Fui costretto ad arrivare alla conclusione che Shiva, il mio rivale, il mio fratello scambiato, non poteva più essere accolto nelle assemblee della mia mente; e questo per ragioni, lo riconosco, ignobili. Temevo che potesse scoprire ciò che sicuramente non sarei stato capace di nascondergli – i segreti delle nostre nascite. Shiva, per il quale il mondo era cose, per il quale la storia era spiegabile solo nei termini di una lotta permanente dell’individuo contro le masse, avrebbe certamente insistito per rivendicare la propria legittima eredità; e, inorridito dall’ipotesi che il mio antagonista dalle ginocchia rientranti potesse sostituirmi nella camera azzurra della mia infanzia, costringendomi a scendere cupo la collinetta a due piani per immergermi nei miseri quartieri settentrionali; incapace di credere che la profezia di Ramram Seth fosse stata destinata al figlio di Winkie, che fosse stato a Shiva che aveva scritto il Primo ministro e che per Shiva i pescatori avessero puntato il dito verso il mare... Attribuendo insomma un ben maggior valore ai miei undici anni come figlio che al semplice sangue, decisi che il mio distruttivo e violento alter ego non avrebbe più partecipato alle riunioni sempre più turbolente della Conferenza dei bambini della mezzanotte; che avrei protetto il mio segreto – quello che un tempo era stato di Mary – con la mia stessa vita.

C’erano notti in quel periodo in cui evitavo addirittura di convocare la Conferenza – e non per la piega insoddisfacente che essa aveva preso, ma puramente perché sapevo che mi occorreva tempo, e sangue freddo, per erigere intorno alla mia nuova conoscenza una barriera tale da escluderla ai Bambini; col tempo ero sicuro di riuscirci... ma Shiva mi faceva paura. Essendo il più violento e il più potente dei Bambini, poteva penetrare dove altri non sarebbero mai arrivati... In ogni caso, evitai i miei consoci; e poi all’improvviso era già troppo tardi, perché, dopo aver esiliato Shiva, mi trovai a mia volta scaraventato in un esilio dal quale non ero più in grado di contattare i miei oltre cinquecento colleghi: fui infatti gettato oltre la frontiera creata dalla Spartizione, nel Pakistan.

Verso la fine del settembre 1958, ebbe termine il periodo di lutto per mio zio Hanif Aziz; e miracolosamente la nube di polvere che ci aveva avvolti fu portata via da un misericordioso acquazzone. Una volta fatto il bagno e indossati abiti lavati di fresco e accesi i ventilatori sui soffitti, uscimmo dalle stanze da bagno pieni, per breve tempo, dell’illusorio ottimismo della pulizia da poco insaponata; per scoprire un impolverato e non lavato Ahmed Sinai che, con una bottiglia di whisky in mano e gli occhi iniettati di sangue, saliva barcollando dal suo ufficio sotto il feroce controllo dei ginn. Aveva lottato, nel suo segreto mondo d’astrazione, con le realtà inconcepibili che le rivelazioni di Mary avevano portato allo scoperto; e, a causa di qualche bizzarro effetto dell’alcol, era stato preso da una collera indescrivibile, rivolta però non contro la schiena ormai lontana di Mary e neanche contro il figlio scambiato che era in mezzo a noi, ma contro mia madre – contro, dovrei dire, Amina Sinai. Forse perché sapeva che avrebbe dovuto chiederle perdono, e non voleva farlo, Ahmed declamò contro di lei per ore e ore nello scandalizzato raggio uditivo della sua famiglia; non intendo qui ripetere gli insulti che le rivolse e neanche le orribili linee di condotta che le raccomandò di seguire nel corso della sua vita. Ma alla fine intervenne la Reverenda madre.

«Una volta, figlia mia,» disse ignorando le persistenti farneticazioni di Ahmed «tuo padre e io, comesichiama, dicemmo che non era una vergogna lasciare un marito inadeguato. Ora torno a dirlo: tu hai, comesichiama, un uomo indicibilmente spregevole. Lascialo; lascialo oggi stesso e porta i tuoi bambini, comesichiama, lontano dalle bestemmie che erutta dalle sue labbra come un animale, comesichiama, da trivio. Porta con te i tuoi bambini, ti dico, comesichiama – i tuoi due bambini» disse, stringendomi al seno. Ora che la Reverenda madre mi aveva legittimato, nessuno più poteva opporsi; mi sembra oggi, attraverso gli anni, che persino il mio maledicente padre fosse rimasto colpito, vedendola prendere posizione a favore dell’undicenne dal naso gocciolante.

Combinò tutto la Reverenda madre: Amina era come stucco – come argilla da vasaio! – nelle sue mani onnipotenti. In quel periodo mia nonna (devo continuare a chiamarla così) credeva ancora che lei e suo marito sarebbero presto emigrati nel Pakistan; ordinò dunque a mia zia Emerald di portarci tutti con sé – Amina, la Scimmia, io, persino mia zia Pia – ad aspettare il suo arrivo. «Le sorelle devono prendersi cura delle sorelle, comesichiama,» disse la Reverenda madre «nei momenti difficili.» Mia zia Emerald sembrava molto seccata; ma sia lei sia il generale Zulfikar acconsentirono. E poiché mio padre era in un tale stato di follia da farci temere per la nostra sicurezza, e poiché gli Zulfikar avevano già prenotato i loro posti su una nave che sarebbe salpata in serata, quel giorno stesso io abbandonai la casa di tutta la mia vita, lasciando Ahmed Sinai solo con Alice Pereira; perché, quando mia madre piantò il suo secondo marito, se ne andarono anche tutti gli altri servi.

Nel Pakistan, ebbe termine il mio secondo periodo di crescita precipitosa. E nel Pakistan scoprii che per qualche strana ragione l’esistenza di una frontiera “disturbava” le mie trasmissioni mentali agli oltre cinquecento; in tal modo, esiliato ancora una volta dalla mia casa, fui anche esiliato dal dono che era il mio più autentico diritto di nascita; il dono dei bambini della mezzanotte.

Eravamo ancorati al largo del Rann di Kutch in un pomeriggio zuppo di caldo. Il caldo ronzava nel mio malandato orecchio sinistro; ma io decisi egualmente di restare in coperta a guardare le piccole barche a remi vagamente sinistre e i sambuchi dei pescatori che svolgevano servizio di traghetto tra la nostra nave e il Rann, trasportando avanti e indietro, avanti e indietro oggetti coperti di tela. Sotto il ponte gli adulti giocavano a metter su casa; non avevo idea di dove fosse finita la Scimmia. Era la prima volta che mi trovavo su una vera nave (le occasionali visite alle navi da guerra americane nel porto di Bombay non contavano, essendo puramente escursioni turistiche e in più c’era sempre l’imbarazzo della compagnia di dozzine di signore molto molto incinte, che partecipavano invariabilmente a queste gite nella speranza di aver le doglie e di partorire bambini che, essendo nati in mare, avrebbero avuto i requisiti per ottenere un giorno la cittadinanza americana). Guardavo attraverso la foschia di calore il Rann. Il Rann di Kutch... Lo avevo sempre considerato un nome magico, e avevo sempre avuto il desiderio, e nello stesso tempo il timore, di visitare quel luogo, quell’area camaleontica che era terra per metà dell’anno e mare per l’altra metà e sulla quale, si diceva, l’oceano ritirandosi abbandonava ogni sorta di favolosi detriti: casse di tesori, bianche e spettrali meduse e persino ogni tanto la figura boccheggiante e leggendaria di un tritone. Osservando per la prima volta questa terra anfibia, questa palude da incubo, avrei dovuto sentirmi eccitato; ma il caldo e gli avvenimenti recenti mi avevano depresso; il mio labbro superiore era ancora infantilmente umido di moccio, ma ciò che mi opprimeva era la sensazione di essere passato direttamente da una prolungata e sbavante fanciullezza a una vecchiaia prematura (e ancora gocciolante). La mia voce stava diventando più profonda; avevo dovuto cominciare a radermi e il mio viso era macchiato di sangue nei punti dove il rasoio aveva affettato i foruncoli... Mi passò davanti il commissario di bordo e disse: «Ti conviene scendere, figliolo. È l’ora più calda, questa». Gli domandai dei traghetti. «Sono i rifornimenti» disse e si allontanò, lasciandomi a contemplare un futuro nel quale c’era poco da aspettarsi se non la riluttante ospitalità del generale Zulfikar, il compiaciuto pavoneggiarsi di mia zia Emerald, che si sarebbe sicuramente divertita a sfoggiare i segni del suo successo mondano e del suo prestigio davanti all’infelice sorella e all’afflitta cognata e la bruta presunzione del loro figlio Zafar... «Pakistan» dissi ad alta voce. «Che razza di fogna!» E non ci eravamo ancora arrivati... Guardai le barche; parevano nuotare attraverso una nebbiolina vertiginosa. Anche il ponte dava l’impressione di ondeggiare violentemente, benché non ci fosse quasi vento; e io ebbi un bel cercare d’aggrapparmi alla battagliola, le assi furono troppo svelte per me; si alzarono di scatto e mi colpirono in pieno naso.

Fu così che arrivai nel Pakistan, con un leggero colpo di sole da aggiungere al vuoto delle mie mani e alla conoscenza della mia nascita, e qual era il nome della nave? Quali le due imbarcazioni sorelle che ancora facevano la spola tra Bombay e Karachi, prima che la politica ponesse fine ai loro viaggi? La nostra nave era la Sabarmati; la sua gemella, che incrociammo poco prima di entrare nel porto di Karachi, era la Sarasvati. Andammo dunque in esilio sul piroscafo che portava il nome del comandante, ulteriore dimostrazione del fatto che non si può sfuggire ai ricorsi.

Arrivammo a Rawalpindi su un treno caldo e polveroso. (Il generale ed Emerald viaggiavano in carrozze con aria condizionata; per noi altri comprarono normali biglietti di prima classe.) Ma faceva fresco quando scendemmo a ’Pindi e io misi per la prima volta piede in una città del Nord... La ricordo come una cittadina bassa e anonima; caserme, negozi di frutta, un’industria d’articoli sportivi; militari d’alta statura per le strade; jeep; mobilieri; polo. Una città dove era possibile avere molto freddo. E in un nuovo e lussuoso complesso edilizio, una grande casa con un alto muro di cinta sormontato da filo spinato e pattugliato da sentinelle: la residenza del generale Zulfikar. C’era un bagno accanto al letto a due piazze dove dormiva il generale; c’era uno slogan che veniva continuamente ripetuto: «Organizziamoci!»; i servi indossavano maglioni militari verdi e berretti; la sera giungevano dai loro alloggi odori di bhang e di chara. I mobili erano costosi e sorprendentemente belli; non c’era niente da ridire sul gusto di Emerald. Ma era una casa noiosa e priva di vita, nonostante tutte le sue arie militari; persino i pesci rossi nella vasca addossata alla parete della sala da pranzo sembravano gorgogliare con svogliatezza; il più interessante, forse, dei suoi abitanti non era neanche umano. Permettetemi per un attimo di descrivere Bonzo, il cane del generale. Scusate: la vecchia beagle del generale.

Questa gozzuta creatura d’incartapecorita antichità era stata per tutta la vita supremamente indolente e inutile; ma, mentre io mi stavo ancora riavendo dal colpo di sole, provocò il primo grande trambusto del nostro soggiorno – una sorta di anteprima della “rivoluzione delle pepaiole”. Il generale Zulfikar se l’era portata un giorno in un accampamento militare, dove doveva assistere alle esercitazioni di una squadra di rilevatori di mine in un campo minato preparato per l’occasione. (Il generale era impaziente di minare l’intero confine indo-pakistano. «Organizziamoci!» diceva. «Diamo a quegli indù qualcosa di cui preoccuparsi! Faremo saltare quegli invasori in tanti pezzi che non gli resterà un accidente di niente per reincarnarsi!» Viceversa non aveva molto interesse per le frontiere del Pakistan orientale, essendo dell’opinione che «quei dannati negri possono benissimo arrangiarsi da soli»)... Ma Bonzo si liberò del guinzaglio e, sfuggendo in qualche modo alle mani dei giovani jawan che cercavano freneticamente d’agguantarla, s’avviò scodinzolando verso il campo minato.

Panico immediato. Soldati muniti di rilevatori di mine che procedevano con frenetica lentezza attraverso la zona esplosiva. Il generale Zulfikar e altri capoccioni dell’esercito che si tuffavano a cercar riparo sotto le tribune, in attesa dell’esplosione... Ma esplosione non ci fu; e quando il fior fiore dell’esercito pakistano fece capolino da dentro le pattumiere o da sotto le panche, si vide Bonzo avanzare elegantemente, naso a terra, in quel campo di semi letali, Bonzo-la-noncurante, perfettamente a proprio agio. Il generale Zulfikar lanciò in aria il suo berretto con la visiera. «Meraviglioso!» strillò con voce sottile, strizzata tra naso e mento. «La vecchia sa fiutare le mine!» Immediatamente Bonzo venne arruolata nelle forze armate come rilevatrice di mine a quattro zampe, col grado onorifico di sergente maggiore.

Accenno al successo di Bonzo, perché fornì al generale un’arma da usare contro di noi. Noi Sinai – più Pia Aziz – eravamo membri inefficienti e improduttivi della famiglia Zulfikar, e il generale non ci permetteva mai di dimenticarlo: «Persino una dannata beagle centenaria riesce a guadagnarsi la vita,» lo si sentì brontolare «ma la mia casa è piena di gente che non sa organizzarsi a fare un accidente di niente». Ma prima della fine di ottobre sarebbe stato lieto (se non altro) della mia presenza... e la trasformazione della Scimmia non era molto lontana.

Andavamo a scuola con il cugino Zafar, divenuto apparentemente ansioso di sposare mia sorella da quando eravamo figli di una famiglia spezzata; ma la peggiore impresa la compì durante un weekend in cui ci portarono nel villino di montagna del generale, a Nathia Gali, oltre Murree. Io ero tutto eccitato (ero appena guarito dalla mia malattia): le montagne! La possibilità di pantere! L’aria fredda, pungente! – e quindi non fu per me un problema quando il generale mi domandò se mi dispiaceva dormire nello stesso letto di Zafar, e non ebbi il minimo sospetto neanche quando stesero sul materasso un lenzuolo di gomma... ma mi svegliai nelle ore piccole in una grande e rancida pozza di tiepido liquido e mi misi a strillare con quanto fiato avevo in gola. Il generale comparve al nostro capezzale e cominciò a menar botte da orbi al figlio. «Sei un uomo, ormai! Accidenti! E continui a farlo! Organizzati! Buono a niente! Chi altri si comporta così? I vigliacchi, ecco chi! Che mi venga un colpo se voglio avere un figlio vigliacco...» L’enuresi di mio cugino Zafar rimase, tuttavia, la vergogna della sua famiglia; nonostante le botte, il liquido scorreva regolarmente lungo le sue gambe; e un giorno gli accadde anche da sveglio. Ma questo dopo certi movimenti compiuti, con la mia assistenza, da pepaiole, i quali mi dimostrarono che in questo paese, anche se le onde radio telepatiche erano disturbate, funzionavano tuttavia i modi di connessione: in modo attivo-letterale oltre che attivo-metaforico, cominciai a cambiare le sorti della Terra dei Puri.

La Scimmia d’ottone e io eravamo, in quei giorni, spettatori impotenti dello sfiorire di mia madre. Lei, sempre così assidua al caldo, aveva cominciato ad avvizzire nel freddo del Nord. Privata di due mariti, era stata anche privata (ai suoi occhi) di qualsiasi significato, e in più c’era da ricostruire un rapporto tra madre e figlio. Una sera m’abbracciò stretto e disse: «L’amore, figlio mio, è una cosa che una madre impara; non nasce con un bambino, si forma; e io per undici anni ho imparato ad amarti come mio figlio». Ma dietro la sua dolcezza c’era una lontananza, come se stesse sforzandosi di convincere se stessa... come c’era una distanza nei sussurri di mezzanotte della Scimmia quando mi diceva: «Ehi, fratello perché non andiamo a versare un po’ d’acqua su Zafar? Crederanno tutti che abbia bagnato il letto» – ed era la sensazione di questo divario a dimostrarmi, che, benché usassero termini come figlio e fratello, la loro immaginazione non aveva ancora finito d’assimilare la confessione di Mary; ignorando allora che non sarebbero mai riuscite a pensare in maniera diversa il fratello e il figlio, continuavo a essere terrorizzato da Shiva; e venivo quindi spinto sempre più a fondo nel cuore illusorio del mio desiderio di dimostrarmi degno della loro parentela. Benché riconosciuto dalla Reverenda madre, non mi sentii mai a mio agio, se non su una veranda, lontana ancora più di tre anni, quando mio padre disse: «Vieni, figlio, vieni qui e lascia che io ti ami». Forse è per questo che la notte del 7 ottobre 1958 mi comportai come mi comportai.

... Un ragazzo di undici anni, Padma, sapeva pochissimo degli affari interni del Pakistan, ma era in grado d’accorgersi, in quel giorno d’ottobre, che si stava preparando un inconsueto pranzo di gala. Saleem, a undici anni, ignorava tutto della Costituzione del 1956 e della sua graduale erosione; ma i suoi occhi erano sufficientemente acuti per scorgere gli agenti del servizio di sicurezza dell’esercito e della polizia militare arrivati nel pomeriggio e ora nascosti dietro ogni cespuglio del giardino. Le lotte tra le fazioni e le molteplici incapacità del signor Ghulam Mohammed erano per lui un mistero; ma era chiaro che sua zia Emerald si stava mettendo i suoi più bei gioielli. La farsa dei quattro primi ministri in due anni non lo aveva mai fatto ridere; ma nell’aria che incombeva sulla casa del generale sentiva che si stava avvicinando qualcosa di molto simile a un calar di sipario. Pur ignorando l’emergere del Partito repubblicano, ero tuttavia incuriosito dall’elenco degli invitati al ricevimento di Zulfikar; benché vivesse in un paese dove i nomi non avevano per lui nessun significato – chi era Chaudhuri Muhammad Ali? o Suhrawardy? O Chundrigar? O Noon? – l’anonimità degli ospiti, difesa con tanta cura da suo zio e sua zia, non mancava di sconcertarlo. Sebbene avesse una volta ritagliato da un giornale un titolo riferentesi al Pakistan – LANCIO DI MOBILI UCCIDE VICEPRESIDENTE ASSEMBLEA EST PAKISTAN – non poteva sapere perché, alle sei del pomeriggio, una lunga fila di berline nere varcasse i muri presidiati da sentinelle della Proprietà Zulfikar; né perché sventolassero bandiere sui loro cofani; né perché i loro passeggeri si rifiutassero di sorridere, e neanche perché Emerald, Pia e mia madre stessero alle spalle del generale Zulfikar con espressioni che sarebbero apparse più appropriate a un funerale che a una riunione mondana. Chi stava morendo? Per chi erano tutte quelle berline? – non ne avevo idea, ma me ne stavo in punta di piedi dietro mia madre a guardare i finestrini di vetro affumicato di quelle enigmatiche auto.

Si aprirono le portiere; scudieri e aiutanti saltarono giù dai veicoli e aprirono portiere posteriori irrigidendosi nel saluto; un piccolo muscolo cominciò a contrarsi sulla guancia di mia zia Emerald. E poi chi scese dalle sbandieranti vetture? Quali nomi dare a quella favolosa schiera di baffi, frustini, occhi penetranti, medaglie e stellette che ne emersero? Saleem non conosceva né nomi, né numeri di serie; i gradi tuttavia erano identificabili. Medaglie e stellette, portate con fierezza sul petto e sulle spalle annunciavano chiaramente l’arrivo di altissimi ufficiali. E dall’ultima vettura scese un uomo alto con una testa sorprendentemente rotonda, rotonda come un mappamondo di latta, benché priva delle linee della longitudine; inoltre benché avesse una testa da pianeta, gli mancava la scritta del globo un tempo schiacciato dalla Scimmia; non MADE IN ENGLAND (anche se aveva sicuramente studiato a Sandhurst),10 si fece avanti salutando medaglie-e-stellette; arrivò di fronte a mia zia Emerald; e aggiunse agli altri il proprio saluto.

«Comandante in capo,» disse mia zia «benvenuto in casa nostra.»

«Emerald, Emerald» uscì dalla bocca incastonata nella testa a forma di mappamondo – e situata immediatamente sotto un nitido paio di baffi. «Perché tante formalità, perché questo takalluf?» E allora lei lo abbracciò dicendo: «Be’, in questo caso, Ayub, hai un aspetto meraviglioso».

Era generale allora, anche se non molto lontano dal grado di feldmaresciallo... lo seguimmo in casa; lo guardammo bere (acqua) e ridere (sonoramente); a cena lo guardammo di nuovo e lo vedemmo mangiare come un contadino, macchiandosi i baffi di salsa... «Senti, Em» disse. «Perché fai sempre tanti preparativi quando arrivo io? Io sono un semplice soldato; dal e riso delle tue cucine sarebbero già un banchetto per me.»

«Un soldato certo,» replicò mia zia «ma semplice – mai! Neanche un po’!»

I calzoni lunghi mi autorizzavano a sedere a tavola, accanto al cugino Zafar e circondato da medaglie-e-stellette; la tenera età, però, obbligava entrambi a rimanere in silenzio. (Il generale Zulfikar mi aveva detto in un sibilo militare: «Una sola parola e finisci subito in guardina. Se vuoi restare, sta’ zitto. Chiaro?». Stando zitti, Zafar e io eravamo liberi di guardare e di ascoltare. Ma Zafar, diversamente da me, non cercava di dimostrarsi degno del proprio nome...)

Che cosa udirono gli undicenni durante la cena? Che cosa capirono delle spiritose allusioni dei militari a «quel Suhrawardy che è sempre stato contrario all’idea del Pakistan» – o a Noon «che si sarebbe dovuto chiamare Tramonto, no?».11 E mentre discutevano di brogli elettorali e di denaro nero, quale pericolo sotterraneo permeava le loro pelli, facendo rizzare i peli sulle loro braccia? E quando il comandante in capo citò il Corano, quanto di ciò che intendeva dire fu compreso da orecchie undicenni?

«È scritto,» disse l’uomo con la testa tonda, e medaglie-e-stellette ammutolirono, «Aad e Thamoud noi anche distruggemmo. Satana aveva fatto sembrar loro giuste le loro turpi imprese, per quanto acuta fosse la loro vista.»

Fu come un segnale, un gesto delle mani di mia zia allontanò i servi. Lei stessa si alzò per andarsene, e uscirono pure mia madre e Pia. Anche Zafar e io ci alzammo dalle nostre sedie, ma lui, lui in persona, gridò dall’altro capo della sontuosa tavola: «I piccoli uomini dovrebbero rimanere. Si tratta del loro avvenire, dopo tutto».

I piccoli uomini, spaventati ma anche orgogliosi, tornarono a sedersi e rimasero in silenzio, obbedendo agli ordini.

Solo uomini adesso. Un cambiamento nel viso di testatonda; c’era in esso qualcosa di più cupo, qualcosa di variegato e di disperato... «Dodici mesi fa,» dice «ho parlato a tutti voi. Concediamo ai politici un anno – non è questo che vi ho detto?» Teste annuiscono; mormorii d’assenso. «Signori, noi abbiamo concesso loro un anno; la situazione è divenuta intollerabile e io non intendo tollerarla oltre!» Medaglie-e-stellette assumono espressioni severe, da statisti. Mascelle si serrano, occhi scrutano intensamente il futuro. «Stanotte, dunque,» – sì! ero lì! A pochi metri da lui! – il generale Ayub e io, il sottoscritto e il vecchio Ayub Khan! – «assumo il controllo dello Stato.»

Come reagiscono gli undicenni all’annuncio di un colpo di Stato? Udendo le parole: «... lo spaventoso disordine delle finanze nazionali... corruzione e impurità dappertutto...» si serrano anche le loro mascelle? E i loro occhi si concentrano su domani più luminosi? Gli undicenni ascoltano un generale che grida: «La Costituzione è da questo momento abrogata! Le assemblee, nazionali e provinciali, sono sciolte! I partiti politici vengono immediatamente aboliti!» – e cosa credete che pensino?

Quando il generale Ayub Khan disse: «Imponiamo da ora la legge marziale» sia il cugino Zafar sia io capimmo che la sua voce – quella voce piena di forza e di decisione e dei ricchi timbri della miglior cucina di mia zia – stava dicendo una cosa che potevamo definire con una sola parola: tradimento. Sono fiero di dire che tenni la testa a posto, ma Zafar perse il controllo di un organo più imbarazzante. Umidore macchiò la parte anteriore dei suoi calzoni; il giallo umidore della paura calò giù per le sue gambe sino a macchiare tappeti persiani; medaglie-e-stellette ne sentirono l’odore e si voltarono verso di lui con espressione d’infinito disgusto, e poi (e fu ancor peggio) arrivarono le risate.

Il generale Zulfikar aveva appena cominciato a dire: «Se permette, signore, abbozzerò le operazioni di stanotte» quando suo figlio si bagnò i pantaloni. Freddamente infuriato, mio zio lo cacciò dalla stanza, «Ruffiano! Donna!» seguirono Zafar fuori della sala da pranzo, nella voce sottile e acuta del padre; «Codardo! Omosessuale! Indù!» balzarono dalla faccia da Pulcinella inseguendo il figlio su per le scale... Gli occhi di Zulfikar si posarono su di me. Contenevano una supplica. Salva l’onore della famiglia. Riscattami dall’incontinenza di mio figlio. «Tu, ragazzo!» disse mio zio. «Vuoi venire qui ad aiutarmi?»

Naturalmente annuii. Dimostrando la mia virilità, la mia idoneità al ruolo di figlio, aiutai mio zio a fare la sua rivoluzione. E così facendo, guadagnandomi la sua gratitudine e soffocando le risatine delle medaglie-e-stellette lì riunite, mi creai un nuovo padre; il generale Zulfikar si aggiunse all’elenco degli uomini disposti a chiamarmi “figliolo” o semplicemente “figlio mio”.

Come facemmo la rivoluzione: il generale Zulfikar spiegava i movimenti delle truppe: io, mentre lui parlava, spostavo simbolicamente pepaiole. Applicando il modo di connessione attivo-metaforico, muovevo saliere e coppe di chutney. Il vasetto della senape è la Compagnia H che occupa la Posta centrale; ci sono due pepaiole che, affiancando un cucchiaio da portata, indicano che la Compagnia B si è impadronita dell’aeroporto. Con in mano il destino della nazione, muovevo condimenti e posate, catturando con i bicchieri piatti di biriani vuoti, ponendo saliere di guardia intorno a brocche d’acqua. E quando il generale Zulfikar smise di parlare, terminò anche la marcia del servizio da tavola. Ayub Khan parve accomodarsi meglio sulla sedia, era mera immaginazione la strizzatina d’occhio che mi diede? – fatto sta che il comandante in capo disse: «Bravissimo, Zulfikar!! Ottimo!».

Nei movimenti compiuti da pepaiole eccetera, sfuggì alla cattura un ornamento della mensa; una brocca per panna d’argento massiccio, che nel nostro colpo di Stato da tavola rappresentava il capo dello Stato, il presidente Iskander Mirza; e per tre settimane Mirza rimase alla presidenza.

Un ragazzo di undici anni non può giudicare se un presidente è davvero corrotto, checché ne dicano medaglie-e-stellette; non spetta agli undicenni decidere se i legami di Mirza con il debole Partito repubblicano avrebbero dovuto escluderlo da un’alta carica nel nuovo regime. Saleem Sinai non diede giudizi politici; ma quando, inevitabilmente, a mezzanotte del 1° novembre, mio zio mi svegliò scuotendomi e sussurrando: «Su, figliolo, è venuto il momento che tu ti faccia un’idea di com’è in realtà la cosa!» saltai subito dal letto, mi vestii e uscii nella notte; orgogliosamente consapevole del fatto che mio zio aveva preferito la mia compagnia a quella del proprio figlio.

Mezzanotte. Rawalpindi ci passa davanti veloce a centoventi km/h. Motociclette davanti a noi di fianco a noi dietro di noi. «Dove andiamo, zio Zulfy?» Aspetta e vedrai. Una limousine nera con vetri fumé si ferma davanti a una casa buia. Sentinelle montano di guardia alla porta con fucili incrociati; si scostano per lasciarci passare. Cammino accanto a mio zio, al passo, per corridoi appena illuminati, finché non entriamo in una stanza buia con un raggio di luna puntato su un letto matrimoniale. Una zanzariera è sospesa sul letto come un sudario.

C’è un uomo che si sveglia sorpreso, cosa diavolo sta succedendo... Ma il generale Zulfikar ha una rivoltella con la canna lunga; la punta della rivoltella viene spinta mmff tra i denti aperti dell’uomo. «Silenzio» dice mio zio del tutto pleonasticamente. «Venga con noi.» Grosso uomo nudo scende barcollando dal letto. I suoi occhi chiedono: Mi ammazzerete? Sudore scorre giù per l’ampio ventre, cogliendo la luce della luna, gocciolando sul suo coso, ma fa un freddo terribile; non suda perché ha caldo. «Si volti. Su, svelto!»... E la canna della rivoltella si spinge tra le natiche di un sedere ipernutrito. L’uomo grida: «Per l’amor di Dio, stia attento! Quell’arnese non ha neanche la sicura!». Jawan ridono quando la carne nuda appare al chiaro di luna e viene spinta nella berlina nera... Quella notte, io mi trovai seduto accanto a un uomo nudo che mio zio portava in macchina all’aeroporto militare, e rimasi a guardare mentre l’apparecchio in attesa rullava, accelerava, decollava. Ciò che era cominciato, in modo attivo-metaforico, con le pepaiole, finiva proprio in quel momento; io non soltanto rovesciai un governo – mandai anche in esilio un presidente.

Mezzanotte ha molti bambini; i figli dell’Indipendenza non erano tutti umani. Violenza, corruzione, miseria, generali, caos, cupidigia e pepaiole... Avevo dovuto andare in esilio per scoprire che i bambini della mezzanotte erano più vari di quanto io – persino io – avessi sognato.

«Ma è proprio vero?» domanda Padma. «Eri davvero lì?» È proprio vero. «Dicono che Ayub era un brav’uomo prima di diventare cattivo» dice Padma, è una domanda. Ma Saleem, a undici anni, non dava giudizi del genere. Il movimento delle pepaiole non imponeva scelte morali. Ciò che interessava Saleem: non lo sconvolgimento politico, ma la riabilitazione personale. Capito il paradosso? La mia più importante incursione nella storia, sino a quel momento, era stata ispirata dal più angusto dei motivi. Non era comunque la “mia” patria – o non lo era allora. Non era la mia patria, vi abitavo come profugo, non come cittadino; entrato col passaporto indiano di mia madre, sarei stato oggetto di grande diffidenza, e forse anche arrestato e deportato come spia, se non fosse stato per la mia tenera età e per il potere del mio tutore dai lineamenti di Pulcinella – per quattro lunghi anni.

Quattro anni di niente.

A parte il crescere sino a diventare un teenager. A parte il vedere mia madre disfarsi. A parte l’osservare la Scimmia, di un anno decisivo minore di me, subire il fascino insidioso di quel paese dominato da Dio; la Scimmia, un tempo così ribelle e selvaggia, adottava ora espressioni pudiche e sottomesse che all’inizio dovevano essere sembrate false persino a lei; la Scimmia imparava a cucinare e a tenere la casa e a comprare spezie al mercato; la Scimmia rompeva definitivamente con l’eredità di suo nonno imparando le preghiere in arabo e dicendole a tutte le ore prescritte; la Scimmia rivelava quella vena di fanatismo puritano già trapelata quando aveva chiesto un corredo da suora; lei, che aveva sdegnato ogni offerta d’amore terreno, si lasciò sedurre dall’amore di quel Dio che aveva preso nome da un idolo scolpito in un santuario pagano eretto intorno a una gigantesca meteorite: Al-Lah nella Qa’aba, il santuario della grande Pietra nera.

Ma niente altro.

Quattro anni lontano dai bambini della mezzanotte, quattro anni senza Warden Road e Breach Candy e Scandal Point e le attrattive di “Una iarda di cioccolatini”, lontano dalla scuola Cathedral e dalla statua equestre di Sivaji e dai venditori di cocomeri alla Porta dell’India; lontano da Divali e da Ganesh Chaturthi e dalla Giornata della noce di cocco; quattro anni di separazione da un padre tutto solo in una casa che non voleva vendere; solo, a parte il professor Schaapsteker, che non usciva mai dal proprio appartamento ed evitava la compagnia degli uomini.

Ma può davvero non succedere nulla per quattro anni? Ovviamente, non proprio. A mio cugino Zafar, cui suo padre non aveva mai perdonato di essersi bagnato i pantaloni alla presenza della storia, venne fatto capire che sarebbe entrato nell’esercito appena ne avesse avuto l’età. «Voglio che tu mi dimostri di non essere una donna» gli disse suo padre.

E Bonzo morì; il generale Zulfikar versò molte lacrime.

E la confessione di Mary si affievolì al punto che, poiché non ne parlava mai nessuno, finì per sembrare un brutto sogno; a tutti eccetto che a me.

E (senza alcun intervento da parte mia) le relazioni tra India e Pakistan peggiorarono; assolutamente senza il mio aiuto, l’India conquistò Goa – «il foruncolo portoghese sul viso della madre India»; io rimasi in disparte e non partecipai in alcun modo all’acquisizione di un grosso aiuto dagli Stati Uniti da parte del Pakistan, e non furono colpa mia le scaramucce di confine cino-indiano nella regione Aksai Chin del Ladakh; il censimento indiano del 1961 rivelò un livello di alfabetismo del 23,7 per cento, ma io non ero contemplato in questa statistica. Il problema degli intoccabili rimase grave; io non feci nulla per alleviarlo; e alle elezioni del 1962, il Congresso panindiano conquistò 361 seggi su 494 al Lok Sabha e oltre il 61 per cento dei seggi di tutte le Assemblee degli Stati. Neanche in questo si poteva dire che fosse intervenuta la mia mano invisibile; se non, forse, metaforicamente; in India fu mantenuto lo statu quo; e non cambiò nulla neanche nella mia vita.

Poi, il 1° settembre 1962, festeggiammo il quattordicesimo compleanno della Scimmia. A questo punto (e nonostante il persistente affetto per me di mio zio) eravamo chiaramente in una condizione d’inferiorità sociale, gli sventurati parenti poveri dei grandi Zulfikar; la festa quindi non fu un granché. La Scimmia però, aveva l’aria di divertirsi. «È mio dovere, fratello» mi disse. Quasi non credevo alle mie orecchie... ma forse mia sorella aveva intuito quale sarebbe stato il suo destino, forse sapeva della trasformazione che l’aspettava, perché dovevo pensare che fosse soltanto mio il potere delle conoscenze segrete?

Forse allora intuì che, quando i suonatori scritturati per l’occasione cominciarono a suonare (shehnai e vina erano presenti sarangi e sarod ebbero il loro turno; tabla e sitar svolsero i loro virtuosistici controinterrogatori), Emerald Zulfikar le si sarebbe avvicinata con fredda eleganza per chiederle: «Su, Jamila, non startene lì ferma come un melone, cantaci una canzone come farebbe qualsiasi brava ragazza!».

E che con questa frase la mia zia gelida come uno smeraldo avrebbe dato inizio del tutto involontariamente alla trasformazione di mia sorella da scimmia a cantante, perché, sebbene protestasse con l’imbronciata goffaggine delle quattordicenni, si lasciò trascinare senza tante cerimonie sulla pedana dei suonatori dalla mia efficiente zia; e sebbene desse l’impressione di desiderare che il pavimento si spalancasse sotto i suoi piedi, intrecciò le mani; non vedendo via di scampo, la Scimmia si mise a cantare.

Non sono mai stato bravo, credo, a descrivere emozioni – perché credo che i miei lettori siano in grado di partecipare; di immaginare per conto loro ciò che io non sono capace di reimmaginare, al punto che la mia storia diventa anche la vostra... ma quando mia sorella cominciò a cantare, fui sicuramente preso da un’emozione così forte che non riuscii a individuare, se non quando, molto tempo dopo, mi fu spiegata dalla più vecchia puttana del mondo. Perché, sin dalla prima nota, la Scimmia d’ottone si sbarazzò del suo nomignolo; lei, che aveva parlato agli uccelli (proprio come faceva, molto tempo prima, il suo bisnonno in una valle di montagna), doveva avere imparato da loro l’arte del canto. Con un orecchio buono e l’altro no, ascoltavo la sua voce impeccabile, che a quattordici anni era la voce di una donna adulta, e racchiudeva in sé la purezza delle ali e la pena dell’esilio e il volo delle aquile e la mancanza d’amore della vita e la melodia dei bulbul e la gloriosa onnipresenza di Dio; una voce che sarebbe stata in seguito paragonata a quella di Bilal, il muezzin di Maometto, che usciva dalle labbra di una ragazza piuttosto ossuta.

Ciò che non capii devo aspettare a raccontarlo; mi si permetta qui di annotare soltanto che mia sorella si guadagnò il suo nome alla festa per il suo quattordicesimo compleanno, e che da allora fu chiamata Jamila Singer; e che ascoltando La mia rossa dupatta di mussolina e Shahbaz Qalandar, compresi che il processo iniziato nel mio primo esilio si stava avvicinando alla conclusione durante il secondo; che d’ora in avanti sarebbe stata Jamila il figlio importante e che io dovevo rassegnarmi a essere secondo a lei.

Jamila cantò – io umilmente chinai il capo. Ma prima che potesse veramente entrare nel suo regno, doveva succedere qualche altra cosa; bisognava che io venissi definitivamente liquidato.

10 Villaggio del Berkshire presso il quale si trova la maggior accademia militare inglese. (NdT)

11 Noon significa in inglese “mezzogiorno”. (NdT)