin! Iris! Aspettate! Considerate anche l’eventualità che la cosiddetta incursione aerea non avvenga per niente. Dovete pensare un po’ di più a quali pericoli ci possono essere nel vivere in campagna…»
Sia Robin che Iris fecero spallucce. E la riunione di famiglia di casa Ash
terminò lì.
Quella notte, anche dopo che i bambini si furono addormentati, Balbo e Fern non
riuscivano a prendere sonno. La luce debole del lume fatto a mano illuminava la
loro stanza. Ancora una volta rievocarono il periodo degli ultimi trent’anni, da quando erano lì e avevano avuto famiglia. Amati da due generazioni di bambini Moriyama, Fern e
i suoi erano stati veramente felici. I due figlioletti nati in Giappone erano
cresciuti bene e anche il mobilio un po’ alla volta era aumentato. Fino al giorno in cui, l’anno prima, due sconosciuti erano entrati nella stanzetta dei libri, prendendone
alcuni e portando via il signor Moriyama Tatsuo la loro vita era stata serena.
«Perché non possiamo vivere in tranquillità come abbiamo fatto fino ad ora?» chiese Fern a Balbo.
«Il perché di tutto ciò lo devi chiedere agli umani» rispose Balbo irato. «Io capisco solo questo! La forza invisibile che ha cambiato in questo modo l’animo gentile di Shin e che lo ha trasformato in un patriota è quella che ci priva della nostra vita serena e che trascina in una valle buia
noi e la famiglia Moriyama di sotto…»
«Ma chi è che fa questo?» chiese Fern con acutezza.
«Adesso basta. È tardi, per stasera dormi!» disse Balbo di cattivo umore. Anche lui non aveva compreso bene quale fosse la
vera natura di quello che doveva odiare…
All’inizio di agosto Tetsu tornò da Kyoto senza avvertire. Il suo ritorno fece concretizzare in un solo colpo lo
sfollamento di Yuri e quello della famiglia Ash.
Secondo la visita medica di fine luglio a Yuri mancavano ufficialmente i
requisiti per lo sfollamento di massa a causa dei bronchi delicati. Quando la
signora Tōko seppe il risultato cominciò a sentirsi incerta anche sul mandare la bambina presso i parenti in campagna.
Ma Tetsu sembrava conoscere molto meglio di lei quanto fossero oscure le
previsioni della guerra.
«Saipan è caduta e non si sa quando ci sarà l’incursione su Tōkyō. Almeno Yuri mandiamola in un posto sicuro, mamma!»
Il ragazzo andava tutti i giorni alla scuola nazionale della sorella e all’ufficio comunale e terminò le pratiche del trasferimento. Il dieci di agosto sarebbe venuto il momento per
Yuri di partire per Nojiri accompagnata dal fratello che da solo era andato
anche in visita al padre informandolo dello spostamento della bambina.
Nella casa del Piccolo Popolo adesso anche Balbo e Fern si erano rassegnati e
avevano cominciato i preparativi del trasloco. La scatola di pelle di una
spilla di fabbricazione estera della signora Tōko era diventata un baule
perfetto per Fern e i suoi. Balbo l’aveva completato con una guarnizione metallica e il manico.
Il baule verde di Fern si riempì in fretta con il portaaghi, così com’era dai tempi di mamma Beatrice con dentro aghi e filo, la piccola scatola con
la polvere per la tintura dei sette colori, anch’essa passata da una generazione all’altra del Piccolo Popolo, varia biancheria personale e molto altro ancora. La
donnina guardò con riluttanza i vari abiti che non riuscivano a entrare e decise di riprovare.
Balbo in fondo al baule scuro aveva messo la coperta fatta da Iris. Poi, avvolti
in uno straccio, infilò il martello, gli aghi, un piccolo scalpello, una piccola pialla e altri
attrezzi da calzolaio, trasmessi dall’epoca del nonno. Mise dentro anche le sue scarpe nuove e quelle di Fern, dopo
averle lucidate con l’olio. Pensava anche di portare l’attrezzo per polverizzare le ghiande usandolo fino alla mattina della partenza.
Iris riempì il baule di marocchino rosso con i fili di ragno tinti di sette colori. E vi
mise dentro anche alcuni fili, lavati, particolarmente grossi per costruire
amache e funi. Poi piegò delicatamente i nastri intrecciati e una maglia di lana rosa, fatta tempo prima
da Fern. I ferri d’avorio, per non separarsene neanche per un po’, li aveva messi in una piccola sacca che aveva fatto lei stessa. I preparativi
terminarono quando infilò in uno spazietto gli scarponcini rossi con i lacci.
Robin con ogni sforzo aveva cercato di far entrare nel baule il solito libro
dello zoo. Ma era assolutamente impossibile perché un lato era di dodici centimetri e cinque millimetri. Allora il ragazzo aveva
passato alla madre quel contenitore inutilizzabile e aveva deciso di portare
sulle spalle soltanto l’albo illustrato, per la sua tigre e in memoria della tigre, dei leopardi, del
leone e degli altri animali uccisi a Ueno. Portando in mano i nuovi scarponcini
con i lacci, si era messo in spalla il grosso libro che aveva legato con delle
stringhe.
Fern riempì il baule di Robin con il formaggio di riserva che aveva risparmiato per lungo
tempo e con grande fatica. Poi, facendosi aiutare da Iris, si mise con impegno
a preparare le tortine al latte che, come pasto sostitutivo, aveva portato in
tavola per vari giorni durante l’estate.
Tra il sette e l’otto agosto madre e figlia si erano messe a cuocere le tortine salate impastate
con le ghiande sminuzzate nel latte in polvere fino a renderle croccanti come
cracker di riso. Balbo, seduto tutto il giorno davanti alla macina, aveva
continuato a temperare la farina di ghiande.
Il piccione Yahei, sentendo che finalmente era stata decisa la migrazione di
Iris e Robin a Nojiri, nel Shinshū, pensò che anche per lui era venuto il momento di partire per quella regione. In
primavera i suoi anziani genitori erano partiti da Tōkyō insieme ad altri piccioni che andavano
al tempio di Zenkōji a Nagano. Per loro, che a Tōkyō stavano perdendo le forze
per mancanza di cibo, un lungo viaggio in volo non rappresentava una cosa
divertente. Ma Yahei aveva deciso che oltre a visitare il padre e la madre a
Zenkōji avrebbe seguito Iris e Robin fino alla riva del lago di Nojiri che si
trovava molto più a nord.
«Io parto prima» disse un giorno ai due piccoli fratelli usciti da sotto il tetto. «Quando arrivate a Nojiri, legate per me uno dei nastri di Iris al ramo di un
grosso albero vicino alla casa dove starete. Così io verrò a cercarlo. Chiedete a Yuri di legarlo il più in alto possibile» aggiunse Yahei con tranquillità, anche se nel suo cuore c’era la preoccupazione di non riuscire a incontrare ancora una volta gli
esserini.
«Signor Yahei, faccia buon viaggio!» disse Iris fra le lacrime. Fino a quel momento non avevano fatto altro che
essere aiutati da questo grosso amico e la ragazzina si dispiacque di non aver
ricambiato neanche una volta.
«Ah, sì! Leghiamo un tuo nastro anche alla zampina di Yahei. Così noi lo cerchiamo da sotto e con un colpo d’occhio lo vediamo» propose Robin allegramente. A quel punto Iris scese in casa e, dal fondo del
baule di pelle rossa, portò su il nastro dal color arcobaleno più brillante tra quelli intrecciati fino ad allora con i fili di ragno.
«Ecco, signor Yahei, questo è il segnale».
«Grazie, Iris! Io vado, ciao!»
«Arrivederci, Yahei!»
«Arrivederci, Robin!»
Yahei, da solo, volò verso nord-est facendo brillare il nastro del colore dell’arcobaleno che Iris gli aveva legato alla zampina destra.
«E adesso partiamo anche noi».
«Speriamo proprio di incontrarlo ancora!»
Seduti su un ramo dell’olmo i due ragazzi avevano seguito con lo sguardo fisso l’amico che si stava allontanando fino a che non era diventato un puntino nel
cielo.
La signora Tōko, tornato a casa il figlio sul quale poteva contare, si era messa
a letto per due o tre giorni e lui si era fatto carico di tutto.
Mentre ci si chiedeva dove fossero in quel momento la guerra e tutte le altre
brutture, il tempo scorreva con tranquillità. La signora Tōko si riprese d’animo e fece un paio di pantaloni e una borsa di emergenza nuovi con la stoffa
blu tenuta da parte per la figlia. Dopo aver terminato questi, tirò fuori della lana che faceva caldo solo a vederla e sempre per lei cominciò a lavorare ai ferri una maglia. La donna non era ancora certa della sua
decisione di mandare la debole Yuri a Nojiri nella casa delle due zie con cui,
pur essendo parenti, non aveva tenuto strette relazioni. E intanto cercava di
distogliere il pensiero sudando nel fare ai ferri la maglia per la figlia piena
dell’affetto dei nonni di Sidney.
Yuri recuperò un grosso cestino di vimini dalla stanza del padre. Sembrava lo stesso in cui,
molto tempo prima, erano stati portati in questa casa Balbo e la sua famiglia.
Vi stese la copertina di quando era neonata e sopra spiegò un asciugamano nuovo arrivato da Sidney. Questa sarebbe stata l’abitazione della famiglia di Balbo durante il viaggio in treno. E poi una volta
infilati il bicchiere azzurro e i loro bauli, i preparativi per il
trasferimento degli esserini furono terminati.
La sera dell’otto agosto Tetsu uscì a fare la fila per comprare i biglietti. Yuri andò alla buia stazione di Ueno per salutare Yasuko e gli altri compagni che
partivano per lo sfollamento di massa. Guardando Yasuko, Kumiko e gli altri che
erano allegri proprio come se andassero in gita, accompagnati dalle persone,
come soldati in partenza per il fronte, il fatto di non andare con loro la fece
sentire triste come se fosse diventata una fuori casta. Ma infine, arrivati
alla stazione, quando soltanto i bambini erano saliti sulla piattaforma, sia
Yasuko che Kumiko avevano gli occhi pieni di lacrime. La mamma di Yasuko, che
aveva accompagnato Yuri, continuò a piangere fino a che non arrivarono a casa. La bambina, tenuta per mano dalla
donna, tutto il tempo aveva pensato all’allontanamento dai suoi cari che incombeva sempre più e non aveva avuto nessuna parola di conforto per la mamma della compagna.
L’ansia di Yuri di andare a Nojiri era il dover partire senza essersi
riappacificata con Shin e senza essere andata a trovare il padre.
Già da tempo in casa, quando lei lo nominava, l’atmosfera improvvisamente cambiava, e il viso della madre si faceva teso.
Allora, come se le fosse stato detto di far silenzio, Yuri finiva per stare
zitta. Il padre che vedeva in sogno era magro e pieno di sangue come l’immagine di Cristo in croce che aveva visto nella stanzetta dei libri. E poi
anche se lui le diceva qualcosa, lei non riusciva a capire neanche una parola.
«Babbo! Babbo!» per quanto lo chiamasse in sogno non sentiva la sua risposta.
Il nove di agosto la signora Tōko entrò nella stanza di Yuri indossando i suoi migliori pantaloni da lavoro neri.
«Yuri, preparati che usciamo! Adesso andiamo da tuo padre».
Yuri guardò la madre stupita.
«Mi prometti che qualsiasi cosa vedrai non chiederai niente e non piangerai?»
Yuri annuì e si alzò in piedi.
E poi dopo aver cambiato parecchi treni arrivarono nella costruzione grigia dove
era il padre.
Yuri e la madre entrarono, la porta dell’edificio con il recinto si chiuse con un rumoroso sbam! e dietro risuonò il clack della chiusura a chiave.
Poi, al centro della sala visite, il padre stava in piedi sorridendo. Non
perdeva sangue come quello dei sogni della bambina, ma quando Yuri vide il viso
con la barba lunga, gonfio da far impressione al posto di quello dolce, allegro
e raffinato, comprese bene la sua attuale sofferenza.
«Quando andrai a Nojiri diventerai forte e scura come i bambini del posto!» Il padre, senza aggiungere altro, guardando Yuri che soffocava dal caldo e dallo stupore sorrise con una dolcezza
sconfinata.
Per la bambina era insopportabile che lui le sorridesse dolcemente dentro quel
carcere con l’aria calda e pesante, dove ci si sentiva sfiniti in tutto il corpo solo per il
fatto di essere lì.
Poco dopo la porta grigia fu aperta di nuovo e, clack clack, la chiave serrò l’edificio nel quale era rinchiuso, mentre loro due furono mandate avanti.
“Ma perché? Per che cosa…”
Yuri, trattenendo le domande che le salivano alle labbra, camminava con la
madre. Poi pensò che se anche non avesse visto mai più suo padre fino alla morte, non avrebbe dimenticato il viso sorridente di quel
giorno.
La notte del nove di agosto fu difficile dormire sia per i grandi della famiglia
Moriyama, sia per i piccoli della famiglia Ash. La signora Tōko rimase sveglia
quasi fino all’una per terminare il maglione per Yuri. All’inizio dell’anno precedente Tetsu, ormai adulto, si era allontanato da casa, Tatsuo era
stato portato via e ora la piccola Yuri era sul punto di andarsene. Continuava
a venirle in mente l’espressione antica “famiglia sfasciata”. La sua preziosa famiglia si era distrutta in soli uno o due anni… Una grande forza terribilmente ostile, ignorando i desideri della signora Tōko,
aveva sparpagliato con forza i membri della serena famiglia Moriyama. O meglio,
non solo i suoi: aveva tolto la gioia di vivere insieme, genitori e figli, da
tutte le case del Giappone.
Anche Tetsu e Shin non riuscivano a dormire e si rigirarono nel letto molte
volte. Yuri crollò esausta. La signora Tōko, mentre pensava che non voleva perdere neanche uno dei
suoi figli, continuava assorta a sferruzzare.
Pure nella casa degli Ash, vicino al soffitto della stanzetta dei libri, i due
bambini riposavano, ma Fern e il marito no.
Pensando che era l’ultima notte in cui dormiva nel letto di Gelbe Sorte dove era stata per trent’anni, la donnina si sentì soffocare.
«Potremo tornare ancora qui, vero?» chiese a Balbo.
«Partiamo con questa convinzione» anche la voce di lui era tremolante.
Si addormentarono quando stava per fare giorno. Terminato l’olio rimasto, la lampada della stanza di Balbo si spense senza rumore.
Spuntò l’alba del dieci agosto.
La signora Tōko, con il riso e gli azuki messi da parte, preparò per l’occasione il sekihan per i figli che stavano per partire.
Fu una mattinata animata grazie alla presenza rassicurante di Tetsu.
Il ragazzo era molto interessato alla preparazione dei pacchi da parte dei
piccoli esserini. Invece Shin si era allontanato. Yuri e il fratello portarono
il vecchio e grosso cestino nella stanzetta dei libri.
Iris e Balbo erano scesi fino a metà della libreria e li stavano aspettando. A Tetsu si stringeva il cuore guardando
la situazione dei piccoli esserini che incontrava dopo tanto tempo da quando
era diventato grande. Balbo era visibilmente invecchiato. Iris era diventata
una bella ragazzina. Le due personcine, ormai determinate, salirono senza paura
sul palmo della sua mano e lui con delicatezza le mise una per una nel cestino
con i loro bauli.
Nella casa vicina al soffitto si sentivano, come il ronzio di vespe, le voci di
Fern e Robin che stavano bisticciando. Tetsu aveva perso la capacità di distinguere il brusio degli esserini non sentendoli da molto tempo. A quel
punto si arrampicò sulla libreria e sbirciò la situazione. Il ragazzino, cercando di mettersi sulle spalle un libro grande
quanto lui, barcollava e la madre stava cercando di fermarlo dicendo che era
pericoloso.
Tetsu afferrò con facilità quel libro. Era antico, con una copertina gialla, intitolato Lo zoo e fino ad
allora non lo aveva mai visto. Mostrando al piccolino che lo avrebbe portato
lui, lo infilò nel cestino di sotto. Robin, vedendo ciò, pieno di gioia prese le scarpe nere con i lacci e il baule nero della madre e
salì sul palmo della mano che gli porgeva il ragazzo.
Fern, rimasta per ultima, era visibilmente intimorita da lui. Al secondo anno
delle superiori, era alto un metro e settanta e sembrava un perfetto adulto,
per questo non era insensato che la donnina, alta circa quattordici centimetri,
ne avesse paura.
Yuri se ne accorse a andò al posto del fratello a mettere in salvo Fern che, con gli occhi saldamente
chiusi, salì sul palmo della sua manina tesa.
Dentro il cestino Balbo e gli altri la stavano aspettando con ansia.
Yuri la depositò con delicatezza sul fondo del cestino. Quando si rese conto che erano tutti e
quattro lì, sani e salvi, Fern cominciò a gridare: «Il mio frigorifero! Il mio frigorifero!»
Informato da Yuri, Tetsu prese il frigorifero di Fern dalla cucina della loro
casina e lo infilò nel cestino. Poi ci mise il bicchiere azzurro che brillava misteriosamente e
una preziosa scatoletta di latte in polvere. I preparativi per la partenza
erano finiti.
«Tutto chiaro? Siate pazienti, eh? Stasera quando arriviamo in montagna
prepariamo subito la casa per voi» disse Yuri con dolcezza.
Con un cigolio abbassò il coperchio del cestino e, clack clack, chiuse il lucchetto. Poi furono
sollevati ondeggiando e Fern serrò gli occhi.
«Addio! Addio!»
Robin e Iris dalle fessure dell’intreccio del cestino agitavano le mani verso la stanzetta dove avevano vissuto
per lungo tempo. I tanti libri coperti di polvere, senza alcuna differenza dal
solito, erano ripiombati nel silenzio.
«Addio! Addio!»
Anche Yuri, quando uscì dalla stanzetta dei libri, guardò sotto l’abbaino, dove fino ad allora era stata la casa del Piccolo Popolo. Nella luce
mattutina che filtrava attraverso le foglie dell’olmo quel posto risplendeva come sempre di verde e oro.
Accompagnata da Tetsu con lo zaino sulle spalle, Yuri si diresse verso la
stazione di Ueno. Dentro il cestino che teneva in mano quegli esserini non
facevano alcun rumore. La signora Tōko portava il baule della bambina e alla
fine vi aveva infilato il maglione azzurro terminato al mattino presto.
La partenza della mattina era meno pesante di quella dello sfollamento di massa
della sera.
Quando infine arrivarono la stazione era piena di persone, bagagli, bandiere e
stendardi. Da ogni parte si levavano voci che gridavano “Banzai!” dai gruppi che accompagnavano i soldati in partenza per il fronte.
«È ora. Ciao! Buon viaggio!»
«Ciao!»
Separatasi dalla madre all’ingresso per il controllo dei biglietti, senza neanche il tempo di salutare,
Yuri fu sballottata dalla gente che correva verso il binario e cominciò anche lei a correre completamente assorta.
Tetsu con la mano libera tirava la sorellina.
Sbattendo più volte contro gli angoli di voluminosi bagagli, mentre il cuore le batteva all’impazzata, Yuri fu introdotta a forza nel treno e nonostante tutto riuscì a sedersi senza inconvenienti.
In un baleno si riempirono di gente il corridoio, il bagno e anche lo spazio
sotto i piedi dei due fratelli che stavano seduti. I visi delle persone
parevano estremamente tesi e facevano paura.
«Yuri!» Scossa per le spalle dal fratello la bambina guardò fuori dal finestrino tra la folla.
Sulla piattaforma vicina c’erano la signora Tōko e Shin.
«Yuri, guarda! Vieni qui e saluta con la mano!»
Tetsu spinse verso il finestrino il corpo della sorellina immobile e con la
mente altrove.
Shin se ne accorse e lo disse alla madre. La signora Tōko premette il fazzoletto
sugli occhi.
Shin si morse le labbra e guardò con odio Yuri spalancando gli occhi.
Sul cestino che la bambina aveva sulle ginocchia le lacrime scendevano
copiosamente.
Tetsu agitava la mano al posto della sorella mentre gridava qualcosa dal
finestrino.
Il treno si mise in movimento silenziosamente.
Il grido “Banzai!” diventò sempre più forte da tutte le parti.
Shin, impallidito, stava scuotendo la mano.
«Addio! Addio!»
Yuri, immobile, mentre le lacrime continuavano a scenderle stringeva con forza
il cestino sulle ginocchia.
Nella casa di Nojiri
Tutun tutun, scriii!
Oscillando con uno scossone il treno fece una brusca frenata.
Su entrambi i lati dei binari incombevano colline alberate e un fiume scorreva
fragoroso. I passeggeri, svegliati di soprassalto, cominciarono ad agitarsi.
Il convoglio era arrivato nelle vicinanze di Furuma, la stazione prima di quella
dove Tetsu e Yuri sarebbero dovuti scendere.
Inizialmente tutti rimasero seduti sul treno che si era fermato senza una
ragione evidente, per un tempo molto lungo.
Ma la carrozza davanti era in subbuglio e le persone cominciarono a saltare giù, sui binari.
Un ferroviere si avvicinò e informò che poco più avanti era appena deragliato un altro treno e il servizio ferroviario era
sospeso in entrambi i sensi. Poi si allontanò in direzione della carrozza successiva dicendo che non era possibile prevedere
quando si sarebbe potuto ripartire.
I soldati in partenza per il fronte che si trovavano nello stesso vagone,
impalliditi rumoreggiavano. Quegli uomini, che portavano una fascia rossa sulla
testa, scavalcata la gente che dormiva nel corridoio uscirono sulla piattaforma
discutendo in modo concitato.
Tetsu balzò agile dal finestrino e andò a vedere la situazione più avanti.
Nel frattempo i soldati, spintonandosi, erano saltati giù dalla piattaforma e stavano correndo a gambe levate verso la prima carrozza.
«Yuri, sembra che si debba andare a piedi» disse Tetsu tornato dopo poco. Poi il ragazzo informò anche le persone intorno che, arrivando alla stazione di Furuma, forse si
poteva essere caricati su un camion fino alla successiva, Kashiwabara, dove
sembrava che il treno in qualche modo funzionasse.
Scendendo dal vagone caldissimo sui binari dove poteva udire lo scorrere del
fiume, Yuri si sentì piuttosto sollevata. L’aria fresca d’intorno era piacevolmente asciutta e si respirava senza fatica.
«Yuri, ce la fai a camminare?» chiese Tetsu mentre, con lo zaino in spalla, prendeva la pesante valigia della
bambina. Lei, oltre al solito cestino, si mise a tracolla la borsa di emergenza
con gli avanzi del pranzo.
«Sì!» rispose Yuri, e sorrise.
I passeggeri scesi dal treno si avviarono lungo i binari con i bagagli sulle
spalle come profughi. Lungo il cammino verso la stazione successiva le donne
anziane si erano messe in testa dei fazzoletti per ripararsi dal sole del
tramonto e le mamme avevano preso per mano i loro figli.
Superato il luogo del deragliamento, dove gli enormi vagoni del treno merci si
erano scomposti in modo disastroso, entrarono nell’oscurità di una galleria. Yuri inghiottì in fretta le lacrime di nascosto da Tetsu che le teneva la mano: i piedi
cominciavano a farle male e, insieme all’angoscia per la situazione, il pensiero della mamma, che aveva fatto tanto per
scacciare, le era tornato in mente.
La luce di una torcia elettrica si allungò fino ai suoi piedi. Trattenendo le lacrime, la bambina guardò la persona che la stava illuminando: una donna in pantaloni le stava camminando
accanto.
Quando il chiarore del sole apparve in fondo alla galleria, in un soffio spense
la luce e si allontanò da loro.
Yuri e Tetsu la seguirono con lo sguardo. Non erano nemmeno riusciti a
ringraziarla. Poteva essere una del luogo o una che veniva dalla città; sulla schiena le oscillava uno zaino pesante.
Sulla strada lungo la ferrovia, nei pressi della stazione di Furuma, era
parcheggiato un camion militare. Il veicolo fece salire prima i soldati in
servizio, quelli in partenza per il fronte e i civili reclutati dall’esercito per qualche lavoro, poi partì con una nuvola polverosa.
«Accidenti!» mormorò Tetsu guardando la strada bianca di polvere.
Yuri guardò il fratello con preoccupazione.
Anche lei era sfinita. Ma era ancora più in ansia per gli esserini. Dal cestino non veniva un solo rumore. Forse
sballottarli per una giornata intera era stata una follia…
Tetsu comprendeva bene le preoccupazioni della sorellina.
«Yuri, non ci faranno mai salire sui camion, ci incamminiamo per il sentiero di
montagna verso la sponda del lago? Io ci sono già andato da Furuma. Penso che costeggiandolo potremo arrivare prima che faccia
buio».
Le persone che avevano optato per andare a piedi fino a Kashiwabara passavano
con aria rassegnata e senza un lamento vicino a Yuri e Tetsu. La bambina
acconsentì a seguire il sentiero di montagna, così avrebbe potuto far respirare un po’ di aria fresca ai piccoli esserini evitando lo sguardo di quella gente.
Le lancette dell’orologio avevano passato le tre. Se non ci fosse stato l’incidente adesso sarebbero stati vicini alla casa dove una volta abitavano i
nonni…
Tetsu si mise in spalla il bagaglio di Yuri e imboccò il sentiero. Grondava di sudore e i lacci dello zaino gli si conficcavano nelle
spalle, pur avendo appena cominciato a salire il cuore gli batteva forte. Il
ragazzo sapeva che prima, nell’oscurità della galleria, la sua sorellina stava piangendo.
Con una smorfia Tetsu si chiedeva se, pensando che quella fosse la guerra, era
giusto accettare in nome di questa che una bambina così piccola non avesse il permesso di salire sul camion e dovesse camminare
mascherando il dolore dell’allontanamento dalla madre, e ancora che tante donne e bambini dovessero andare
a piedi lungo i binari senza un lamento…
“Questo fardello che io e Yuri adesso stiamo portando sulle spalle, lo sto
accettando come una cosa a cui non posso in nessun modo sfuggire, come Sindbad,
il marinaio de Le Mille e una notte alle cui spalle si era aggrappato il
vecchio del mare. Anche se cerco di considerarlo qualcosa di bello pensando che
è il fardello della guerra. Ma è giusto? E se vivrò altri dieci anni e verrà il momento in cui mi renderò conto che era un fardello sbagliato? Ma no, non arriverà mai quel momento. Prima di allora sarò partito per la guerra e sarò stato ucciso. Dovrò uccidere il nemico e dovrò morire anche io”.
Testu si ricordò quelle parole di un compagno di scuola a Kyoto: «La nostra vita di studenti è come una sospensione di esecuzione fino a che non andiamo a morire in guerra» e asciugò il sudore che gli scorreva fino agli occhi.
Yuri era diventata pallidissima, camminava dietro al fratello e da un pezzo
vedeva intorno giallo a causa dell’anemia cerebrale.
In breve i cespugli erano diventati folti.
Su di essi brillavano qua e là campanule viola pallido. Anche i fiori di liquirizia, simili a gigli color
crema, ondeggiavano. Le giovani piante di susuki, più alte delle spalle di una persona, stendevano le foglie gradevolmente.
La configurazione del terreno dintorno era dolce come un altopiano e la macchia
era terminata. Dal basso arrivava il canto degli usignoli.
«Yuri, c’è ancora una montagna da superare, poi si vede subito il lago!»
Tetsu lanciò lo zaino sull’erba e crollò giù di schiena. Anche Yuri appoggiò delicatamente il cestino e poi si sedette lì vicino. Come se avessero atteso con impazienza arrivarono dei simuli che
pizzicarono le braccia nude dei due fratelli.
Un fruscio venne dai cespugli dietro di loro. Prima di tutto apparve una capra
bianca che si faceva strada fra le piante. Dopodiché si intravide il viso abbronzato di una donna in pantaloni. Prima che Yuri si
spaventasse la ragazza disse con stupore: «Andate anche voi verso il lago?» Mentre richiudeva con cura il coperchio del cestino che stava per aprire, Yuri
annuì.
Tetsu si tirò su inaspettatamente.
La capra bianca si spaventò e cercò di correre via.
«No. No! Sta buona!»
Non c’erano dubbi che fosse la donna che aveva fatto luce sui piedi di Yuri nella
galleria. Mentre parlava con la capra un po’ a disagio, cominciò a camminare trascinata dall’animale.
«Noi da qui raggiungiamo Tsuchigasaki, poi passiamo sotto Kamiyama» disse Tetsu concludendo la frase come se parlasse da solo.
La ragazza si voltò e disse: «Allora dovete affrettarvi ché il sole sta per tramontare!»
Testu, guardato l’orologio, si alzò in fretta.
Yuri con il cestino in mano seguì il fratello in silenzio.
La donna con la capra bianca e lo zaino in spalla, facendosi largo tra gli alti
susuki, saliva spedita. Tetsu, spostando il bagaglio di Yuri da una spalla all’altra, la seguiva con fatica.
Oltre la montagna ricoperta di pini c’era il lago di Nojiri: azzurro e calmo si estendeva ampio sotto gli occhi dei
due fratelli.
La capra bianca si precipitò giù verso la riva per la stretta strada della pineta. Dietro la seguiva come un
camoscio la donna in pantaloni.
«Vieni, Yuri! Scendiamo in fretta anche noi!»
Come se avesse dimenticato la stanchezza, Tetsu era sceso di corsa e con agilità per il fianco della montagna in direzione dello specchio d’acqua.
Yuri vide che il fratello, raggiunta la donna, cominciò a dire qualcosa mentre si avviavano per il lungolago. Non era abituata a
scendere per un pendio e venne giù molto lentamente sondando il terreno con il piede passo dopo passo.
«Yuri, tira fuori il bicchiere. Ha detto che ci dà un pochino di latte» disse Tetsu da lontano.
La bambina capì in un baleno, appoggiò il cestino a terra, aprì il coperchio con delicatezza e a tastoni tirò fuori il bicchiere.
«Io… non sono abituata a mungere il latte. Questa capra l’avevo chiesta tempo fa e oggi finalmente l’ho avuta da una famiglia di contadini a Furuma» così dicendo la donna munse timidamente l’animale. Yuri vide il latte bianchissimo che entrava un po’ alla volta fino a quasi metà del bicchiere azzurro.
«Mi dispiace, non riesco a ricavarne più di così» sospirò la ragazza imbarazzata. Yuri prese il bicchiere, la ringraziò e ritornò con disinvoltura verso il cestino. Quella, tenendo la capra, scese a lavarsi le
mani in riva al lago.
Respirata l’aria fresca penetrata nel cestino, Robin aprì gli occhi.
Sfiniti dal caldo umido che andava avanti dalla mattina e dal dondolio senza
sosta del convoglio, gli esserini, genitori e figli, avevano continuato a
dormire quasi fossero svenuti. Inoltre Robin fino a quel momento non aveva
capito che Yuri e Tetsu erano scesi dal treno e stavano camminando.
Il coperchio del cestino era stato sollevato un po’ e la mano di Yuri si era infilata all’interno. Il bicchiere azzurro fu estratto e dopo poco rientrò piano piano, questa volta riempito a metà con del latte caldo.
«Robin! Iris! Bevetelo tutti, presto! Non possiamo prendercela comoda» sussurrò Yuri. Il suo viso era sporco di polvere e pallidissimo.
Robin svegliò i genitori con foga e uno dopo l’altro bevvero dal bicchiere azzurro il latte appena munto. Delizioso come non ne
assaporavano da lungo tempo il latte era sceso in fondo alla gola assetata.
«Latte di capra!» bisbigliò Balbo.
«Latte con la schiuma» disse Iris.
«Ah! Sono rinata! È come se fosse stato un nascere e morire continuo!» esclamò Fern tornata in sé.
Un rumore di passi sui rami secchi si avvicinò.
«Ssst!» fece Yuri, la sua voce si poteva sentire solo molto vicino al cestino.
Tra le montagne regnava il silenzio. Soltanto il cinguettio dell’usignolo riecheggiava giulivo e allegro.
«La sua sorellina sta un po’ meglio?» Dopo la voce sconosciuta della donna si sentì quella di Tetsu: «Yuri, ti è piaciuto il latte di capra?»
«Moltissimo!» e insieme alla voce che rispondeva il cestino fu sollevato con forza.
Robin, attraverso le fessure, aveva visto la distesa azzurra e incantevole di
acqua. Dalla sua superficie una fresca brezza spirava frusciando verso di loro.
«Allora andiamo, veloci!» disse Tetsu rivolto alla sorella, e cominciò a camminare aggiustandosi lo zaino più in alto. La donna e l’animale bianco – la capra da cui prima era arrivato il latte – che Robin vedeva per la prima volta venivano dietro a Tetsu.
Il bambino sgranò gli occhi incantato dal paesaggio dintorno. Si trovavano tra le montagne. I
verdi alberi, che Robin fino ad allora non aveva mai visto, avevano fronde
ricche e profumavano di resina fresca a tal punto che lui stesso si sentì impregnare di verde fino in fondo ai suoi piccoli polmoni.
Nel momento in cui il cestino cominciò a muoversi gli altri tre si coprirono il viso con un asciugamano e chiusero gli
occhi, soltanto lui questa volta li tenne ben aperti e, addirittura per le due
ore successive, continuò a farlo mentre dondolavano per la stradina lungo la sponda dell’incantevole lago azzurro. Le persone grandi camminavano in silenzio ascoltando
il mormorio delle onde sulla riva; calpestando la terra scura dove si erano
accumulate le foglie marce oltrepassarono una zona di ville straniere da tempo
disabitate.
Quando il grande sole rosso cominciò a tramontare al di là del lago, Tetsu e Yuri si separarono dalla donna e dalla capra bianca e, dalla
sponda, svoltarono verso il sentiero di montagna.
Poi, subito dopo aver attraversato un bosco di larici, entrarono nella cucina di
una casa colonica che mandava un odore aromatico di ceppi bruciati.
La nuova dimora della famiglia di Balbo venne fissata su un ripiano scolorito,
vicino al soffitto della stanza in fondo alla casa dal tetto di paglia
circondata da campi di patate.
Sia la prima sera appena arrivati, sia i due giorni seguenti i piccoli esserini
si tennero nascosti dentro il cestino sicuro, andando soltanto a prendere il
latte portato da Yuri, in un punto della finestra lì vicino.
Riguardo le persone grandi della casa c’erano solo una donna dalla voce ferma e la sua silenziosa anziana mamma, non c’erano bambini sgarbati temuti segretamente da Fern Ash. Inoltre non c’erano né topi, né gatti terribili che mai erano comparsi nella stanzetta dei libri di casa
Moriyama.
La prima notte sia Fern che Balbo, sfiniti dalla stanchezza, si addormentarono
senza accorgersi di niente, ma la seconda Fern si lamentò che non poteva dormire agitata dal tic-tac tic-tac del grande orologio a
pendolo che scandiva i minuti.
La mattina dopo Balbo, dalle fessure del cestino, sbirciò la pendola appesa proprio di fronte e disse: «Oh! Oh! Quello è un orologio che ho già visto da qualche parte…»
Era un antico orologio da muro e il pendolo oscillava a destra e a sinistra
nella cassa sotto l’enorme quadrante con la cornice rotonda e dorata.
«Ce n’era uno in casa di Miss MacLachlan… o ne ho visto uno da qualche parte dai Moriyama…» sussurrò Balbo a Fern.
Quello era un orologio inglese, comprato dal padre di Moriyama Tatsuo all’Esposizione Internazionale del periodo Meiji.
Quando si era ritirato da Tōkyō a Nojiri, il padre di Tatsuo aveva portato di
proposito questo orologio usato per tanti anni e lo aveva appeso alla parete
del suo soggiorno. Ma era impossibile che Balbo e Fern lo avessero visto:
entrambi in trent’anni non erano andati una sola volta in quel soggiorno dei Moriyama a Tōkyō.
«In ogni modo è un oggetto che mi ricorda il passato, anch’esso un giorno ha attraversato l’oceano ed è arrivato in Giappone…» mormorò Balbo, nostalgico, mentre osservava la scritta Birmingham nella parte inferiore
dell’intelaiatura.
Aggrappato alle spalle del padre, Robin naturalmente stava guardando l’orologio quando Balbo fece cenno di tacere…
Un rumore di passi che strisciavano sul tatami si stava avvicinando e una donna
apparve nella stanza. Anziana, di aspetto gentile, con il viso tondo e i
capelli bianchi stava in piedi, silenziosa, all’entrata. Con gli occhi chiusi si avvicinò all’orologio e a tastoni aprì lo sportello della cassa. Poi prese una chiave dorata dal retro del pendolo e,
crr crr, cominciò a caricarlo.
Sia Balbo che Robin osservarono la scena senza dire una parola. La poverina era
cieca. Robin, che incontrava per la prima volta una persona così, si impressionò come se vedesse un essere superiore che incuteva timore e nascose il viso
dietro la schiena del padre.
Quando la donna terminò di caricare, dopo aver ascoltato per un momento il tic-tac dell’orologio uscì dalla stanza con passo strisciante.
«Quella donna ha sicuramente l’orecchio fine. State attenti a non parlare ad alta voce» bisbigliò Balbo.
Quando i piccoli esseri capirono che, tra le persone grandi della casa, chi
veniva qualche volta nella loro stanza era soltanto la zia cieca, si sentirono
sollevati. Da quando avevano lasciato la stanzetta dei libri Balbo e i suoi
avevano passato ore di angoscia come una lumaca a cui fosse stato tolto il
guscio.
Nella loro vecchia stanzetta c’era un silenzio costante e la sensazione di sicurezza che nessun estraneo
sarebbe entrato. Invece in questa casa di campagna tutto era esposto, e i
piccoli esserini erano sempre ossessionati dall’ansia di essere visti e di non sapere se sarebbe venuto qualcuno.
La mattina del terzo giorno Tetsu entrò nella stanza con Yuri. La bambina aveva gli occhi scuri e infossati e sembrava
notevolmente dimagrita.
«Dai, facciamo la casa del Piccolo Popolo» disse Tetsu con voce allegra.
Poi il ragazzo usò come sgabello un vecchio baule e fece capolino sullo scaffale vicino al
soffitto.
«Accidenti! Qui la fuliggine è un disastro!»
Balbo e i suoi, con tutto il cestino, furono fatti scendere piano piano sul
tatami.
Tetsu pulì la parte superiore dello scaffale e dispose i libri rimasti del nonno davanti
all’angolo destro. Infine, in fondo, combinando una scatolina in legno di paulonia e
una scatola di cartone trovate sul tavolo del nonno, fece la casa per gli Ash.
«Yuri, dove mettiamo il bicchiere azzurro?» chiese alla sorellina.
«Che ne dici di questo posto sulla finestra?» disse Yuri indicando al fratello la finestra-renji dove aveva messo il
bicchiere in quei due giorni.
A quella finestra era appeso un cappello a cono di paglia che doveva essere
stato del nonno defunto. Mettendo il bicchiere azzurro dietro a quello, gli
esserini, senza che nessuno se ne accorgesse, avrebbero potuto venire a
prendere il latte dal bordo dello scaffale.
Tetsu esaminò la finestra-renji e controllò se non c’era pericolo che il bicchiere cadesse fuori e che nei giorni di pioggia si
potesse chiudere spostando la parte interna.
«Bene! Adesso è tutto okay! Se metti il baule sotto la finestra diventa il tuo sgabello, anche
se è una dimora un po’ semplice questo è il posto più sicuro della casa!»
Così disse, e posto il cestino degli esserini sullo scaffale aprì il coperchio e lo inclinò.
«Su, mentre noi facciamo la guardia fuori dalla porta terminate velocemente il
trasloco!» fece Yuri rivolgendosi a Balbo e ai suoi, e uscì dalla stanza con Tetsu.
Sulla veranda la donna che non ci vedeva, e che Yuri chiamava la zia Oto, stava
girando il mortaio di pietra per macinare il grano saraceno da dare a Testu che
sarebbe tornato a Tōkyō in tarda serata. L’altra, la zia Toyo, parente del signor Moriyama Tatsuo e della signora Tōko, era
andata nei campi su in montagna la mattina presto. Adesso Tetsu e Yuri,
finalmente soli da quando erano arrivati in quella casa, avevano terminato il
trasloco degli esserini.
«Quando comincerà la scuola ti farai degli amici, sai?» disse Tetsu con voluta noncuranza. In realtà, venuto nella casa di montagna, aveva capito chiaramente che da quel momento in
poi la vita lontana dalla città per Yuri non sarebbe stata una cosa facile.
La zia Toyo gli aveva detto che con l’arrivo della piccola nella loro abitazione di sole donne c’era una bocca in più che diminuiva la scarsa quantità di cibo della casa. E non solo quello. Anche la legna da raccogliere, l’acqua da attingere al pozzo e qualsiasi altra cosa dovevano bastare per un’altra persona. Pur avendo circa la stessa età del padre e della madre di Tetsu, con i capelli bianchi e senza gli incisivi la
zia Toyo sembrava proprio una vecchia.
Anche se a Tōkyō, per il razionamento, svariate cose scarseggiavano, grazie alla
capacità di arrangiarsi della signora Tōko qualche volta c’erano burro e zucchero, e il livello minimo di vita era garantito.
Ma lontano dalla città si doveva lavorare con le proprie forze perfino per quel livello minimo. Vivere
in montagna senza una pietanza che sembrasse tale, a parte la zuppa di riso con
patate e l’orzo al vapore, era permesso a mala pena con le sole forze della zia. Persino la
zia Oto lavorava tutto il giorno, macinava, intrecciava la corda. Yuri qui non
avrebbe potuto essere coccolata come una bimba cresciuta in città.
«Il loro latte in polvere non basterà fino all’inverno. Riuscirò ad avere un po’ di latte di capra da quella ragazza?» chiese Yuri al fratello, molto preoccupata per i suoi piccoli esserini.
«La capra non è solo sua, viene allevata in comune con gli amici» rispose Tetsu. «Ieri sono andato a vedere da solo. Sarebbe bello se anche tu potessi avere un po’ di latte. Quella ragazza è la signorina Katsuko. Dalla primavera del 1943 è sfollata in un posto remoto chiamato Hondō. Ogni anno d’estate veniva a Nojiri ed è membro dell’associazione delle donne che lavorano. Sono sfollate in cinque o sei e fanno
proprio le contadine. Mi ha raccontato che in primavera per la prima volta ha
dissodato i campi e trapiantato il riso spaccando la neve».
«Quel posto è lontano da qui?» chiese Yuri mentre tendeva l’orecchio, in direzione della casa dei piccoli, ai rumori sordi del trambusto del
trasloco ancora in corso.
«Passando vicino alla scuola dove andrai se cammini tra i monti per un’ora c’è un piccolo villaggio di cinque o sei case che sembra un villaggio nascosto. Lì ci sono queste persone. Si danno un gran da fare per dare una mano alla gente
del posto: hanno aperto un asilo nido quando i contadini lavorano, riuniscono i
bambini e fanno spettacoli di kamishibai come Smettiamo di lasciare i letti
sfatti e Asciughiamo sempre il tagliere!»
Tetsu all’improvviso si alzò in piedi e dallo zaino che portava in spalla tirò fuori un pacchetto di carta.
«Vedi, Yuri, questo l’ho comprato a Tōkyō per te, guarda, si chiamano “stelline scintillanti”. Se guardi nei negozi di giocattoli adesso non c’è niente, si vendono soltanto queste cose. Avevo pensato di accenderle stasera
quando partirò, ma ne teniamo metà per loro? Quando organizzano le riunioni dei bambini anche queste possono
essere utili». A Yuri di colpo venne in mente la separazione dal fratello e non riuscì a rispondere subito.
Testu mise il pacchetto delle stelline nelle mani della bambina e andò in giardino.
«Entro oggi porto giù dalla montagna la tua parte di legna per l’inverno!»
Le parole di Tetsu arrivarono alla zia Oto che girava la macina nella veranda
soleggiata.
“Aspetta! Porta anche me! Anche io posso prendere un po’ di legna!”
Controllando che la casa dei piccoli sul ripiano della stanza fosse
completamente tranquilla cominciò a correre verso il giardino seguendo il fratello.
Il giorno della falciatura dell’erba
Dopo la partenza di Tetsu nella casa sotto gli alberi della zia Toyo ritornò la tranquillità di prima.
Yuri andava tutti i giorni a raccogliere la legna con la zia, grande
lavoratrice. Quando scendeva a balzi per la strada di montagna con la legna
pesante sulle spalle lo slancio, sommato alla sua corporatura esile, la faceva
venir giù d’un fiato. Nel tragitto le ginocchia e il petto le dolevano e mentre pensava “È finita! È finita!” si stupiva di se stessa che con la propria forza resisteva fino in fondo.
La zia Toyo immaginava che Yuri, cresciuta in città, la seguisse ovunque tutto il giorno perché le mancava la madre e non mostrava un viso contrariato alla piccola bambina che
era di intralcio.
Ma in realtà Yuri non sopportava la paura di rimanere in casa da sola con l’altra zia. Aver compassione della donna che non ci vedeva e averne timore erano
due cose diverse. Quando la zia Oto, silenziosissima nei suoi movimenti, stava
in piedi senza far rumore vicino al camino nella buia casa di campagna, deserta
per tutto il giorno, a Yuri sembrava che tutti i peli della nuca le si
rizzassero. Si vergognava di quel pensiero, ma stare da sola con lei in quella
casa dove non batteva molto il sole la spaventava fuor di misura.
Ogni tanto dalla signora Tōko, che era a Tōkyō, arrivava una lettera in una
lunga busta bianca. Ogni volta che rispondeva Yuri si rammaricava dal profondo
del cuore di aver paura della zia Oto. Mentre rimuginava che se ci fosse stata
la mamma probabilmente avrebbe accompagnato la zia fuori dove il sole batteva,
nel bosco riposante, e le avrebbe fatto respirare in abbondanza l’aria fresca, quando si trovava di fronte a lei, con gli occhi chiusi, finiva con
l’indietreggiare barcollando.
Arrivò settembre e la scuola di Yuri cominciò.
L’edificio era vicino al lago e con il suo passo ci volevano venti minuti per
arrivarci.
Cominciata la scuola, non aveva motivo di non essere contenta di stare tutto il
giorno lontana sia dalla zia lavoratrice che da quella che non ci vedeva.
In classe c’erano dei bambini che la canzonavano chiamandola “pallidona” o “sfollatina”, ma in compenso c’erano dei compagni carini con lei che era un po’ diversa dagli altri.
Due volte alla settimana si andava a lavorare come volontari nelle fattorie nei
recessi della montagna, e anche la classe di terza di Yuri vi partecipava.
All’inizio di settembre falciare l’erba era il lavoro dei piccoli come lei. I figli dei contadini portavano la loro
falce, che affilavano da soli, quelli come Yuri la prendevano in prestito a
scuola, e indossati gli shoiko per portare l’erba tagliata simili a piccoli trampoli, tutti si avviavano verso le fattorie
lontane.
Yuri si divertiva a fare questo lavoro. Pensava sempre che per avere il latte
per Balbo e i suoi doveva conoscere le fattorie che avevano mucche e pecore… Inoltre i giorni in cui andava a falciare l’erba, nelle case dei contadini dove si recavano, si ricevevano sicuramente il
mushipan con la crusca o le patate appena cotte.
Nella casa della zia Toyo si aveva la stessa cosa per giorni, per esempio zucca
se c’erano le zucche, e nelle case più agiate dei contadini agli scolari che aiutavano con il lavoro si offriva
qualcosa che si poteva mangiare di rado.
«Belle le tue scarpe coreane! Molto belle!» disse il grosso Tsutomu a Yuri.
I bambini del luogo chiamavano “scarpe coreane” le scarpe di gomma della bambina senza distinzione tra destra e sinistra che
venivano distribuite a Tōkyō.
Yuri confrontò i piedi abbronzati dell’amico, con i sandali di paglia, e i suoi sottili con le scarpe coreane e rise.
Quella mattina i bambini erano usciti per il volontariato nella fattoria del
signor Isoguchi a Hondō.
Il lago increspato di azzurro brillava. Settembre a Nojiri era già autunno inoltrato. I monti Kurohime e Iizuna sembravano vicini e l’aria all’intorno risplendeva di una luce dorata.
Pensando che il posto di quel giorno, Hondō, forse era quello di Katsuko dove
una volta era stato Tetsu, Yuri era ancora più contenta del solito di andare a falciare l’erba. Voltandosi e rivoltandosi verso il lago, salì per il sentiero di montagna. Tsutomu, che prima l’aveva presa in giro per le scarpe coreane, quando vide quel viso allegro si sentì sollevato ma nello stesso tempo provò un vaga tristezza.
Esattamente un mese prima aveva saputo che nella casa della signora Moriyama
Toyo era venuta una bambina sfollata e lui era andato a vederla. Era una sera
in cui sul monte Kurohime si alzavano densi nuvoloni mentre le leggere nuvole
intorno si tingevano di rossastro come un banco di pesciolini rossi.
Sulle rocce del valico che dominava il lago era accovacciata una bambina. Dava l’impressione di essere debole come uno sperlano appena nato in un lago. La bimba,
mentre guardava il cielo del tramonto, piangeva sommessamente. Come se alla
fine fosse scoppiata a piangere in un posto dove nessuno potesse vederla.
Anche a Tsutomu improvvisamente era venuta voglia di piangere con lei, e
cercando di non far rumore con le foglie secche era ritornato in silenzio verso
casa. Che quella bimba così piccola piangesse pensando alla sua mamma a Tōkyō gli era entrato dentro quasi
da fargli male.
Quella bambina che sembrava di prima si chiamava Moriyama Yuri e quando all’inizio del semestre era venuta in terza, nella stessa classe di Tsutomu, il
ragazzino si era sentito strano.
Anche se più di chiunque altro era lui che la prendeva in giro e qualche volta le faceva
scherzi, adesso quando vedeva un sorriso allegro sul viso di Yuri che,
abbronzata dal sole, non era più pallidona, tirava un sospiro di sollievo.
Superate alcune montagne basse Yuri e i compagni arrivarono al passo che
dominava il villaggio di Hondō. Tra le risaie che si stavano ingiallendo erano
allineate alcune case con i tetti di bambù.
L’erba di montagna mescolata con i susuki quando veniva tagliata spandeva un forte
odore di piante selvatiche. Yuri e i suoi compagni, sparsi sul pendio della
montagna, cominciarono ognuno per conto proprio la falciatura.
Anche se Yuri aveva tagliato fino ad aver male alle mani, il suo mucchio era più basso di quello degli altri bambini. Tsutomu e Seiko, finita la propria zona,
ammassarono tanta erba su quello piccino della bambina.
Poi gli scolari, caricata sulle spalle l’erba con i piccoli shoiko, iniziarono a scendere in fila per la montagna. Anche
Yuri, mescolandosi alla sua erba, scendeva di corsa dondolando la testa. Una
volta preso lo slancio per quanto fosse faticoso, non poteva fermarsi. In
quella situazione le scarpe coreane la proteggevano dalle pietre e dalle radici degli alberi.
Nella casa del signor Isoguchi, dove i bambini erano scesi di corsa, cinque o
sei donne presero i mucchi di erba portati e li riposero in un grande fienile.
Tutti i ragazzi erano partiti per la guerra e anche in questo villaggio non c’era l’ombra di un uomo giovane.
Mentre Yuri e i compagni riposavano nel giardino davanti alla casa, le cinque o
sei donne portarono da dentro dei pacchettini di carta quadrati. La confezione
somigliava moltissimo a quella dei dolcetti che Yuri aveva ricevuto alla
cerimonia di prima elementare. Diversamente dal mushipan senza incarto e dalle
patate che venivano solitamente offerti nelle case dei contadini, quella
merenda avvolta nella carta era molto misteriosa. A un tratto Yuri si accorse
che una delle donne che distribuivano i pacchettini era la Katsuko di quella
volta.
«Urrà! Fantastico! I panini bianchi!»
«Evviva! Sono dolcissimissimi!»
A differenza delle bambine timide, Tsutomu e gli altri maschietti, strappata la
carta in un batter d’occhio, addentarono il contenuto. Erano panini bianchi al latte di capra e dolci
di patate dalla forma di fiore di camelia.
Quando Yuri aprì il pacchettino e vide il dolce con la forma di fiore, leggermente colorato di
rosso, di colpo gli occhi le si riempirono di lacrime. Quello che Yuri
desiderava inconsciamente era apparso d’improvviso davanti a lei. I dolci a forma di camelia che la signora Tōko
preparava stringendo lo strofinaccio per i compleanni e le occasioni speciali,
da quando erano cominciate le ristrettezze alimentari! Erano cose che non
avrebbe neanche mai pensato di vedere nella casa dell’impegnatissima zia Toyo…
Un qualunque piatto fatto nella casa di Tōkyō era una delizia perché era il frutto delle trovate della sua mamma…
Sul rosso del fiore di camelia le lacrime di Yuri sgorgavano silenziose.
«È buono, vero? L’hanno fatto le signorine di Tōkyō…» aveva detto il signor Isoguchi ai bambini che erano rimasti in silenzio davanti
al cibo speciale.
Anche se i vicini non parlavano molto bene di questo signore che dava volentieri
i campi alle ragazze sfollate da Tōkyō, lui era felice di tutto cuore che le
merende delle giovani donne stupissero i bambini come giochi di prestigio.
Yuri, assaporandone la bontà, mangiò solo uno dei panini al latte di capra. Decise di avvolgere nella carta e
portare a casa la camelia di patate per la zia Oto e il panino al latte per la
famiglia di Balbo. Quando i bambini cominciarono a prepararsi per tornare a
casa, Katsuko la venne a cercare.
«Tu sei la sorellina del signor Moriyama, vero? Tuo fratello sta bene?» Yuri fece un cenno con il capo senza parlare.
Non aveva ricevuto nessuna lettera da Tetsu ma una avuta recentemente dalla
signora Tōko diceva che anche lui a Kyoto stava bene.
«Ti sei abituata alla scuola? Tuo fratello era molto preoccupato per te».
In definitiva Yuri si era allontanata da lei senza dire niente: né che aveva le stelline ricevute da Tetsu, né che qualche volta avrebbe desiderato il latte.
Sulla strada del ritorno i bambini tirarono fuori dai pacchetti di carta
ricevuti le camelie e il pane bianco messi da parte e li avevano mangiati con
gusto. La loro anziana insegnante aveva fatto finta di non vedere.
Yuri aveva pensato che non avrebbe assolutamente mangiato le cose incartate per
Balbo e la zia, ma il sapore del latte dopo tanto tempo fece vacillare la sua
decisione. Dopo aver resistito a lungo mangiò il fiore di patate. Poi man mano che la scuola si avvicinava, quando apparve il
lago azzurro, finì con il mangiare anche il panino bianco tenuto da parte per la famiglia di
Balbo.
Nella casa dei piccoli esserini, mentre ascoltava il tic-tac del vecchio
orologio Fern stava cucendo in gran fretta. L’aria di montagna era rigida e loro, anche se indossavano tutti i kimono che
avevano, sentivano un po’ freddo.
«Quest’inverno sarà gelido. Già da adesso il mio ginocchio me lo sta dicendo» disse Balbo preoccupato.
«È per questo che sto facendo un altro copriletto per te».
Fern aveva aperto un pacchetto di scampoli portati dalla casa di Tōkyō e stava
cucendo un copripiumino patchwork.
«Mamma, ti serve la lanugine dei cardi?» domandò Robin da poco lontano. Il suo modo di chiedere dava per scontato che fosse
necessario qualcosa di morbido con cui riempire il futon.
Fern sollevò lo sguardo verso Balbo.
Sia Balbo che Fern erano ancora incerti se mandare il loro figlioletto fuori,
alla ventura in quella terra sconosciuta.
Nel bosco vicino le tortore avevano cominciato a farsi sentire con grida dai
toni bassi: gru-gru gru-gru gru-gru.
«Non preoccupatevi! Lasciatemi uscire! Non sono mica uno che si fa vedere o che
si fa prendere io» disse detto Robin sicuro di sé. In realtà era già andato fuori due volte. Usando la corda di fili di ragno fatta da Iris, aveva
provato a uscire di nascosto dalla vicina finestra-renji.
Sotto la finestra c’erano le foglie secche ammucchiate dal vento e anche se fosse caduto non ci
sarebbe stato pericolo. Inoltre in quella zona, sul retro della casa, non
veniva mai neanche la zia Oto.
«Che fine avrà fatto il piccione Yahei?» disse Iris mentre aiutava a cucire il copripiumino patchwork. «Giusto, Robin, dobbiamo chiedere a Yuri di mettere il segnale per lui su qualche
albero…»
A quel punto Robin per il momento rinunciò ad andare fuori e si ritirò da solo nell’angolo dove stava il suo grosso libro.
La sera Yuri tornò a casa della zia Toyo con un misto di tristezza e allegria sul viso.
Portando una piccola tazza avvolta in un fazzoletto entrò subito nella stanza della famiglia di Balbo.
Poi andò verso la finestra e versò il contenuto della tazza scheggiata nel bicchiere azzurro nascosto dal vecchio
cappello di paglia.
Quel giorno, nella casa di Balbo Ash, per la prima volta dopo tanto tempo si
bevve il vero latte di capra e non quello in polvere.
Poi più tardi, quando la bambina come sempre venne a riprendere il bicchiere azzurro,
accanto a quello trovò un pezzettino di carta. Sul foglio pregiato dell’agendina erano allineati in modo ordinato dei piccoli caratteri scritti a matita
probabilmente da Robin.
Segnale per amico piccione, per piacere.
Sopra albero più alto, per piacere.
Domani mattina lasciamo qui.
Poi grazie per latte buonissimo. R
Yuri, che per la prima volta trovava una lettera degli esserini, sentì battere forte il petto. Ma “segnale per amico piccione” cosa voleva mai dire?
La bambina strappò un foglio dal quaderno di scuola e scrisse la risposta in stampatello.
Il latte di capra l’ho ricevuto oggi da un amico.
È un compagno di scuola e si chiama Tsutomu.
Cosa vuol dire “segnale per amico piccione”?
Farò volentieri tutto quello che posso.
Piegò minuziosamente il foglio e lo mise sotto il cappello di paglia.
Quel latte di capra l’aveva ricevuto in segno di perdono da Tsutomu che l’aveva fatta piangere durante il ritorno dal taglio dell’erba.
Yuri, quando aveva finito per mangiare il panino bianco destinato a Balbo, aveva
provato vergogna del proprio comportamento e si era sentita completamente
abbattuta. Aver mangiato il dolce a forma di camelia e il panino bianco,
cedendo alla propria voracità nonostante avesse deciso di lasciarli appositamente per la zia Oto e per gli
esserini, era veramente una cosa riprovevole per lei.
Tsutomu, senza sapere nulla di tali sentimenti, correndo giù per il pendio con tutte le sue forze… pum!, aveva urtato contro la bambina.
«Affondata! Affondata! La nave nemica Pallidona è appena stata affondata nei mari del sud» l’aveva canzonata ad alta voce imitando gli annunci del quartiere generale
imperiale della radio e intanto passava di corsa ma, immediatamente sommerso
dalla voce di rimprovero degli amici, era ritornato dalla nave nemica.
Affondata sulla strada, Moriyama Yuri stava piangendo convulsamente. I compagni
erano rimasti scioccati nel vedere in lacrime per la prima volta quella bambina
sfollata che a scuola rideva sempre allegramente.
Tornati a scuola Yuri non piangeva più. Era completamente assente, si era seduta in classe tutta sola senza parlare
con nessuno.
Alla fine delle lezioni Tsutomu l’aveva aspettata sulla strada e le aveva chiesto cosa desiderasse.
Quando, quasi senza pensarci, lei aveva risposto che voleva del latte di capra,
Tsutomu l’aveva fatta attendere ed era tornato portando una tazza rossa scheggiata quasi
mezza piena di latte.
Il ragazzo aveva detto che la sua casa era una grande fattoria dove c’era una capra. Poi aveva aggiunto che lui non amava il latte di capra ma che se a Yuri piaceva glielo avrebbe dato
ancora, invitandola a berlo subito.
Yuri non fu in grado di spiegare a questo brusco amico che non era tutta colpa
sua che lei si fosse messa a piangere. Aprì il fazzoletto e avvolse con cura la tazza scheggiata, poi gli disse: «Grazie!» e tornò a casa salendo per il sentiero di montagna.
Quella sera, spossata dal lavoro di falciatura, nell’attesa della tarda cena si assopì ciondolando la testa.
Al rientro dai campi la zia Toyo, avendo sentito da qualcuno che il monello
Tsutomu aveva fatto piangere Yuri di ritorno dalla falciatura, se in un’altra situazione l’avrebbe svegliata e le avrebbe fatto preparare il futon eccezionalmente non
disse niente del fatto che glielo avesse preparato la zia Oto. Infine la prese
fra le braccia e la mise con delicatezza nel letto realizzato con una vestaglia
dalla signora Tōko.
Un nuovo amico
La mattina dopo Yuri, prima di andare a scuola, diede un’occhiata sotto il cappello di paglia. Un lungo nastro vaporoso, color dell’arcobaleno, come la spoglia di un serpente, stava piegato per bene sul davanzale
della finestra. Poi, come il giorno prima, c’era un foglietto strappato dalla piccola agenda.
La bambina in fretta prese il fazzoletto dalla tasca dei lunghi pantaloni da
lavoro e vi ripose il nastro vaporoso. Dopodiché prese la lettera di Robin e cominciò a correre per la strada in salita che portava a scuola.
Arrivò correndo fino al passo dove si vedeva il lago e si accovacciò davanti alla solita roccia. Lì, aperto il pezzettino di carta, si mise a leggerlo.
Piccione Yahei è di Tōkyō.
Viene a cercare noi. Sua
zampina porta stesso nastro.
Per favore lega a un albero. R
Quando Yuri immaginò il piccolo Robin che scriveva questa lettera quasi abbracciando una grande
matita le venne in automatico da sorridere.
“Perdonatemi, ieri mi sono mangiata il dolce per voi, ma adesso ho saputo che
Tsutomu ha una capra. Diventerò sua amica e il latte non vi mancherà più. Un giorno di questi gli chiedo anche di legare il nastro sull’albero!”
Yuri cominciò a camminare velocemente verso la scuola.
Dopo pranzo Robin sentì rumore di passi nel giardino sul retro. Presa la fune di Iris uscì di nascosto dalla casa sullo scaffale. Balbo e Fern dormivano avvolti nel futon
e nella coperta. Iris seguì Robin fin sopra la finestra. Da lì i due piccoli esserini sbirciavano il giardino sul retro che risplendeva del
sole pomeridiano d’autunno. Il rumore naturalmente era quello dei passi di Yuri e di un altro
bambino del villaggio, di grossa corporatura e con i calzoni lunghi. I due
amici avevano alzato lo sguardo sui larici e si stavano consultando
animatamente.
«Stanno cercando l’albero su cui annodare il nastro» bisbigliò Robin a Iris.
Il bambino indicò il larice più alto e disse qualcosa. Yuri annuì e gli passò il nastro di riconoscimento che luccicava.
Poi lui, svelto come un gatto, si arrampicò sul larice e annodò il nastro su un ramo così alto da mettere ansia. Da sotto Yuri batté le mani con gioia.
«Yuri! Yuri!» chiamò la zia Oto.
La bambina si irrigidì.
«Sììì!» rispose verso l’interno della casa.
La porta della cucina si aprì con lentezza e la zia Oto uscì silenziosamente in giardino.
«Yuri, chi c’è lì fuori?» chiese la zia.
«È Tsutomu, un mio compagno di scuola. Ha trovato il nido di un picchio sul
larice. Sul tronco c’è il buco tondo del nido» rispose Yuri con difficoltà.
La chioma bianca candida della zia Oto ricadde svolazzando al vento autunnale.
«Smettete di fare giochi pericolosi!» disse la zia Oto, e con l’andatura di chi aveva gli occhi completamente aperti entrò in casa.
Sull’albero Tsutomu rise.
Yuri, come assorta nei propri pensieri, rimase a fissare la porta della cucina
da cui la donna era scomparsa.
Infine il bambino scese dall’albero, sollecitò l’amica come incantata, ed entrambi sparirono.
Robin e Iris, in piedi sulla finestra, stavano guardando il nastro sul ramo. Se
lo avesse visto qualcuno che non sapeva niente sarebbero sembrati dei fili di
ragno aggrovigliati o un rimasuglio di qualcosa.
Invece per loro il nastro, che risplendeva proprio come un arcobaleno, era
riconoscibile.
Se il piccione Yahei fosse passato lì vicino sicuramente avrebbe scorto il suo brillare e avrebbe localizzato Robin e
gli altri.
Per la prima volta da quando erano venuti a Nojiri sul viso di Iris apparve un’espressione sollevata.
«Robin, andiamo fuori in due e cerchiamo la lanugine dei denti di leone da
mettere nel futon di papà».
Con passo felpato Iris tornò sullo scaffale e prese una sacca. Era quella che il fratello si metteva sulle
spalle quando andava fuori dalla casa dei Moriyama a Tōkyō per raccogliere le
ghiande.
La parete esterna sotto la finestra di questa casa era di muro grezzo, quindi i
due, affidandosi alla fune, scesero senza pericolo fino al suolo.
Sul terreno del giardino sul retro erano sparpagliate le foglie marce dell’anno prima che frusciavano sotto i loro piedini. I due bambini, legati insieme
con la corda, camminavano alla ricerca della lanugine dei denti di leone. Ma
era già settembre e sembrava che ormai da tempo fosse stata portata via dal vento.
Camminando silenziosamente allungarono il passo fino al fresco bosco dei larici
dove piume piccolissime di uccellino svolazzavano con leggerezza intorno a
loro.
Robin puntò lo sguardo, fissando l’ombra degli alberi. A terra, dove i raggi del sole filtrando attraverso i rami
tremolavano, un soffio di vento cominciò a danzare girando all’intorno come un piccolo vortice. Le minuscole piume di uccellino si sollevarono
lievi nel mulinello.
«Per riempire il futon le piume vanno bene, vero?» bisbigliò Robin a Iris, e si diresse correndo a balzi verso quel punto.
«Oddio!» gridò Iris.
Quando Robin si fermò di botto per la stretta alla fune della sorella, si trovò faccia a faccia con un essere veramente strano. Questo, poco dopo, cominciò a ridere. Con una voce roca come il fruscio delle foglie secche l’una contro l’altra, disse a Robin: «Di me stai pensando che è saltato fuori uno strano essere, vero?»
Robin inghiottì la saliva.
«Stai pensando che è strano che sappia parlare, vero?»
Il piccolo essere, nudo e abbronzato dal sole, roteò gli occhi con allegria.
«E tu hai pensato di prendere le mie piume, vero?» esclamò rivolto a Robin con sguardo severo e minaccioso.
Iris si avvicinò silenziosamente e, con dolcezza, disse: «Salve! Io sono Iris e questo è il mio fratellino Robin».
Il piccolo essere arrossì un poco e poi rispose: «Io non ho un nome così! Forse mi chiamano Amanejaki. Mi avranno anche chiamato Amanjakku».
Iris e Robin si scambiarono uno sguardo.
«State pensando che è strano che non mi sia stupito di vedervi, vero?» continuò allora lo sconosciuto con voce roca. Questo esserino sembrava divertirsi molto
ad anticipare i pensieri degli altri.
«Esatto! È strano!» fece Iris con sincerità. «Perché non ti sei meravigliato? Avevi già visto degli altri come noi prima?»
A questa domanda Amanejaki rise fino a far spazientire Iris, poi roteò danzando come un gorgo intorno ai due fratellini.
Robin si arrabbiò. Lasciata la mano di Iris cercò di prendere Amanejaki, ma il piccolo vortice, mentre lanciava una risata
sibilante, fece alzare roteando le foglie secche sul terreno e si addentrò nel bosco.
Robin e Iris si scambiarono un’altra occhiata e gridarono: «Ehi!» cercando di fermare il piccolo vortice che andava scomparendo.
«Ehi!» rispose una voce roca.
«Ehi! Amanejakiii, torna qui!» chiamarono ancora i due.
Dall’estremità del bosco di larici una voce a volume bassissimo disse: «Ehi! Amanejakiii, torna qui!» Da quel momento non si sentì più nulla a parte il canto delle solite cince more e delle tortore.
Iris e Robin erano immobili, come incantati, tra gli alberi. Ai loro piedi le
piume bianche e morbide di uccellino volteggiavano in un turbinio senza posa.
La bambina, accovacciandosi, cominciò a infilarne alcune nella sacca.
«Iris, smettila! Non ti fanno schifo?» si arrabbiò Robin.
«No, questo sicuramente è un regalo di quell’Amanejaki. Lui lo sapeva che volevamo qualcosa per riempire il futon» rispose lei, e continuò a raccogliere le bianche e morbide piume di uccellino.
«È un maleducato! Non ha fatto altro che anticiparci».
Robin era ancora piuttosto adirato.
Quando terminò di prendere le piume, Iris, sollevata, disse ridendo: «Robin, oggi è una bellissima giornata. Il segnale per il signor Yahei è stato attaccato, abbiamo scoperto che qui vivono altri piccoli esseri oltre a
noi e infine abbiamo raccolto le piume da mettere nel futon».
“Non raccontiamo alla mamma quello che è successo oggi”, queste furono le uniche parole della sorella approvate da Robin che fece
ritorno alla loro casa sul ripiano, imbronciato e senza dire nulla.
In quel momento Yuri stava aiutando Tsutomu a falciare l’erba sulla montagna vicina alla casa del ragazzino. Nella sua famiglia non c’erano uomini, sia il fratello che faceva le medie, sia quello dell’ultimo anno delle elementari aiutavano la madre nel lavoro dei campi.
Yuri era venuta sui monti insieme a lui con la promessa di avere un po’ di latte di capra. Da lì il lago si vedeva bene.
«Sei mai stata sull’isola di Benten?» chiese Tsutomu a Yuri. La bambina raccontò che, nonostante avesse tanto desiderato che suo fratello la portasse su quell’isola che si vedeva sotto i suoi occhi, alla fine non c’erano andati.
«Che bello che tuo fratello più grande è ancora vivo. Il mio invece è morto in guerra, nel Borneo» disse apparentemente senza dargli peso Tsutomu mentre, zac zac, falciava l’erba. «Prima di lui mio padre è morto nella Cina del Nord, e così la nostra è una famiglia onorata».
Yuri, sorpresa, non disse una parola.
«Per questo non vediamo l’ora di diventare grandi, per essere soldati e vendicare il babbo e nostro
fratello. E il tuo andrà in marina?»
Dopo averci pensato bene la bambina raccontò al suo amico che Shin, l’anno successivo, avrebbe cercato di entrare nella scuola preparatoria militare.
Allora Tsutomu fece un sospiro e disse con ammirazione: «Che bravo tuo fratello! Io non sono tanto intelligente e non posso neanche
provarci».
Dopo i discorsi di Yuri su Shin, Tsutomu si velocizzò a falciare l’erba, sempre più pieno di fiducia nei confronti della compagna.
Sin dal principio era stata incerta sul confidare o meno a questo nuovo amico di
Robin e Balbo, ma ora sentendo i discorsi di Tsutomu decise di non dire nulla.
Forse anche lui, come Shin, avrebbe definito antipatriottico quello che lei
stava facendo. La bambina pensò che al mondo ci sono cose che gli altri non possono capire e che era stato
meglio non aver detto niente neanche sul segnale per il piccione che gli aveva
fatto legare prima.
I bambini falciarono l’erba ancora un po’, riempirono i due shoiko e poi tornarono a casa di Tsutomu.
Quando il sole di montagna cominciò a scendere, tramontando rapidamente, intorno si fece buio in un istante.
Arrivata nel giardino davanti alla casa di Tsutomu, guardando dentro dove la
lampada era stata abbassata Yuri poteva vedere la sagoma della madre e della
sorella del bambino che accendevano il forno. Intorno al camino i fratelli
erano già ritornati e lo scambio di chiacchiere in famiglia riecheggiava all’esterno serenamente.
Anche se il padre era morto in guerra, nella Cina del Nord, e il fratello in
Borneo, i familiari rimasti parevano vivere in armonia.
Mentre aspettava Tsutomu in piedi, Yuri rimase incantata dalla sua famiglia come
da una luce di felicità.
Tornato dal retro il bambino chiamò: «Yuri, dove sei?» Poi sobbalzò al profilo della bimba che, sola soletta, fissava l’interno della casa.
Tsutomu fece scivolare una bottiglia tiepida nelle sue mani dicendo: «Yuri, verrai ancora a falciare l’erba per la nostra capra, vero? Vuoi che ti accompagni fino a metà strada?»
Yuri aveva detto che non importava ma volente o nolente lui la scortò per il sentiero di montagna.
«Quando vai per questa strada di notte non devi camminare guardando giù. Se cammini guardando in alto non ti sbagli».
Alzando il viso come aveva detto Tsutomu, le cime degli alberi, che crescevano
scuri, si dividevano in due parti proprio come il sentiero. E in quel sottile
cielo notturno dove era rimasta un po’ di luce si distinguevano chiaramente due o tre stelle che scintillavano.
«Grazie, Tsutomu! Da qui va bene».
Yuri alzò la faccia e mentre guardava il cielo andò giù per la discesa tutta presa dalla sua corsa.
Tsutomu cantava una marcia patriottica, la voce che ripercorreva il sentiero di
montagna continuò per un po’ dietro all’amica.
Quella sera Balbo e i suoi trovarono ancora una volta del vero latte di capra
nel bicchiere azzurro colmo fino all’orlo.
Dopo il susseguirsi dell’acquoso latte in polvere questo fu un cibo gustoso più di qualsiasi altra cosa.
Fern sotto la luce fioca cominciò a preparare con zelo il formaggio da conservare. Poi, pur vedendo le piume
raccolte di nascosto da Iris per il futon, non fece nessun rimprovero.
La prima neve
In novembre a Nojiri era già pieno inverno.
La mattina, alzandosi, anche dentro la stanza si poteva vedere il vapore bianco
del respiro. E per Yuri ogni giorno ricominciare era molto duro. Quando pensava
di uscire dalle coperte la schiena dolente per la stanchezza rimasta sembrava
attaccarsi al futon caldo e ci voleva del gran coraggio a strapparsi a forza da
quello per andare fuori nel freddo pungente.
Le foglie del bosco di larici erano cadute e da ottobre le montagne oltre il
lago erano imbiancate di neve.
Da nord erano allineati il Monte Myōkō, il Monte Kurohime e il Monte Iizuna. Per
la posizione o per l’altezza il più bianco era il Myōkō, poi il Kurohime e infine l’Iizuna, ciascuno, mostrando un candore leggermente diverso, splendeva nel cielo
azzurro.
Ogni settimana giungeva regolarmente una lettera dalla signora Tōko, rimasta a
Tōkyō, sempre preoccupata della salute di Yuri. Dalle lettere della madre la
bambina veniva a sapere degli avvenimenti lontani della città, per esempio che il padre non era ancora ritornato a casa, che suo fratello
Shin ogni mattina si alzava alle cinque e andava a lezione di kendō o che quell’autunno nell’orto del giardino di casa Moriyama si erano raccolti addirittura quasi venti
chili di patate dolci.
Anche Yuri ogni settimana scriveva con la matita una lunga lettera alla mamma.
Le raccontava che la zia Toyo aveva terminato senza problemi la raccolta del
riso, che gli esserini aspettavano il piccione Yahei che doveva venire da Tōkyō
e che era andata a raccogliere i funghi con l’amico Tsutomu.
A una domanda di Yuri la signora Tōko rispose che nel giardino di casa Moriyama,
a Tōkyō, non veniva più nessun piccione. Inoltre era molto interessata a Tsutomu, il ragazzo del
villaggio e frequentemente scriveva di lui nelle lettere. Così Yuri spesso raccontava alla mamma del compagno brusco ma di animo buono.
Nella casetta degli esserini ognuno stava facendo i preparativi per l’inverno. Balbo aveva a cominciato polverizzare le ghiande come faceva a Tōkyō.
Fern, aiutata da Iris, aveva già confezionato due caldi futon di piume.
Quello strano Amanejaki ogni tanto era venuto nel bosco dietro casa sollevando
un piccolo mulinello di foglie secche, e aveva lasciato delle piume di
uccellino sufficienti per due futon.
Anche se Robin continuava a pensare che almeno una volta lo avrebbe preso, quell’esserino era svelto e non ci era mai riuscito.
Per lui che era nudo, Iris aveva disfatto un suo maglione rosso peperoncino e
aveva confezionato un grazioso gilè. Il pensiero di quel ragazzetto con i capelli arruffati che tremava nelle
profondità della montagna battuta dal freddo vento invernale era penoso e non poteva
sopportarlo.
Un giorno, come al solito dal giardino sul retro, si sentì chiamare una voce che sembrava il fruscio delle foglie secche degli alberi: «Iriiis! Robiiin!»
Iris prendendo il gilè scese silenziosamente dal ripiano. Anche Robin la seguì.
Il bosco di larici ormai senza foglie era insolitamente luminoso e spazioso.
Iris guardò sotto gli alberi e scambiò un’occhiata con Robin.
Lì uno strano animale, simile a uno scoiattolo, roteava danzando vorticosamente.
Era un essere quattro volte più grande del solito Amanejaki. Iris, impaurita, indietreggiò.
La pelliccia di scoiattolo si aprì improvvisamente e dall’interno la faccia abbronzata di sempre del ragazzetto rideva.
«Iriiis! Hai pensato che ti ho fatto paura, vero?»
Mostrando i denti bianchi Amanejaki rise gioiosamente.
«Certo! Sei cattivo!» disse Iris mentre nascondeva dietro la schiena il gilè rosso peperoncino che aveva con sé.
Amanejaki sbatté le palpebre; poi, diventato improvvisamente serio, disse: «Tu stai pensando di darmi qualcosa, vero?» Iris, un po’ sulle sue, rispose: «Certo! Ma tu hai un bellissimo cappotto di pelliccia!»
«Pfui!» rise Amanejaki.
«Queste sono per voi! Senza di loro non gliela farete a passare l’inverno!»
Amanejaki si tolse una pelliccia di scoiattolo. Sotto a quella ne indossava un’altra.
«Guarda! Quella per Balbo, per Fern, per Iris! E l’ultima per Robin!» disse Amanejaki quasi cantando e poi si tolse altri due cappotti di pelliccia e
li gettò sulle foglie secche uno dopo l’altro. Completamente nudo Amanejaki sembrava molto piccolo.
«Robin, stai pensando che non metterai le cose che ho portato io, vero?» disse ironicamente a Robin mentre buttava un occhio dietro la schiena di Iris.
La ragazzina era arrossita. Anche se aveva fatto il gilè provando compassione per la condizione miserevole di Amanejaki, si sentì terribilmente invadente. Lui non accettava la compassione di nessuno, era una
piccola creatura sola ma ricca di uno spirito di indipendenza.
Il ragazzetto fissava il suo viso con occhi penetranti. Poi improvvisamente
cominciò a danzare gridando a gran voce: «Il mio gilè! Il mio gilè! Il gilè per me è pronto! Adesso non sono più un ragazzetto nudo!»
Iris gettò il gilè color peperoncino ad Amanejaki che saltava di qua e di là.
«Il mio gilè! Il mio gilè! Il gilè per me è pronto! Adesso non sono più un ragazzetto nudo!»
Amanejaki lo afferrò e mentre danzava ci infilò dentro una mano.
Indossato il gilè rosso peperoncino roteava danzando tra gli alberi come un perfetto spirito del
fuoco.
Iris raccolse un cappotto di pelliccia sul terreno e se lo mise sulle spalle.
Quei cappotti che avevano anche un cappuccio caldo da chi potevano esser stati
fatti?
«Yuuuh!» urlò Amanejaki che ballava freneticamente mentre scompariva nella profondità delle montagne. Accompagnandolo con lo sguardo Iris disse a Robin: «Perché quel ragazzetto è così gentile con noi? Se non ci fosse stato lui quest’inverno saremmo morti di freddo…»
Robin senza dire niente raccolse tutte e tre le pellicce tra le foglie secche.
Quello che aveva detto Iris era la verità.
«Ma chi sarà mai? Un giorno accerterò la sua vera natura!» pensava Robin guardando di traverso il fondo del bosco mentre ritornava a casa
con Iris portando i pesanti ma soffici cappotti di pelliccia.
Un giorno Yuri ebbe l’impressione di sentire la voce di suo fratello Tetsu tra gli alberi che
portavano verso Hondō.
Fu una settimana dopo la festa per l’anniversario del compleanno dell’imperatore Meiji, il tre di novembre.
Al ritorno da scuola la bambina, in compagnia di Tsutomu, andò nel bosco di castagni a metà strada verso Hondō. Lui le spiegò che, in un giorno come quello in cui dalla mattina all’alba aveva soffiato un vento terribile, cadevano tante castagne e infatti i due
bambini tra i castagni bassi trovarono parecchi ricci marroni. Tsutomu era
bravo a romperli e a far uscire le castagne lucide. Yuri, invece, anche stando
molto attenta si punse le mani e lanciò un grido di dolore.
La bambina rinunciò a far uscire le castagne con le mani e, pestando timidamente i ricci, li aprì forzando la fessura.
«Ehi! Le tue scarpe coreane sono robuste, eh?!»
Quando Tsutomu cominciò a ridere guardando i piedi di Yuri, si sentì qualcuno parlare in direzione della strada. Era la voce di un uomo giovane.
Yuri tese le orecchie. La parlata chiara di Tōkyō assomigliava molto a quella di
suo fratello Tetsu. Anche Tsutomu si era accorto delle voci ed entrambi i
bambini stettero in ascolto.
Si sentiva una voce di donna.
Sembrava che i due bisticciassero animatamente mentre camminavano per strada.
Yuri e Tsutomu, riempita di piccole castagne la sacca che avevano portato,
scivolarono fuori dal bosco con un fruscio.
I due di prima stavano camminando all’estremità della strada di ritorno dei bambini.
«Tetsu…?»
Yuri non credendo ai suoi occhi per un momento fissò la sagoma di spalle di quelle persone. Poi urlando di gioia si precipitò giù per la discesa.
«Tetsu!»
La ragazzina vide quello che stava avanti voltarsi improvvisamente. Era Tetsu in
persona. L’istante successivo si era gettata di peso tra le grandi braccia del fratello.
“Perché? Perché sei venuto senza dir niente…” Yuri aveva intenzione di rimproverarlo. Ma dopo esser stata abbracciata dal suo
amato fratello non fu in grado di dire nulla. Strofinò il capo sul petto caldo di Tetsu e le lacrime scesero copiosamente.
«Yuri, mi dispiace di averti spaventata. Non piangere. Rideranno a vederti» disse Tetsu mentre cullava la sorellina dopo averla presa in braccio.
La ragazza era Katsuko.
Quando Yuri si rese conto che Katsuko la stava guardando scese dalle grandi
braccia del fratello.
«Sei venuta a raccogliere le castagne? Quando sono arrivato questa mattina eri già andata a scuola e a casa non c’eri» disse Tetsu per giustificarsi. Il fatto che suo fratello avesse incontrato
Katsuko prima di lei era veramente inaccettabile. La ragazza stava in piedi sul
bordo della strada con lo sguardo serio e sembrava voler continuare il
discorso.
Yuri, raccolto il sacchetto di castagne, cercò la figura di Tsutomu. Da sotto i susuki, un po’ più avanti, gli occhi scuri del ragazzino stavano sbirciando.
Poi i due bambini calciando i sassi piatti si incamminarono davanti a Tetsu e
alla ragazza.
Quella sera nella minestra di castagne, specialità della zia Toyo, versarono il consommé di salmone portato in regalo da Tetsu e cenarono in allegria. Il ragazzo aveva
portato una scatoletta di latte per Balbo e la sua famiglia e, senza farlo
sapere alle zie, lo aveva consegnato a Yuri. Questo non era il solito latte in
polvere, era latte condensato dolce e denso e anche Yuri se lo ricordava bene.
La zia Toyo offriva in continuazione cibo al nipote che era talmente dimagrito
da sembrare un altro da quando era venuto in agosto.
«Basta così, per me. Non voglio ingrassare» mormorò Tetsu per scherzo.
La zia Toyo non gli lasciò passare la frase: «Alla tua età hai detto che non vuoi ingrassare? Ma se tutti si stanno irrobustendo per il
proprio paese…»
Tetsu ridendo rispose: «Per il paese? Dire di poter aver fiducia nel paese è bello. A Tōkyō Shin addirittura si alza tutte le mattine alle cinque e va a
lezione di kēndo».
La zia Toyo lo guardò perplessa.
«Tu sei come Tatsuo, vero? Se non stai attento, come tuo padre…» Tirata per la manica dalla zia Oto, la zia Toyo chiuse la bocca.
Yuri stava guardando la fiamma del camino che gettava un’ombra tremolante sulle guance magre del fratello.
La bambina non aveva capito chiaramente quello che si erano detti Tetsu e
Katsuko quel giorno, sulla via del ritorno dove le bianche spighe di susuki si
estendevano ovunque a perdita d’occhio, ma era qualcosa di terribile che normalmente a scuola o a casa della zia
Toyo non aveva mai sentito.
«… Gli uomini senza lamentarsi dedicano la vita alla patria, no? Per questo anche
noi donne vogliamo fare qualche cosa che sia utile per il paese».
«E voi siete venute qui in montagna pensando davvero questo? Che sciocchezza, io…»
«Non è affatto una sciocchezza. Forse è una stupidaggine servire il proprio paese?»
«Soltanto voi che non ne sapete niente vi comportate così e vi sacrificate e intanto ci sono persone che traggono profitto da questa
guerra. Mio padre solo per aver sempre detto che questa guerra era un’idiozia è stato portato via dalla nostra casa… perché in questo paese non si può criticare chi ha il potere».
La risposta della ragazza non si era sentita.
Dopodiché Tetsu e Katsuko si erano incamminati in silenzio per la strada di montagna dove
le spighe dei susuki ondeggiavano gelide.
Yuri ebbe paura dell’espressione sul viso di Tetsu identica a quella del pomeriggio. In piedi vicino
al focolare mise abilmente nel fuoco i piccoli ceppi di legna e in un baleno
una fiamma luminosa si alzò.
«Sei diventata una perfetta bambina di Nojiri, eh? Anche accendere il fuoco ti
viene naturale» disse Tetsu cambiando argomento.
In quel momento l’orologio a pendolo in fondo alla stanza batté fiaccamente le otto.
«Beh, Yuri, è ora di andare a letto. Sei contenta che dopo tanto tempo stasera puoi dormire
con tuo fratello Tetsu, eh? » disse la zia Oto. Al che Yuri si alzò e andò a stendere i loro futon nella stanza in fondo.
Il pomeriggio seguente Tetsu andò con Yuri all’isola di Benten che era sempre davanti agli occhi della bambina. Il ragazzo remò abilmente con una barca bianca presa in prestito sulla riva del lago a casa di
conoscenti della zia Toyo. La brezza era gelida e Yuri aveva le guance
congelate.
Testu raccontò alla sorella che le foglie rosse degli alberi del Kokedera, il tempio del
muschio di Kyoto, erano bellissime. Sull’isola di Benten gli alberi di crittomeria crescevano rigogliosi e i gradini di
pietra ricoperti di muschio continuavano fino sulla cima della montagna.
Quando Yuri arrivò al piccolo tempio congiunse le mani e pregò la dea Benten.
«Fammi tornare a Tōkyō il prima possibile. Poi fa tornare a casa il mio papà sano e salvo e fa che mio fratello Tetsu torni in salute».
Tetsu fece delle fotografie a Yuri all’ombra delle crittomerie di Benten, poi lei si fece mettere a fuoco l’obiettivo e fece una foto al ragazzo.
Guardato attraverso la macchina fotografica Tetsu sembrava molto triste. Yuri
pensò che forse quel giorno era in programma che li raggiungesse anche Katsuko.
E poi, dopo avere attraversato il lago trasparente, arrivarono di nuovo all’imbarco subito sotto la scuola.
Le persone stavano guardando con disapprovazione Yuri e Tetsu. La bambina
sfollata e il fratello che in questo periodo di emergenza andavano in barca
tenendo la macchina fotografica al collo apparivano terribilmente frivoli agli
occhi della gente.
La sera della partenza di Tetsu a Nojiri cadde la prima neve della stagione e il
ragazzo finì con l’andarsene lasciando alla roccia del valico Yuri che voleva accompagnarlo fino
alla stazione. Lo zaino pesante penetrava nelle sue spalle magre. La zia Toyo e
la zia Oto vi avevano messo azuki, mele e farina di grano saraceno per lui che
ritornava a Kyoto passando da Tōkyō.
«Arrivederci!»
«Addio!»
Tetsu salutò finché c’era voce, poi scomparve oltre gli alberi neri che sembravano un dipinto a
inchiostro.
I fiocchi di neve coprirono il cappuccio di Yuri come insettini bianchi. E
qualche fiocco coprì anche le sue ciglia prima di sciogliersi.
Quando ritornò per la strada di montagna tutta sola, la prima neve, cadendo silenziosamente,
proprio come una creatura viva, aveva cancellato completamente le leggere
impronte sue e del fratello.
Il piccione Yahei e Amanejaki
Quando la neve che cadeva di frequente, diventata dura e persistente, si accumulò candida intorno alla casa, anche la freddezza del cuore della gente cominciò a mostrarsi esplicitamente intorno a Yuri.
All’inizio lei non ci aveva fatto caso ma, dopo la seconda visita di Tetsu, sia a
scuola sia nelle case isolate e solitarie sulla montagna, lo sguardo delle
persone nei suoi confronti era via via mutato.
Un giorno, sulla strada del ritorno, passò da casa di Tsutomu. Dal momento che da due o tre giorni a scuola non si vedeva
la sagoma del vivace ragazzino, la bambina aveva deciso di fargli visita.
Indossati i caldi scarponi da neve fatti con la paglia dalla zia cieca Oto,
Yuri era salita a casa del bambino.
Sulla neve immacolata ai lati della strada c’erano qua e là impronte di un uccellino. Erano graziose come quelle di Iris e Robin e davano
una sensazione di allegria come se un uccellino gioioso avesse fatto una
passeggiata sul manto bianco.
Coperta di neve, la casa di Tsutomu stava imponente sotto gli alberi come i
modellini delle abitazioni dei contadini giapponesi fatti di zucchero.
Yuri dalla porta della cucina guardò l’interno buio della casa.
«Buongiorno! Tsutomu!» salutò Yuri, e dalle vicinanze del camino che ardeva luminoso venne la madre del
bambino.
«Signora, Tsutomu sta male?» chiese Yuri alla donna.
La madre di Tsutomu stava squadrandola con sospetto. Sembrava una persona
diversa da quella che le aveva dato dei cachi appena colti l’altra volta che era venuta.
«Io sono una compagna di scuola di Tsutomu. Non è venuto a scuola, quindi…» aggiunse subito Yuri pensando che forse si era dimenticata di lei.
«Tsutomu è influenzato ed è a letto con la febbre» rispose la donna, infastidita, dopo aver guardato il viso preoccupato di Yuri.
«Tu sei la bambina sfollata dei Moriyama? Dove si trova tuo padre?»
Yuri la guardò sbigottita. Da quando era venuta a Nojiri era la prima volta che le veniva
chiesto di suo padre in questo modo.
«Mio padre è a Tōkyō».
«Uhm! Ma dove, a Tōkyō, non lo puoi dire a questa signora, vero?»
La donna, con le sue mani grandi, sbatté rumorosamente la porta della cucina. Questo era come se volesse dire che la
chiudeva in fretta per evitare che una bambina sporca come Yuri entrasse.
Yuri si morse l’unghia del pollice fino al limite e così sopportò il sorriso ironico della donna.
«Signora, faccia a Tsutomu gli auguri di pronta guarigione».
La donna guardò il viso pallido e calmo di Yuri, quando sentì il saluto da adulto chiuse completamente la porta sbattendola e, dall’altra parte, disse: «Tsutomu non giocherà più con te. La nostra è una famiglia onorata di caduti in guerra, non facciamo giocare i nostri figli
con la figlia di un traditore come te!»
Yuri raddrizzò le spalle e ritornò sulla via piena di neve. Si incamminò sollevando il viso per quella strada dove, se di notte si camminava guardando
in su come le aveva insegnato un giorno Tsutomu, il cielo lungo il cammino
diventava chiaro. Ora sopra gli alberi con i rami secchi c’era un cielo azzurro intenso.
“Tsutomu avrà sentito di cosa parlavano Tetsu e Katsuko? Anche io mi sono spaventata di quei
discorsi, ma come avrà fatto a capire anche lui” pensava intensamente Yuri con la testa in fiamme.
“La mamma mi ha detto che il babbo è stato portato in quel posto per sbaglio. Anche se Shin ha detto che è stato messo lì perché è colpevole io credo alla mamma. È certamente una bugia che quel padre così tenero che mi sorrideva in “quel posto” sia un ‘traditore. Se fosse un traditore, sarebbe un traditore anche mio fratello Tetsu
e anche io che sono sua sorella lo sarei”.
Yuri non immaginava che, tra le montagne che sembravano deserte, alcune persone
del villaggio che stavano lavorando avessero sentito ogni parola dei discorsi
di Tetsu e Katsuko. Soltanto passeggiare con una ragazza in un periodo di
emergenza era una cosa deplorevole, inoltre le parole di Tetsu, che dicevano
male dell’esercito e della guerra, avevano alimentato fortemente le antipatie degli
abitanti del paese. In un baleno le dicerie su Tetsu si erano diffuse in tutte
le case del villaggio fino alle persone che fino ad allora avevano taciuto
quello che sapevano sul conto di Moriyama Tatsuo. Convenivano l’uno con l’altro che “era il figlio di suo padre” e facevano a gara a diffondere le loro conoscenze sulla famiglia Moriyama.
Poi anche la mamma di Tsutomu era inorridita avendo saputo che il padre della
silenziosa bambina sfollata era un traditore e carcerato.
Yuri fece di corsa la discesa rimasta per liberarsi delle cose spiacevoli e
ritornò a casa dalla zia Toyo. Quando provò a togliersi i guanti rossi, nell’unghia del pollice della mano destra c’era l’impronta dei denti come un ematoma e aveva delle fitte alla punta del dito. Ma
non disse niente. Come sempre sciolse il latte in polvere per la famiglia di
Balbo. E il bicchiere azzurro placò piano piano il suo cuore.
«Verrà il giorno in cui potrai vivere nuovamente con tutta la famiglia!» sembrava che dicesse il bicchiere.
“Come farò se non posso giocare più con Tsutomu. È sempre stato così buono con me. Se lui mi tratterà male a scuola lo faranno anche tutti gli altri” pensava Yuri tra sé mentre ritornava in cucina dopo aver messo sulla finestra il latte per gli Ash.
Ma nel suo cuore sentiva una voce che le sussurrava: “Va tutto bene, Yuri, non arrenderti!” La bambina pensò che quella sembrava la voce della sua mamma, o forse era la voce di Fern a cui
aveva lasciato il latte.
«Esatto, non mi arrenderò mai!» disse Yuri a voce alta e prima che le fosse ricordato dalla zia Toyo andò a prendere nel capannone buio i ceppi da accendere nel camino.
Dalla stanza in fondo con il ripostiglio a Tsutomu era sembrato di aver sentito
la voce di Yuri.
«Mamma, è venuto qualcuno?» chiese, con la voce di una cornacchia, alla madre che stava in cucina, da
dentro i vari futon non riposti.
«Non è venuto nessuno. Ho solo chiuso la porta perché faceva freddo» rispose la madre seccata.
Tsutomu sospettosamente le domandò ancora: «E allora, mamma, con chi hai detto che non posso giocare?»
Dalla cucina la donna rispose drastica: «Ah, d’ora in poi non giocare più con la bambina sfollata con cui stai sempre, l’altro giorno tuo fratello diceva che suo padre è un traditore e sta in prigione. Quindi tu non giocare più con lei».
Tsutomu non disse nulla.
In fondo alla testa del ragazzo ancora febbricitante il visino bianco di Yuri
andava e veniva. La terribile parola “prigione” e l’immagine di quella bimba sfollata che guardando il tramonto piangeva nella sua
testa non si collegavano in alcun modo. Anche Tetsu, il fratello maggiore di
Yuri che aveva incontrato in montagna e di cui uno dei suoi fratelli più grandi aveva parlato male, nonostante fosse magro e con un viso severo non
sembrava per niente un traditore.
Tsutomu si ricordò una bella cosa e provò a dirla tra sé. “Io giocherò con quella bambina, non ha detto che suo fratello di mezzo andrà alla scuola militare? Lui non è un traditore. Se è così non è una traditrice nemmeno Yuri”.
Così Tsutomu si sentì finalmente tranquillo e si addormentò.
Quella sera nella casa degli esserini Balbo e Fern stesero dappertutto la
coperta di Yuri che si trovava in fondo al cestino, inoltre si avvolsero in
tutti i futon ma anche così rimasero svegli tremando dal freddo. Iris e Robin invece, indossata la
pelliccia di scoiattolo, appena coperti con il solito futon presero sonno
beatamente.
«I ragazzi in questi giorni stanno andando di nuovo fuori, vero?» bisbigliò Fern a Balbo. «No, non ho intenzione di impedirglielo. Quando vedo Iris e Robin tornare qui con
le gote rosse anche io capisco che fuori si divertono molto».
Visto che Balbo non rispondeva Fern continuò.
«E che differenza se parliamo del viso di Yuri di stasera! Poverina! Poverina!
Senza pensarci le ho detto “Yuri, non arrenderti!” Non ho potuto fare a meno di dirglielo. Quella bambina si sta tenendo dentro
qualcosa. Non starà cominciando di nuovo qualcosa di terribile?»
Balbo, trattenendo la tosse, disse: «Non chiacchierare e dormi. Sembra che fuori stia ancora nevicando, almeno dal
rumore!»
Nell’oscurità si sentiva il leggero ticchettio della neve ghiacciata che sfiorava il tetto di
paglia.
Il legno del vecchio soffitto, congelato, scricchiolava.
«Come saranno le cose a Tōkyō adesso? Non sarebbe stato meglio che noi non
fossimo scappati in questo posto così freddo?» disse ancora Fern. Balbo non rispose più.
Così anche lei rinunciò e nascose il viso sotto la trapunta di piume.
Balbo e Fern non sapevano che in quel momento sul cielo di Tōkyō stavano volando
terribili B29 e che venivano gettate incessantemente bombe incendiarie che
bruciavano le case.
Il Giappone stava perdendo la guerra a cui aveva dato inizio. Ma quelli che lo
sapevano erano soltanto il gruppetto di gente che aveva trascinato il paese nel
conflitto.
Tutte le altre persone quella notte dormivano tranquille senza sapere niente
come Iris e Robin. Oppure stavano tremando nel futon senza riuscire ad
addormentarsi per il freddo eccessivo come Balbo e Fern.
E la neve continuò a cadere costante su di loro.
La mattina seguente c’era un tempo magnifico. Iris e Robin infilate le scarpe e indossate le giacche
di scoiattolo ricevute da Amanejaki stavano facendo i preparativi per andare
fuori. I due, per non svegliare i genitori che ancora dormivano, avevano deciso
di scendere con la fune senza far rumore.
In quel momento all’esterno della casa si sentì un intenso frullo d’ali. E anche una voce cara, gru-gru gru-gru gru-gru.
«Yahei!»
«È il signor Yahei!»
Robin e Iris si precipitarono come pazzi di corsa giù dal ripiano. I due sospinsero con un cigolio la finestra colma di neve e
saltarono giù all’esterno abbagliante di luce.
Un piccione stava volando bassissimo sugli alberi.
Il nastro segnaletico, legato in autunno al ramo di un larice da Tsutomu, era
nascosto sotto la neve.
Yahei si accorgerà di Iris e Robin?
Scuotendo con tutte le sue forze la fune di fili di ragno la bambina cercò di richiamare il piccione che volava sugli alberi. Robin cominciò a correre per attraversare il campo con l’intenzione di salire sul larice e scoprire il nastro.
E in quel momento, sulla pianura innevata, si generò un piccolo mulinello che danzava girando e rigirando, facendo schizzare la neve
farinosa.
Yahei dall’alto del cielo notò lo strano mulinello bianco. Nel giardino sul retro della casa una nuvola di
neve lattea si era alzata e qualcosa si stava scatenando con tanta energia.
Il piccione scese dolcemente sul tetto di quella casa con l’intenzione di vedere meglio, al centro del mulinello sembrava esserci un piccolo
insetto di colore rosso peperoncino. In quel momento arrivò dentro il suo orecchio una voce limpida come un pizzico a una corda argentata.
«Si-gnor Ya-hei, si-gnor Ya-hei! Siamo noi, Iris e Robin! Siamo qui!»
Gli occhi tondi del piccione lampeggiarono.
«Gru-gru!» Facendosi sentire Yahei scese dolcemente nel campo di neve. Quando sembrò che il piccolo mulinello bianco avesse sfiorato le sue zampine, una risata
sconosciuta risuonò sibilante. Poi, oltre la nuvola di fumo, apparve la cara Iris che agitava
qualcosa che brillava.
«Iris!» gridò Yahei, e si avvicinò lentamente per non spaventare la piccola amica che finalmente poteva
incontrare.
«Iris, come stai bene! Sono proprio contento!»
«Signor Yahei, sono felice di vederla!»
La bambina rise con il viso roseo come un giacinto fiorito sulla neve.
Sotto gli alberi, nella neve ammucchiata dal vento, Robin stava sbattendo le
gambe. Più si agitava per ritornare in fretta dalla sorella e da Yahei, più non riusciva a muoversi sepolto dalla neve.
«Ah! Ah! Ah!» rise il bianco mulinello vicino all’orecchio del bambino.
«Tu, nel profondo del cuore, stai pensando che non vorresti chiedere il mio
aiuto, vero?»
Di ottimo umore Amanejaki, appena estratto dalla neve Robin, mentre roteava
vorticosamente lo accompagnò in un baleno da Iris e Yahei.
Yahei stupefatto guardava Amanejaki. Poi si accorse di Robin e disse con
affetto: «Robin, sono felice! Ci siamo riuniti! Potreste dire al vostro amico di rimanere
fermo per un momento? Mi gira la testa».
Quando Amanejaki lo sentì, come una talpa che vuole scuotere le pulci da tutto il corpo cominciò a danzare sulla neve senza freni. Sembrava proprio che nel cortile sul retro ne
fossero comparsi dieci come lui.
«Più veloce! Più veloce! Più veloce! E poi vienimi vicino!» disse Iris, abituata a trattare con il ragazzetto, atteggiandosi da sorella
maggiore. A quel punto il modo di girare di Amanejaki divenne improvvisamente
tranquillo. E mostrando il lampeggiante gilè rosso sparì nel bosco oltre il giardino.
«Ma cos’era quello?» chiese il piccione Yahei estremamente stupito.
E così Iris raccontò a Yahei del loro nuovo amico bizzarro. «A quel ragazzetto piace provare a indovinare in anticipo quello stiamo per dire.
E poi se desideriamo qualcosa, basta dire il contrario. È un amico molto divertente. Inoltre è molto gentile. Anche adesso, se non ci fosse stato lui, noi non ti avremmo
incontrato, no?»
Dopodiché Iris disse a Yahei del segnale sul larice.
«Adesso capisco. Avevo pensato che vi foste dimenticati di me. Dalla fine di
agosto sono venuto a Nojiri e ho cercato tanto! Ma che bello che finalmente ci
siamo incontrati, vero? Noi adesso abitiamo in un paese un po’ più caldo di qui, ai piedi di questa montagna, proprio di fronte al lago».
«Hai detto noi, sono venuti qui anche tuo padre e tua madre?» lo interruppe Robin.
«No, loro sono a Nagano» disse Yahei un po’ imbarazzato. «Mentre vi cercavo ho incontrato una graziosa colomba e adesso vivo con lei».
Poi Yahei disse a Iris: «Anche lei desidera tanto incontrarvi. Il motivo è che le piace moltissimo questo nastro color arcobaleno e, siccome lo
desiderava, io le ho spiegato che, essendo questo il segno di riconoscimento
dei miei preziosi amici Iris e Robin, non glielo potevo dare. Allora lei mi ha
detto che, quando ci saremmo riuniti, mi sarei dovuto far dare un altro nastro».
Iris scoppiò a ridere e promise di regalare con piacere un nastro alla sua compagna.
«Yahei, dopo tutto questo tempo mi prendi su? Quanto ho desiderato volare in
cielo sulla tua groppa!»
Questa volta fu Robin a chiedere. Al che Yahei presentò con gioia il suo dorso argenteo.
«Ah! Finalmente ci siamo riuniti! Per di più gli amici ora sono diventati due. Fa che noi e questi piccioni non ci separiamo
mai più!» disse Iris, tirando un sospiro di sollievo, mentre agitava la fune scintillante
in direzione di Robin che stava sulla groppa di Yahei.
L’ultimo bicchiere di latte
L’inverno di Nojiri aveva congelato qualsiasi cosa, sia l’acqua del pozzo, sia i vasetti degli ortaggi conservati, sia il latte della
famiglia di Balbo e, dopo il Capodanno, venne febbraio che ne aumentò sempre più il rigore.
Fern e Balbo, prostrati dalla fame e dal freddo, non si allontanavano dal letto
per tutto il giorno.
Qualche volta Yuri scaldava con le ceneri del camino dei sassolini e li portava,
avvolti in un panno, nella loro casa. Per loro quello era il solo
riscaldamento.
Proprio come aveva temuto Fern, andare a scuola per Yuri sembrava molto duro. Ma
la bambina non diceva una sola parola di lamentela alle zie. All’inizio Tsutomu giocava con lei soltanto in classe, ma dopo esser stato
severamente rimproverato dalla madre anche se incontrava Yuri sulla strada di
scuola faceva finta di non vederla. Così in quei giorni Yuri, allontanatasi dagli altri, non giocava più con nessuno. Tornata direttamente a casa, intrecciava sandali di paglia vicino
al camino imparando dalla zia Oto, attività che gli scolari avevano come compito. Inoltre aveva imparato a intrecciare la
corda destinata al governo.
A febbraio le incursioni aeree su Tōkyō e Osaka divennero più violente e anche tra le montagne di Nojiri circolavano voci di ogni genere.
Il piccione Yahei raccontò a Iris che nella cittadina in cui viveva erano arrivati tanti bambini sfollati
e la notte, quando la radio annunciava che gli apparecchi nemici si dirigevano
verso Tōkyō, molti di loro cominciavano a piangere preoccupati per i genitori.
Ogni tanto Yahei veniva a trovare Robin e la sorella con la sua sposa dalle
piume bianche. Stavano già pensando con eccitazione che, finito l’inverno, si sarebbero trasferiti nel bosco vicino a loro.
Un giorno di marzo il piccione, trovata una piantina di primule sbocciate sotto
la neve, si affrettò verso la montagna di Robin e Iris.
«È primavera! La primavera sta arrivando!»
Yahei voleva trasmettere subito questa buona notizia agli amici, per questo era
arrivato in gran fretta con il fiore.
Ma nella casa di Robin tra le montagne c’era un silenzio di tomba. Yahei dalla finestra-renji della casa infilò delicatamente dentro il fiore di primula. Poi, come sempre, volò verso il bosco di larici.
Gru-gru, gru-gru! chiamò.
Dopo poco uscì Robin da solo.
«Che è successo? Robin, non stai bene? Comunque la primavera è arrivata fin qui. Hai visto il fiore che ti ho portato, vero?» chiese Yahei con vigore.
Robin scosse il capo.
Yahei lo guardò stupito.
«Che c’è? Ti senti male?»
Robin scosse il capo di nuovo. Poi come spingendolo fuori disse:
«La casa di Tōkyō è bruciata. Anche la nostra stanzetta dei libri è bruciata. Yuri, poverina, sta male».
Yahei rientrò la testa nelle spalle e spiegò le ali.
«Yuri sta molto male?»
Robin scosse il capo come per dire che non lo sapeva.
«Anche Iris ha pianto con lei. Yuri ha la febbre alta e ogni tanto piange mentre
sogna».
Yahei scosse il capo con aria compassionevole.
«Accidenti! Anche quella casa è bruciata! Quella casa antica all’ombra dell’olmo! Ah, allora io adesso me ne vado. Quel fiore dallo a Yuri. Diglielo che la
primavera sta arrivando, eh?»
Robin, dopo aver seguito con lo sguardo il grosso amico che spariva nel cielo
oltre il bosco, se ne tornò in casa molto lentamente.
Raccolse il fiore di primula caduto dalla finestra; quando si avvicinò al futon di Yuri, la bambina stava dormendo senza muoversi.
La zia Oto, che aveva passato tutta la notte con lei, se ne era andata nella
stanza del camino e, a parte il tic tac dell’orologio a pendolo nella camera, non si sentiva nessun rumore.
Al capezzale di Yuri era rimasta una lettera semiaperta. Era quella della
signora Tōko inviata per mettere al corrente con toni misurati dell’incursione aerea del dieci marzo.
Il dieci marzo la nostra casa è bruciata. In questo momento considero con serenità che avervi mandato a Nojiri sia stato davvero un bene. Anche se fino ad ora
avevo pensato tante volte che aver allontanato la piccola Yuri da me forse era
stato un errore. Yuri, se tu e “loro” foste stati qui quella terribile notte dell’incursione aerea quanto avrei dovuto preoccuparmi!
Tuo fratello Shin è stato bravissimo. Molto più calmo di me ha messo nel rifugio tutte le cose che dovevamo portare fuori. Le
bombe incendiarie cadevano come pioggia di fuoco e io guardavo bruciare gli
olmi del nostro giardino come alberi di Natale accesi tutti nello stesso
istante. Le fiamme divampavano qua e là anche in quel poco di prato rimasto e nell’orto dove coltivavo le patate e in breve sono stata circondata dal fuoco. Shin
mi ha afferrato la mano e si è lanciato verso un posto dove non arrivavano le fiamme. Io e la moglie del
signor Ikeda, il nostro vicino, ci siamo incrociate nel fumo anche se
normalmente non parlavamo molto, ci siamo salutate con affetto e allontanate
per due diverse direzioni e da allora non l’ho più vista.
La mattina dopo quando sono tornata lì la nostra casa non c’era più. Nei resti della nostra amata stanzetta soltanto la cenere ammucchiata a forma
di libro stava ancora fumando.
Ah! È bruciato tutto! Però tu e “loro” state bene, e anche Shin, Tetsu e il babbo sono salvi. Pensando a questo mi
sono fatta forza e sono andata a cercare una casa dove stare.
Adesso io e Shin siamo nel posto dell’indirizzo. Da qui andare a trovare tuo padre è più facile rispetto a prima.
Yuri, cerca di star bene. Ti abbraccio. Tanti saluti anche da tuo fratello Shin.
Il giorno prima, quando era arrivata questa lettera, Yuri aveva dovuto leggerla
davanti alle zie. Quando la bambina aveva finito la zia Toyo aveva detto che la
signora Tōko era senza spina dorsale, e chiesto che modo fosse quello di
fuggire senza spegnere le fiamme dove le bombe incendiarie del nemico erano
cadute.
Premendo i denti sull’unghia Yuri si era morsa un dito e aveva tenuto fermamente gli occhi bassi. Poi,
andata a prendere la legna nel capannone, non aveva fatto ritorno per lungo
tempo.
La sera tardi le era venuta la febbre. Aveva avuto un attacco che pareva l’asma dimenticata da molto tempo. Era un dolore come se non riuscisse a
respirare. La zia Oto, sempre vicina, le frizionava la schiena. Quindi Yuri,
che voleva allontanarsi da lei, in sogno piangeva e ansimava.
Per tutta la notte negli occhi della bambina c’erano state le fiamme rosse che scintillavano. Tanti grandi olmi che bruciavano
come alberi di Natale. All’ombra di questi la casa era diventata una massa infuocata le cui scintille
salivano fino al cielo. All’interno la voce di Balbo e Fern che chiamavano: «Aiuto! Aiuto! Anche Robin e Iris moriranno bruciati…» «No! No! No! Non dovete morire bruciati!» aveva gridato Yuri contorcendosi. Tra le scintille che salivano al cielo
sentiva la voce di Iris e Robin: «È finita, Yuri, addio! Tu non ci puoi aiutare! Addio, Yuri! Addio!»
Annusando il fresco profumo della primula Yuri aprì gli occhi. Un fiore bianchissimo e dalla fragranza intensa era ritto vicino al
suo cuscino. All’ombra di quello il piccolo Robin guardava verso di lei con aria preoccupata.
“Ah! meno male! Grazie al cielo! Robin e gli altri non sono morti! Robin è proprio qui”.
Yuri allungò la mano cercando di prendere il fiore ma, come se l’avessero picchiata in tutto il corpo, non ebbe la forza di muoverla.
«Grazie!» disse con gli occhi al piccolo Robin. Lui si avvicinò timidamente e pose la primula in un angolo del futon. Poi, sollevando lo
sguardo, con gli occhi marroni che scintillavano come per augurarle di guarire
presto, se ne andò.
Verso l’ora di pranzo la zia Oto venne con passo strisciante e mise la mano sulla fronte
di Yuri. La mano fresca della zia era una sensazione piacevole per la bambina.
«Cosa desideri?» chiese la donna. «Ti preparo quello che vuoi. Dimmi cosa vorresti mangiare».
Yuri non riusciva a rispondere. In quel momento avrebbe voluto qualcosa di
fresco e di dolce. Chiuse gli occhi pensando a come si chiamava quella cosa
fresca e dolce che la signora Tōko le portava sempre quando era malata. Il
gelato? Le mele cotte? Esatto! Quello che desiderava in questo momento era la
mela cotta tagliata a fettine, zuccherata e lasciata raffreddare.
La zia Oto vedendo che Yuri non rispondeva disse di nuovo: «Se non mangi qualcosa non guarirai presto. Ieri sera hai ripetuto tante volte
che volevi il latte, ma non c’era una scatoletta di latte nella tua borsa di emergenza?»
Il cuore di Yuri ebbe un sobbalzo. La sera prima delirando per la febbre aveva
parlato del latte? Oppure la zia cieca si era accorta già da tempo di Balbo e degli altri del Piccolo Popolo? Nella testa stanca di Yuri
frullavano tanti pensieri.
“Se adesso dico che voglio il latte la zia Oto aprirà quello condensato nella scatoletta per la famiglia di Balbo e me lo preparerà. Se io non lo bevo tutto posso farlo bere a loro. Ma andrà bene fare così? Il latte per loro dovrei versarlo con le mie mani nel bicchiere azzurro… Ma se non posso alzarmi per giorni prima o poi lo devo chiedere alla zia, se
glielo chiedo adesso andrà bene lo stesso, no?”
Il suo cuore batteva forte. Poi, preso coraggio, chiese alla zia: «Zia, mi prepari un po’ di latte…»
La zia Oto, sollevata, si alzò e se ne andò in cucina.
Yuri era molto preoccupata di come la zia cieca avrebbe potuto fare un buco
nella scatoletta. E come faceva la zia a sapere della scatoletta nella borsa?
Subito dopo la donna entrò portando un vassoio con una tazza piena di latte caldo. Era la prima volta che
la bambina vedeva quella tazza. La zia Oto si sedette al suo capezzale con l’intenzione di farglielo bere. Quello che desiderava lei era latte freddo.
«Zia, più tardi, lo bevo più tardi…» le disse.
La zia Oto pose la tazza sul vassoio e ancora una volta sentì la fronte della nipote. La bambina chiuse gli occhi senza muoversi.
Dopo aver controllato per un po’ le sue condizioni la zia silenziosamente se ne andò.
E subito dopo Yuri aprì gli occhi. Il latte fumava ancora.
«Robin! Iris! Venite! Venite a prendere il latte!» sussurrò con la bocca secca.
«Portate il bicchiere azzurro, prendete il latte, presto!»
I piccoli esserini sentirono la voce di Yuri. Balbo e Fern si scambiarono un’occhiata.
Immediatamente Iris cominciò a preparare la corda per andare a prendere il latte.
«Andrà bene anche se facciamo così?» mormorò Fern timorosamente.
Come se non si potesse fare altrimenti Balbo disse ai figli: «Andate e prendete il bicchiere. Se sentite rumore di passi non fiatate. Se
quella donna non sente niente non può accorgersi che ci siete…»
Robin e Iris, usando la corda, scesero portando in braccio il bicchiere azzurro
che stava dietro il cappello di paglia. E poi, saliti sul vassoio senza fare
rumore, versarono il latte nel bicchiere dalla tazza che emanava calore. Il
debole rumore del bicchiere che sfregava l’orlo della tazza fece battere violentemente il petto di Iris. Robin leccò il latte giunto all’orlo del bicchiere. Yuri aveva gli occhi chiusi.
I due esserini con passi furtivi portarono il bicchiere sullo scaffale. Quello
fu un lavoro faticoso. Nonostante tutto quel giorno grazie a Yuri la famiglia
di Balbo poté bere a piacimento il latte condensato diluito, caldo e anche dolce.
Yuri dopo un po’ aprì gli occhi. Il latte del bicchiere era diminuito circa della metà. Allungò le mani tremanti e prese la tazza, poi assaggiò il latte che si era raffreddato. Quello era esattamente il sapore del gelato
che aveva desiderato prima, prese la tazza con entrambe le mani e tracannò il latte.
Poco dopo quando la zia Oto entrò silenziosamente, la bambina stava dormendo. La zia a tastoni si rese conto che
la tazza era vuota. Dopo aver rimesso a posto il futon la portò via.
In questo modo cominciò lo strano pasto in comune tra Yuri e la famiglia di Balbo. La febbre della
bambina non diminuì per parecchi giorni. E poi lei oltre al latte non poteva prendere veramente
niente. Pure la zia Toyo era preoccupata e anche se era andata lontano per la
strada innevata a prendere le uova e a comprare le mele, Yuri detestava le uova
crude appiccicose. A parte mangiare con piacere le mele grattugiate dalla zia
Toyo, per circa dieci giorni non chiese altro che latte.
Fortunatamente Robin e Iris lo andavano a prendere dalla tazza al capezzale di
Yuri senza mai insospettire la gente grande.
«Balbo, fino a quando possiamo andare avanti così?» chiedeva qualche volta Fern un po’ in ansia. Per una persona all’antica come lei era impossibile non preoccuparsi nel mangiare dallo stesso
bicchiere degli esseri umani. Naturalmente che loro dovessero vivere bevendo il
latte portato da questi nel bicchiere azzurro era il pensiero di una
tradizionalista come Fern.
Iris e Robin ridevano della credenza della loro mamma. Ma in breve la sua
preoccupazione assunse una forma diversa.
«Iris! Robin! Cosa avete fatto? Non è che avete versato un po’ di latte mentre lo portavate?» chiese un giorno la donnina ai figli, vedendo che il bicchiere azzurro pieno
per circa due terzi.
«Oggi non c’era che questo» disse calma Iris.
«Yuri ha bevuto prima di noi, di solito invece ce lo lascia prendere prima» aggiunse quasi lamentandosi Robin, ricordandosi quanto era stato difficile quel
giorno versare il latte nel bicchiere dal fondo della tazza.
Fern non disse niente.
Il giorno dopo il contenuto del bicchiere azzurro portato da Robin e Iris era
poco più della metà.
Fern sospirò.
«Pazienza! Yuri sta guarendo. Quando si è sulla via della guarigione viene un grande appetito» esclamò Balbo per farsi coraggio.
Il giorno successivo il contenuto del bicchiere azzurro era precisamente a metà. Fern tirò fuori il formaggio di riserva e lo mise sulla misera tavola.
Il giorno seguente i piccoli esserini da sopra il ripiano videro Yuri che
cercava in tutti modi di resistere e non toccare la tazza. All’inizio aveva bevuto solo una sorsata di latte, dopodiché si era infilata sotto il futon. Poi mentre Robin e Iris stavano scendendo dallo
scaffale, la bambina, non riuscendo a trattenersi, aveva tirato fuori ancora
una volta una mano dal futon, bevuto il latte in un fiato e si era rimessa
sotto le coperte.
Quel giorno il poco latte che Robin e Iris riportarono a casa era circa un terzo
del bicchiere azzurro.
«Yuri non pensa più a noi?» fece Robin con una smorfia. «Yuri dovrebbe sapere che noi non abbiamo altro da mangiare oltre a questo!»
Sia Fern che Balbo rimasero in silenzio. Iris, sul punto di scoppiare a
piangere, si ritirò nell’angolo della stanza.
L’indomani Yuri chiese alla zia Oto di preparare il latte, ma la zia a disagio
disse: «Yuri, oggi è l’ultimo giorno. Mescolandolo con il tuo in polvere in qualche modo siamo arrivati
fino a oggi. D’ora in poi fa’ la brava, mangia il riso e il brodo senza metterci in difficoltà».
Yuri trasalì e si alzò a mezzo busto.
«Zia, davvero non c’è più latte?» Sorpresa del modo furioso di Yuri, la zia Oto sgranò gli occhi che non vedevano.
«Adesso non ce ne è proprio più. Pensaci. Ormai sono più di quindici giorni da quando ti sei ammalata e in questo periodo non hai voluto
bere altro che quello, no?»
Sentendo che Yuri inaspettatamente era scoppiata a piangere a dirotto la zia Oto
aggrottò le sopracciglia. Essendo stata coccolata durante la malattia Yuri era diventata
proprio come un neonato, ma se avesse capito che il latte era finito
completamente avrebbe cominciato a mangiare qualsiasi cosa…
Pensando così la zia Oto andò in cucina a riscaldare l’ultimo latte per lei.
Yuri si morse con forza la punta delle dita e continuò a piangere dentro il futon. “Perdonatemi! Balbo! Fern! Iris! Robin! Mentre pensavo che non dovevo, non dovevo… ho finito per bere tutto il vostro latte! Anche se avevo capito che presto
sarebbe finito, pensando che ancora un pochino si poteva, ancora un pochino… me lo sono bevuta tutto sino a finirlo completamente! Se da domani non ci sarà più che succederà a voi? Io adesso non posso andare a chiedere a Tsutomu. Sono a letto malata,
non posso andare a Hondō. C’è ancora tanta neve fuori. Ahimè! Cosa devo fare? Robin! Iris! Non morirete subito vero?”
La piccola sentì i passi striscianti della zia vicino al letto.
Come sempre posato il vassoio la donna se ne andò.
Lacerata dal desiderio di bere il latte e dalla preoccupazione di non far morire
Iris e gli altri… Yuri nel futon si morse le dita.
“Presto! Presto! Prendetelo! Almeno per l’ultimo latte che il bicchiere azzurro sia pieno fino all’orlo!”
Quando Yuri sporse il viso dal futon sopraffatta dal desiderio di bere, il
contenuto della tazza era diminuito di metà.
Per fortuna! Pensò Yuri, e tracannò quello rimasto.
“Domani… domani pregherò la zia Toyo e sicuramente si procurerà il latte di capra!”
Il giorno dopo la zia Toyo, sentita la richiesta disperata di Yuri, era uscita
nella neve portando il riso da scambiare.
Ma in quel freddo marzo non aveva ottenuto neanche una goccia di latte da far
bere alla bambina malata.
«Yuri, accontentati del brodino di riso, su, cerca di non essere così capricciosa…»
Per quanto fosse lusingata dalla zia Oto, Yuri non aprì bocca.
Poi la sera sentì il frullo d’ali di un piccione nel giardino davanti a casa e di colpo rabbrividì.
Da quella sera le tornò nuovamente la febbre e il sogno dell’incendio si ripresentò violentemente.
Da dentro la stanzetta dei libri che bruciava, accesa di rosso infuocato, si
sentiva la voce di Balbo e Fern. «Aiutaci! Aiutaci! Yuri, aiutaci!»
Yuri agitandosi gridava «No! No! No! Non voglio che voi moriate fra le fiamme! Iris! Robin! Non dovete
morire bruciati!»
Una separazione improvvisa
Il giorno dopo che Yuri aveva ricominciato a stare male, una ragazza sconosciuta
era venuta a trovarla a casa della zia Toyo.
Quella fanciulla, con un foulard avvolto in testa e coperta di neve, aveva detto
di aver saputo dalla gente del villaggio che la bimba sfollata dei Moriyama era
malata, ed era venuta a farle visita.
«Mi era stato chiesto da Tetsu tempo fa. Desiderava che qualche volta facessi
bere un po’ di latte di capra alla sua sorellina. Adesso, anche se non è il periodo della mungitura, ho portato almeno questo per Yuri».
La zia Toyo guardò sospettosamente questa ragazza giovane. Poi aveva capito che era una dell’associazione Sale della terra, sfollata da Tōkyō a Hondō.
Più di qualsiasi altra cosa le era grata per il latte, quindi la fece entrare nella
stanza della nipote.
La bambina stava dormendo tranquillamente.
Katsuko si commosse vedendo la figura di Yuri che dormiva appiattita come se lì ci fosse soltanto il futon.
Con delicatezza le passò le dita tra i capelli arruffati sopra il cuscino sporco. A questo gesto Yuri
aprì gli occhi e con stupore vide Katsuko.
«Yuri, non spaventarti, sono io! Bevi il latte di capra e guarisci presto, eh?» disse la ragazza posando al suo capezzale una bottiglia di latte. Dagli occhi
di Yuri cominciarono a scendere copiose lacrime. Le lacrime scendevano
irragionevolmente una dopo l’altra.
Yuri mormorò qualcosa.
«Che cos’è stato troppo tardi? La mia visita?»
La bambina scosse la testa e poi disse qualcos’altro, ma di quello che diceva Katsuko non riuscì a capire altro che: «È tardi! È troppo tardi!»
I suoi occhi stavano guardando il soffitto.
Katsuko si sentì inquieta. Si rese conto che la situazione di una bimba piccola come Yuri così tutta sola che si disperava a quel modo non era una cosa da poco. Le accarezzò il capo e come un dottore disse: « Dimmi a cosa stai pensando. Farò tutto quello che posso, Yuri. Dimmi tutto quello che ti preoccupa!»
La bimba rimase in silenzio per un bel po’, poi improvvisamente cominciò a piangere calde lacrime singhiozzando.
«Se ne sono andati! Se ne sono andati! Se ne sono andati!» ripeteva piangendo.
«Chi? La mamma? Tuo fratello Tetsu?» domandava accorata Katsuko e anche lei era sul punto di piangere.
Yuri scuoteva il capo.
Infine, preso coraggio, con lo sguardo fisso disse: «Guarda se sotto quel cappello c’è un bicchiere azzurro!»
Katsuko come le era stato chiesto si alzò in piedi e guardò sotto il vecchio capello di paglia. Un piccolo bicchiere di un bell’azzurro era esattamente dove aveva detto Yuri.
La ragazza porse il bicchiere alla bambina che lo prese con entrambe le mani e
lo accarezzò teneramente.
Dopo, guardando dritto negli occhi Katsuko, aggiunse: «Mi dici se sopra quel ripiano del soffitto vedi qualche cosa? Dietro a quei
libri lassù».
Anche questa volta Katsuko, come le era stato chiesto, sbirciò in fondo al ripiano scolorito, servendosi del baule vicino come sgabello.
«Non c’è niente qui! Questo libro… c’è soltanto questo libro».
Katsuko prese il libro giallo e si sedette al capezzale di Yuri.
Quello era il prezioso libro della tigre che Robin aveva lasciato.
«Oltre a questo non hai visto niente? Niente di niente?»
Katsuko in silenzio fece un cenno con il capo.
La piccola Yuri aveva smesso di piangere e stava guardando distrattamente il
libro illustrato di Robin.
Ormai fuori si era fatto buio. Katsuko, temendo di trattenersi troppo a lungo in
una casa dove era venuta per la prima volta, disse alla piccola: «Posso venire a trovarti ancora?»
La bimba annuì debolmente.
«Bene, allora alla prossima volta. Ti porto il latte di capra. Poi a primavera
quando potrai andare a scuola vieni a trovarmi anche tu, eh?»
Yuri assentì di nuovo debolmente.
«C’è qualcosa che posso fare per te?»
Yuri ci pensò un momento e rispose decisa: «Il latte di capra… versalo in questo bicchiere e rimettilo nel posto di prima!»
Katsuko, mentre si sentiva inquieta per le parole di Yuri che delirava per la
febbre, fece esattamente come la piccola bimba le aveva chiesto.
«Grazie!» disse Yuri. Per la prima volta una specie di sorriso le affiorò agli angoli della bocca.
Come una sorella maggiore Katsuko sprimacciò gentilmente i bordi del futon della malata e si congedò.
La zia Toyo e la zia Oto la accompagnarono, ringraziandola di cuore e
invitandola a tornare ancora.
Da una lettera di Tetsu Katsuko aveva da poco saputo che il giovane, ammesso all’università di Kyoto, il venticinque marzo era entrato in aviazione da qualche parte.
Il dieci la casa di Tōkyō era bruciata e adesso il ragazzo era entrato nell’esercito che detestava tanto. Katsuko desiderava almeno informarlo della
condizione della sorella ma il risultato della visita aveva reso il suo cuore
sempre più oscuro. Da quando era arrivata lì che cosa aveva perso quella piccina? Che cos’era quella disperazione più grande del dolore di essere separata dalla famiglia?
Mentre saliva la strada di montagna la ragazza pensò che avrebbe fatto qualsiasi cosa per vedere affiorare l’ombra di un sorriso sul magro viso della piccola Yuri. Quella bambina aveva
bisogno di amici. “Se in primavera inizieremo di nuovo gli incontri dei bambini proverò a farle fare qualcosa”.
Katsuko, calpestando la neve gelida, ritornò a casa da sola sotto le maestose nuvole rosse del tramonto.
Nella casa di Amanejaki
Finalmente il lungo inverno finì e giunse la fine di aprile. La neve sulle montagne lontane andò sciogliendosi esattamente al contrario di come era arrivata: prima il Monte
Iizuna, poi il Monte Kurohime, poi il Monte Myōkō; senza sparire del tutto
chiazze bianche rimanevano vicino alla cima del Kurohime e sopra il Myōkō la
neve brillava argentea come d’inverno.
Nel bosco sulle sponde del lago gli uccellini di montagna cominciavano a cantare
simultaneamente nell’alba azzurrina e continuavano fino al tramonto del sole; anche questo era un
piacere tipico dell’inizio della primavera.
Robin passeggiava tra i fiori con la sacca sempre appesa alla spalla. Erano
sbocciati tutti insieme in prossimità del terreno viole, denti di leone, lingue di cane, un po’ più in su fiori di cotogno color cinabro, poi quelli sulla cima degli alberi più alti: ciliegi, magnolie, prugni, albicocchi e altri ancora e i dintorni erano
pieni del ronzio delle api.
«In montagna la primavera arriva dal basso!»
Come aveva detto Amanejaki, stranamente parlando sul serio guardando i piedi
delle montagne vicine, solo quindici giorni prima la primavera montana aveva
tinto di un leggero rosa la macchia a cominciare dal basso e adesso la montagna
fin sulla cima era avvolta del caldo rosa dei germogli. Il sottobosco era in
piena fioritura.
Robin camminava con passo spedito mentre raccoglieva il dolce nettare dei fiori
tra i petali di viola. Gironzolare quando comincia la primavera era un piacere
che non aveva potuto neanche immaginare durante i lunghi anni passati chiuso in
casa. L’anno passato proprio in questo periodo per la prima volta in vita sua aveva
visto l’inizio della primavera a Tōkyō. Ma anche se si era stupito di tanta bellezza, la
meraviglia di Nojiri non era cosa da paragonare a quella di Tōkyō.
Però durante questa così piacevole passeggiata c’era una preoccupazione: essersi separati da Yuri senza dirle nulla.
Quel trasloco affrettato Robin se lo ricordava come se fosse successo il giorno
prima.
Tutto era cominciato improvvisamente la sera in cui si era capito che da allora
in poi non si sarebbe più avuto il latte da Yuri.
L’arrivo del piccione Yahei con la colomba bianca era stato una delle cause
scatenanti, ma se non fosse venuto Amanejaki il trasloco quel giorno non ci
sarebbe stato.
Mentre dalle vicinanze del bicchiere azzurro vuoto i piccoli esseri stavano
guardando giù il viso di Yuri che dormiva, nel giardino sul retro si era sentito il fruscio
delle foglie dell’albero. Quando avevano provato a dare un’occhiata dall’apertura della finestra il piccione Yahei e Amanejaki stavano facendo loro un
cenno.
«Presto, venite! Venite a casa mia! Ormai non potete più stare lì…» aveva comunicato con vigore, ma soltanto a gesti, Amanejaki mentre correva qua
e là roteando nel giardino.
«Ma così abbandoniamo Yuri che è malata» aveva risposto sempre a gesti Iris.
«Ma… voi, se gli umani non vi danno più il latte dovete subito andarvene da quel posto. Questa è la vostra regola, no?» aveva comunicato l’altro ancora gesticolando freneticamente mentre, nel giardino dove si era già accumulata la neve, si dimenava ormai come un folle.
Il piccione Yahei e la colomba bianca, naturalmente sempre a gesti, erano
intervenuti: «Presto, presto! Saliteci in groppa proprio come dice Amanejaki, preparatevi
subito al trasloco».
Balbo e Fern, Robin e Iris si erano scambiati uno sguardo.
Indubbiamente il latte era finito e, come aveva detto Amanejaki, era arrivato il
momento di andarsene.
«Ma… ma… e Yuri? Non è colpa sua…» aveva balbettato Iris quasi ansimando.
Tuttavia Fern, dopo aver fissato gli occhi sullo strano esserino, aveva detto
risolutamente al marito: «Balbo, noi andiamo. Da quando abbiamo cominciato a bere il latte da un solo
bicchiere insieme a Yuri ho avuto un terribile presentimento, perché da quel momento abbiamo cominciato a infrangere le regole. Adesso noi non
possiamo più stare qui. Iris! Robin! Preparatevi! Come dice questo ragazzetto, seguiamolo.
Anche perché non c’è un’altra strada» aveva detto con voce dispiaciuta, tornando al loro ripiano e cominciando a
mettersi le scarpe nuove. Sia Balbo che Robin e Iris seguendo le parole di Fern
avevano iniziato i preparativi per il trasloco. Da sopra il giardino in
penombra Amanejaki aveva fatto un gesto che significava “passatemi i bagagli!” I quattro esserini unendo le proprie forze avevano gettato la coperta grande
dalla finestra.
Amanejaki si era trasformato immediatamente in un piccolo mulinello e l’aveva portata via.
Yahei e la sua sposa bianca, con le zampine, avevano preso uno per uno i pesanti
bauli di Fern e Balbo andando avanti e indietro.
Amanejaki lavorava alacremente portando in più viaggi il futon di Balbo e Fern e persino gli utensili da cucina.
Alla fine era rimasto il libro di Robin.
Ormai non avevano la forza di trasportare fino alla finestra quel testo tanto
pesante.
«Lascia perdere! Questo lasciamolo per Yuri. Sarà il nostro messaggio di addio» aveva suggerito Balbo a Robin.
Il piccolo aveva scosso la testa riluttante, ma dopo essere rimasto in silenzio
per un po’, alla fine aveva accettato: «Va bene! Lo lascio per Yuri… tanto torneremo qui un giorno».
Iris, in silenzio, aveva infilato tra le pagine del libro il nastro più bello tra quelli che aveva fatto.
«Gru-gru!» li aveva sollecitati Yahei con un tono basso.
I quattro ancora una volta avevano guardato giù, Yuri, malata. La bambina aveva gli occhi chiusi.
«Yuri, quando potrai ancora mettere tutti i giorni il latte su questa finestra
noi torneremo sicuramente!»
«Yuri, guarisci presto! Ti lasciamo il bicchiere azzurro» avevano detto Balbo e Fern. Iris e Robin, senza dire invece nulla, piangevano
singhiozzando.
“Quando capirà che ce ne siamo andati sarà incredibilmente afflitta! Vorrei poterglielo dire che non siamo arrabbiati con
lei…”
“Yuri! Yuri, addio! Fino a che questa terribile guerra non sarà finita e io non potrò tornare da te non dirò più una sola parola. Comincio un lavoro ai ferri come una preghiera perché tu e gli altri della famiglia Moriyama possiate sopravvivere a questo
miserabile periodo…” dissero nel proprio cuore Robin e Iris. Poi il fioco addio era stato
pronunciato con un tono impercettibile dalla bambina.
Gli esserini, usciti dalla casa dove si erano abituati a vivere per sei mesi,
erano saliti sulla groppa dei piccioni, voltandosi e rivoltandosi indietro.
Balbo e Fern su quella di Yahei, Iris e Robin su quella della sua bianca
compagna, tutti con indosso i cappotti di pelo di scoiattolo.
I due piccioni con un rumoroso ed energico frullo d’ali erano volati oltre il boschetto di larici dove, su una collinetta ricoperta
dalla macchia, si trovava la casa di Amanejaki.
Lì c’era un piccolo santuario.
Qualsiasi fosse la divinità a cui era dedicato, era un santuario molto antico, sul tetto si erano
ammucchiate le foglie marce e sulla base era cresciuto il muschio.
Da dietro il santuario Amanejaki aveva guidato la famiglia di Balbo all’interno della stanza.
Il piccione Yahei e quello bianco erano tornati a casa nella penombra del
crepuscolo. Il santuario era molto stretto e i due grossi amici non potevano
passarci la notte.
Fern aveva tirato un sospiro di sollievo poiché l’interno di questa strana stanza era più pulito e chiaro di quanto avesse immaginato. Sotto la fioca luce della lampada
fatta a mano i quattro avevano cominciato immediatamente a mettere in ordine i
bagagli del trasloco.
Dopo essere uscito Amanejaki aveva portato dell’acqua attinta da un limpido ruscello vicino. «Oh!» aveva esclamato Balbo appena intravisto il secchiello. Quello era un bicchiere
di metallo color argento che aveva il marchio di un famoso produttore di whisky
inglese.
«Senti, ma perché…» aveva iniziato a domandare timidamente Balbo ad Amanejaki. Il ragazzetto, con
aria birichina, gli aveva fatto un cenno con gli occhi e lo aveva guidato nella
cripta sotto il santuario.
Il suo viso, appena ne era uscito, era rosso per la gioia.
«Fern! Iris! Robin! Venite! Possiamo continuare a vivere!»
Fern, Robin e Iris alternatamente erano andati a guardare la cripta. Sotto la
luce incerta della lampada avevano visto dei pacchetti di carta argentata di
formaggio. Lì erano chiusi miele, formaggio e altro cibo da poter far vivere i quattro membri
della famiglia Ash per cinque anni.
«Amanejaki! Come mai?»
«Cosa significa questo?» avevo chiesto uno dietro l’altro sia Fern che Robin. Ma il ragazzetto non aveva dato alcuna spiegazione e
con la sua bocca grande aveva fatto soltanto un sorriso furbetto.
Sia Balbo che Fern, sia il piccolo Robin non resistevano al desiderio ardente di
sapere perché sotto il santuario di un’antica e sconosciuta divinità nei recessi delle montagne del Giappone ci fosse una cripta con del formaggio.
Ma Amanejaki, con indosso il gilè color peperoncino, rideva tenendoli sulla corda. Nella cripta c’erano anche vari cappotti di scoiattolo uguali a quelli ricevuti un giorno dai
piccoli esserini.
Soltanto Iris era rimasta in silenzio senza chiedere niente. Guardando lei che
aveva cominciato a lavorare con i fili di ragno che luccicavano, tutti avevano
pensato a Yuri. Avevano bevuto l’acqua senza dir niente, senza dir niente avevano mangiato il formaggio dal
gradevole aroma e trascorso così la prima notte del trasloco.
Amanejaki aveva passato alla famiglia di Balbo la stanza dove aveva abitato fino
ad allora e si era ritirato in quella dei viveri, vicino alla cripta scura in
cui stavano le noci, le noci di Ginkgo biloba, le ghiande e altro ancora.
Sia Robin che Balbo e finanche la ciarliera Fern per lungo tempo non erano
riusciti a carpire da Amanejaki, che abitava nel santuario con loro, il motivo
del secchiello di marca e del formaggio della cripta.
Tuttavia, un giorno, all’ombra delle violette dietro il santuario, il ragazzetto aveva spontaneamente
raccontato il perché a Iris che stava lavorando.
Una volta, molto tempo prima, quando Amanejaki viveva spensieratamente in quella
zona, lasciata la casa della madre nei recessi delle montagne si era costruito
una casetta sul pendio del monte da cui si vedeva il lago. In quel periodo da
quelle parti della montagna non abitava nessun essere umano, era il mondo di
conigli, scoiattoli, volpi, uccelli, di esseri come lui. Lì un inizio d’estate era arrivato un uomo grosso dal viso bianco ed era stata realizzata una
casetta simile a un fungo. Quell’uomo, tutti gli anni, durante l’estate ritornava nella casetta. Inoltre non voleva uccidere scoiattoli, conigli,
uccelli di montagna, dormiva tranquillamente sotto un albero, mandava fuori dal
naso del fumo azzurro e Amanejaki, un po’ alla volta, si era abituato a lui che cantava. Aveva capito che a quell’uomo piaceva molto quel posto e che qualsiasi cosa di lì, che fosse un albero, una pianta, un nido di ragno, lo trattava con cura. Un
giorno Amanejaki, curioso di sapere l’origine del fumo azzurro che usciva dal naso dell’uomo, mentre quello dormiva sotto un albero gli aveva rubato per un secondo il
bollente bastoncino marrone dalla bocca. Poi, imitandolo, se l’era messo in bocca e immediatamente aveva sentito un sapore disgustoso ed era
svenuto.
Quando Amanejaki si era ripreso, senza essersi accorto di niente si trovava
nella casa di quell’uomo ed era stato fatto coricare sotto una cosa con una faccia tonda che faceva
tic tac.
Aveva fatto un salto e cercato di fuggire, ma la testa gli girava e non riusciva
assolutamente a mettersi in piedi. Amanejaki era contento che almeno il grosso
uomo stesse nella stanza a fianco e non gli fosse venuto vicino. Dopo un po’ la cosa che cantava tic tac tic tac aveva cominciato improvvisamente a gridare
con una voce forte don don e subito la porta che si trovava sotto il viso
rotondo con un clic si era aperta e da dentro un esserino piccolo più o meno come Amanejaki ne era venuto fuori lentamente. Questa piccola creatura
era una vecchina con i capelli grigi, incurvata per l’età. Il ragazzetto era venuto a sapere soltanto molto tempo dopo che si trattava di
una creatura del Piccolo Popolo e che viveva in quella cosa che si chiamava
orologio. La piccola vecchina stava camminando, poi era salita sul davanzale
della finestra e lì c’era un bicchiere azzurro pieno fino all’orlo di qualcosa di bianco…
«Il bicchiere azzurro!» aveva mostrato a gesti Iris stupita.
«Sì! Il bicchiere azzurro… lì c’era un bicchiere azzurro tale e quale a quello che avevate voi sulla finestra…» aveva risposto Amanejaki, e ripreso il racconto. «Il grosso uomo bianco veniva in montagna solo d’estate, ma la piccola vecchina con i capelli grigi stava in quella casetta tutto
l’anno abitando dentro l’orologio. Per questo motivo io, quando ho visto arrivare un vecchio orologio
molto somigliante a quello nella casa dove abitavate, ho aspettato pensando che
qualcuno simile a voi sarebbe uscito fuori…»
Gli occhi di Iris erano spalancati per lo stupore.
Amanejaki soddisfatto aveva detto: «Io, da quella vecchina, ho imparato che la gente del Piccolo Popolo come voi può sopravvivere durante l’inverno anche mangiando il formaggio preparato con il latte di quel bicchiere
azzurro al posto di bere il latte versato lì dentro dagli esseri umani. Poi quella nonnina mi ha insegnato varie cose come
leggere l’orologio e confezionare caldi cappotti con la pelliccia di scoiattolo. E prima
di andarsene mi ha lasciato quel formaggio e quel miele che riempiono la cripta».
Sulle guance di Iris era affiorata l’ombra di un sorriso perché aveva capito chiaramente che loro quattro non erano gli ultimi rappresentanti
al mondo del Piccolo Popolo e che nei recessi della montagna di quella remota
regione aveva vissuto una creaturina anziana inglese di nascita.
Amanejaki, sentendo che Iris era sempre più coinvolta dal racconto, aveva cominciato presto a stancarsi: «Quella creatura se ne è andata. Penso che sia ritornata in patria con l’uomo grosso e bianco. È una storia di moltissimo tempo fa. Frattanto da queste parti sono venuti ad
abitare molti esseri umani. I boschi e i cespugli sono diventati campi da
coltivare e i conigli, gli scoiattoli, le volpi e gli altri animali si sono
spinti più in profondità nella montagna. Soltanto io, con i viveri, cioè il formaggio, pensando che forse un giorno la vecchina con i capelli grigi
sarebbe tornata, me ne vado a zonzo qui intorno all’infinito».
Amanejaki aveva detto ciò sempre più irrequieto e si era messo a correre qua e là nel campo di viole in fiore.
«E la capanna?» aveva chiesto Iris a gesti.
«La capanna… la capanna… un bel po’ di tempo fa… è diventata cenere… delle persone che passando si fermavano a dormire avevano dimenticato qualcosa
acceso… è bruciata, diventando cenere…»
Mentre diceva così Amanejaki aveva preso a correre come il vento ed era scomparso oltre i campi.
Quando Robin provava a immaginare la vita di Yuri in confronto alla loro,
divertente e all’aria aperta, qualche volta si rattristava molto. Poiché aveva terminato la raccolta del nettare dei fiori, provò a dirigersi per la strada sotto l’erba verso la casa della zia Toyo, circondata dal bosco di larici. Il giorno
prima Yahei aveva raccontato di aver visto che Yuri era guarita e da qualche
giorno finalmente aveva ricominciato ad andare a scuola.
Recentemente il piccione si era trasferito e abitava con Tama, la colomba
bianca, nel bosco del santuario.
Robin senza farsi scorgere da nessuno era entrato nel giardino della zia Toyo.
Sul larice, dove un giorno avevano legato il nastro per Yahei, erano spuntate
le nuove gemme di un verde novello e nei tondi nidi dei picchi si vedevano le
piume delle code.
Il ragazzino vide la cara finestra-renji. E sul davanzale si trovava ancora il
bicchiere azzurro, e dentro al bicchiere c’era del bianco latte.
Robin non credeva ai suoi occhi, Yuri preparava di nuovo il latte per loro!
Quel giorno, tornato al santuario, Robin disse immediatamente alla madre: «Io, oggi, ho visto che Yuri ha messo il latte sulla finestra! Yuri non si è dimenticata di noi e ha messo fuori il latte».
Fern rispose con tranquillità: «Anche io lo so. Oggi è il terzo giorno che mette il latte. Se continua così va bene, ma… se continua per esattamente settantasette giorni noi possiamo ritornare da lei.
Di questi tempi sarà in grado di fare una cosa del genere?»
Iris e Balbo rimasero in silenzio.
Anche in quel santuario di Amanejaki sotto gli alberi, lo stato di guerra veniva
lievemente a ripercuotersi.
Ogni tanto l’allarme terribile risuonava e faceva spaventare le persone. Anche se nelle
vicinanze del calmo lago non c’erano incursioni aeree qualche volta il suono della sirena che allertava del
passaggio degli apparecchi riecheggiava sulle montagne.
In quella situazione per Yuri ottenere il latte forse sarebbe stato ancora più difficile che durante l’inverno con la neve.
«Robin, hai una matita, vero? Portala qui e fa’ un segno su quella colonna. Aspettiamo segnando lì sopra se Yuri riesce a portare per settantasette giorni di seguito il latte».
Come gli aveva detto la madre Robin portò la matita e sulla vecchia colonna del santuario fece dei segni così, III per indicare i tre giorni. Poi promise agli altri che dall’indomani, al ritorno dalla passeggiata, avrebbe sempre controllato la finestra
della casa della zia Toyo.
Tornate a casa!
Su una colonna, dentro il santuario, erano allineati sette o otto gruppi di
cinque segni fatti da Robin.
Il ragazzino, preso in prestito il secchiello di Amanejaki, andava a prendere il
latte dal bicchiere azzurro. Era quello in polvere che preparava sempre Yuri.
La bambina aveva aperto il barattolo che la signora Tōko aveva mandato per
Balbo e la sua famiglia e ogni giorno metteva il latte nel loro bicchiere. Da
un certo giorno in poi la quantità nel bicchiere cominciò a diminuire visibilmente, perciò il cuore di Yuri esultò.
«Tornate a casa, piccoli! Se siete vivi, vi prego, tornate da me».
Per la nuova luce che si vedeva brillare dal familiare bicchiere azzurro la
bambina sentì che il suo richiamo era arrivato al cuore di Robin e degli altri.
“Per quanto possa essere affamata almeno questa volta continuerò il più possibile a mettere il latte sulla finestra”.
A Robin e agli altri il latte di Yuri, che non bevevano da lungo tempo, sembrò veramente delizioso. Robin decise che ogni giorno sarebbe andato a prenderlo
con il secchiello argentato.
Un giorno di giugno, quando i gruppi di cinque segni si susseguivano fino a
dieci, Robin trovò sulla finestra il bicchiere vuoto. Era un orribile pomeriggio di pioggia.
Con in testa una grande foglia di magnolia, il piccolino era uscito di ottimo
umore, ma al ritorno, con in testa il secchiello vuoto, era arrivato al
santuario depresso.
«Infine sembra che il latte in polvere di Yuri sia nuovamente terminato» disse, triste.
«Che peccato! Se avesse continuato così per altri ventisette giorni saremmo potuti tornare da lei. Ma di questi brutti
tempi non c’è niente da fare…» commentò Fern abbattuta. Per quanto il santuario fosse un buon posto per vivere, quando
la pioggia continuava per un po’ all’interno, vicino alla terra, c’era un freddo penetrante e umido. Guardando Balbo che rimaneva in silenzio
abbracciandosi le ginocchia, Fern fece un sospiro e disse: «Balbo, avvolgiti ancora un po’ la coperta intorno alle ginocchia prima che la gambe si raffreddino».
Balbo stava cucendo delle scarpe piatte per Amanejaki usando la pelle di salmone
affumicato che era nella cripta.
Vicino a lui, la figlia, in silenzio, stava confezionando un nastro. Iris senza
dire neanche una parola, come aveva giurato la sera che si erano separati da
Yuri, stava facendo un nastro dei colori dell’arcobaleno perché arrivasse il prima possibile il giorno in cui, finita la guerra, sarebbero
potuti ritornare dalla famiglia Moriyama. La ragazzina aveva sentito spesso da
sua madre la storia che quei ferri, ereditati dalla nonna Beatrice Belladonna
Took, avevano un potere magico, ma Fern non era stata in grado di dire alla
figlia che tipo di potere fosse.
Il sottile nastro color arcobaleno, allungatosi sempre di più, si andava ammassando sul pavimento come un fiume. Un giorno, mentre continuava
a lavorare con zelo, Iris cominciò a pensare con convinzione che se con quel nastro, diventato sempre più lungo, avesse potuto fare un giro intorno al mondo in cui viveva, in quel
momento la terribile guerra sarebbe scomparsa dalla terra e non ci sarebbero più stati tanti bambini che soffrivano come Yuri. Per rendere felice quella bambina
ci voleva la pace nella famiglia Moriyama. Per rendere felice la famiglia
Moriyama, la pace in Giappone e per la felicità del Giappone, la pace nel mondo.
«Esatto, Iris! Continua a lavorare! Non dire niente e continua a lavorare! Quando
il nastro che stai facendo sarà diventato lungo abbastanza da fare il giro della terra, su di essa finiranno i
conflitti e la gente diventerà felice…» bisbigliarono a Iris gli strani ferri d’avorio mentre continuavano a lavorare tra le sue mani come creature vive.
“Perché? Perché, io? Io che sono un esserino così piccolo, potrò fare una cosa così grande?”
Anche mentre pensava così Iris non si era riposata neanche per un attimo.
Adesso quella birba di Amanejaki era il suo valido assistente. Arrivava quasi ad
arrabbiarsi desiderando a tutti i costi di fare qualcosa per lei che non diceva
niente.
D’intuito veloce, come un tempo aveva raggruppato le piume di uccellino adesso
raccoglieva in montagna una grande quantità di fili sottili desiderati da Iris.
Amanejaki radunava i bozzoli delle falene e poi tirava fuori il filo. Sottile,
resistente e bello questo si aggomitolava sulle sue braccia e lui lo avvolgeva
con foga. Infine avuta da Fern la polvere colorante, il ragazzetto tingeva quei
fili dei sette colori.
«Grazie, Amanejaki!» diceva a gesti Iris quando riceveva il filo, e solo a quello strano amico
mostrava qualche volta il viso sorridente. Dopodiché lui diventava rosso e come il vento correva via verso la montagna.
Sopra la colonna del santuario di Amanejaki l’impronta della matita aveva aggiunto altri tre gruppi da cinque segni.
Era come se corrispondessero alle grida di Yuri che ostinatamente li chiamava a
gran voce: «Tornate a casa! Tornate a casa!»
Un giorno mentre Robin stava per andare a prendere il latte tenendo in mano il
secchiello argentato, Balbo gli disse: «Robin, che ne dici di scrivere una lettera? È tempo che facciamo sapere a Yuri che noi siamo sani e salvi».
E quindi Robin, impiegando un bel po’ di tempo, scrisse una lettera alla bambina. Per terminarla usò addirittura due fogli dell’agenda.
«Gru gru! La consegno io!» disse Yahei, che aspettava fuori di casa.
«Gru gru! Fallo fare a me! » disse Tama, la colomba bianca.
Ma Amanejaki con forza portò via la lettera. Sollevò un piccolo mulinello e facendo roteare la missiva in un baleno si allontanò in direzione di Yuri.
In quel momento lei si trovava nei pascoli tra le montagne lontane per il lavoro
volontario di falciatura della scuola.
Ormai Yuri maneggiava la falce con facilità e tagliava in fretta l’erba che, illuminata dal sole di luglio, le cadeva davanti spandendo un intenso
odore di verde. La bambina non indossava più le scarpe alla coreana. Messi gli stessi sandali di paglia dei suoi compagni,
poggiava saldamente i piedi abbronzati sull’erba. Nessun bambino la aiutava. Ma adesso tagliava la sua parte, la legava in
una fascio e la portava in spalla.
Misurata l’erba falciata, al bambino che ne aveva portata di più veniva data la più grande tra le patate della merenda distribuita a scuola.
I compagni di Yuri, mentre si sfregavano via il sudore, quel giorno stavano
facendo a gara per tagliare l’erba.
E in quel momento «Ahia! Ahia!» urlò Tsutomu, coprendosi una gamba con un asciugamano, perché era stato ferito a uno stinco da un turbine, un piccolissimo mulinello che
danzava roteando.
I compagni guardarono verso di lui con una certa compassione ma le braccia che
tagliavano l’erba non si fermarono.
Improvvisamente il ragazzino cominciò a infuriarsi.
Il suo mucchio di erba si era alzato danzando intorno in un turbine senza posa e
si era spostato verso quello di qualcun altro che era dall’altra parte.
«Ehi, bella furbata! Ti prendi la mia erba?!»
Yuri sorpresa guardò Tsutomu.
Tsutomu come una furia afferrò l’erba di Yuri e la portò dalla sua parte.
«Eh?! No, Tsutomu, che fai?»
Yuri cominciò a dire così e improvvisamente le brillarono gli occhi. Ai suoi piedi, insieme all’erba arrivata prima danzando, erano giunti in volo due piccoli foglietti
bianchi.
«Robin!» urlò dentro di sé, e raccolse i fogli della familiare agendina.
Dopodiché, per quanto Tsutomu portasse via la sua erba, non se ne curò ulteriormente. Il fatto che fosse caduto qualcosa che sembrava una lettera del
Piccolo Popolo era abbastanza per lei.
Pensando che forse Robin o Iris erano nelle vicinanze si guardò attorno, da una parte all’altra, ma tra i susuki e le genziane non c’era ombra dei piccoli esserini.
Tornata a scuola con l’erba tagliata sulle spalle, la pesò insieme a tutti gli altri fascio dopo fascio, e addentando la piccola patata
ricevuta salì di corsa verso il passo dove l’altra volta aveva letto la lettera di Robin.
Yuri, noi stiamo bene. Siamo contenti di tuo latte.
Continua per 77 giorni per piacere. Siamo diventati
amici di Amanejaki. Abitiamo vicino a te. Balbo Fern e Iris
vogliono tornare presto da te. Ciao a presto R
Era una lettera piuttosto lunga. Per la prima volta pensò di scrivere alla signora Tōko e riferire della separazione dal Piccolo Popolo.
Mentre stava male e dopo che era guarita non era riuscita a raccontarle quello
che era realmente accaduto. Nella stanzetta dei libri, all’ombra dell’olmo, le era stato chiesto di proteggere i piccoli esserini, come poteva dirle
che aveva finito con il perderli? Yuri non aveva potuto intristire
ulteriormente la madre che, entrato Tetsu nell’esercito, era rimasta a Tōkyō, dove c’erano pericolose incursioni aeree, per continuare a portare qualcosa al padre
che era chiuso “in quel posto”.
Piegata con cura la lettera di Robin, la mise nella borsa di emergenza. Lì, insieme alle lettere della signora Tōko, aveva infilato il libricino
illustrato lasciato da Robin. Poi, in quel libricino dove Iris aveva messo un
grazioso nastro, aveva inserito una foto del fratello Tetsu che aveva
recentemente ricevuto da sua madre. Quella foto, scattata da Yuri all’isola di Benten, era venuta proprio bene.
«Piccoli esserini, mi raccomando, tornate a casa senza incertezze. Io questa
volta continuerò a preparare il latte per settantasette giorni di seguito!»
Yuri pensò di far durare il barattolo di latte in polvere, ricevuto una volta da Katsuko
di Hondō, per i successivi settantasette giorni. Soltanto con quello per
cinquanta giorni circa, e per i successivi venti in qualche modo avrebbe fatto
per ottenere il latte di capra…
I segni di Robin con la matita sulla colonna erano diventati nove, era già circa la metà di agosto e si vedeva anche il fondo del barattolo di latte di Yuri.
Per la festa di Obon non c’era scuola e la bambina pensava soltanto a come ottenere il latte di capra.
Nel pomeriggio di uno di quei giorni venne a casa della zia Toyo la madre di
Tsutomu.
La donna, arrivata senza neanche un cappello di paglia in testa, parlava con la
zia Toyo con voce acuta e Yuri sentì che improvvisamente tutte e due cominciarono a piangere alzando la voce.
Con una paura da morire Yuri cercò la zia Oto. Davanti alla casa si sentì anche il suo pianto quieto.
«Yuri! Yuri! Vieni qui» fu chiamata dopo poco dalla zia Toyo.
Quando la bambina si avvicinò con timore, la zia, che di solito non piangeva mai, aveva gli occhi grandi
pieni di lacrime. «Yuri» disse con voce strozzata, «il Giappone ha perso la guerra. C’è stata la trasmissione di sua Maestà l’imperatore e la signora Toyama l’ha sentita…»
«Yuri, poverina anche tu. Hai avuto tante difficoltà per questa guerra persa. Io …come posso dire, mi dispiace tanto per quelli che sono morti…»
La voce nuovamente rotta dal pianto della mamma di Tsutomu, fece piangere anche
Yuri, ma mentre le lacrime scendevano, un sentimento di felicità saliva trepidante come sgorgando dal profondo del cuore.
La guerra, che pensava non sarebbe mai finita, adesso era giunta al termine
mentre lei era ancora in vita.
“Ah! Potrò vedere il babbo… vivere con la mamma e i miei fratelli… e poi tornare a Tōkyō e stare tutti insieme!”
Quella notte Yuri vide molte luci luminose brillare fra le montagne alle sue
spalle. La più vicina doveva essere quella della casa di Tsutomu.
Appena se ne accorse, la zia Toyo tolse dalla finestra della cucina la pellicola
nera per l’oscuramento.
Come richiamate dal chiarore, Yuri e la zia andarono fino al passo dove si
vedeva il lago e sulla riva opposta qua e là le luci erano accese e si riflettevano in esso.
«Vorrei farle vedere alla zia Oto!» disse dal profondo del cuore Yuri e la zia Toyo la guardò.
Poi si scambiarono un sorriso e ritornarono nella casa illuminata.
“Adesso se almeno Robin e gli altri tornassero! Se fosse così non chiederei più niente!” pensò la piccola commossa quando entrò nel futon.
Giorni bui
Anche se la guerra era finita nella vita di Yuri non c’erano stati grossi cambiamenti.
Dalla signora Tōko a Tōkyō arrivò la felice notizia che il signor Tatsuo non era più colpevole di antipatriottismo ed era finalmente uscito di prigione. Ma in
questa lettera era anche scritta la notizia preoccupante che il babbo era
malato e avrebbe dovuto stare in ospedale per un po’. Poi quello che aveva deluso Yuri più di ogni altra cosa era che le parole Yuri ti vengo a prendere non erano scritte
per niente. Il quindici agosto, con la fine della guerra, aveva pensato che
sarebbe arrivato subito il giorno del ritorno a Tōkyō e invece…
Appena cominciò a pensare di voler tornare a casa la bambina diventò sempre più irritabile come se non sopportasse un giorno di più la vita triste e di privazioni di Nojiri.
In quei giorni ci fu soltanto una cosa piacevole: si riappacificò con il suo compagno di scuola Tsutomu.
Sarà stato circa il venti agosto, nel fondo del barattolo non era rimasto che un
cucchiaino di latte in polvere e quindi Yuri era in preda all’agitazione. Mancavano venticinque o ventisei giorni per arrivare ai
settantasette scritti da Robin e se ancora una volta non avesse messo il latte
vicino alla finestra…
Yuri accantonò l’umiliazione, la vergogna, tutto, e uscì in direzione della casa di Tsutomu tenendo in mano la falce per tagliare l’erba della zia Toyo.
Cercò di immaginarsi tante volte mentre diceva “Per favore, Tsutomu, fammi tagliare l’erba, e in cambio dammi un pochino di latte di capra…” Si era figurata anche di perdersi di coraggio dopo un freddo rifiuto da parte
dei suoi familiari, come: “Assolutamente no!” Ma non poteva tornare indietro, a qualunque costo doveva ottenere il latte di
capra…
Mentre saliva per la strada di montagna improvvisamente incontrò proprio lui che stava tornando giù con l’erba sulle spalle.
Yuri si fermò senza pensarci.
Stupito, Tsutomu la guardò. Aveva un’aria abbattuta e sembrava stremato dalla stanchezza.
Yuri non disse niente. Rimase in piedi fissandolo.
«Yuri…» disse il bambino dopo un po’. «Mi dispiace, io contro di te…» e abbassò lo sguardo con timidezza.
Yuri fu molto sorpresa e quindi le parole che si era preparata in precedenza
alla fine vennero fuori facilmente. «Tsutomu, fammi tagliare l’erba della tua montagna! In cambio dammi un pochino di latte di capra…»
Il bambino la guardò meravigliato.
«Vuoi ancora il latte di capra?»
«Certamente! Anche solo un po’ va bene. Ma lo vorrei ogni giorno».
Tsutomu fu sopraffatto dalle parole di Yuri e alla fine acconsentì a darle ogni giorno mezza ciotola di latte.
Fino all’inizio della scuola in settembre, quotidianamente Yuri andava con Tsutomu a
falciare l’erba sulla montagna. Poi in cambio riusciva ad avere il latte per i piccoli
esserini.
«Yuri, sei fortunata: tuo padre e tuo fratello sono vivi» disse un giorno Tsutomu. Nella sua famiglia un altro dei fratelli più grandi era stato chiamato alle armi.
«Io non ci ho capisco più niente. È vero che ho salutato mio fratello con entusiasmo gridando “Banzai!”, ma è anche vero che la rabbia è insopportabile se penso che non tornerà dal fronte. La mamma non dice niente ma qualche volta rimane incantata e guarda
altrove. Quando la vedo nei campi così soffro tanto».
«Mio fratello Tetsu non è ancora tornato» gli rispose Yuri. «Quello che aveva detto era proprio vero. Non c’è niente di buono nella guerra. Presto, quando ritornerà, mi verrà subito a prendere…»
Poi si promisero che, arrivato settembre, avrebbero cominciato a portare giù la legna dalla montagna sia per la casa di Tsutomu che per quella della zia
Toyo.
Sulla colonna del santuario di Amanejaki erano allineati tredici blocchi di
segni.
Fern, quando vide che anche quel giorno Robin rientrava portando il latte dalla
finestra di Yuri, facendo un sospiro di sollievo disse: «Ah! Che bello! Se continuerà per altri dodici giorni potremo tornare da lei!»
Robin fece una smorfia.
«Io non sono mica contento di tornare là. Io voglio vivere per sempre qui con quel ragazzetto».
Robin adesso si divertiva da matti della velocità con cui il frenetico Amanejaki intuiva il pensiero della gente molto, molto in
anticipo.
«Non puoi dire una sciocchezza simile!»
Quando Fern sentì la risposta del figlio si arrabbiò sul serio.
«Credi che possiamo stare qui per sempre? Pensa alla salute di tuo padre!»
Anche se era ancora l’inizio di settembre Balbo stava nel letto per il dolore alle gambe. Nel breve
periodo trascorso sulle montagne i ragazzi si erano abbronzati e irrobustiti ma
Balbo e Fern si erano visibilmente indeboliti.
«Il piccione Yahei ha detto che il Giappone alla fine è stato sconfitto e che le persone di città venute in campagna a poco a poco stanno ritornando là. Se improvvisamente Yuri dovesse ritornare a Tōkyō che cosa dovremmo fare noi?»
Robin fece un largo sorriso. «E allora noi stiamo qui e quando la cripta di Amanejaki diventa vuota ritorniamo
a Tōkyō con Yahei e la sua compagna».
Fern scandalizzata rimproverò il figlio: «Come puoi dire una cosa così superficiale? Robin, pensaci! Adesso Yuri anche se ci guarda non ci può vedere! Fino a che non si conclude l’espiazione di mettere settantasette volte di seguito il latte sulla finestra noi
non saremo visibili per lei. Se Yuri se ne andasse noi non la potremmo
incontrare una seconda volta. Non voglio che succeda questo…»
Robin fissò sua madre. Poi fece una risata beffarda e se ne andò fuori.
Venne la metà di settembre e quando Yuri pensò che fosse finalmente arrivato il settantasettesimo giorno della promessa, la
sua mano che versava il latte di capra nel bicchiere azzurro ben lavato tremò. Tutti i giorni quando la bambina ritornava dai monti guardava la finestra dove
era appoggiato il recipiente, ma neanche una volta aveva potuto vedere i
piccoli esserini.
Il bicchiere azzurro splendeva sempre pulito e il latte versato spariva senza
che nessuno se ne accorgesse, questa era l’unica prova che le piccole creature fossero venute.
Yuri, legata la legna raccolta in montagna con Tsutomu, la portò nel deposito che era quasi pieno per tutta quella che ci avevano già messo loro.
Poi ritornò nella sua stanza, guardò la finestra e… “ Ah!” pensò. Il bicchiere azzurro che aveva posato prima non c’era.
Era caduto e si era rotto? Immaginando questo la bambina perse il controllo.
Anche cercando di guardare sotto la finestra il bicchiere azzurro non si vedeva.
Nel giardino sul retro si sentiva il fruscio delle foglie secche. Quando Yuri,
scalza, precipitandosi fuori andò a vedere, nell’ombra del bosco di larici qualcosa di azzurro scintillava.
La bambina cominciò a inseguirlo con foga. Un piccolo mulinello roteava senza posa correndo nel
bosco. Non c’erano dubbi che la cosa che brillava senza interruzione al centro del mulinello
fosse il suo bicchiere azzurro.
«Aspetta! Aspetta! Ridammi il bicchiere!»
Yuri, dimenticando anche il male ai piedi nudi, correva disperatamente. Oltre la
macchia folta il sole enorme della sera stava tramontando.
La bambina si addentrò nel bosco che splendeva di una fredda luce dorata. Due piccioni, uno grigio e
uno bianco, spiccarono il volo sbattendo le ali.
Davanti a lei si ergeva un piccolo santuario diroccato.
Da dentro la costruzione si sentì una voce che sembrava il fruscio di foglie secche. Qualcosa tipo una grossa
cavalletta o una locusta si lanciò ai suoi piedi.
Era la piccola Fern.
La bimba, anche se spaventata, istintivamente si accovacciò e la tirò su con entrambe le mani. Fern con i capelli scarmigliati, ansimava con la
piccola bocca.
Quello che successe dopo Yuri non lo avrebbe dimenticato per tutta la vita.
Il piccolo mulinello azzurro cominciò a rotearle intorno, mentre girava come un turbine a ritmo vertiginoso, dal
piccolo santuario in rovina venne fuori Balbo, avvolto nel futon. Venne fuori
anche Iris che stava lavorando qualcosa di luccicante, poi, per ultimo, con in
testa un secchiello argentato venne fuori anche il piccolo Robin.
«Amanejaki! Più veloce! Più veloce!» gridò Fern dalle mani di Yuri con una sottile voce stridula. E subito il mulinello
ebbe termine e il bicchiere azzurro che roteava all’interno, proprio come quando la trottola si ferma, girando lentamente si arrestò sulla strada.
La bambina si accorse che dentro il bicchiere azzurro non c’era più niente. E dopo poco: «Yuri, portaci a casa!» gridò Fern alla bambina stupefatta.
All’improvviso Yuri si riprese e raccolse la coperta logora caduta per terra, poi la
aprì con delicatezza per far salire Fern e gli altri. Tra i cespugli i grilli
cantavano, cri-cri cri-cri.
Tenendo in una mano la coperta dove stavano gli esserini, la bambina prese con l’altra il bicchiere azzurro e tornò a casa sotto il cielo rosso del tramonto.
Tra gli arbusti si sentiva un rumore rauco, ma Yuri non vide niente. Piena di
felicità perché le piccole creaturine erano tornate a casa dopo tanto tempo, non si accorse del
pianto dello strano essere all’ombra dei cespugli.
Nascosto tra le piante basse Amanejaki, con il volto coperto dalle braccia,
stava piangendo.
Se lui non avesse fatto niente, Robin e Iris avrebbero vissuto lì per sempre. Infatti il piccolo Robin aveva deciso fermamente che proprio quel
giorno, il settantasettesimo, non sarebbe andato a prendere il latte da Yuri.
«Io non ritornerò da Yuri. Io voglio stare qui con te» aveva detto ad Amanejaki che aveva distolto il viso. Se Robin gli avesse detto “addio” lui stesso sarebbe andato a versare il latte di Yuri e avrebbe fatto in modo
che il ragazzino non potesse andare via.
Poi Amanejaki aveva guardato Iris che, come sempre, in silenzio stava facendo il
nastro luccicante. I suoi occhi avevano detto: “Va bene, anche io rimango qui. Fino a che questo nastro non sarà lungo abbastanza da girare intorno al mondo io non parlerò con nessuno. Quindi rimarrò qui con te e continuerò il mio lavoro!”
Se gli occhi di Iris avessero detto “addio” Amanejaki non avrebbe mai fatto ritornare gli esserini da Yuri.
Invece il ragazzetto si era lanciato freneticamente, aveva trascinato via dalla
finestra il bicchiere azzurro in cui Yuri aveva versato il latte e lo aveva
portato a Fern nel santuario.
Quando vide il bicchiere con il latte dentro la donnina aveva esclamato: «Yuri! Oh, posso vedere Yuri!» Ed era balzata fuori. Amanejaki aveva sparso il latte, e nella foga aveva
spazzato fuori dal santuario Balbo, Iris e il piccolo Robin.
Poi se ne erano andati. Se Amanejaki, tutto solo, non avesse voluto bene ai
piccoli esserini li avrebbe trattenuti con sé tutti e quattro.
I due piccioni, su un alto ramo, cominciarono a cantare la canzone della sera.
Il povero Amanejaki all’ombra delle piante, che nell’oscurità si era fatta più cupa, piangeva senza che nessuno lo sapesse.
A Nojiri era arrivata di nuovo la prima nevicata della stagione.
Ogni giorno Yuri aspettava che giungesse dalla mamma la lettera che diceva:
“Puoi tornare a casa”, ma nelle lettere della signora Tōko le parole “Torna a casa” non erano mai scritte. E non c’era mai scritto niente neanche di suo fratello Tetsu. A parte che il padre era
ancora in ospedale e che suo fratello Shin stava bene, a Yuri non era dato di
sapere altro. Invece nelle lettere per la zia Toyo era raccontato nei dettagli
che le previsioni della guarigione per il padre di Yuri non erano buone, con la
tubercolosi per il lungo periodo di carcere e la grave malnutrizione…
Un giorno che la neve scendeva volteggiando silenziosa, qualcuno venne a trovare
Yuri.
Era Katsuko del villaggio di Hondō.
La zia Toyo fece entrare con piacere la ragazza che qualche volta era venuta a
far visita alla bimba quando era malata.
Katsuko entrò coperta di neve, portandosi dietro la capra.
«Sono venuta a salutare» disse con un chiaro tono di voce. «Tutti i miei amici sono tornati a Tōkyō. Ho pensato che potreste tenere voi
questa capretta se siete d’accordo. Per la verità avrei dovuto lasciarla alla famiglia che mi ha ospitato, ma io volevo tanto che
la tenesse Yuri».
La zia Toyo accolse la capretta coperta di neve e la condusse sul retro con il
pavimento di terra battuta.
La zia Oto era a letto. Katsuko a voce bassa disse a Yuri: «Hai saputo di tuo fratello Tetsu?»
La bambina scosse il capo.
«Povera piccola! Tuo fratello non tornerà più. Tuo fratello l’8 di agosto è morto in guerra. È morto durante un’incursione aerea in un posto che si chiama Chitose, in Hokkaido. Se la fine
della guerra fosse stata solo una settimana prima sarebbe tornato a casa sano e
salvo…»
Katsuko non stava piangendo. Il modo in cui aveva continuato a raccontare a Yuri
con gli occhi spalancati e fissi era calmo e razionale.
«Perdonami per aver detto queste cose a una bimba piccola come te, ma desideravo
parlare di lui a qualcuno che lo conosceva. Tetsu non ritornerà. Non ritornerà mai più. Uno dei suoi amici mi ha detto che l’otto agosto Moriyama Tetsu ha dedicato i diciannove anni della sua vita al suo
paese».
La zia Toyo tornò. Cinse le spalle di Katsuko che si era irrigidita e la fece sedere vicino al
camino. Poi la zia asciugò le lacrime sulle guance di Yuri con il palmo delle mani screpolate.
«Ah, ho capito, povera Tōko».
Le lacrime della zia scendevano a gocce sulla cenere del camino. E anche la
piccola Yuri capiva che la zia Oto stava piangendo pur nascondendo la voce
dentro il futon.
Poi soltanto il lieve fruscio della neve farinosa circondò il loro mondo.
Dopo un po’ Katsuko si alzò. La zia Toyo voleva farla restare a dormire ma la ragazza si preparò per uscire.
Yuri corse nella parte interna della casa e tornò portando la borsa di emergenza e un pacchetto di carta.
«Questo è per te da parte di Testu» e così dicendo glielo spinse nelle mani. «Aveva detto di darti la metà di queste stelline scintillanti che aveva comprato per me, e poi questa è da parte mia». Prese dalla borsa di emergenza un piccolo libro e da questo tirò fuori una fotografia che consegnò alla ragazza.
Il viso di Katsuko si turbò lievemente. Riposti il pacchetto e la foto uscì in mezzo alla neve.
«Torno a Tōkyō portando il riso che abbiamo fatto noi, ne darò un po’ al tuo babbo e alla tua mamma…»
Se ne andò via da sola sotto una neve battente. Come il giorno in cui Yuri aveva salutato
Tetsu, la figura della ragazza con lo zaino sulle spalle scomparve in un
istante. Durante la prima bufera di neve dell’anno.
Il ritorno di Yuri
Finito il lunghissimo inverno sul lago di Nojiri arrivò di nuovo la primavera. Sulla strada vicino alla scuola, dove erano sbocciati
tutti insieme i fiori di ciliegio, di pesco e di susino, Yuri stava aspettando
la signora Tōko.
Quando era arrivata lì la bambina era in terza elementare e quell’aprile era già entrata in quinta.
La malattia del signor Tatsuo aveva finalmente superato il punto critico e
siccome la signora Tōko poteva allontanarsi era venuta a riprendere la figlia.
Terminato il colloquio per il cambiamento di scuola uscì dalla sala insegnanti e disse a Yuri: «I maestri hanno detto che all’inizio eri deboluccia, durante il lavoro volontario eri un po’ di peso ai compagni di classe, ma più o meno dall’anno scorso sei diventata forte come i bambini del villaggio e adesso tutta la
classe sarà molto triste che te ne vai. Soprattutto Tsutomu sarà tristissimo…»
E parlando la signora Tōko guardava con fiducia la figlia, sottile ma diventata
alta.
«Però la più triste quando me ne andrò da qui sarà Jirō, la capretta lasciata un giorno da Katsuko…» detto questo, Yuri tacque.
Madre e figlia salirono in direzione della casa della zia Toyo sulla strada di
montagna dove i denti di leone erano in fiore.
«Per fortuna Katsuko si ricordava del tuo bicchiere azzurro» disse la signora Tōko. «Qualche tempo fa è venuta improvvisamente a trovarci con una giovane donna straniera. Yuri, non è incredibile? Ha detto che quella ragazza straniera era la figlia della nipote
di Miss MacLachlan. Ciò significa che la Miss MacLachlan che in passato, quando tuo padre era un
bambino, aveva lasciato Balbo e gli altri, era la sua prozia. E poi
sorprendentemente, quella stessa Miss MacLachlan ha ottantaquattro anni e vive
in Inghilterra. Me l’ha fatta vedere in una piccola foto a colori: un’anziana signora, in buona salute, in piedi in un campo di erica fiorito di un
rosa pallido, e ha detto che stava aspettando con impazienza il giorno del
ritorno di Balbo e Fern».
«Dobbiamo restituire Balbo e la sua famiglia?»
Yuri inghiottì il respiro.
Una cosa del genere non l’aveva immaginata neanche in sogno.
«Eh, che cosa dovremmo fare? Katsuko ha detto che la giovane Miss MacLachlan
aveva versato il latte in un bicchiere azzurro esattamente uguale al nostro e
lo aveva appoggiato sulla finestra dell’Hotel YW. Katsuko, che era andata a trovare un’amica in quell’hotel, l’aveva visto e quando aveva chiesto spiegazioni all’amica, perché era una cosa un po’ insolita, si era meravigliata una seconda volta sentendo che quella donna
straniera stava cercando dei giapponesi che si chiamavano Moriyama».
«Ma io non voglio! Restituire gli esserini… erano spariti e finalmente, finalmente sono appena tornati a casa…»
«L’ho saputo anche io» disse calma la signora Tōko.
«Mi è stato raccontato da Katsuko che quando eri malata sei stata costretta a
lasciarli andare, e ci siamo messe a piangere, sia io che Katsuko che la
giovane Miss MacLachlan. E adesso dover restituire loro che avevi protetto
dandoti tanto da fare… Ma, Yuri, a Tōkyō non c’è più la stanzetta dei libri. D’ora in avanti come possiamo farli vivere in tranquillità e al sicuro…» fece la signora Tōko incerta sul da farsi. Yuri non rispose. Lei a fatica
continuò a parlare: «Tetsu, anche se era diventato grande, continuava ad avere cura di loro, no?
Katsuko si è rattristata molto di questo. Ha detto che avrebbe voluto sentir raccontare del
Piccolo Popolo dalla sua bocca».
Madre e figlia, attraversando il bosco di larici che profumava per le gemme,
camminarono in silenzio per un po’.
«Ma se le cose stanno così, allora perché la prima Miss MacLachlan li ha abbandonati?» chiese Yuri con biasimo.
La signora Tōko, distogliendo gli occhi dalla bambina e guardando lontano,
rispose: «La prima Miss MacLachlan, venendo a sapere che al di là del mare c’era un piccolo e tranquillo paese che aveva il “cuore puro”, perduto invece dai suoi connazionali occidentali, aveva deciso di venire in
Giappone. Questo intorno agli anni Venti del periodo Meiji. Era giunta nel
nostro paese dalla lontana Inghilterra con il desiderio di condurre qui una
vita come educatrice. Tuttavia nel Giappone di quegli anni, anziché il “cuore puro c’era un impulso violento e folle a seguire la civiltà occidentale e, nei venti anni trascorsi qui, il Giappone ricercato da Miss
MacLachlan era via via scomparso. Militari, burocrati e gente ricca mostravano
soltanto arroganza e lei non poteva sopportare che i poveri con il cuore puro
avessero una vita difficile. Così un giorno per aver scritto queste cose su una rivista fu costretta a tornare in
patria.
Non potendo assolutamente portare con sé gli esserini su una nave di terza classe con la piccola Fern che in quel
momento doveva essere incinta, Miss MacLachlan era partita dando in custodia
Balbo e la moglie al piccolo alunno degno di fiducia, Tatsu Moriyama. Questo è quello che ha raccontato quel giorno a me e a Katsuko la sua giovane nipote.
Poi ha detto che la prozia Miss MacLachlan, anche nel mezzo di quella terribile
guerra, non aveva dubitato neanche un momento che da qualche parte in Giappone
il piccolo Moriyama, o chi gli era succeduto, avesse continuato a occuparsi di
Balbo e dei suoi. Quindi, Yuri, facciamo rientrare Balbo e la sua famiglia in
Inghilterra. Il tuo babbo è tornato a casa sano e salvo, e adesso tocca a noi restituire il sogno di tutta
la vita alla prozia occidentale. Nel Giappone in cui tu credevi, Miss
MacLachlan, c’era davvero un cuore che continuava a proteggere Balbo e gli altri…»
Yuri affrettò il passò. Riconsegnare i piccoli esserini alla prozia occidentale sarebbe stato
sicuramente una buona cosa. Per i grandi quella era una cosa bella. Ma per lei
era diverso. Perché doveva rinunciare a loro e al bicchiere azzurro? Li aveva appena riavuti…
La piccola si incamminò per la salita così rapidamente da non farsi raggiungere dalla signora Tōko che rimase da sola
sulla strada di montagna dove un cuculo stava cantando.
Arrivò il giorno della partenza.
Sia la zia Toyo sia la zia cieca Oto sembravano come improvvisamente invecchiate
e anche molto tristi.
Yuri andò con la signora Tōko a salutare la famiglia di Tsutomu oltre il bosco. Le loro
mamme chiacchierarono per diverso tempo, mentre i due bambini rimasero in
silenzio.
Poi per Yuri e la madre venne il momento di tornare e Tsutomu promise all’amica che anche quell’autunno avrebbe falciato erba sufficiente per nutrire la capretta Jirō durante l’inverno.
Quando la bambina tornò a casa della zia Toyo tirò fuori quel vecchio cestino e fece i preparativi per la partenza degli esserini.
La sera prima aveva raccontato a Balbo, Fern, Robin e Iris del ritorno a Tōkyō e
anche di Miss MacLachlan. All’inizio loro non avevano capito molto del suo discorso. Dal momento che la
bambina non era affatto contenta di rimandarli in Inghilterra non era riuscita
a spiegare loro per bene le circostanze.
«Allora rincontreremo Miss MacLachlan, vero?» Quando finalmente avevano compreso le parole di Yuri sul viso di Balbo e Fern
era apparsa una strana espressione, un misto di tristezza e di gioia.
«Esatto! Da me rimarrà soltanto il bicchiere azzurro…» Iris in silenzio lavorava ai ferri. E sul viso di Robin si era disegnata di
sfuggita l’ombra di un sorriso.
Yuri stese la maglia azzurra fatta dalla signora Tōko sul fondo del vecchio
cestino. Anche quella maglia, che era nuova all’arrivo, durante la vita in montagna si era notevolmente annerita. Ma la
morbidezza dei fili di lana era rimasta palpabile, così pensò che usarla come cuscino di ricambio per loro fosse perfetto.
Avvolse il bicchiere azzurro in un fazzoletto nuovo e lo mise nel suo bagaglio.
Come ricordo dei quattro esserini nelle sue mani sarebbe rimasto solo questo.
Poi, fatto lo sgabello con il baule, diede un’occhiata sul ripiano.
Lì soltanto Balbo e Fern, terminati i preparativi per il viaggio, stavano
aspettando. Yuri portò delicatamente le due personcine nel cestino.
«Robin e Iris?» chiese.
Balbo scosse tristemente il capo. Fern nascose il viso tra le mani e si
accovacciò in fondo al cestino.
Robin e Iris se ne erano andati!
Quando Yuri se ne rese conto cominciò a correre verso la macchia di quella volta. Quel piccolo e diroccato santuario
si ergeva silenzioso come allora.
«Robin! Iris! Tornate a casa! Tornate a casa con me!»
«Robin! Iris! Tornate a casa!» La voce di Yuri veniva assorbita invano dal bosco e non c’era alcuna risposta.
Da sopra un albero due piccioni si levarono in volo con un fruscio.
«Robin! Iris! Tornate a casa!» Yuri avvicinò la bocca alla porta del santuario e chiamò con tutte le sue forze. Ma da dentro non arrivò nessuna risposta. I cespugli stormivano al vento del tramonto.
La bambina ritornò sui suoi passi.
Poi, presi Balbo e Fern, si diresse verso la stazione con la signora Tōko.
Proprio mentre il treno su cui erano salite madre e figlia partì con fragore dalla stazione di Kashiwabara, davanti al santuario, all’ombra dei cespugli, Amanejaki stava danzando.
Fatti sedere Robin e Iris davanti al santuario, ballava di gioia.
«Alla fine siete tornati da me, vero? State pensando che siete tristi di esservi
separati da Yuri, vero? Ma state pensando di vivere qui con me, vero?» Facendo brillare gli occhi e frusciare i capelli continuò a danzare roteando per tutto il bosco come un vortice color rosso peperoncino.
Glossario
azuki
Piccoli fagioli generalmente rossi molto usati in Giappone per la preparazione
di dolci.
futon
Materasso e trapunta che formano il letto giapponese e vengono messi
direttamente sul tatami. Durante il giorno vengono riposti in un apposito
armadio.
hakama
Sorta di gonna-pantalone a pieghe, ampia e lunga fino alla caviglia che viene
indossata sopra al kimono. Negli anni ha assunto forme diverse e oggi fa parte
dell’abbigliamento formale maschile. Viene usato anche in alcune discipline sportive.
Iwaya Sazanami (1870-1933)
Autore di opere per l’infanzia. Particolarmente note sono le sue raccolte di fiabe tradizionali del
Giappone e del resto del mondo, per questo motivo viene spesso associato ai
fratelli Grimm.
Kamishibai
Lett. ‘teatro di carta’. Forma di narrazione basata su disegni che vengono mostrati via via al pubblico
mentre sul retro è scritta la storia. Veniva fatta da cantastorie itineranti e ha avuto il massimo
fulgore tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del Novecento.
Meiji
Periodo Meiji (1868-1912), periodo della storia giapponese che coincide con il
regno dell’imperatore Mutsuhito, il cui anniversario di nascita ricorre il 3 novembre, oggi
festa nazionale della cultura.
mochi
Riso glutinoso che viene cotto al vapore e poi pestato in un mortaio. Spesso si
trova in forma di polpettine tonde o rettangolari che si possono mangiare sia
arrostite che bollite.
mushipan
Pane cotto al vapore di consistenza leggera.
Obon
Festa buddhista per la commemorazione dei defunti che cade nella seconda decade
di luglio o di agosto a seconda delle zone.
renji, renjimado
Lett. ‘grata’, quindi ‘finestra con grata’. Finestra che sulla parte esterna presenta stecche verticali o orizzontali in
legno o bambù per far passare l’aria.
sekihan
Piatto a base di riso cotto al vapore con fagioli azuki, assume per questo una
colorazione rossastra. Viene preparato in occasione speciali o ricorrenze
particolari.
shoiko
Sorta di spallacci con una parte rigida in legno usati per trasportare sulle
spalle fasci di erba, fieno e simili.
Mischanthus Sinensis, pianta perenne delle graminacee. Molto diffusa in Giappone
si presenta con delle inflorescenze bianco-argentate.
tatami
Stuoia rettangolare rigida di giunco intrecciato con all’interno paglia, bordata con strisce di tessuto decorato. Ricoprono il pavimento
delle stanze tradizionali giapponesi e hanno una misura standard 90x180 cm.
Postfazione dell’autrice
Il primo tascabile della casa editrice Iwanami che mi ha comprato mio padre è stato Tai o kunde aruku yōsei tachi (Fairy and folk tales of the Irish
peasantry, 1888) di William Yeats. Avrò avuto circa dodici anni. Nella felicità di possedere per la prima volta un piccolo tascabile per adulti l’ho letto e riletto un’infinità di volte saltando i termini difficili. Parlando di fate o gnomi, a me che li
immaginavo come creature eteree, delicate e pulite, quel libro ha fatto capire
che le fate irlandesi erano “gente” rozza e complicata, che aveva una lato violento, spaventoso e molto allegro ma
anche uno cattivo. E inoltre mi ha anche insegnato che se ogni giorno si lascia
un po’ di latte sul davanzale della finestra le fate faranno del loro meglio per
tenere lontano la sfortuna.
Successivamente ho conosciuto Peter Pan e Puck, anche mentre avevo il rimorso di
amare le creature fatate del paese nemico, durante gli anni bui della guerra,
non avevo altra scelta che considerare preziosi quei piccoli esseri. Nonostante
ciò quello era un modo di amare di nascosto, codardo, sfuggente e con i sensi di
colpa. Per lungo tempo ho continuato a pensare che non potevo permettermi di
nascondere la verità su quell’amore e che ne volevo scrivere con chiarezza.
Mentre mi turbinava nella mente il pensiero se sarei stata capace di far vivere
in Giappone gli esserini di un paese straniero e poi di acchiappare quelli
nativi nipponici, è apparso come il vento un piccolo essere giapponese veramente strano ma
adorabile che si chiama Amanejaki e io sono riuscita a terminare la storia.
Avevo pensato di mettere delle note e delle spiegazioni per i bambini piccoli
che leggeranno questo libro, riguardo i fatti e le parole del periodo che fa da
sfondo al racconto, e che non si usano più, ma siccome diventava pesante ho accantonato l’idea. I termini che non riuscite assolutamente a capire chiedeteli a mamma e papà. Poi chiedete conferma dalla loro bocca dei fatti veramente terribili dei
giorni della guerra.
Questa storia è stata pubblicata nel 1959 dalla casa editrice Chūōkōronsha e fortunatamente ho
fatto la conoscenza di persone che amano Robin, Iris, Amanejaki e gli altri. Ci
sono stati anche giovani papà che hanno chiamato la loro prima figlia Yuri. Poi sono stata veramente felice
che questo libro, fuori stampa per molto tempo, sia stato ripubblicato questa
volta dalla casa editrice Fukuinkan shoten con una nuova veste grafica.
Maggio 1967 Inui Tomiko
Nota aggiuntiva
Dal 1967 stavo scrivendo il sequel di questa storia ed è diventato un libro nel 1972 con il titolo Kurayami no tani no kobitotachi (Il
Piccolo Popolo nella valle oscura).
Robin, Iris e Amanejaki si riuniscono alla signora Tōko, Yuri, Jun e gli altri.
Poi insieme a piccoli esseri giapponesi come Momonga, Kinoko, Fukinoto e
Sumire, vanno incontro a giorni pieni di avventure.
Il posto segreto di Inui Tomiko
di Maria Elena Tisi
I segreti della casa sotto l’albero (Kokage no ie no kobitotachi) di Inui Tomiko (1924-2002) esce in Giappone
nel 1959. La sua pubblicazione, insieme a quella di Dare mo shiranai chiisana
kuni (Un piccolo paese che nessuno conosce, 1959) di Satō Satoru (n. 1928)
dello stesso anno, è considerata l’avvio alla letteratura per l’infanzia contemporanea in questo paese.
Con la fine della guerra e la liberazione dalle censure di regime la scrittura
per bambini e ragazzi sembra rifiorire: nascono numerose riviste con l’intento di infondere nei giovani i nuovi ideali di umanità e democrazia.[1] Nel giro di pochi anni però la spinta si esaurisce, si tende a scrivere quello che i bambini avrebbero
dovuto leggere e che si allontana dai loro interessi, senza riuscire a produrre
tematiche adatte alle nuove realtà del dopoguerra.[2] Si crea così una situazione di ristagno che vede ben presto la fine delle recenti
pubblicazioni.[3]
È nel decennio successivo che fra scrittori e studiosi si accende il dibattito su
quali dovessero essere le caratteristiche dei libri per l’infanzia per essere al passo con i tempi.[4] Alla ricerca di nuovi spunti si
guarda all’occidente e gli anni Cinquanta e Sessanta sono caratterizzati dalle innumerevoli
traduzioni dall’Europa e dal Nord America, classici e opere contemporanee, immesse copiosamente
sul mercato.[5] Si auspica la produzione di racconti lunghi e divertenti dove
gli avvenimenti siano descritti e spiegati con una prosa comune e parole
semplici, allontanandosi dai modelli precedenti che avevano privilegiato
paesaggi immaginari raffigurati con un linguaggio poetico e parole evocative.
Alle fiabe brevi si affiancano così due nuovi generi: il realismo e il fantasy. Quest’ultimo gode di notevole considerazione da parte dei critici e particolare
interesse viene rivolto a quella branca definita everyday magic, o low fantasy,
inaugurata dalle opere di Edith Nesbit (1858- 1924), che permette di raccontare
le vicende quotidiane in una cornice di fantasia, descrivendo un ambiente reale
in cui accade qualcosa di insolito o appaiono personaggi immaginari.[6]
Tra le numerose traduzioni grande riscontro ebbe l’opera di Mary Norton (1903-1992), The Borrowers (Sotto il pavimento, 1952),[7]
dove piccole creature, identiche agli esseri umani, vivono sotto il pavimento
prendendo a prestito, come dicono loro, i piccoli oggetti che le persone
lasciano in giro. Esserini in miniatura sono anche i protagonisti dei primi due
esempi della rinnovata letteratura: Kokage no ie no kobitotachi e Dare mo
shiranai chiisana kuni che, con modalità diverse, ritraggono la realtà dell’esperienza bellica condita di elementi fantastici e aprono le porte al fantasy
giapponese, orientato prevalentemente verso il genere everyday magic [8] almeno
fino agli ultimi decenni del secolo, quando vedranno la luce i primi romanzi
indicati come genuine Japanese Fantasy basati sulla mitologia o la storia del
Giappone, le cui autrici rappresentative sono Ogiwara Noriko (n. 1959) e
Uehashi Nahoko (n. 1962).[9]
L’incremento statale alle biblioteche pubbliche e scolastiche e, di conseguenza,
la crescita delle pubblicazioni da parte delle case editrici come Iwanami,
Fukuinkan e Kaiseisha fecero di quegli anni uno dei periodi d’oro della letteratura per bambini e ragazzi in Giappone.
I segreti della casa sotto l’albero è soltanto uno dei tanti contributi di Inui Tomiko alla sviluppo della scrittura
per l’infanzia. Oltre alla partecipazione attiva al dibattito sul rinnovamento della
stessa, in particolare all’opera Kodomo to bungaku,[10] già in precedenza aveva pubblicato alcuni racconti su varie riviste e il suo
esordio letterario è del 1957 con Nagai nagai penguin no hanashi (La lunghissima storia di due
pinguini) che nello stesso anno, riceve il Mainichi Publishing Culture Award. È il tentativo pionieristico di creare un racconto lungo per bambini in età prescolare ai quali, fino a quel momento, sembrava fossero riservate fiabe e
storie brevi. Sempre per i più piccoli scrive in seguito Hokkyoku no Mūshika Mīshika (Mushika e Mishika al
Polo Nord, 1961), in lizza per il Premio Andersen nel 1963, e nel 1965 ottiene
il Noma Children’s Literature Prize per Umineko no sora (Il cielo per il gabbiano). Nel 1972
pubblica il sequel de I segreti della casa sotto l’albero, candidato del Giappone per il Premio Andersen nel 1961, dal titolo
Kurayamidani no kobitotachi (La piccola gente della valle oscura, 1972), che
vedrà ancora protagonisti Robin, Iris e gli altri affiancati da nuovi esserini
nipponici. Allargando la prospettiva si addentra nei territori del mito con i
classici temi della la lotta tra bene e male, come altre opere uscite nello
stesso periodo sulla spinta delle traduzioni del genere high fantasy.[11] Inui
continua la sua varia e apprezzata produzione fino agli anni Novanta,
alternando storie per i più piccini e per ragazzi, realismo e fantasy.[12] Alla scrittura affianca l’attività editoriale, infatti dopo aver lavorato per alcuni anni come maestra d’asilo, dal 1950 entra nella casa editrice Iwanami, diretta da Ishii Momoko, dove
rimane per vent’anni collaborando a varie collane per l’infanzia, prima fra tutte Iwanami Shōnen bunko (Collana per ragazzi Iwanami),
determinante per la diffusione dei libri per ragazzi in Giappone.[13] Dal 1965
poi si dedica con entusiasmo anche alla Mūshika bunko, una sorta di biblioteca
privata sostenuta da volontari per godere del piacere della lettura insieme ai
bambini.[14]
I segreti della casa sotto l’albero risente delle esperienze belliche ma è anche il frutto delle innumerevoli conoscenze, soprattutto di opere straniere,
che l’autrice si mostra gioiosa di condividere con i lettori, quasi un preludio della
futura attività in biblioteca. Infatti, già dal prologo, appaiono immagini tratte da Il piccolo principe (The Little
Prince, 1943) di Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) e da Il vento tra i salici (The Wind in the Willows) di Kenneth
Grahame (1859-1932), poi all’interno del libro troviamo citazioni da Puck il folletto (Puck of Pookʼs Hill, 1906) di Rudyard Kipling (1865-1936), dalle Mille e una notte, da
William Blake (1757-1827), quando si parla delle api,[15] e forse anche rimandi
al volo sulle oche di Nils Holgersson nel caso delle passeggiate di Robin sul
dorso di Yahei,[16] senza dimenticare l’albo illustrato sullo zoo di Iwaya Sazanami (1870-1933).[17] Infine nella
postfazione viene dichiarata apertamente l’origine dell’interesse per il mondo fatato di William B. Yeats (1865-1939) incontrato in
Fiabe e racconti popolari delle campagne irlandesi (Fairy and folk tales of the
Irish peasantry, 1888).[18]
Inui Tomiko non fa mistero neanche dello stretto legame con l’opera di Mary Norton, letta in lingua originale prima della pubblicazione in
Giappone (1956) nello stesso periodo in cui stava leggendo The Little Bookroom
(La stanzetta dei libri, 1955), raccolta di brevi racconti per bambini di
Eleanor Farjeon (1881-1965),[19] e The Hobbit (Lo Hobbit, 1937) di J. R. R.
Tolkien (1892-1973), e afferma con decisione: «The Little Bookroom più Mary Norton uguale Kokage no ie no kobitotachi »[20] dove ‘uguale’ non sta a significare identico, ma è un riconoscimento alle opere che le hanno dato la spinta giusta per la
realizzazione di un lavoro che aveva già in mente. Il titolo The Little Bookroom rimanda immediatamente a quello del
primo capitolo del libro di Tomiko e alla descrizione della piccola biblioteca
che compare anche nell’introduzione della raccolta di Farjeon e che ritorna ripetutamente nei pensieri
dei protagonisti come simbolo di quiete, serenità e protezione.[21]
Per quanto riguarda invece i punti in comune tra gli Sgraffignoli, o
Rubacchiotti come sono stati chiamati gli esserini di Mary Norton al
cinema,[22] e la famiglia di Balbo non si limitano alle dimensioni e all’origine britannica, ma toccano vari aspetti del carattere o del comportamento
dei personaggi. La prima famigliola è composta da Pod, Casilia (Homily) e Arietta (Arrietty). Il mestiere di Pod è lo stesso di Balbo: fare scarpe, sua moglie, casalinga appassionata è sempre un po’ nervosetta proprio come Fern e la loro figlia Arietta sa leggere e scrivere
come Robin, possiede una collezione di libri in miniatura e il desiderio di
conoscere il mondo esterno, così come l’amore per la natura e l’aria aperta, la accompagnano per tutta l’opera ricordando da vicino il più piccolo degli Ash. In entrambe le storie è grazie alla curiosità e all’intraprendenza di questi due personaggi che le famiglie riusciranno a
emanciparsi dalla vita al chiuso e, in un certo senso, dalla dipendenza dagli
esseri umani, cosa assolutamente inimmaginabile all’inizio del racconto.
Dal secondo libro della saga di Norton si aggiunge ai tre un loro simile:
Sbrodolaus (Dreadful Spiller), indipendente e insolito, ma generoso e sempre
pronto a rendersi utile. «A Sbrodolaus non puoi fare domande»[23] dice Arietta e di lui aveva sempre la sensazione che «si materializzasse all’improvviso nell’aria e svanisse con altrettanta rapidità»,[24] un «esserino ridente»[25] che però di colpo sembra annoiarsi, un po’ come il nostro Amanejaki che improvvisamente sembra perdere interesse per le
conversazioni, appare come il vento quando meno te lo aspetti e dal quale, per
avere una risposta, bisogna prima di tutto evitare di chiedere. Personaggio
imprevedibile ma che non perde occasione per aiutare Robin, Iris e gli altri.
Le due famiglie vivono alle estremità delle case: una sotto il pavimento e l’altra nella piccola biblioteca del piano più alto dell’edificio e in comune hanno anche sia l’ossessione di essere ‘viste’, a detta di entrambe, una delle peggiori cose che potesse capitare, sia l’angoscia di essere rimasti gli ultimi delle propria razza su questa terra.
Nonostante le somiglianze, però, Balbo e i suoi non sono degli Sgraffignoli. Se questi vivono ‘prendendo in prestito’ oggetti necessari alla vita quotidiana di nascosto dagli abitanti della parte
superiore della casa, i membri della famiglia Ash non si ‘servono’ degli esseri umani, dipendono da essi in virtù del rapporto di affetto e fiducia instaurato nel tempo. Infatti il latte
portato nel misterioso bicchiere azzurro «non era semplicemente cibo, ma il simbolo dell’amore verso di loro e di un sentimento autentico di chi considerava la vita dei
piccoli esserini più preziosa di qualsiasi cosa».[26]
Ma chi sono allora queste personcine in miniatura? Sappiamo con certezza che
sono arrivate dall’Inghilterra con Miss MacLachlan, ma, nonostante il latte, non fanno parte di
quelle creature fatate «facili da compiacere, tanto che faranno di tutto per tener lontano da voi la
sfortuna, se solo vi premurate di lasciar loro un po’ di latte ogni notte sul davanzale della finestra»[27] di cui parla Yeats e neanche di quelle di Kipling.[28] Quando Balbo,
stimolato dal racconto della signora Tōko, parla con la moglie delle loro
origini, dice: «Non ho mai sentito nominare la vedova Whitgift. I nostri antenati più che Fate erano Nani. Anche dopo quella maledetta ‘Riforma religiosa’ erano rimasti in Inghilterra»[29]. E prende così le distanze dalla storia appena sentita sulla vedova e la sua discendenza,
nonostante anche in questa si parli di un sacrificio fatto solo per amore.[30]
Gli esserini non sono dotati di poteri soprannaturali ma c’è qualcosa di magico nei ferri di Iris che si muovono indipendentemente dalla sua
volontà. Appartenevano a Betarice Belladonna Took, madre di Fern e suo punto di
riferimento costante. Nuovi legami si intravedono perché ‘Belladonna Took’ rimanda al nome completo della madre di Bilbo Baggins, protagonista di Lo
Hobbit, che viene citata come donna «famous» o «fabulous», a seconda delle versioni dell’opera, e di cui viene raccontato che uno degli antenati «doveva aver preso in moglie una fata»[31] e quindi lo stesso Bilbo è probabile che dalla parte della madre avesse ereditato «qualcosa di strano nella sua formazione, qualcosa che aspettava solo l’occasione per venire alla luce».[32] Qualcosa di magico che aleggia anche intorno a Iris e al suo sferruzzare
senza posa, così come a Miss MacLachlan in attesa nella brughiera, o a Moriyama Tatsuo,
oculatamente scelto da lei, che secondo Yuri possiede la dote dei discendenti
della vedova Whitgift, che forse è solo conseguenza di avere un cuore puro e agire solo per amore.
La natura degli esserini rimane quindi avvolta nel mistero, hanno preso forma
nella mente dell’autrice da varie fonti e per essere ‘reali’ non potevano che venire da una terra di fate, gnomi, elfi, eccetera. Sono
creature in miniatura, metafore dei più deboli, scelte per raccontarci la storia dal loro punto di vista, ma anche
portatrici di valori diversi, che devono essere armonizzati con quelli di un
paese che ha perso i propri punti di riferimento e quindi difficili da
individuare, ed ecco che appare d’improvviso a illuminare Inui il misterioso e allegro esserino Amanejaki. Questo
personaggio salta fuori probabilmente dai mukashi banashi (fiabe tradizionali),
visto che il nome richiama Amanjakki, Amanojaku o Amanjaku, una specie di
demone, spesso ricordato per la fiaba Urikohime (La fanciulla melone). In
questa si racconta di una fanciulla che viene trovata da una coppia di anziani
dentro a un melone portato dalla corrente del fiume. Cresciuta con amore da
questi è ormai prossima al matrimonio, ma un giorno viene lasciata a casa da sola e il
demone ne approfitta subito: si fa aprire la porta e si sostituisce a lei dopo
averla appesa a un albero (o averla uccisa a seconda delle versioni). I due
vecchietti non si accorgono dell’inganno che viene scoperto solo in prossimità delle nozze grazie alle grida della ragazza stessa (o a quelle di un corvo).
Malvagio e ingannatore quindi nei racconti tradizionali l’Amanejaki di Inui Tomiko appare invece birbantello ma generoso, pronto ad
aiutare gli amici in difficoltà e desideroso di essere amato nonostante il carattere indipendente, mantenendo
però la particolarità del personaggio fiabesco di fare sempre il contrario di quello che gli si dice.
Una figura gioiosa che oltre allo Sbrodolaus di Mary Norton rimanda al «Dancing Boy» (Fanciullo danzante) che viveva nel bosco in cima alla collina danzando senza
posa e che appare in una delle fiabe della raccolta di Eleanor Farjeon.[33]
Sfondo della storia ma in realtà quasi protagonisti per la presenza determinante in tutta l’opera sono la guerra e la natura. Inui Tomiko non vuole dimenticare gli orrori
del passato perché la smemoratezza può essere molto pericolosa e il ricordo deve essere trasmesso per non ripetere gli
stessi sbagli.
Nel romanzo non ci sono combattimenti, armi, sangue, ma la guerra si insinua da
subito a minare la serenità degli abitanti della grande casa. Incombe per tutta l’opera e, anche se gli eventi più tragici e drammatici appaiono solo nei racconti dei personaggi, vengono via via
sottolineati i disagi e le sofferenze che deve patire anche chi non è coinvolto in prima persona. La guerra si insinua come un male oscuro
contaminando anche un cuore gentile come quello di Shin. A soffrire non ci sono
solo gli esseri umani, spesso ignari delle manovre politiche di chi è al potere: molte piante vengono distrutte dal fuoco o dalle necessità di coltivare generi commestibili e gli animali sono ridotti alla fame, se non
costretti a subire un destino ancora più crudele come accadde realmente, durante la guerra, a quelli ospitati nello zoo
di Ueno, a Tōkyō.
Nonostante i presupposti di una vita al ‘chiuso’ quella degli esserini si evolverà in una esperienza all’aria aperta. Il rinnovarsi delle stagioni e il fiorire della natura ricco di
colori, suoni, profumi, si percepiscono con particolare risalto nella
descrizione del risveglio della primavera legato alle esperienze personali dell’autrice durante o dopo la guerra: a Tōkyō, nella zona di Ōmori, dove si era
trasferita nel 1944, e poi vicino al lago Nojiri (Prefettura di Nagano).[34]
Come ammette lei stessa punto di riferimento per la raffigurazione della natura è stato Miyazawa Kenji (1896-1933)[35], determinante sia per l’impulso a scrivere che per averla riconciliata con la letteratura per l’infanzia del proprio paese. Infatti, attratta fin dalla scuola elementare più dalle storie di fate dei Grimm o di Anatole France che dai racconti
tradizionali o le fiabe giapponesi, riscopre l’interesse verso questi grazie all’incontro con lui durante il primo anno di università.[36] Inui si appassiona fortemente alle opere di questo scrittore arrivando ad
affermare che come gli autori occidentali fanno citazioni dalla Bibbia lei le
fa da Miyazawa Kenji.[37]
Nell’intervista con Jingū Teruo l’autrice racconta di come la natura, con i suoi suoni e i suoi profumi, fosse
entrata nel suo immaginario prima attraverso le opere di Miyazawa che in modo
effettivo essendo lei stessa cresciuta a Tōkyō. Inoltre spiega che il motivo
per cui si era innamorata di Kurohime (Prefettura di Nagano), quando c’era andata per la prima volta, era che quel luogo le aveva ricordato l’ambiente descritto da lui: un posto «nel quale le montagne, gli alberi, i cieli azzurri e la Via Lattea che
apparivano nelle fiabe di Miyazawa Kenji c’erano tutti».[38] Il regno della natura mostrato dal poeta le aveva fatto compagnia negli
anni bui della guerra e se lo ritrovava davanti con la sua varietà di animali, piante e paesaggi.[39] La descrizione realistica delle vicende si
arricchisce così di quelle immagini della natura vive e presenti che non si esauriscono nell’essere uno sfondo, ma riflettono i sentimenti delle persone e si armonizzano con
essi.
La natura rigogliosa è uno degli elementi che potrebbe far ipotizzare l’idea che il legame tra I segreti della casa sotto l’albero e l’opera di Mary Norton abbia contribuito all’arricchimento di Karigurashi no Arrietty (Arrietty Il mondo segreto sotto il
pavimento, 2010), versione animata liberamente ispirata alla saga degli
Sgraffignoli, prodotta nel 2010 dallo Studio Ghibli per la regia di Yonebayashi
Hiromasu (n. 1973) e la sceneggiatura di Miyazaki Hayao (n. 1941), anche se uno
spiccato interesse verso l’ambiente è tutt’altro che insolito nelle opere di quest’ultimo. Nel film si passa dall’Inghilterra della prima metà del Novecento al Giappone contemporaneo ma le piccole creature mantengono le
loro caratteristiche così come i nomi originali inglesi. L’interagire di esseri umani giapponesi con persone in miniatura britanniche
riecheggia naturalmente il romanzo di Inui Tomiko e lo fa ricordare anche il già citato risalto dato alle immagini della natura, rispetto all’originale inglese, che traspare già dalla locandina del film dove troviamo Arrietty in mezzo a tante foglie verdi,
un po’ come Iris e Robin nella copertina del volume, in particolare nell’edizione della casa editrice Fukuinkan (1967). Inoltre Lightburn ha notato che
Miyazaki, fra i vari cambiamenti e inserimenti per il pubblico di oggi, ha
messo in evidenza fiducia, coraggio e speranza tra le qualità possedute dai personaggi principali,[40] ed è proprio di queste che è impregnata l’opera di Inui Tomiko, tanto da dare l’impressione che la trasposizione dello Studio Ghibli di The Borrowers abbia
preso forma passando attraverso I segreti della casa sotto l’albero, senza dubbio nota a Miyazaki che durante gli anni universitari aveva
frequentato un circolo di studi sulla letteratura per l’infanzia.
Inui Tomiko ci apre le porte del suo posto segreto che non è né la stanzetta dei libri sotto l’olmo, né quella con il vecchio orologio della casa vicino al bosco di larici, e neppure
la misteriosa cripta nel santuario di Amanejaki, il suo posto segreto può trovarsi ovunque purché sia circondato dall’armonia tra tutti gli esseri e vi regni quella libertà che le è venuta a mancare durante gli anni bui della guerra.
Opera pioniere del fantasy giapponese I segreti della casa sotto l’albero è oggi un classico della letteratura per l’infanzia. Ci racconta di un mondo lontano nello spazio e ormai anche nel tempo,
ma i sentimenti che animano i personaggi non sono così diversi da quelli che proviamo ogni giorno nel clima di incertezza, impotenza e
solitudine che ci circonda.
Come Miyazaki con ‘Arrietty’ intende dare conforto e coraggio a chi vive in questa era caotica,[41] così Inui mostrandoci la fiducia di Fern, il coraggio di Yuri, la speranza di Iris,
la curiosità di Robin e soprattutto l’amicizia di Yahei e Amanejaki ci rassicura, perché, anche quando tutto sembra perduto, arriva una torcia amica a rischiarare il
cammino.
[1] Shigeo Watanabe, Post-war children’s literature in Japan International, in «Library Review», Vol. 2 , Iss. 2, 1970 pp.113-124.
[2] Nihon no kodomo no bungaku. Kokusai kodomo toshokan shozōshiryō de miru
ayumi, a cura di International library of children’s literature, Yamakoshi, Tōkyō 2012, p.14.
[3] Fra le riviste che hanno vita breve si ricordano Akatonbo (Libellula,
1946-1950), Ginga (La Via Lattea, 1946-1949) e Kodomo no hiroba (La piazza dei
bambini, 1946-1950).
[4] La critica verso la tradizione viene espressa principalmente nel cosiddetto
Manifesto della letteratura per ragazzi (Shōnen bungaku sengen, 1953) firmato
nel 1953 dall’Associazione dōwa dell’Università Waseda (Sōdai dōwakai), di cui facevano parte, fra gli altri, Torigoe Shin,
Furuta Taruhi e Jingū Teruo e, successivamente, nel volume Kodomo to bungaku (I
bambini e la letteratura, 1960) frutto di cinque anni di ricerca sulla
letteratura per l’infanzia condotto da Ishii Momoko (1907- 2008), Inui Tomiko, Suzuki Shinichi
(1919 -), Seta Teiji (1916-1979) Matsui Tadashi (1926-) e Watanabe Shigeo
(1928- 2006). Gli autori presi in esame per riconsiderare il passato in vista
di nuove direttive per il futuro sono Miyazawa Kenji, Chiba Shōzō e Niimi
Nankichi, Ogawa Mimei, Hamada Hirosuke e Tsubota Jōji. Per ulteriori dettagli
si vedano Marcella Mariotti, Il percorso letterario di Matsutani Miyoko dal
dopoguerra ai giorni nostri: dal dōwa al jidō bungaku, in Atti del XXVII
Convegno di Studi sul Giappone AISTUGIA, Cartotecnica Veneziana Editrice,
Venezia 2004, pp. 205-221 e Maria Elena Tisi, La letteratura moderna per l’infanzia in Giappone, in Miscellanea Orientale, a cura di Giulio Soravia,
Libreria Bonomo Editrice, Bologna 2012, pp. 151-165.
[5] Dopo A.A. Milne (1882-1956) e Kenneth Grahame (1859-1932) negli anni
Quaranta, gli autori per l’infanzia tradotti si moltiplicano: Pamela L. Travers (1899-1996), Mary Norton (1903-1992), Edith
Nesbit(1858- 1924), Lucy M. Boston (1892-1990), C. S. Lewis (1898-1963), J. R.
R. Tolkien (1892-1973), Rosemary Sutcliff (1920-1992), Astrid Lindgren
(1907-2002), Philippa A. Pearce (1920-2006), Arthur Ransome (1884-1967) e molti
altri ancora.
[6] Il low fantasy si differenzia dall’high fantasy dove si ha il passaggio in altri mondi durante o sin dall’inizio della storia stessa.
[7] Mary Norton, Sotto il pavimento, Salani, Firenze 1988.
[8] Fra gli autori del genere everyday magic si ricordano Kashiwaba Sachiko (n.
1953), Kadono Eiko (n. 1935) e Tomiyasu Yoko (n. 1959).
[9] Teruo Jingū, Fantajī no shūhen, in Fantasy: its birth to development.
Transcript of ILCL: Lecture series on Children’s Literature, 2004, a cura di Kokuritsu kokkai toshokan kokusai kodomo toshokan,
Maruikobunsha, Tōkyō 2005, pp. 4-19.
[10] Vedi nota 4.
[11] Altre opere rappresentative del genere high fantasy, con la creazione di
mondi paralleli e lotte all’ultimo respiro fra il bene e il male, sono Gin no honoo no kuni (Storia del
paese delle fiamme d’argento, 1972) di Kanzawa Toshiko (n. 1924) e Hikariguruma yo, maware! (Gira,
ruota splendente!, 1973) di Amazawa Taijirō (n. 1936).
[12] Nel 1982, 1983 e 1987 ottiene il Sankei Children's Publishing Culture Award
rispettivamente con Yuki no yoru no gensō (L’illusione di una notte di neve), Yamanba no minarai no musume (L’apprendista della Yamanba, 1983) che riceve anche l’Akaitori Award for Children's Literature, e Hakuchō no futago monogatari (La
storia dei due cigni gemelli) che ottiene anche il Robō no Ishi Literary Award
inseime a Hikari ni kieta hi (Il giorno che scomparve la luce).
[13] Dal 1950 fino ai giorni nostri la collana Iwanami Shōnen bunko ha
presentato oltre quattrocento capolavori della letteratura mondiale in edizione
integrale e a un prezzo contenuto, contribuendo in modo tangibile allo sviluppo
della letteratura per l’infanzia in Giappone. Le altre collane della stessa casa editrice sono Iwanami
kodomo no hon (Collana di libri per bambini Iwanami) e Iwanami ohanashi no hon
(Collana di libri da leggere ad alta voce) per i più piccini.
[14] Noriko Kawakita, An Attempt at Creating Children's Literature. A Case of
Tomiko Inui, «Heian Jogakuin University journal» (14), 2014-06, pp. 10-18.
[15] Capitolo 2.
[16] Selma Lagerlöf, Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, Oscar Mondadori, Milano 2011.
[17] Avuto fra le mani da Inui Tomiko nel 1951, il piccolo albo illustrato
Dōbutsuen (Zoo) fa parte della raccolta Sazanami Iwaya, Nipponichi no ehanashi,
Nakanishiya shōten, Tōkyō 1911-1915.
[18] La raccolta Fairy and folk tales of the Irish peasantry è stata tradotta in italiano insieme a Irish Fairy Tales (Fiabe irlandesi, 1892)
nel volume William Butler Yeats, Fiabe Irlandesi, a cura e traduzione di Pietro
Meneghelli, Newton Compton Editori, Roma 1993.
[19] Eleanor Farjeon, The Little Bookroom, Oxford University Press, London 1955.
[20] Tomiko Inui, Ryū Ueno, Taidan: Kirinosan no kinō – kyō – ashita dōjidai o ikiru (Inui Tomiko tokushū), in «Nihon jidōbungaku», 24 (10) 1978-09, p. 23.
[21] Sul legame tra la stanzetta dei libri e l’Arca di Noè, con il aprticolare riferimento alla necessità della sua distruzione per l’emancipazione dei protagonist, si vedano Takeo Miyakawa, Hakobune monogatari. ‘Kokage no ie no kobitotachi’ kō, in «Nihon jidōbungaku», 24 (10) 1978-09, pp. 78-81 e Mihoko Tanaka, Aspects of the translation and
reception of British children’s fantasy literature in postwar Japan: with special emphasis on “The borrowers” and “Tom’s midnight garden”, Otowa-Shobo Tsurumi-Shoten, Tōkyō 2009, pp. 233-235.
[22] I rubacchiotti è il titolo in italiano della versione cinematografica di The Borrowers, diretto
da Peter Hewitt e uscito con lo stesso titolo del romanzo nel 1997.
[23] Mary Norton, Ai piedi dell'erba, Salani Editore, Firenze 1993, p.141.
[24] Mary Norton, In teiera sull'acqua, Salani, Milano 2006(1993), p.87.
[25] Mary Norton, Ai piedi..., cit., p.104.
[26] Capitolo 3.
[27] I folletti in frotte in William Butler Yeats, op.cit., p.45.
[28] Ruyard Kipling, Puck il folletto, Adelphi Edizioni, Milano 2003.
[29] Capitolo 3.
[30] La storia a cui si riferisce la signora Tōko appare con il titolo Il grande
esodo all’interno di Puck il folletto (Puck of Pook’s Hill)(Ruyard Kipling, op.cit. , pp. 175-190). Racconta della fuga delle fate
dall’Inghilterra, terrorizzate dai sanguinosi conflitti seguiti alla Riforma
religiosa, perché «per loro la bonta d’animo fra quelli in carne e ossa è una manna, il malanimo è veleno»(p. 182). Secondo il racconto di Puck, detto anche Robin Goodfellow, la vedova
Whitgift aveva permesso ai suoi figli di aiutarle e portarle in Francia con il
loro battello. I due giovani tornarono dal viaggio così come erano: uno cieco e quindi «non aveva visto un bel niente»(p. 188), e l’altro muto così «non poteva dir niente di quel che aveva visto»(p. 188). La vedova aveva prestato i figli solo per amore, ma sembra che le fate
avessero promesso che «ci sarebbe sempre stato uno in famiglia per vedere meglio di tanti attraverso i
muri»(p. 189) e Puck stesso «aveva promesso che (…) ci sarebbe sempre stato un discendente che…mai sarebbe stato afflitto, né mai cuore avrebbe trafitto; che il buio non spaura, la paura non minaccia, la
minaccia non lo danna, né la donna mai lo inganna»(p.189).
[31] J.R.R. Tolkien, Lo hobbit o la Rinconquista del Tesoro, Biblioteca Adelphi
Edizioni, Milano 1973, p. 15.
[32] Idem.
[33] Il «Dancing Boy» appare nel racconto Young Kate in: Eleanor Farjeon, op. cit., pp. 19-20.
[34] Teruo Jingū, Gendai Jidōbungaku sakka taidan 6 Inui Tomiko- Kanzawa
Toshiko-Matsutani Miyoko, Kaiseisha, Tōkyō 1990, p. 14.
[35] Nativo della prefettura di Iwate, nel Nord del Giappone Miyazawa Kenji è stato agronomo, studioso, nonché poeta e autore di fiabe. Quasi sconosciuto in vita è oggi considerato il più importante autore per l’infanzia giapponese. Il suo amore per la natura e la rappresentazione di essa,
dando voce a tutti gli esseri e i fenomeni del regno animale, vegetale e
minerale, sono rinomati in tutto il paese.
[36] Teruo Jingū, Gendai…, cit., pp. 24-25.
[37] Tomiko Inui, Ryū Ueno, art. cit., p. 23.
[38] Teruo Jingū, Gendai…, cit., p. 24.
[39] Taijirō Amazawa – Tomiko Inui, Yomigaeru fantajī (Yōsei monogatari – tokushū), in Eureka 11(10), 1979-08, p. 158.
[40] Jane A. Lightburn, Adapting Arrietty: Hayao Miyazaki's re-telling of Mary
Norton's "The Borrowers", in Aichi gakuin daigaku goken kiyō, 37(1), 2012-01,
p. 98.
[41] Studio Ghibli, The Art of Kari-gurashi no Arrietty, Studio Ghibli, Tōkyō
2010, p. 8.