10.

Rinascimento, stagnazione o declino?

Nel capitolo sull’evoluzione dell’impiego dell’energia nucleare per usi civili abbiamo definito il periodo che inizia alla fine degli anni Ottanta come un periodo di stagnazione e di transizione. In effetti, secondo i dati Iaea, dal 1989 a fine 2009 sono entrati in esercizio 95 reattori e ne sono stati chiusi definitivamente 77. In pratica il numero dei reattori è rimasto quasi costante (+4%), anche se il bilancio in termini di capacità produttiva è migliore (+19%) perché i reattori chiusi erano decisamente più piccoli di quelli nuovi. Rimanere quasi fermi in un mondo della produzione elettrica che invece si è sviluppato e si sta sviluppando a un ritmo sostenuto, grazie soprattutto alle economie emergenti, non può che condurre a una perdita di importanza o al declino. Mentre tra il 1970 e il 1990 la produzione elettronucleare cresceva più velocemente della produzione delle altre fonti tanto da passare da meno del 2 al 17% della produzione elettrica mondiale, nei due decenni successivi la corsa si è dapprima fermata e poi ha cambiato direzione scendendo al 13% nel 2009.

Se il ritmo di costruzione rimanesse quello del recente passato le cose potrebbero andare anche peggio in futuro. Infatti i reattori in esercizio invecchiano, e dei 441 reattori in servizio a fine 2010 ben 133 hanno già superato i 30 anni di funzionamento, 225 hanno un’età compresa tra 20 e 30 anni e solo 79 sono entrati in servizio dopo il 1990 (in media 4 all’anno). Poiché quasi tutti i reattori entrati in funzione finora erano stati autorizzati a funzionare per non più di 40 anni, è chiaro che, se nulla cambiasse, tra qualche anno il numero di reattori in esercizio inizierebbe a declinare. Tuttavia l’esperienza ha mostrato che la vita dei reattori attuali può essere prolungata e in tal senso si stanno muovendo le autorità di sicurezza che in non pochi casi hanno già esteso le autorizzazioni di esercizio fino a 60 anni (almeno 50 dei 104 reattori americani hanno ricevuto tale autorizzazione). Quindi il declino del numero dei reattori non sembra essere così vicino, ma se il ritmo di entrata in servizio di nuovi reattori fosse quello degli ultimi vent’anni, l’energia nucleare a livello mondiale sarebbe destinata a occupare una nicchia con peso decrescente.

Al di là di queste cifre, certamente significative di una penetrazione che si è arrestata, vi sono anche altri segni che testimoniano lo stato non esaltante in cui si è venuta a trovare l’industria nucleare. Ad esempio, dal 1990 a oggi nessun paese che non avesse già in costruzione o in esercizio qualche reattore nucleare è entrato a far parte del club dei paesi che producono energia elettrica da fonte nucleare (oggi sono 30). Anzi, come ricordato nel capitolo 1, alcuni paesi di questo ristretto club hanno approvato leggi di rinuncia a sostituire gli attuali reattori arrivati a fine vita. Un altro segno negativo è stato il rallentamento della ricerca nucleare. La capacità di attrazione delle migliori risorse intellettuali giovanili e il livello di finanziamento pubblico della ricerca nucleare sono ben lontani da quelli che c’erano fino alla metà degli anni Ottanta. A proposito di invecchiamento, da più parti è stato segnalato il rischio di un mancato rinnovo anche delle competenze necessarie per gestire i reattori esistenti.

Ma forse il segnale più importante delle difficoltà che l’energia nucleare incontra nel suo sviluppo è il permanere della diffidenza nei suoi confronti da parte di larghi strati della popolazione mondiale. La Commissione europea testa regolarmente l’opinione dei cittadini europei su molti temi, tra cui quello dell’energia nucleare. L’ultima indagine dell’Eurobarometro, pubblicata a marzo 2010, non ha evidenziato variazioni di rilievo rispetto ad analoghe indagini precedenti, e in particolare ha mostrato che:

In Europa dunque predomina un giudizio negativo sull’impiego dell’energia nucleare: per il 51% degli intervistati i rischi superano i benefici (il 35% sostiene il contrario, il 14% è indeciso) e questo vale persino in paesi come la Francia (53% vs 36) dove l’energia nucleare rappresenta l’80% della produzione elettrica. Naturalmente la posizione dell’opinione pubblica può cambiare nel tempo e da paese a paese. Inoltre non sempre le indagini sono ben condotte e si basano su campioni rappresentativi. Tuttavia Eurobarometro è una fonte considerata attendibile e i risultati sopra esposti in linea generale sono confermati da altre indagini. Ad esempio, un’indagine Harris dell’autunno 2010 condotta nei cinque principali paesi europei e negli Stati Uniti mostra una prevalenza di opposizione a costruire nuovi reattori in Europa (particolarmente in Germania) e un’opinione pubblica divisa a metà negli Stati Uniti. Il fatto che a quasi venticinque anni dall’incidente di Černobyl l’opinione pubblica dei paesi sviluppati manifesti ancora un elevato grado di diffidenza verso l’energia nucleare dimostra che l’impiego di questa fonte non è ancora considerato un’attività routinaria. Stando così le cose, bisogna concludere che il declino nell’uso dell’energia nucleare sia inevitabile?

La risposta, come accade in molti casi, non è affatto scontata, tanto che negli ambienti nucleari si parla addirittura di «rinascimento nucleare» giustificato da alcune novità.

Innanzitutto l’atteggiamento dei governi in molti paesi è cambiato sia per il riemergere delle preoccupazioni per la scarsità e la volatilità del prezzo dei combustibili fossili (petrolio e gas in particolare), sia per la necessità di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra per rispettare gli impegni internazionali.

L’ultimo ciclo di volatilità ha portato il prezzo del petrolio a sfiorare i 150 dollari al barile a metà del 2008. Nei due anni successivi il prezzo si è dimezzato a causa della crisi economica mondiale. Tuttavia molti rimangono convinti che la brace covi sotto la cenere. Se vi fosse una ripresa economica mondiale e/o se le economie emergenti come quella di Cina, India e Brasile crescessero per una decina d’anni ai ritmi del primo decennio di questo secolo, la domanda di petrolio non potrebbe che aumentare fortemente e con essa il prezzo del greggio che si trascinerebbe dietro quello degli altri combustibili. Il nucleare rimane perciò un’alternativa fondamentale e complementare alle fonti rinnovabili per ridurre l’impiego di combustibili fossili nel settore elettrico.

Ma sicuramente è la crescita della preoccupazione per i cambiamenti climatici e il connesso sforzo per ridurre le emissioni di CO2 che, a partire dal Protocollo di Kyoto del 1997, hanno dato nuova linfa al nucleare, facendo diventare questa fonte una possibile soluzione al principale problema ambientale mondiale del momento. Oggi l’uomo emette ogni anno circa 30 miliardi di tonnellate di CO2, di cui, il 41% (circa 12 Gt) proviene dal settore elettrico. Secondo le previsioni dello studio dell’Agenzia internazionale dell’Energia Aie (Energy Technology Perspectives) del 2010 (Etp 2010), se non si prendesse alcun provvedimento, le emissioni al 2050 potrebbero raddoppiare arrivando a 57 Gt CO2. Per limitare l’incremento della temperatura entro 2-3 °C, bisognerebbe invece dimezzare il livello delle emissioni attuali. Da qui la grande sfida che coinvolge in primo luogo il settore elettrico per il suo peso sul totale delle emissioni e perché vi sono numerose possibilità a costi contenuti di ridurle. Infatti si può ricorrere alle fonti rinnovabili e all’energia nucleare che non emettono CO2, oppure catturare e stoccare la CO2 emessa dagli impianti termoelettrici (soprattutto a carbone). Delle tre strade la terza è quella più costosa e che richiede ancora non pochi progressi in campo tecnologico. Le fonti rinnovabili e l’energia nucleare sono invece complementari. Infatti gran parte delle fonti rinnovabili sono intermittenti e, a meno di ricorrere a costose soluzioni di stoccaggio, richiedono anche una fonte più continua come appunto l’energia nucleare. Per questa ragione le previsioni dell’Aie, secondo la quale la lotta ai cambiamenti climatici rimarrà il fattore dominante delle politiche energetiche nei prossimi decenni, hanno cominciato a dare sempre più peso alla penetrazione dell’energia nucleare. Secondo l’Etp 2010, nello scenario base, cioè se non si adottassero politiche specifiche per l’energia e il clima, la potenza nucleare installata potrebbe passare dai 375 GW attuali a 610 nel 2050. Tuttavia, nel 2050, se si volessero dimezzare le emissioni del 2005 ricorrendo alle tecnologie a minor costo, allora la capacità nucleare installata salirebbe a 1.200 GW (Blue Map Scenario) o addirittura a 2.000 GW nello scenario Blue Map hi Nuc. Anche nello scenario di crescita più contenuta e tenendo conto delle sostituzioni, bisognerebbe quindi mettere in esercizio una trentina di nuovi reattori da 1.000 MW all’anno, livello dal quale siamo oggi ben lontani.

A fine 2010, infatti, c’erano in costruzione 65 reattori per 62 GW di cui 26 in Cina (più 2 a Taiwan), 11 in Russia, 6 in India e 5 nella Corea del Sud. Altri undici paesi avevano 1 o 2 reattori in costruzione. Questo risultato, che può apparire modesto rispetto alle prospettive evocate sopra, segna comunque già una forte ripresa dell’attività nucleare: alla fine del 2004 vi erano solo 26 reattori in costruzione in nove paesi per 20,8 GW. In sei anni dunque la potenza in costruzione è stata triplicata, il numero di reattori in costruzione più che raddoppiato e il numero dei paesi con reattori in costruzione salito di più del 50%. Vi sono segnali che questo trend possa continuare e anzi intensificarsi?

Per farsi un’idea delle prospettive dell’energia nucleare a più lungo termine ci pare utile organizzare l’esame della situazione mondiale suddividendo i paesi in tre gruppi corrispondenti a diverse fasi di sviluppo economico: i paesi industrializzati membri dell’Ocse, i paesi dell’ex Unione Sovietica e i paesi emergenti capeggiati da Cina e India. Oggi l’87% della capacità nucleare installata si trova nei paesi Ocse (vedi tab. 10), ma le prospettive più promettenti si trovano nei paesi emergenti da cui perciò conviene partire.

I paesi emergenti sono quelli da cui dipende maggiormente lo sviluppo del nucleare nei prossimi decenni. La ragione è semplice: il tasso di crescita dei consumi e della capacità produttiva elettrica è molto più elevato qui che nel resto del mondo. Il caso più emblematico è quello cinese. Tra il 2004 e il 2007 in Cina sono entrati in servizio più di 270 GW di cui 226 da impianti a carbone, 40 di idroelettrico, 6 di altre fonti rinnovabili e 2 di nucleare. È prevedibile che questo ritmo di costruzione diminuirà, ma la Cina non potrà neppure continuare a ricorrere in modo così massiccio al carbone, almeno per ragioni ambientali. In effetti la Cina sta puntando massicciamente anche sulle fonte rinnovabili (idroelettrico, eolico e solare) dove punta a diventare un leader mondiale. C’è però ampio spazio anche per il nucleare, che oggi pesa solo per il 2% nella produzione elettrica cinese (con 13 reattori e 10 GW di potenza installati). Basterebbe che questa quota salisse al 20% nel 2050 per attivare una domanda di nuovi impianti nucleari di almeno 300 GW. Un segnale che l’opzione nucleare in Cina non è affatto un’ipotesi remota è dato dal fatto che oggi ci sono ben 24 reattori in costruzione (di diversi tipi) e molte decine in programma. Tuttavia il ritmo di costruzione per i prossimi anni non è ancora definito. Inoltre la Cina punta anche in questo campo a diventare autosufficiente dal punto di vista industriale. Questo obiettivo potrebbe forse rallentare la penetrazione nucleare in quel paese, che si presenta comunque come il principale mercato dei prossimi decenni. Un discorso simile si può fare per l’India, che si è decisamente impegnata in campo nucleare fin dalla fine della seconda guerra mondiale, cercando di sviluppare soluzioni almeno parzialmente autonome (tra l’altro l’India è il paese che ha dedicato maggiore attenzione al ciclo del torio). In presenza di risorse economiche e industriali limitate, la ricerca dell’autarchia, in parte voluta e in parte inevitabile data la non adesione dell’India al Trattato di non proliferazione, ha limitato finora la penetrazione del nucleare (2% della produzione elettrica nel 2009). Tuttavia anche l’India possiede un potenziale di sviluppo della capacità elettrica enorme (addirittura superiore a quello cinese data la maggiore arretratezza: secondo l’Aie, nel 2009 404 milioni di indiani non avevano accesso all’elettricità) e avrebbe bisogno di limitare il ricorso al carbone per ragioni ambientali. In effetti uno sviluppo più consistente del nucleare è nei piani governativi. Occorrerà vedere se gli accordi di collaborazione nucleare stipulati dall’India con gli Stati Uniti e con la Russia negli ultimi anni saranno in grado di imprimere un’accelerazione alla costruzione di nuovi reattori nel paese. Oltre a Cina e India vi sono pochissimi altri paesi in via di sviluppo con impianti nucleari in esercizio o costruzione. Il più importante è il Brasile (gli altri sono Argentina, Pakistan, Sudafrica e Taiwan) che ha due reattori in esercizio e nel 2010 ha ripreso la costruzione del terzo (interrotta nel 1986). Pur essendoci prospettive di forte aumento della richiesta di elettricità, il Brasile dispone anche di molte altre risorse interne (in particolare idroelettriche). Non è chiaro perciò quanto la ripresa di interesse per il nucleare sia dettata da motivi energetici o semplicemente dalla volontà di non stare al di fuori di una tecnologia considerata strategica. L’interrogativo posto per il Brasile vale anche per altri paesi come l’Iran, che sta per entrare nel club nucleare, gli Emirati Arabi, che hanno ordinato nel 2009 quattro reattori all’industria coreana, e molti altri paesi in via di sviluppo. Il rapporto dell’Aiea (International Status and Prospects of Nuclear Power) del settembre 2010 afferma che ben «65 paesi stanno (attualmente) mostrando interesse, pensando o pianificando attivamente l’impiego dell’energia nucleare». Di questi, più della metà sono paesi in via di sviluppo. È chiaro che se anche solo alcuni passassero dalle intenzioni ai fatti le prospettive di crescita del nucleare cambierebbero sensibilmente. Ma tutto questo non pare molto compatibile con la sicurezza e le preoccupazioni per la proliferazione, oltre che con le dimensioni dei sistemi elettrici di molti paesi. Nel futuro prossimo non sembra prevedibile che il club nucleare si allarghi se non a pochissimi nuovi paesi di questo gruppo.

I paesi comunisti hanno sempre manifestato grande fiducia nell’energia nucleare. Con il crollo del comunismo e la crisi economica successiva anche i progetti nucleari si sono fermati, ma l’atteggiamento dei governi dei paesi dell’ex Unione Sovietica è sempre rimasto favorevole a questa fonte nonostante l’incidente di Černobyl. La ripresa economica in atto dal 2000 ha portato dapprima al completamento di alcuni reattori in costruzione da molto tempo e poi alla messa in cantiere di nuovi impianti. Anche in prospettiva l’energia nucleare in questi paesi dovrebbe giocare un ruolo fondamentale e anzi accrescere il suo peso nella produzione elettrica (oggi pari al 18% nella Federazione Russa).

Rimane da vedere che cosa ci si può aspettare dai paesi Ocse. A livello governativo si può dire che mediamente vi è oggi un atteggiamento più favorevole verso l’energia nucleare di quanto non vi fosse agli inizi degli anni 2000, ma permangono posizioni e situazioni molto differenziate. A fini espositivi li divideremo in tre aree geografiche: l’Estremo Oriente, l’Europa e gli Stati Uniti.

I due paesi nucleari dell’Estremo Oriente, Giappone e Corea del Sud, possono essere considerati tra i campioni dell’energia nucleare. Da quando hanno iniziato a costruire reattori nucleari non hanno mai smesso e non hanno mai messo in discussione questa fonte malgrado l’alta densità abitativa e l’elevato rischio sismico in Giappone. Oggi vi sono 54 reattori in esercizio e 2 in costruzione in Giappone e 21 in esercizio e 5 in costruzione in Corea. È quasi certo che altri reattori saranno messi in costruzione nei prossimi anni e che la Corea e il Giappone raggiungeranno una penetrazione dell’energia nucleare rispettivamente del 50 e del 40% entro una decina d’anni.

La situazione europea è molto più variegata. Nell’Unione Europea (più la Svizzera) sono in funzione 129 reattori con una produzione elettrica pari a circa il 27% del totale, ma si va dalla Francia che ha 58 reattori e produce circa l’80% del suo fabbisogno a paesi come l’Italia che non hanno nessun reattore in esercizio. Ufficialmente nell’Unione Europea vi sono in costruzione 6 reattori: in Bulgaria (2), Slovacchia (2), Finlandia (1) e Francia (1), ma i 2 reattori bulgari sono di fatto in una fase di stallo per problemi di finanziamento e di definizione delle quote di partecipazione. Il fatto che Slovacchia e Bulgaria abbiano in costruzione 4 reattori serve a ricordare che nei paesi ex comunisti dell’Europa dell’Est è rimasto un atteggiamento tutto sommato pro-nucleare (oltre che reattori di tecnologia russa). Ma la partita decisiva per il nucleare si gioca nei paesi dell’Europa occidentale che hanno dimensioni economiche ben più rilevanti.

Nell’Europa a quindici (Eu-15) il primo segnale concreto di ripresa dell’interesse per l’energia nucleare è stato la firma del contratto per la fornitura del reattore n. 3 di Olkiluoto, in Finlandia, a dicembre 2003. Questo reattore era il primo che veniva ordinato da una quindicina d’anni nell’Unione Europea e inoltre il primo di una nuova serie di reattori, denominata Epr, sviluppato congiuntamente dalla francese Areva e dalla tedesca Siemens. L’ordine finlandese è stato seguito da un ordine analogo all’inizio del 2007 per un reattore Epr da costruire a Flamanville in Francia. Ma non sono solo questi due ordinativi a segnare un cambiamento di rotta in Europa, perché Francia e Finlandia sono sempre rimasti paesi pro-nucleare (e in effetti è già programmata la costruzione di altri reattori). Forse più importanti sono le dichiarazioni di voler riprendere a costruire centrali nucleari da parte del Regno Unito (nel 2008), dell’Italia (2008), della Svizzera (2008) e della Svezia (2009). Si è cioè venuto a creare un atteggiamento molto più favorevole all’energia nucleare da parte di molti governi europei. Il fatto che paesi che avevano approvato una legge per l’uscita dal nucleare ci abbiano ripensato (Svezia) o abbiano almeno deciso di prolungare la vita dei loro impianti (Belgio e Germania) sono tutti segnali che la messa al bando per l’energia nucleare in Europa potrebbe finire. Tutto ciò non significa che si stia ritornando agli entusiasmi iniziali degli anni Cinquanta o dei primi anni Settanta, ma solo che questa fonte sta (forse) tornando ad essere, sul piano politico e industriale, un’opzione da percorrere se dimostrerà di essere conveniente e potrà dare una mano a «decarbonizzare» (cioè eliminare le emissioni di CO2) il settore energetico. D’altro canto va anche segnalato che persiste una notevole distanza tra le dichiarazioni politiche e le posizioni dell’opinione pubblica e tra le manifestazioni di intenzione e le realizzazioni. La situazione italiana, dove pure nel 2009 è stata approvata una nuova legge per la reintroduzione dell’energia nucleare ma dove poco di concreto è ancora stato fatto, ne è un buon esempio. Allo stesso tempo le difficoltà incontrate nel rispettare tempi e costi di realizzazione dei primi due reattori Epr europei inducono sicuramente le imprese elettriche a prudenza e fanno dire che il rientro in campo del nucleare nei paesi europei che gli avevano voltato le spalle non è ancora un fatto acquisito.

Da ultimo rimane da capire che cosa avverrà negli Stati Uniti, paese che per primo si è lanciato in un grande programma nucleare civile (oggi sono in esercizio 104 reattori), ma che si è fermato alla fine degli anni Ottanta di fronte a una constatazione di sostanziale fallimento. L’esame della situazione degli Stati Uniti è particolarmente importante per almeno tre ragioni: a) perché qui più che altrove l’energia nucleare per svilupparsi deve dimostrare di essere competitiva e affidabile; b) per le enormi potenzialità industriali e di mercato di questo paese; c) perché sono stati il primo paese a decidere (con una legge del 1982) che il problema delle scorie era risolvibile mettendole in un deposito geologico profondo. Vediamo queste tre motivazioni nel dettaglio.

In primo luogo, vista l’esperienza fallimentare del passato, condizione necessaria per convincere società private e finanziatori a investire in nuovi progetti nucleari è essere ragionevolmente certi dei costi di produzione e della competitività della produzione nucleare. Sul piano politico un aiuto concreto è venuto dal presidente Bush, che nel 2005 ha fatto approvare l’Energy Policy Act che prevede sgravi fiscali e garanzie finanziarie per i primi reattori di nuova generazione che entreranno in funzione. Tali disposizioni sono state mantenute e anzi ampliate nel 2010 dal presidente Obama. Ma non è tanto questo che ha riaperto l’interesse delle società elettriche verso l’energia nucleare, quanto la modifica del quadro istituzionale entro cui si realizzano gli impianti. Come si è detto nel capitolo 1, la costruzione di impianti nucleari negli Stati Uniti era andata in crisi per ragioni economiche legate soprattutto al processo di autorizzazione dopo la creazione dell’Nrc (Nuclear Regulatory Commission) nel 1974. Tale processo prevedeva due stadi. Prima di iniziare la costruzione dell’impianto, il richiedente doveva presentare all’Nrc una domanda per il permesso di costruzione. Tale domanda non doveva contenere un progetto dettagliato, ma solo informazioni preliminari. Prima di rilasciare il permesso di costruzione, l’Nrc era tenuta ad organizzare delle audizioni (hearings) per raccogliere critiche, pareri e suggerimenti del pubblico su questioni ambientali e di sicurezza. Una volta ottenuto il permesso, l’operatore presentava una seconda domanda per il permesso di esercizio dell’impianto, di solito quando la costruzione era giunta verso la metà. Nel presentare questa domanda, il richiedente doveva fornire il progetto dettagliato dell’impianto e altre informazioni riguardanti l’esercizio. Era previsto anche un secondo round di coinvolgimento del pubblico. È chiaro che il fatto di rinviare la specificazione del progetto a quando l’impianto era già in costruzione lasciava sì aperta la porta a modifiche migliorative da parte del progettista, ma anche a richieste da parte del regolatore, talora sollecitate dall’intervento del pubblico. Tutto ciò ha portato ad allungare tempi e costi e a realizzare impianti ognuno diverso dall’altro, senza godere di economie di apprendimento, e quindi al fallimento economico di cui si è parlato. La situazione oggi si presenta diversa perché si è sfruttato il periodo di stasi di costruzione per cercare di «mettere in ordine la casa». L’Nrc dal 1989 ha riformato il sistema di autorizzazione passando a un’autorizzazione unica, un permesso di costruzione e di esercizio unico chiamato Col (construction and operation licence). Il nuovo sistema autorizzativo (aggiornato nel 2007) prevede tre approvazioni distinte: la certificazione di un progetto di riferimento del reattore, l’autorizzazione di un sito adatto ad ospitare una centrale nucleare e infine la richiesta di Col che, se basata su progetti standard e siti preapprovati (cosa non obbligatoria), può procedere più speditamente. Il grande vantaggio atteso da questo sistema è quello di contenere e rendere più certi tempi e costi di costruzione. Fino ad oggi, sulla base di questo nuovo sistema regolatorio, l’Nrc ha approvato quattro progetti standard (e altri quattro sono sotto esame) e quattro siti. Inoltre nel triennio 2007-2009 l’Nrc ha ricevuto 17 richieste di Col per 26 nuovi reattori. È proprio questo numero consistente di domande presentate negli anni scorsi che ha fatto parlare di nuclear renaissance negli Stati Uniti. Va però tenuto presente che a fine 2010 nessun permesso unico era stato rilasciato e nessun richiedente aveva trasformato la domanda di autorizzazione in un ordine fermo presso un costruttore. Inoltre proprio le domande di supporto finanziario presentate nel 2008-2009 sulla base dell’Energy Policy Act hanno mostrato che le stime di costo attese (almeno 6.000 $/kW) sono molto superiori a quelle che si ipotizzavano. Il rinascimento delle costruzioni non si è quindi ancora concretizzato se non in due casi: nel 2007, dopo l’esecuzione di opportuni lavori, è stato riavviato un reattore (Browns Ferry 1) fermo dal 1985 a seguito di un grave incendio e, sempre nel 2007, è stata ripresa la costruzione di un reattore (Watts Bar 2) interrotta nel 1988 (quando il reattore era completato all’80%).

In secondo luogo, il contributo dei centri di ricerca e dell’industria americana è sempre stato essenziale per lo sviluppo tecnologico del nucleare. Anche in questo campo gli anni 2000 hanno visto qualche segnale di ripresa. Da tempo gli Stati Uniti hanno perso la leadership tecnologica in campo nucleare. Dei suoi due campioni nazionali, Westinghouse e General Electric, che sono stati gli iniziatori delle due tecnologie Pwr e Bwr oggi dominanti, il primo è passato, dopo varie vicissitudini, sotto il controllo della giapponese Toshiba e il secondo si è alleato con la giapponese Hitachi per continuare ad operare nel settore. Ciononostante sono stati gli Stati Uniti a introdurre il concetto di certificazione del progetto-standard di un reattore e tutti i costruttori mondiali aspirano a ottenere tale certificazione dall’Nrc non solo per poter vendere sul (potenziale) mercato americano, ma anche come credenziale sui mercati internazionali. Sono stati gli Stati Uniti a contribuire in modo decisivo a definire le caratteristiche dei reattori di terza generazione (maggior livello di sicurezza, maggior ricorso a soluzioni di sicurezza passiva, maggiore standardizzazione, maggiore durata e migliori prestazioni tecniche) e, come detto, ad approvare alcuni progetti-standard innovativi per la realizzazione dell’attuale generazione di reattori (3 e 3+). Infine sono stati proprio gli Stati Uniti a lanciare nel 2000 il Gif (Generation IV International Forum), che raggruppa una decina di paesi e l’Euratom nella ricerca e sviluppo dei reattori di quarta generazione, e nel 2006 il Gnep (Global Nuclear Energy Partnership), con lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico del back-end del ciclo del combustibile compatibile con la riduzione dei rifiuti radioattivi e del rischio di proliferazione. Anche in questo caso dunque gli Stati Uniti stanno contribuendo alla ripresa del nucleare, anche al fine di indirizzare lo sviluppo tecnologico in modo compatibile con le preoccupazioni americane (in primis quella della non proliferazione).

In ultimo, c’è il problema della destinazione finale delle scorie radioattive. Le iniziative americane sono molto importanti per diversi motivi. Anzitutto perché gli Stati Uniti, dopo aver deciso di rinunciare al ritrattamento del combustibile spento, sono diventati i paladini della soluzione del deposito geologico profondo avendo approvato nel 1982 una legge che prevedeva la realizzazione di due depositi gestiti dal Department of Energy in grado di trattenere i rifiuti per almeno 10.000 anni. In secondo luogo perché gli Stati Uniti hanno non solo il maggior numero di reattori ma anche un territorio enorme (e in alcune zone disabitato) dove dovrebbe essere facile trovare le condizioni richieste e realizzare tale deposito. Infine perché anche negli Stati Uniti, come nel resto del mondo, il problema delle scorie radioattive è tra quelli che maggiormente preoccupano l’opinione pubblica quando si parla di nucleare. In questo campo, tuttavia, è difficile riscontrare segni di deciso rinascimento. Infatti, dopo aver selezionato nove siti, nel 1987 la legge sui rifiuti nucleari del 1982 è stata emendata dando mandato al Department of Energy di proseguire i lavori di caratterizzazione di un solo sito, quello di Yucca Mountain, nel deserto del Nevada, a circa 200 chilometri da Las Vegas. Il Department of Energy ha speso più di 10 miliardi di dollari (finanziati dai proprietari degli impianti nucleari) per qualificare il sito e nel 2002 sembrava che la decisione finale per andare avanti con il sito di Yucca Mountain fosse stata presa. Mancava solo l’approvazione dell’ente di sicurezza (la relativa domanda di autorizzazione è stata avanzata solo nel 2008). Invece l’elezione di Obama ha portato alla decisione di accettare le contestazioni al sito dello Stato del Nevada e alla rinuncia (temporanea?) ad andare avanti con il deposito di Yucca Mountain e quindi (se confermata) a dover ricominciare da capo.

L’energia nucleare sta progressivamente perdendo i connotati di bene o male assoluto. Non suscita più le attese di liberare prodigiosamente per sempre l’umanità dal problema di procurarsi l’energia di cui ha bisogno, ma non è neppure più considerata come la peggiore minaccia.

Come si è visto nei diversi capitoli di questo volume, le principali sfide sono: la dimostrazione di saper controllare tempi e costi di costruzione, la soluzione del problema dei rifiuti radioattivi, il consolidamento del funzionamento del parco impianti senza incidenti gravi, l’acquisizione del consenso sociale, il controllo della proliferazione delle armi atomiche. Su tutti questi aspetti sono stati compiuti dei progressi, ma non si può dire che siano state date risposte definitive. Per questo riteniamo che la ripresa del nucleare nei prossimi dieci-venti anni non sarà impetuosa.

Vi è però una certezza: il baricentro delle costruzioni di nuovi impianti si è spostato verso Oriente. Giappone e Corea del Sud da un lato, Cina e India dall’altro sono i mercati dove certamente si continuerà a puntare sull’energia nucleare. Tuttavia Cina e India, che per diversi motivi sono mercati dalle potenzialità enormi, potrebbero non svilupparsi al ritmo atteso, specie se i governi di quei paesi punteranno soprattutto sulla crescita dell’industria nazionale. L’Europa appare divisa, ma in ogni caso solo pochi reattori dovrebbero essere realizzati nei prossimi due decenni. I limiti allo sviluppo provengono dalla limitatezza dei mercati elettrici di alcuni Stati favorevoli al nucleare (Finlandia, alcuni paesi dell’Est) o dalla bassa crescita della domanda elettrica in paesi che non hanno necessità urgenti di sostituire gli impianti esistenti. Solo nel Regno Unito (per la sostituzione dei vecchi impianti) e forse in Italia (per il riequilibrio del mix produttivo) potrebbero esserci prospettive più consistenti di nuove costruzioni nucleari. Anche negli Stati Uniti, al di là delle manifestazioni di intenzione di alcune utility e del fatto che sicuramente la «casa è stata messa in ordine» dal punto di vista organizzativo e autorizzativo, la ripresa su larga scala non è ancora in atto né appare imminente. Molti paesi oggi non dotati di reattori nucleari hanno manifestato interesse negli ultimi anni per questa fonte, ma senza un chiarimento complessivo è difficile che, al di là di pochi casi (che pure potrebbero avere grande peso nel panorama internazionale), si passi alla costruzione di nuovi impianti.

A più lungo termine, però, a parere di chi scrive, per motivi ambientali e di limitazione delle risorse naturali, l’umanità non potrà fare a meno di questa fonte di energia che ha davanti a sé ancora enormi potenzialità di sviluppo tecnologico.